La mia infanzia in un libro: intervista ad Anna Castagnoli su “Super 8”

Cari lettori, concedetemi questo momento di vanità. Pubblico qui l’intervista che mi ha fatto Elena H. Rudolph per la rivista Figli e Famiglia, sul mio primo romanzo autobiografico per ragazzi Super 8, uscito in Italia nel 2010.

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Io negli Stati Uniti nel 1973

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Super 8, Anna Castagnoli, Topipittori 2010

“Ero sempre vissuta felice, in armonia col sole, di cui sapevo misurare il movimento con un semplice bastoncino piantato per terra; sempre fiduciosa che la luna seguisse me e nessun altro, come una bàlia che mi avrebbe protetto da tutto, quando di notte volavamo via in macchina sulle autostrade. Ero sempre vissuta sentendo che nella natura c’era una forza benigna che mi preferiva agli altri bambini, per l’amore e il rispetto che portavo ai suoi alberi, alle sue formiche, ai fili d’erba che quando ti butti a pancia in giù sul prato e li guardi da vicino, sembrano foreste. Mai avevo dubitato d’essere la beniamina del vento, del sole che passa tra i rami di mimosa, della terra, dell’acqua dei ruscelli di montagna. Ma a un tratto qualcosa si ruppe.”
(da Super8, di Anna Castagnoli)

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Per chi ha già letto Super 8, o lo leggerà: questo era un bell’albero, ma non il “mio” albero!

Intervista ad Anna Castagnoli, di Elena H. Rudolph

Helena Rudolph: Lo confesso: soffro di ‘voyeurismo letterario’, mi piace curiosare nelle vite degli altri, entrare nei meandri dei loro ricordi e sapere come hanno affrontato i turbamenti dell’infanzia e dell’adolescenza e, soprattutto, da dove vengono, quale percorso hanno seguito e come sono arrivati ad essere ciò che sono oggi.
La collana della casa editrice Topipittori Gli anni in tasca, storie vere di infanzie e adolescenze, è un’ottima panacea per la mia curiosità: echeggiando il celebre film di Truffaut, dà voce ai bambini di ieri, ormai adulti, che si raccontano con grande generosità e offrono al lettore uno spaccato di storie personali e di Storia, illustrandoci come eravamo soprattutto negli anni ‘70.
Leggere i volumi di questa collana è come entrare in soffitta e aprire la scatola dei ricordi. Ognuno di noi, anche se ha vissuto un po’ prima o un po’ dopo quegli anni, troverà qualcosa di piacevolmente familiare e conoscerà qualcosa di nuovo.

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Mia sorella ed io in Val di Funes, Dolomiti

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La foto della mia casa sotto la neve trovata per caso su internet

HER: È stato difficile raccontare la tua infanzia in Super 8 o ti sei sentita a tuo agio con la scrittura e, in particolare, con l’autobiografia?
AC: Quando nel 2008 i Topipittori mi avevano chiesto di scrivere la storia della mia infanzia, ho pensato che non ne sarei stata capace. L’autobiografia è uno degli esercizi narrativi più difficili, una parete di decimo grado: chiede al narratore di essere un testimone, ma si può essere testimoni di se stessi? Ho lasciato passare più di un anno.
Poi un giorno, per caso, in un sito sulla Pineta di Arenzano, paese ligure dove avevo vissuto dopo il ritorno dagli Stati Uniti, ho trovato una foto della mia casa sotto la neve. Non l’aveva scattata nessuno della mia famiglia, era lì per caso, scattata da qualche sconosciuto. L’emozione di vedere “dall’esterno” la mia casa, immaginare che forse in quel momento noi eravamo dentro, forse coi nasi schiacciati contro i vetri a guardare la neve, è stata straniante, fortissima. Per la prima volta vedevo la mia infanzia “dal fuori”, avevo la prova che era esistita. Quella foto mi ha fatto scattare il clic. In tre settimane di ticchettio quasi ininterrotto sui tasti del computer, avevo finito la prima bozza del romanzo.

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In val di Funes, Dolomiti

Il lavoro difficile è venuto dopo: nelle successive versioni e durante l’editing dell’editrice. Non è stato facile modellare e lasciar modellare una materia così intima come quella dei propri ricordi. Ma mi fidavo ciecamente di Giovanna Zoboli e mi sono lasciata guidare. Un paio di settimane prima del lancio del libro sono andata in tilt, non volevo più pubblicarlo, mi sembrava difficilissimo accettare che centinaia di sguardi che non conoscevo sarebbero entrati nell’intimità della mia storia più personale. Ma mi sono ricordata di una frase di Rilke, poeta che amo follemente: tutto quello a cui mi dono, diventa ricco e mi spende. Frase in cui trovo il senso più vero della scrittura. E ho dato l’ok per la pubblicazione.

HER: In Super 8 parli della ‘visione traslucida’ dei bambini che permette loro di “guardare davvero le cose” e non “per finta” come fanno gli adulti. Quanto è importante riuscire a recuperare quella visione per un’artista (illustratore o scrittore che sia)?
AC: Io credo che non si possa recuperare del tutto la visione traslucida dell’infanzia, ad eccezione di certi stati di grazia che sono proprio quelli della creazione artistica. Tutta l’arte è il frutto di momenti più o meno prolungati, più o meno intensi, di visone traslucida.
Credo ci sia un solo modo per poterla stimolare: avere il coraggio, sempre, o quando si riesce, di non sedersi comodamente in quello che già sappiamo, ma trovare la forza di spiegare le vele verso nuove sfide. Anche se il mare aperto è pericoloso e la terra che avevamo trovato così rassicurante: partire.

HER: L’oggetto del tuo “ultimo amore”, che conclude il tuo libro, è molto particolare. Che rapporto hai oggi con la natura? Ti senti ancora libera come negli anni ‘70?
AC: Sì, mi sento ancora libera, se vedo un albero che mi ispira, non ci penso un momento: mi tolgo le scarpe e lo scalo! Con la natura ho ancora lo stesso rapporto di allora, quasi mistico. Il mare, gli alberi, l’erba, le stelle, la luna, il vento, le persone, gli uccelli: la natura è il solo luogo dove sento la presenza del divino, di un afflato benigno della vita, positivo, più saggio di ogni nostro pensiero. Nel libro scrivo che il mio dio era un albero di eucalipto e che rifiutavo tutti gli altri. Non sono cambiata, anche se mi manca molto poter passare le giornate sugli alberi, come allora. Sono un Barone Rampante che ha deciso di scendere, perché anche le città mi piacciono, e il peso dell’essere sulla terra.

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Sempre nell’incantata val di Funes

HER: Fin da piccola hai viaggiato molto (sia in Italia sia all’estero) e hai vissuto in diversi paesi, ti senti ‘sradicata’?
AC: Sono nata a Versailles, abbiamo poi vissuto negli Stati Uniti, dove è nata mia sorella, poi siamo tornati a Torino, dove è nato mio fratello. Mi sono sentita sradicata, completamente sradicata, fino a quando, all’età di 34 anni, non ho incontrato mio marito, che è francese. Anche lui aveva viaggiato molto, vissuto parte della sua infanzia all’estero. Così abbiamo deciso che saremmo stati sradicati in due. Attualmente viviamo a Barcellona, ma domani chissà. Vogliamo viaggiare. Oggi mi sento radicata nel mio lavoro, in mio marito, negli affetti che sopravvivono agli spostamenti. È come se avessi costruito una casa su trampoli mobili.

HER: Raccontaci un po’ di te e di come sei diventata illustratrice.
AC: Dopo la maturità avevo frequentato un corso d’illustrazione tenuto da Stephan Zavrel, a Sarmede. Dovevo restare una settimana e ci sono restata un mese, incantata da quel paese di fiaba e dalle persone che avevo incontrato. Poi mi sono iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia. Ho continuato a scrivere, ma non a disegnare. Dopo la laurea, ho lavorato per 5 anni come responsabile di un centro che si occupava di accogliere donne senza casa. Era un lavoro appassionante, ma difficile, così verso i trent’anni ho deciso di provare a riprendere in mano la mia passione per l’illustrazione e sono ritornata a Sarmede per un nuovo corso. L’anno dopo ho venduto il mio primo progetto a Bologna: Il libro delle cose perdute (oggi fuori stampa).

HER: Quanto è difficile (o facile) entrare nel mercato editoriale italiano? E il tuo rapporto con il mercato estero? Ti sembra più accessibile?
AC: Non è così difficile, dappertutto cercano buoni progetti, e c’è lavoro. La difficoltà in Italia è che ci sono poche case editrici, e con stili abbastanza definiti. Il mercato è un po’ stretto. All’estero ci sono più editori tra cui scegliere, soprattutto in Francia. Bisogna avere un briciolo di talento, pazienza, e professionalità, conoscere qualche lingua e pubblicare il primo libro, poi tutto è in discesa.

HER: Generalmente quando ti viene commissionato un lavoro hai carta bianca o segui gli spunti che ti vengono suggeriti?
AC: Dipende dal progetto e dall’editore. Generalmente mi piace avere carta bianca, pensare un progetto da zero, lasciare che prenda forma senza troppe costrizioni. Poi quando è abbozzato, lo presento a un editore. Ma a volte capita che lavori per commissioni più noiose, come una serie di libri sulla vita dei musicisti che sono usciti con La Vanguardia, un quotidiano spagnolo. In quel caso avevo tantissimi limiti, addirittura il colore dei capelli e l’altezza dei due protagonisti. Ma si fa anche quello, è lavoro. Basta farlo un po’ in sordina e senza perderci troppo tempo.

HER: A cosa stai lavorando adesso? Progetti futuri?
AC: Finalmente ho trovato un editore italiano per il Calendario Città del Sole 2009, che verrà trasformato in libro, con delle splendide poesie di Giusi Quarenghi.
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sta lavorando su un mio testo, e questo è uno dei progetti che mi emoziona di più: è da molto tempo che ci lavora e ha promesso che sarà il libro più bello che abbia mai fatto! E io non sto più nella pelle, non vedo l’ora di poterlo vedere.
Poi ho testi a cui sto lavorando, e mi piacerebbe moltissimo farli illustrare a Simone Rea e Antonio Marinoni, i miei illustratori italiani preferiti. E altre mille idee, che ribollono, scompaiono, ritornano… Molti viaggi, corsi di illustrazione da tenere, vacanze sul mare.

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L’albero dei pappagalli fotografato attraverso il binocolo dalla finestra del mio studio

HER: Mi descrivi l’ambiente in cui lavori?
AC: Ho un appartamento molto luminoso sulle alture di Barcellona, con due belle terrazze. Il mio studio dà su un parco pieno di pappagalli, ma non lo uso quasi mai. Mi ritrovo invece a lavorare ovunque nella casa, sparpagliando libri, fogli e matite dappertutto (mi sa che ormai sono diventata allergica a qualsiasi forma di radicamento!). Mi piace anche molto andare in biblioteca, dove posso studiare o leggere circondata da persone. Lavorare sempre in casa da soli, a volte, è un po’ alienante, anche se ho due amiche che vivono sul terrazzo (libere): Ludmilla e Rodrigo, due tortore che abbiamo addomesticato.

ps: Se foste interessati a leggere Super 8, potete acquistarlo su Amazon cliccando sul banner qui sotto o direttamente sulla pagina dei Topipittori.


Pierino Porcospino di H.Hoffmann: un’opera comica? parte 1

Sulla nascita di Pierino Porcospino potete leggere il post precedente: Nascita di Pierino Porcospino

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Chi mai oserebbe sostenere che la filastrocca “Tre civette sul comò che facevano l’amore con la figlia del dottore, il dottore si ammalò, ambarabà ciccì coccò” ha un contenuto sessuale non adatto ai bambini e che la sua funzione è morale?
Credo nessuno (spero), per due ragioni:
1) la forma attraverso cui il messaggio è veicolato, quella di una cantilena da bambini, porta il messaggio della filastrocca all’interno della sfera del gioco, sdrammatizzandolo. La “carica emotiva” del messaggio sarebbe ben più potente e inquietante se la forma narrativa fosse, mattiamo caso, quella di un film pornografico. Il contesto è tutto.
2) Il messaggio, per la sua brevità, scevra di spiegazioni e descrizioni, è incongruo. Difficile persino immaginare la scena.

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Molti critici e studiosi hanno attribuito a Pierino Porcospino delle componenti sadiche e moralistiche non adatte ai bambini. In questo post vedremo che queste componenti sadiche sono veicolate da una buona dose di comicità e nonsense, come nella filastrocca sopra citata; comicità che permette al bambino di assistere alla rappresentazione delle sue fantasie segrete (non lavarsi, essere disobbediente, violento, etc) e alla loro conseguente sanzione punitiva (anche sadica) senza sentirsi coinvolto in prima persona, e di provarne un divertito piacere. Esattamente come davanti a un teatrino, quando i bambini ridono e urlano vedendo i burattini prendersi sonore bastonate per aver provato a sovvertire qualche regola.

Ma che cosa è il comico? Quando e perché ridiamo?

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James Gillray

Analizziamo tre oggetti privilegiati del comico:
-Il corpo: i suoi bisogni e le sue manifestazioni.
– La sproporzione di un atto per conseguire un fine, e, in generale, tutte le sproporzioni legate al corpo.
– L’imprevisto (del comportamento umano).

Il corpo e le sue manifestazioni:
L’uomo  è un essere che si ritiene superiore ai bisogni corporali: abitato da un’anima che non ha peso e bisogni, ha sempre fatto un vanto della sua educazione, che lo differenzia dal mondo animale. Le manifestazioni del corpo: (mangiare, defecare, ruttare, scoreggiare, non resistere al richiamo sessuale, essere goffi, grassi, avere eruzioni cutanee, sproporzioni, deformità… invecchiare, morire), sono sempre state oggetto, in tutte le società, di restrizioni di ogni sorta, tabù, controlli e punizioni.
Il corpo DEVE restare sotto controllo, e quando non è il caso, essere punito, mutilato (si pensi alla chirurgia estetica), ucciso o… deriso.
Il carnevale, il mondo all’incontrario, il comico, la satira, sono luoghi dove il corpo si riprende i suoi diritti. Il riso nasce dallo spettacolo del corpo che si sottrae al controllo delle regole sociali. Ridiamo con lui di un riso liberatorio o ridiamo di lui per affrancarci dal suo ridicolo manifestarsi.

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James Gillray

La sproporzione di un atto per conseguire un fine (e le sproporzioni in generale):
L’alzata eccessiva di un passo (certe forme di marcia, o la camminata della marionetta), l’esagerato alzare le braccia al cielo di un attore che vuole prendersi gioco del dramma del lutto, oppure, al contrario, i gesti di Mister Bean che perde tempo in cavilli e minuzie per conseguire un fine che per la via normale sarebbe di facile accesso, ci fanno ridere perché sovvertono la normale funzione della gestualità, e ci lasciano intravedere, dietro la fluidità del movimento, la meccanizzazione del corpo, o i riflessi inconsci della psiche (anche l’inconscio, non potendo essere controllato, può essere ridicolo: il lapsus, la mania, etc).
Anche una sproporzione fisica, ci fa ridere, perché è il corpo che esce, deborda (o si sottrae) dalla sua misura socialmente accettata, e così facendo, si palesa (Pantagruel era nato con un numero esorbitante di doppi-menti. Il naso lungo fa ridere, così come un bubbone, la gobba, e ogni tipo di caricatura…).

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Compagnia Teatro La Botte e il Cilindro

Leonardo

Leonardo Da Vinci

L’imprevisto:
Ridiamo quando quello che accade al corpo non è quello che ci aspettavamo (la trasmissione Paperissima è un buon esempio),  ridiamo quando un fatto improvviso sovverte l’ordine logico delle cose (il mondo all’incontrario del carnevale).
Il riso, l’ho già scritto, è l’anticamera dell’angoscia.

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Heinrich Hoffmann, La storia del fiero cacciatore

Ora che abbiamo osservato alcuni meccanismi del comico, rispondiamo a questa domanda:
Pierino Porcospino è un libro comico?

La versione originale del libro, con tutte le immagini, potete guardarla sul sito del Progetto Gutenberg

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James Gillray

Il grottesco e molti tipi di comicità legati ai bisogni primari del corpo, tipici del carnevale medioevale, sono oggi considerati forme di comicità un po’ infantili, popolari e grossolane (abbuffarsi, scoreggiare impunemente, etc). Ma non dobbiamo dimenticarci che il bambino vive un’epoca “medioevale” dello sviluppo psichico. La comicità legata al corpo e ai suoi bisogni, infatti, è quella che diverte di più i bambini da 3 a 6 anni: l’età che Hoffmann menzionò come destinataria del suo libro. Il lettore adulto e il lettore bambino non avranno la stessa percezione delle storielle di Pierino Porcospino.
Il bambino, a differenza dell’adulto, ha a che fare con un corpo che gli dà un sacco di problemi: non è ancora ben coordinato, è maldestro, è irrequieto, non apprezza certe pietanze che sembrano piacere agli adulti, non controlla bene le feci, la minzione e i peti, è sporco (o vorrebbe esserlo), preso da fuochi di ira e rabbia, etc; e gli adulti si danno un gran da fare per educare, controllare, tollerare, lavare, e (a volte) punire, le manifestazioni del corpo del bambino, sapendo che “passerà” e che presto il bambino farà il suo ingresso nella elevata società dei “senza-corpo”.
Pierino Porcospino è esattamente un compendio di tutte le manifestazioni del corpo del bambino, e relativi destini nella società degli adulti.

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Heinrich Hoffmann ha utilizzato un’abbondante dose di trucchi che mitigano e sdrammatizzano il contenuto delle storie presentate, spesso con effetti comici. Vediamo quali sono questi trucchi:
Le rime e le onomatopee. Molte non sono state tradotte nella versione italiana, ma la versione originale è piena di Puah! Pfui, Mio, Miao… onomatopee chiaramente fatte per essere recitate dalle voce di un lettore adulto. I bambini a cui Hoffmann aveva dedicato il libro erano in età prescolare: il libro era stato pensato per essere letto e recitato ad alta voce, in un gioco complice tra l’adulto e il bambino (l’adulto dice: Pfui! del corpo di Pierino Porcospino, ma il bambino, sotto sotto, parteggia in segreto per lui, e l’adulto lo sa).

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L’inquadratura delle scene: decorazioni, cornicette e composizione grafica del testo, che indicano chiaramente il confine tra la finzione letteraria/grafica e la realtà. Hoffmann era perfettamente consapevole di questo, infatti, l’ultima scena, quella in cui Roberto vola via, l’unica a contenere un fatto impossibile, è dentro una cornice che la trasforma chiaramente in un “bel quadro”, impossibile per il lettore, credere che sia vero.

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Cornice de La storia del Moretto, di H. Hoffmann

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Heinrich Hoffmann, Pierino Porcospino

Lo stile delle illustrazioni. Lo abbiamo analizzato qui. E’ uno stile grossolano, poco realista, simile a quello delle vignette satiriche della sua epoca.

Posture dei personaggi:
Tutti i personaggi hanno modi di muoversi rigidi, buffi, più simili a corpi di marionette che a corpi di persone. E quando non sono simili a marionette, i loro gesti sono esagerati, quindi comici.

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Heinrich Hoffmann, Pierino Porcospino, particolari

– Caratterizzazione dei protagonisti attraverso un solo aspetto del loro carattere:
Non sappiamo nulla dei protagonisti di queste storielle, se non il nome e l’aspetto del loro carattere per cui sono diventati famosi: l’irascibile, il distratto, il disobbediente, il razzista, etc… proprio come nella commedia, ogni personaggio esiste in funzione di una particolarità caratteriale. Questo è uno dei topoi del comico. Si pensi a l’Avaro di Molière. Il nome dei personaggi, come anche il titolo Struwwelpeter, nella versione tedesca, è preceduto dall’articolo. Un po’ come se noi scrivessimo “il Federico”, “il Roberto”, scelta che contribuisce a spersonalizzarli ulteriormente.

– Elementi sproporzionati:
Il maestro Nicolò (che sembra proprio un burattinaio con in mano le sue marionette), le forbici del sarto, il fucile del cacciatore, sono elementi smisuratamente grandi rispetto alle scene. Alcuni di essi, quando non sono comici (come il fucile) sono inquietanti, certo, ma non reali. E non inquietanti quanto lo sarebbero gli stessi oggetti proporzionati.

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Heinrich Hoffmann, Pierino Porcospino, particolare

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Heinrich Hoffmann, Pierino Porcospino, particolare

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Heinrich Hoffmann, Pierino Porcospino, particolare

– La presenza di animali antropomorfizzati, che hanno due funzioni principali:
1) quella di alleggerire la drammaticità della narrazione. Attraverso di loro si possono raccontare cose difficili, affrontare temi morali (La Fontaine, Esopo…), senza che le persone che ascoltano o guardano possano fare un’identificazione troppo immediata con la scena (un bambino può piangere la morte della mamma di Bambi nel film di Disney, ma resterebbe traumatizzato se la stessa scena fosse recitata da persone vere).
2) comica. L’animale che si comporta come un umano e veste come un umano, fa ridere perché è come se, attraverso di lui, vedessimo quanto il corpo sta stretto dentro i costumi del comportamento socialmente corretto. Nell’animale vestito è il corpo “animale” dell’uomo che si fa palese. E tutti i comportamenti “sociali”, che vestono e controllano il corpo, diventano pura maschera, pantomime ridicole.
(Nell’immagine qui sotto i due gatti sono vestiti “a lutto” e il coniglio ha gli occhiali).

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Heinrich Hoffmann, Pierino Porcospino, particolare

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Heinrich Hoffmann, Pierino Porcospino, particolare

Tutte queste caratteristiche, e altre che vedremo, legate soprattutto alle modalità del bambino di percepire le scene, fanno sì che il libro non sia drammatico, ma comico.
Non ho ancora finito con Pierino Porcospino. Mi dovete sopportare, già sapete che quando mi “intrippo” non c’è verso di fermarmi. :) Nella prossima puntata analizzeremo nel dettaglio alcune vignette del libro.

Continua la lettura: Pierino Porcospino: un’opera comica? PARTE 2

Sulla nascita di Pierino Porcospino potete leggere il post precedente: Nascita di Pierino Porcospino
La versione originale del libro, con tutte le immagini, potete guardarla sul sito del Progetto Gutenberg

Crediti: molte delle idee contenute in questo post sono tratte da una meravigliosa tesi di dottorato: “Comique et sadisme, les representations du corps dans le Struwwelpeter de Heinrich Hoffmanndi Carmélie Jacob.


Mitsou di Balthus, storia di un gattino (video)

Ho trovato questo video sui disegni di Balthus bambino. Prima che lo censurino ve lo posto. Chi di voi ricorda che avevo aperto il blog proprio con un’immagine di Mitsou? Quasi 4 anni fa!

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Balthus aveva 11 anni quando disegnò Mitsou: una narrazione senza testo di 40 tavole. Il suo gattino prediletto era scappato, e per cercare di calmare la nostalgia, aveva disegnato la sua storia. Tavole perfette, di incredibile immediatezza espressiva. Rilke, che era il suo mentore (amico della madre, aveva subito riconosciuto nel giovane Balthus, un talento), si era impegnato a pubblicare questo capolavoro. Lo pubblicò in poche copie nel 1921 e lo distribuì a parenti e amici. Rilke scrisse l’introduzione al libro, e la sua descrizione del gatti è una delle più belle e inquietanti che sia mai stata scritta su questi strani compagni dell’uomo.
SE NON RIUSCITE A VEDERE IL VIDEO, POTETE VEDERLO SU YOU TUBE QUI.

Un frammento dell’introduzione di Rainer Maria Rilke a Mitsou:

“I gatti sono gatti, tout court, e il loro mondo è il mondo dei gatti, da un capo all’altro. Ci guardano, direte? Ma chi mai ha saputo se veramente si degnano di far sostare per un istante sul fono della loro retina la nostra futile immagine? Forse fissandoci non ci oppongono semplicemente un magico rifiuto? Con le loro pupille in eterno colme?

E’ vero che taluni di noi si lasciano influenzare dalle loro carezze adulatrici ed elettriche. Costoro però rammentino la strana e brusca distrazione con cui il loro animale prediletto ha posto di sovente termine a quelle effusioni che avrebbero creduto reciproche. Anche quei privilegiati tollerati presso i gatti, anche loro sono stati respinti e rinnegati più di una volta e ancor stringendo al petto l’animale misteriosamente apatico, si sentivano trattenuti sulla soglia di un mondo che è il mondo dei gatti e che questi solo abitano, attorniati da situazioni che nessuno di noi saprebbe indovinare. Fu mai l’uomo loro contemporaneo? Ne dubito. (…)” Balthus-Rilke, “Mitsou”, Milano, Archinto 1997.


L’arte di Edward Gorey, Logos edizioni

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La casa editrice Logos, che negli ultimi tempi sta muovendo le sue scelte editoriali verso un’atmosfera che potremmo definire gotica, ha pubblicato Raffinati enigmi, l’arte di Edward Gorey, di Karen Wilkin. Una monografia indispensabile per conoscere uno dei massimi geni della storia dell’Illustrazione, così poco conosciuto e pubblicato in Italia (Adelphi aveva avuto il merito di pubblicare coraggiosamente qualche titolo), e così poco conosciuto anche da tutti gli appassionati di Tim Burton,  suo diretto erede artistico. Non ho ancora sfogliato il libro, ma mi sembra una pubblicazione importante.

Potete comprare il libro, senza spese di spedizione, su Amazon.
Aggiornamento 9 ottobre: Serena Marangon ha fatto una recensione del libro sul suo blog CoseBelle

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Edward Gorey

ISIA di Urbino: un nuovo corso di illustrazione e grafica editoriale

Parte un nuovo corso di illustrazione a Urbino, all’ ISIA di Urbino. Avete tempo fino al 30 settembre per iscrivervi!

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Il CORSO:

Scuola di Progettazione grafica ed editoriale. Una, dieci, cento, mille figure.
L’illustratore tra autorialità, progetto, committenza, mercati dell’oggi e mercati  futuri.

L’ISIA di Urbino, attiverà per l’anno accademico 2011-2012 un Corso di Diploma Accademico di secondo livello in Grafica delle Immagini, indirizzo Illustrazione. Il progetto del Biennio di illustrazione trova terreno fertile nell’eredità della scuola e si pone come obiettivo quello di creare illustratori capaci di muoversi tra l’esperienza autoriale, la committenza, il libro, la stampa periodica, l’editoria scolastica, il web, il corto d’animazione, la pubblica utilità. Un corso aperto a studenti che abbiano il desiderio di fare dell’illustrazione la loro forma di comunicazione prima, un’esperienza di confronto tra linguaggi diversi.

Un Corso universitario di eccellenza, a numero chiuso, aperto a studenti di tutto il mondo in cui sperimentare una reale occasione di vivere il gruppo e di interagire, in forma diretta e costante, tra i docenti Chiara Carrer, Gianluigi Toccafondo, Mauro Bubico, Silvana Sola.

Per ulteriori informazioni scarica il Bando:
http://isiaurbino.net/deposito/doc_ammissioni_2011_12/illustrazione_bando_ammissione.pdf


Nascita di Pierino Porcospino di Heinrich Hoffmann

“Il libro è là proprio per suscitare rappresentazioni irrazionali, orribili, esagerate.
Il bambino è il popolo; sarà difficile agli educatori ben intenzionati, estirpare dalla memoria popolare, e dalle camere dei bambini, le storie di Cappuccetto Rosso divorata dal lupo o di Biancaneve avvelenata dalla cattiva matrigna. La rigorosa ragione, non più di un assioma di algebra, o di geometria, non può emozionare l’anima di un bambino, ma solo farla perire miseramente”
Heinrich Hoffmann

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Pierino Porcospino nel primo libro di Hoffmann, scritto e illustrato a mano per il figlio Carl nel 1844: Pierino Porcospino era in ultima pagina

I giovanissimi lettori, se ancora non conoscono le storielle contenute nel libro Pierino Porcospino, possono leggere e visionare il libro su questo sito.

E’ una sera di dicembre del 1844, nei giorni di lucine e bancarelle colme di regali che precedono il Natale, Henirich Hoffmann, stimato medico di Francoforte, passeggia tra le stradine addobbate della sua città alla ricerca di un libro da regalare al figlio Carl Philipp, di tre anni. E’ di buon umore, da pochi giorni è nata la sua secondogenita: Antonie Carolina. Hoffmann gironzola tra i banchetti ma non trova nessun libro che lo soddisfi: i libri per bambini che gli capitano tra le mani sono “troppo razionali, falsamente ingenui, moralistici, piatti, con troppo testo e non adatti ai bambini.” I libri di quell’epoca, infatti, dovevano essere sempre “educativi” e a lui questo aspetto, – come racconterà nelle sue memorie-  spazientiva. Decide quindi di comprare un quaderno. Tornato a casa dalla moglie, le consegna il quaderno dicendo: -Ho trovato il regalo per Carl ! – La moglie, aprendolo, esclama: –Ma sono pagine bianche!Bene, – risponde Hoffmann, – allora ne faremo un libro. Nasce così la prima versione di Struwwelpeter (Pierino Porcospino).

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Un’immagine del primo libro di Hoffmann, scritto e illustrato a mano per il figlio Carl nel 1844

Hoffmann aveva all’epoca 35 anni ed aveva già pubblicato tre libri per adulti: Das Breviarium der Ehe, Gedichte, Die Mondzügler: Komödie. Finito di illustrare il libro, Hoffmann viene sorpreso dall’entusiasmo di amici e pazienti, che lo convincono a pubblicarlo. Il libro vedrà la prima stampa l’anno successivo, nel 1845, con il titolo: Lustige Geschichten und drollige Bilder mit 15 schön kolorirten Tafeln für Kinder von 3-6 Jahren (Gioiose storie e buffe immagini con 15 splendidi pannelli a colori per bambini da 3 a 6 anni). Hoffmann lo firmò con lo pseudonimo Reimerich Kinderlieb. In questa prima versione, Pierino Porcospino era disegnato in ultima pagina (Hoffmann racconta che gli era rimasta una pagina bianca e non sapendo come riempirla, decise di illustrare questo personaggio). Fu solo alla terza edizione, incoraggiato dal successo che il personaggio riscuoteva nei giovani lettori, che decise di spostarlo in prima pagina e in copertina, e di usare il suo nome, Struwwelpeter, per intitolare il libro.

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Pierino Porcospino nella prima edizione a stampa, comparsa col titolo:  Lustige Geschichten und drollige Bilder mit 15 schön kolorirten Tafeln für Kinder von 3-6 Jahren, 1845

Il libro avrà un successo immediato in Germania, e nel giro di pochi anni, in Europa e oltre oceano, grazie anche alla traduzione inglese di Mark Twain, del 1848 (col titolo Slovenly Peter). Ad ogni nuova edizione, Hoffmann ritoccava e precisava un po’ il disegno, senza però alterare il progetto iniziale. In alcune traduzioni (vedi quella francese) i disegni di Hoffmann furono addirittura rifatti da altri illustratori (il concetto di diritto d’autore era ancora aleatorio!). Oggi il manoscritto originale è conservato al Museo di Norimberga. In Italia, il libro fu tradotto da Gaetano Negri col titolo Pierino Porcospino e pubblicato da Hoepli nel 1882. In Francia, venne tradotto nel 1860 da Louis Ratisbonne e pubblicato da Hachette.

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L’immagine più conosciuta di Pierino Porcospino, rispetto alla prima edizione, le unghie sono un po’ accorciate e non ha capelli sul viso.

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La prima edizione francese: Pierre l’ébouriffé, tradotto e adattato dal tedesco da Louis Ratisbonne, pubblicato da Hachette nel 1860

Il titolo della prima edizione (Gioiose storie e buffe immagini…) indica chiaramente che il libro è da leggersi in chiave ironica. Il libro di Hoffmann, infatti, è in perfetta sintonia con tutta una corrente di satira e umorismo macabro tipica del tardo romanticismo tedesco. Ma ci occuperemo di questo aspetto nel prossimo post.

Pierino Porcospino è il padre di tutta una lunga serie di “enfants terribles” e può essere considerato il primo libro in cui il bambino viene rappresentato come un essere complesso, ribelle, con una volontà potente, pieno di immaginazione e paure. I libri destinati ai bambini del tardo ottocento ritraevano di preferenza un bambino quale gli adulti avrebbero voluto fosse: educato, pulito, gentile.

Ma, si sa, le idee non nascono dal nulla. Il tempo era maturo perché un enfant terrible nascesse. La psicanalisi muoveva i suoi primi, fondamentali, passi, il Romanticismo aveva spianato la strada al fascino dell’inconscio e delle sue pulsioni, la scolarizzazione obbligatoria faceva del bambino un fruitore sempre più vorace ed esigente di libri illustrati.
Nel 1807, Willem Biderdijk, poeta e studioso olandese, scrive e illustra a mano libera un libro per il figlio di nove anni: il libro, composto da otto pagine, narra la storia di un ragazzo pestifero e molto comico. Nell’illustrazione qui sotto, lo vedete spegnere il fuoco con un sistema alquanto “liberatorio”.

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Manoscritto di Willem Biderdijk, 1807

Ma è al caricaturista francese Paul Gavarni che dobbiamo la nascita della figura di Pierino Porcospino: il 22 marzo del 1840, sulla rivista La Caricature, compare la pubblicità della Pommade de Lion, sotto l’immagine possiamo leggere “Un enfant terrible qu’on a eu l’imprudence de laisser jouer avec un pot de Pommade de Lion “ (un bambino terribile che si ha avuto l’imprudenza di lasciar giocare con la Pomata di Lion).
Non sono riuscita a scoprire come Hoffmann venne a conoscenza di questa immagine, ma la somiglianza col nostro personaggio è troppo evidente perché possa esserci il dubbio di una doppia nascita indipendente.

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Gavarni, 1840, disegno pubblicitario comparso sulla rivista La Caricature, 22 mars 1840

Due sono i principali precursori dello stile di Hoffmann: Rodolphe Topffer (1799-1846),fumettista, scrittore  e illustratore satirico svizzero (uno dei padri fondatori del fumetto e dell’illustrazione contemporanea)

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e George Cruikshank, caricaturista e illustratore inglese suo contemporaneo, che per primo adattò in chiave ironica le fiabe dei fratelli Grimm. Nelle immagini qui sotto, le associazioni di immagini di Cruikshank e Hoffmann sono mie, e la loro relazione non è documentata. E’ solo per sottolineare che lo stile di Pierino Porcospino è sulla linea dalla tradizione della illustrazione caricaturale e satirica.

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George Cruikshank

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Heinrich Hoffmann

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George Cruikshank – Heinrich Hoffmann

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George Cruikshank – Heinrich Hoffmann

Abbiamo guardato in che clima è nato Pierino Porcospino, ora diamo un rapido sguardo ai suoi successori. Scattata la scintilla inziale, moltissimi enfants terribles hanno riempito le pagine dei libri per bambini, felici di recriminare finalmente il loro diritto al disordine, al gioco fine a se stesso e al dissenso.

Max e Moritz, del 1865, Germania, illustrato e scritto da Wilhelm Busch, è la storia di due monelli che finiscono cucinati.

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Pierino Porcospino di Heinrich Hoffmann e Max e Moritz, Wilhelm Busch, Germania, 1865

Nel 1894, in Francia, Bertall, un illustratore satirico, pubblica con l’editore Hachette Mlle. Marie Sans Soin (signorina Maria senza cura), storia di una bambina disordinata e ribelle.

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Mlle Marie sans soin, Bertall, Hachette 1894

Bertall firmerà anche le vignette umoristiche sui “difetti dei bambini” sulla famosa Semaine des enfants, edita da Hachette, uno dei primi giornali destinati a un pubblico infantile.

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Les defaults des enfants”, Bertall, vignette pubblicate su “La Semaine des enfants”, Hachette, 1858

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Les defaults des enfants, Bertall

Tra gli eredi, nipoti e pronipoti di Pierino Porcospino, possiamo enumerare ancora:

Gian Burrasca, di Luigi Bertelli (Vamba),

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Il Giornalino di Gian Burrasca, Vamba, 1907

Pippi Calzelunghe: all’interno del libro c’è anche una citazione camuffata del suo precursore, quando Pippi dice che bisogna mangiare, perché “se no capita come a quel ragazzo cinese di nome Pietro che si rifiutò di mangiare un nido di rondini servito dal padre, e morì di fame cinque mesi più tardi”.

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Max di Where the wild things are di Maurice Sendak (Sendak era un grande ammiratore di Hoffmann e aveva detto di Pierino Porcospino che era il libro graficamente più perfetto dalla storia dell’illustrazione).

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Federico di Heinrich Hoffmann e Max di Maurice Sendak, 1963

L’americana e impertinente Eloise, del 1995, di Hilary Knight.

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Giovannino di La passeggiata di un distratto, di Gianni Rodari (poi illustrato da Beatrice Alemagna), ispirato alla storia di Giannino guard’in aria

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Gianni Rodari e Beatrice Alemagna, La promenade d’un distrait, Seuil Jeunesse

Edward Mani di Forbice di Tim Burton, e tanti altri…

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Edward Mani di Forbice, Tim Burton 1990 e Pierino Porcospino

Ringrazio il sito Letteraturagrafica per i suoi saggi sul protofumetto, ringrazio il blog dell’editore Prìncipi e Princípi per aver citato nel suo articolo su Pierino Porcospino i due post precedenti a questo (su E.T.A e Heinrich Hoffmann), e ringrazio infinitamente tutte le persone che si danno la pena di mettere in versione pdf, accessibile a tutti, le loro ricerche, studi, tesi di laurea, libri, trasformando internet in una biblioteca sempre più fornita.

Leggi l’analisi del libro: Pierino Porcospino: un’opera comica?