La storia dei libri per bambini illustrati con la fotografia (+ una mostra)

Libri per bambini con il culto dell’immagine, Fondazione pastificio Cerere, Roma @foto Alessandro Dandini de Sylva 

Premessa: lo scorso ottobre ho pubblicato un articolo sulla storia dei libri fotografici per bambini sulla rivista francese Hors Cadre[s] n°23 (@La photographie ment mieux que la peinture : brève histoire des livres pour enfants illustrés de photographies, Anna Castagnoli).
In occasione della bellissima mostra Libri per bambini con il culto dell’immagine, curata dal fotografo Alessandro Dandini de Sylva e l’ass. culturale Cartastraccia, in corso a Roma fino al 16 febbraio 2019, che espone oltre 150 libri per bambini illustrati con la fotografia, è uscito su Alias de «il manifesto» l’articolo che potete leggere in questo post, simile in parte a quello francese, ma maggiormente focalizzato sulle pubblicazioni italiane.

Libri fotografici e stratagemmi retorici
di
Anna Castagnoli
@«il manifesto», domenica 16 dicembre 2018

Se i libri per bambini sono una nicchia dell’editoria, i libri per bambini illustrati con la fotografia sono la nicchia delle nicchie. Pubblicati di rado, amati da pochissimi, guardati con sospetto da genitori e pedagoghi, sono accusati di non mettere, tra il bambino e il mondo, il filtro di una interpretazione personale, stilizzata abbastanza da ridurre le componenti drammatiche della realtà. Ma è davvero così?

Libri per bambini con il culto dell’immagine, Fondazione pastificio Cerere, Roma @foto Alessandro Dandini de Sylva 

La mostra Libri per bambini con il culto dell’immagine che ha inaugurato il 5 dicembre alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma, presenta al pubblico più di centocinquanta libri fotografici per bambini, pubblicati tra gli anni ’50 ed oggi. Sfogliandoli, possiamo vedere nelle fotografie proposte un frammento di realtà e storcere il naso, oppure, guardando più attentamente, possiamo scoprire che l’ingrediente “realtà” è usato ad arte dagli autori come espediente retorico. Proprio come si fa con i bambini (e i creduloni) quando si inizia un racconto con “Questa è una storia vera”.
Il primo autore per bambini della storia ad affiancare i suoi versi a delle fotografie è Hans Christian Andersen. Nel 1866 collabora con il fotografo ufficiale della corte danese Harald Paetz e pubblica in trecento esemplari Fotograferede Børnegrupper. Il libro accoglie sei ritratti di bambine e bambini fotografati in pose trasognate. Non la realtà, ma tutto l’immaginario vittoriano è all’opera dietro l’obiettivo.
Con poche eccezioni, questo tipo di libro domina la scena fino ai primi anni del 1900. Nel 1908 esce negli Stati Uniti Really Babies di Elizabeth B.Brownell. Il titolo “Bambini reali” è interessante. Quest’album ha infatti qualcosa di innovativo: non ritrae bambini borghesi in abiti di tulle ma bambini ricchi e poveri, di età diverse, di diverse razze e nazioni del mondo.

Elizabeth B. Brownell, Really Babies, McNally & Co, 1908

Ma la rappresentazione dei bambini è stereotipata e il tono umoristico delle filastrocche contribuisce a rendere i soggetti ritratti delle macchiette folkloristiche. La fotografia mostra sempre una certa messa in scena del mondo che ci circonda e lo fa scegliendo un soggetto, un’inquadratura, uno stile.
Sullo stesso asse narrativo di Really Babies troviamo i libri di fotografie di bambine e bambini di periferia cittadina o di campagna affidati tra le due guerre a fotografi del calibro di Kertész, Cartier-Bresson e Doisneau da editori di sinistra quali La Guilde du Livre e Plon;

André Kertész, Editions d’Histoire et d’Art, Libririe Plon, 1933
Henri Cartier Bresson

a partire dagli anni ’50, le collane di bambini del mondo (Dominique Darbois, Anna Riwkin-Brick), che raccontavano storie di bambini africani, indiani, tailandesi, eschimesi, insomma, in una parola, esotici, con lo scopo esplicito di sensibilizzare i lettori a un nuova e gioiosa appartenenza alla grande famiglia dell’uomo.
In Italia, la serie francese della fotografa Dominique Darbois viene tradotta e pubblicata alla fine degli anni ’60 da Minerva Italica.

Alcuni titoli di Dominique Darbois, Nathan (Francia)-Minerva Italica (Italia)

Senza nulla togliere al prezioso intento politico e sociale di queste collane, quello che filtra dall’obiettivo non è mai una verità oggettiva sull’infanzia sfavorita, ma la sua idealizzazione, destinata a sedurre un pubblico borghese. Per capire perché in queste collane i corpi dei bambini fotografati sono scontornati e incollati su fondi colorati a tinta unita, dobbiamo risalire agli ‘30, quando le correnti pedagogiche dell’Educazione Nuova affermavano, su una base del tutto empirica, che i bambini non fossero in grado di capire immagini complesse, men che meno delle fotografie. Oggetti e figure venivano quindi scontornati su fondi puliti e chiari per renderli più “leggibili”. Una sorta di baby talk visuale.
The first Picture book, Everyday things for babies e The second picture book, di Mary e Edward Steichen (Stati Uniti, 1930 e 31) e Regarde ! di Emmanuel Sougez (Francia, 1932) sono due esempi.

The first Picture book, Everyday things for babies, Mary Steichen Martin e Edward Steichen, 1930

Tra gli anni ’60 e ‘70, la fotografia nei libri per bambini continua a fare la propaganda del reale. Ma in un modo nuovo. Il reale deve essere mostrato così com’è, senza tagli che lo semplifichino o aggiunte che lo abbelliscano; saranno gli occhi dei bambini a saper intervenire creativamente per trarre fuori la meraviglia dalla realtà di tutti i giorni riprodotta nell’immagine.
Alcuni esempi: i libri di Giovanni Belgrano Giochi d’acqua, Giochi di terra, Giochi d’aria (Emme, 1975); il magnifico Da lontano era un’isola di Munari, del 1971, un vero invito alla creatività dello sguardo (la stessa pietra può essere pietra, isola o scoglio, a seconda dell’angolatura dalla quale la si guarda); alcuni titoli della collana Tantibambini, diretta per Einaudi da Munari tra il 1972 e il 1978.
Oppure, ancora, gli album per la fascia di età 0-5 anni della fotografa americana Tana Hoban, che presentano fotografie a colori della realtà quotidiana del bambino e propongono esercizi di selezione visuale.

Un caso esemplare di realismo fotografico al servizio della didattica è il libro di educazione sessuale Zeig Mal! (Fammi vedere!) della psicanalista Helga Fleischhauer- Hardt e del fotografo Will McBride, pubblicato in Germania nel 1974.

Helga Fleischhauer-Hardt, Will McBride, Fammi vedere!, Savelli, 1979

Il libro mostra il risveglio della curiosità e del desiderio sessuale nella pre-adolescenza e la sessualità adulta attraverso una serie di fotografie molto esplicite. Nell’introduzione al libro, i due autori denunciano la natura borghese del tabù sessuale e spiegano l’importanza per il bambino di essere informato correttamente, senza menzogne. A proposito di menzogne, è interessante studiare questo libro per rendersi conto di quanto poco realistiche siano le fotografie e di quante menzogne e tabù, senza volerlo, veicolano i due autori. L’esempio più flagrante: viene mostrato tutto, dal coito al parto, fino all’allattamento, ma non si fa nessun cenno del ciclo mestruale. Dal lato delle immagini, i corpi sono scontornati su fondi bianchi, senza il contesto di un ambiente. La ricerca di una oggettività assoluta, resa più vibrante dall’uso della fotografia, fallisce miseramente il suo scopo di traduzione del reale. In che cosa, infatti, questa oggettività quasi ospedaliera, assomiglia alla sessualità umana??Interessante la copertina dell’edizione italiana del libro (Fammi vedere!, Savelli, 1979): molto furbamente, rinuncia alla fotografia e sceglie un innocente disegno all’acquarello di Adamo ed Eva bambini.
Di un altro genere, ma anche questo tipico degli anni ’70, è la rivisitazione dei miti o dei testi biblici in chiave laica attraverso la fotografia.

Helga Fleischhauer-Hardt, Will McBride, Fammi vedere!, Savelli, 1979

La leggenda del Paradiso (Emme, 1974) mostra, nei panni di Adamo ed Eva, due bambini nudi, prototipi di un nuovo modo di essere umani che riesce a conciliare laicità e miti creatori sotto l’egida della narrazione poetica.

La leggenda del paradiso, in mostra a Roma alla Fondazione pastificio Cerere, @foto Alessandro Dandini de Sylva 

Per chiudere la nostra carrellata di libri fotografici per bambini sul presente, la moda oggi è quella di una fotografia mescolata al disegno in diverse combinazioni: collage dal sapore dada, inserti, manipolazioni digitali. Anche in questi casi, la fotografia è usata per la sua quota di realismo, opposta dialetticamente alla finzione del disegno.
Sappiamo che la fotografia può esprimersi attraverso i più disparati stili, fino all’Astrattismo, allora perché sono così rari, nei libri per bambini, gli esempi di una fotografia presente come puro oggetto estetico?
Per citare qualche esempio rimasto isolato: i teatrini di carta e d’ombre di Rodtchenko; L’enfant et la colombe di Robert Doisneau; i lavori sulle fiabe di Sarah Moon; Alice di Suzy Lee; le recenti pubblicazioni di album fotografici senza testo della casa editrice italiana les cerises.
La cosa più divertente di tutti questi stratagemmi retorici per bambini è che i bambini non li colgono quasi mai. Per loro, ogni immagine è solo un nuovo mondo da esplorare.

Anna Castagnoli

Suzy Lee, Alice in wonderland, Corraini, 2009

Approfondimenti

Corsi:
Per approfondire questo tema affascinante, vi segnalo il corso di Giulia Mirandola “Libri fotografici nell’infanzia“, allo Spazio BK di Milano il 23 e 24 febbraio 2019.

Articoli:
Sulla mostra in corso a Roma, questo articolo di Leyla Vahedi sul blog dei Topipittori: Libri fotografici per ragazzi, una ricognizione.
L’articolo fa riferimento a una passata edizione della mostra, in un’altra sede. Oggi, -dicembre 2019-, la mostra è in corso alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma.
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Questo intelligentissimo articolo in inglese, firmato da David Campany (grazie a Patrizia Varini per il link); anche in questo articolo si smascherano molti luoghi comuni e false credenze sulle fotografie destinate ai bambini:
Strangely Simple or Simply Strange: Photobooks for Children
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Su questo stesso blog: La fotografia tra realtà e metafora, di Anna Castagnoli
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Se volete fare un bel regalo a un/a bambina/o con la passione della fotografia vi consiglio un meraviglioso libro del fotografo Joel Meyerowitz: Guarda! La fotografia spiegata ai ragazzi. In modo chiaro, profondo e intelligente, Meyerowitz spiega a adulti e bambini come guardare il mondo attraverso un obiettivo.

 


Biblioteche in miniatura per mani di bambini

 

La biblioteca per bambini in miniatura di John Marshall, 1800-1816

Di recente, leggendo il bellissimo libro fresco di stampa di Cécile Boulaire Lire et choisir ses albums (non perdete il libro e il suo blog Album ’50), ho scoperto l’esistenza di una delle prime collane di libri in miniatura per bambini della storia dell’illustrazione: The infant’s library, dell’editore ottocentesco Jon Marshall. Avevo spesso visto questi libri in giro per la rete, ma non mi ero mai resa conto che fossero così minuti.
Ho quindi pensato di unire questa scoperta alle più belle immagini di altre collane di libri per bambini in miniatura, e scrivere questo post.

Quattro volumi della Infant’s library di John Marshall, 1800-1816, Londra

L’idea rivoluzionaria di John Marshall è stata quella di adattare alle mani dei bambini il formato dei libri in miniatura, principalmente utilizzato, fino a quel momento, per libri tascabili di preghiere, proverbi, Bibbie, almanacchi, calendari e libri erotici.
Non che l’idea non avesse predecessori: molti libri inglesi a basso costo, i chapbooks,  anche per bambini, circolavano in formati ridotti per fare economia di carta; basti pensare al popolarissimo The History of Little Goody Two-Shoes, pubblicato da John Newbery nel 1765, di cui Jane Austen possedeva una copia in miniatura – ma Marshall fu il primo a farne una vera e propria collana, oltre che business.

Anonimo, The History of Little Goody Two-Shoes, copia appartenuta a Jane Austen

Marshall, convinto, a ragione, che la sua operazione avrebbe riscosso un sicuro successo commerciale, pubblicò nel giro di pochissimi anni, tra il 1800 e il 1816, diverse biblioteche per bambini in miniatura. Ogni biblioteca aveva un tema: storia, botanica, fauna, musica, mestieri, fiabe, proverbi…
Il formato di ogni singolo libro era di 6 x 4,6 cm.
Ogni collezione aveva, per confezione, un’elegante libreria in miniatura di vero legno, simile alla libreria di un adulto.

Qui sotto il salotto di uno dei più importanti collezionisti del mondo di libri in miniatura: Percy Edwin Spielmann.

Dal libro, Catalogue of the Library of Miniature Books, E. Arnold, 1961

E qui sotto la foto di una mini-biblioteca di Marshall. La piccola nicchia di legno che contiene i libri è decorata con un tromp l’œil, come se fosse davvero una libreria da salotto.
Alcune delle collane di Marshall vennero tradotte in latino, francese e tedesco.
Autori e illustratori erano quasi sempre anonimi.

I volumi delle Infant’s library di John Marshall, 1800-1816, Londra

Oggi questi volumi valgono parecchie decine di migliaia di euro a esemplare e sono conservati nelle più prestigiose biblioteche e collezioni inglesi, oltre che al Victoria and Albert Museum, trovate informazioni qui.

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Tra il 1941 e il 1946, durante e dopo l’occupazione nazista in Belgio, la penuria di carta e la povertà indussero l’editore Georges Houyoux a pubblicare una serie di libri in miniatura per bambini scritti dal poeta René Meurant e illustrati dall’artista russa Elisabeth Ivanovsky, il titolo di questa raccolta di libri in miniatura era Pomme d’Api.
Ogni libro misurava 6,5 x 8 cm.
Oggi la collezione di 24 titoli è ripubblicata dalle edizioni Les Trois Ourses-MeMo con il titolo: Les très petits.

 

 René Meurant, Elisabeth Ivanovsky, Pomme d’Api, 1941-46

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È a questi illustri predecessori che si inspira Maurice Sendak con la sua Nutshell library, nel 1962 (Harper & Row). La misura dei quattro libri è di 9,5 x6,3 cm.

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Come non citare, infine, i Prelibri di Bruno Munari, pubblicati nel 1980 da Danese e oggi riediti da Corraini. Una serie di libri rivolti a bambini molto piccoli, dove lo stimolo grafico e cromatico si mescola a quello tattile. I libri sono contenuti in una sorta di gigantesco libro, che funge da libreria.
Dimensione di ogni libro: 10 x 10 cm.

Bruno Munari, I Prelibri, Danese 1980 (oggi Corraini)

A proposito della sua collezione, Munari scriveva:
“…dovrebbero dare la sensazione che i libri siano effettivamente fatti in questo modo, e che contengano sorprese. La cultura deriva in effetti dalle sorprese, ossia cose prima sconosciute”.
Chiudo questa carrellata con questo bellissimo pensiero.
Anna Castagnoli


Dalla carta alla ceramica, narrare con altre forme: Marta Iorio

Ho chiesto a Marta Iorio di raccontarmi il suo lavoro di illustratrice-ceramista.
Oltre ad ammirare la sua arte, trovo molto interessante scoprire come si può lavorare con l’illustrazione in diversi campi e su diversi supporti. Buone pratiche lavorative e di libertà espressiva da cui lasciarsi ispirare.
Marta Iorio aveva già deliziosamente illustrato per questo blog Il galateo del blogger.

Di supereroi, yeti, isole e cascate
di Marta Iorio

Quello che ho considerato per molto tempo un difetto oggi è diventato il modo di sentirmi a mio agio.
Parlo dell’ impossibilità di lavorare solo su una cosa. Nel mio lavoro e nella mia visione, cosa, si traduce in tecnica, modo, e quasi sempre va a braccetto con un tipo di materiale e un tipo di gesto, di dosaggio di forza.

Marta Iorio, illustrazione per un testo di Sergio Calabrese

Mi dedico all’illustrazione, negli ultimi anni, però, alla narrazione con tempera su carta si sono aggiunti più mezzi: ho ripreso l’incisione su linoleum e diverse tecniche di stampa che ho appreso e sperimentato in Messico diversi anni fa, il modellato di argilla e la pittura su ceramica imparate al liceo Artistico e praticate per diversi anni nel giardino della casa del “Monte delle formiche”, rifugio mio e di mia sorella delle domeniche d’inverno.

Tutto torna.

Marta Iorio, scultura e stampa su tappezzeria

Ogni due domeniche al mese, mia sorella e io come assistente, lavoravamo la ceramica e cuocevamo i pezzi nel forno da noi assemblato.
Ho un vago ricordo delle cose che abbiamo fatto, ma ricordo perfettamente quanto tempo abbiamo dedicato a quei materiali, a quei gesti, al tornio, ai tempi del forno, alla sorpresa dei pezzi incandescenti nelle sere d’inverno.
Poi tutto è finito, Anna si è dedicata ad altro, io pure. La ceramica è rimasta quella cosa d’inverno al Monte delle formiche.

Nel 2012 ho pubblicato la novella grafica Cicale (Topipittori), autobiografia della mia infanzia: un libro ricco di personaggi e di spazi emotivi che ruotano intorno alla crescita di una piccola donna, nella sua famiglia e nel mondo.
Dopo la pubblicazione di Cicale, ho sentito il bisogno di dare una forma concreta, tangibile, al concetto di famiglia.

Famiglia è una piramide di animali differenti sostenuta da un instancabile elefantessa, la mamma, sulla quale si appoggia un giaguaro, mio padre, un orso accogliente, mia sorella e un uccellino con le ali di carta, io; eccola:

Marta Iorio, Famiglia

Durante questo lavoro avevo capito che plasmare un materiale che diventa forma tridimensionale mi tornava a piacere e tornava a rappresentare quello che sentivo, a raccontare ancora.
Da quello che era un prototipo in fibra sintetica e cartapesta, ho realizzato Famiglia in ceramica, con un koala in aggiunta che sta acquattato sotto l’orso (sulla piramide avrebbe avuto troppa instabilità!), e l’uccellino adagiato sull’elefante.

Famiglia, Marta Iorio

Questo cambio di posizione dei personaggi è dovuto anche al fatto che Atelier VM di Milano mi ha commissionato la scultura per l’allestimento delle vetrine di Le Bon Marché di Parigi: avevo bisogno di estendere la scultura nello spazio.
Trovo i problemi tecnici sempre d’aiuto per risolvere le imperfezioni stilistiche e dare concretezza ai lavori artistici.
Dopo Famiglia non ho più smesso di lavorare la ceramica. Ho trovato, fortuna della vita, Rosa, una ceramista bravissima che lavora vicino al mio studio: mi aiuta a risolvere i problemi tecnici e cuoce i pezzi nel suo forno.

Nell’associazione bolognese di Rosa, ALBA, stiamo progettando un workshop di ceramica e illustrazione per il prossimo anno.

Marta Iorio

Ho desiderato dare forma al mio immaginario con la ceramica, e illustrare pezzetti di storie su piatti, ciotole, tazze e perfino portauovo.

Marta Iorio

Scoprendo che la mia ceramica era apprezzata dal pubblico, ho creato un piccolo shop on line dove vendere i miei pezzi.
Ma vendo soprattutto a chi vede dal vero i lavori: così ho creato un piccolo catalogo da mostrare ai rivenditori e agli spazi che potrebbero essere interessati a distribuire e esporre le mie ceramiche, in modo da avere una maggiore esposizione.

A volte, con il cliente concordo il tipo di illustrazione da realizzare sui piatti o il tipo di scultura da plasmare, sempre che la richiesta sia in armonia con quello che sono e penso.
Passando dall’illustrazione alla ceramica non ho cambiato il mio linguaggio: i miei oggetti rimangono narrativi.
È come se dalla carta prendessero forma gli oggetti: un’isola rosa diventa tridimensionale, si aggiungono le piccole donne e diventa l’isola delle femmine.

Marta Iorio, L’isola delle femmine

E così, il 29 settembre, ho inaugurato a Officina Margherita la mostra Di supereroi, yeti, isole e cascate. Stampe, ceramiche e pitture di Marta Iorio. Visitabile fino al primo di novembre 2018.

Marta Iorio

La mostra è composta di cinque gruppi di opere che sono cinque pensieri: amuleto, yeti, isola delle femmine, supereroi, famiglia.
In ogni gruppo si rincorrono, sulla carta e sui tessuti stampati a mano con linocut, sui piatti e sugli oggetti da tavola e nelle ceramiche, le forme del tema.
Per raccontare la mia mostra ho scelto un’altra sorella…non biologica, Diletta Colombo, (N.d.r. Libraia e curatrice del poliedrico Spazio BK di Milano), che con la sua capacità di astrazione ha sensibilmente raccontato, in un testo bellissimo, il mio fare e il mio immaginario, ecco un estratto:

“È ghiaccio tropicale, dall’Himalaya al Sud America. L’escursionista si arrampica su un tovagliolo in salita mentre il tagliatore di cocco spacca il frutto nella ciotola. Una costellazione si apre nell’insalatiera e nel piatto cammina una forchetta a piedi nudi sull’erba. Ogni figura si fa racconto di ceramica e tessuto per la tavola quotidiana.”

Marta Iorio

Nella mostra è racchiuso il lavoro di circa un anno a Officina Margherita, uno studio che condivido insieme a due figure meravigliose, che gestiscono i due progetti Vinilificio e Zooo print&press, con le quali realizziamo varie proposte espositive, di formazione e di ascolto musicale.

La mostra sarà visitabile dal martedì al sabato dalle 15.00 alle 19.00 fino al 1 novembre 2018.
Officina Margherita
via Santa Margherita 14 a Bologna
info 3339375917
officinamargherita@gmail.com

Vi aspetto!
Marta Iorio


Nel buco: un’intensa avventura tra i colori


È andata così: alla Fiera di Bologna, le gentilissime editrici di les cerises mi hanno regalato una copia del loro ultimo libro, Nel buco, mentre stavo per iniziare una conferenza.
L’ho messo nello zaino insieme ad altri libri. Finita la Fiera ho fatto tappa a Genova, dalla mia famiglia, dove erano in visita anche i miei nipoti.
La sera, prima di dormire, ho sfogliato velocemente i libri di Bologna. Sfogliando Nel Buco, che è una successione di pagine nelle quali un buco viene riempito di manciate diverse di pigmenti colorati, ho pensato che era carino ma troppo estetico e fine a se stesso, e mi sono addormentata. Il giorno dopo ho letto diversi libri di Bologna ai miei nipoti, ma non Nel buco.

La seconda sera, sul comodino, mi ricapita davanti Nel buco. Decido di provare a capirlo meglio, forse la sera precedente mi era sfuggito qualcosa. Conoscevo il progetto editoriale di questa casa editrice (l’avevo intervistata per questo post) e mi piaceva. Va bene, il libro senza parole, la successione casuale di immagini… Ma una successione di manciate di pigmenti che cadono in un buco non era troppo poco per creare una storia adatta ai bambini? Lo risfoglio più lentamente. Per la prima volta, mi accorgo che nella prima pagina non c’è solo un buco nell’asfalto.
Silenzioso, discreto, un insetto nero sta entrando nel buco. Le mie antenne si rizzano.

Cerco di guardare se si vede l’insetto nelle altre pagine. Non si vede. Giro tutte la pagine, a una a una, pensando che l’insetto è sotto tutti quei colori, nascosto da qualche parte. Le pagine sono molte e molto spesso diventa, alla fine, lo strato di pigmenti che si deposita sul buco. L’insetto è soffocato? È ancora vivo?

Alla fine del libro lo ritrovo: esce dal buco lemme lemme, è tutto colorato. Geniale!, penso, e decido di testare il libro l’indomani con i miei nipoti.

Non ve la sto a far lunga: questo libro è diventato, per i cinque giorni che ho passato con i miei nipoti, il solo libro che volevano leggere, soprattutto i due piccolini: Emi, sette anni, e Ao, due e mezzo. Emi aveva inventato una sorta di filastrocca nella quale nominava tutti i colori, e la recitava identica ad ogni lettura, la sua storia iniziava con: “L’insetto entra” e finiva con “L’insetto esce” e applauso.
Ao non diceva nulla, ma dalla tensione del suo corpicino e dal grido di gioia accompagnato dall’applauso che faceva quando l’insetto usciva, capivo quanto si era immedesimato nella prova di questo insetto.

C’è una parola francese che mi piace molto: Endurance. Significa “resistenza”. Mi piace perché, all’interno, ha un corpo che ricorda il suono della parola “duro”, ma lenito ai fianchi dalla delicatezza delle due E.

Endurance è la parola che descrive perfettamente il coraggio del piccolo insetto, che per lungo tempo deve sopportare una montagna farinosa di colori, mentre sta nascosto nel buio.
Per darvi la misura di quanto è stato intensa e coinvolgente questa lettura per il piccolo Ao, vi racconto ancora questo:
Un pomeriggio siamo andati a fare un giro a Recco e ci siamo fermati a mangiare la focaccia in un bar. Il bar aveva dei tavolini la cui architettura è stata prontamente capita da Ao.
Si è infilato nel buco tra le gambe del tavolo e si è accovacciato, ranicchiandosi tutto.
Dopo un attimo nel quale vari rimbrotti gli cadevano dall’alto per farlo alzare, mi ha guardato e come ad aiutare la mia mancanza di fantasia ha ripetuto il suono che sua sorella faceva quando, leggendo il libro, cadevano i colori nel buco: scssss. Ho iniziato a dire: “Rosso!” e fare il gesto di tirare una manciata di colori, poi: “Magenta!”, “Blu!”, “Verde!”… mentre lui non si muoveva.
Alla fine del gioco è uscito dal buco e aveva una faccia così contenta che si sarebbe detta tutta piena di colori.

Anna Castagnoli

Maria Morganti, Nel buco/Dans le trou, les cerises, 2018
Nel buco è realizzato in tiratura limitata di 500 esemplari ed è privo di parole, in modo da poter essere raccontato in tutte le lingue del mondo, in modi sempre diversi, seguendo ciò che di volta in volta le immagini suggeriscono.
Maria Morganti è un’artista milanese che vive a Venezia. Lavora prevalentemente con la pittura. Ogni giorno prepara un colore e lo stende sulla tela, coprendo quello del giorno precedente di cui però lascia una sottile traccia. Nel buco è la trasformazione in storia per bambini di questa ricerca pittorica.
Per informazioni e acquisti: press@lescerises.net

Maria Morganti, Impronta, Carte-Diario, 2010-1012, Venezia, @OttoZoo

Won’t You Be My Neighbor? Un documentario da non perdere

Inizio questo nuovo ciclo di post (che come sempre saranno caotici e sporadici: è il solo modo che sto trovando per respirare un po’ fuori da questa scatola chiamata computer) consigliandovi un bellissimo documentario che ho visto.
Si intitola Won’t You Be My Neighbor? (Vuoi essere il mio vicino?) e ripercorre la storia di una trasmissione televisiva dedicata ai bambini che per più di trent’anni è stata cult negli Stati Uniti.


Mister Rogers’ Neighborhood (Il quartiere del Signor Rogers, 1968–2001) fu ideata e condotta da Fred Rogers, un pastore protestante che dopo aver visto per la prima volta la televisione rimase così sconvolto dalla bassa qualità dei programmi indirizzati ai bambini che decise di fare della televisione lo strumento della sua vocazione pedagogica e religiosa.
Mister Rogers’ Neighborhood fu anche il primo programma per bambini trasmesso e finanziato dalla televisione pubblica americana, a partire dal 1968 (che anno!).

Il documentario è davvero avvincente e si concentra sulla personalità di Fred Rogers, bizzarro, illuminato e allampanato conduttore.
Dopo essersi formato come pastore e aver studiato musica, Rogers frequentò uno dei centri di pedagogia più innovativi degli Stati Uniti, l’Arsenal Family and Children’s Center dell’Università di Pittsburgh, (ancora attivo oggigiorno). Da quella fucina di esperienze educative uscirono studiosi come Benjamin Spock, che con il suo libro The Common Sense Book of Baby and Child Care rivoluzionò il modo di educare i bambini negli Stati Uniti e nel mondo (devo a quel libro, che mia madre lesse negli Stati Uniti nei primi anni ‘7o, un’educazione completamente libera e piena di rispetto per le mie stravaganze infantili), e lo psicanalista Erik Erikson, solo per citarne due, entrambi colleghi e amici di Rogers.


L’idea di fondo era quella del bambino visto come persona, da trattare come persona perché abitato da passioni, emozioni, domande e timori della stessa intensità di quelle di un adulto, e per questo degno di un dialogo franco su tutti i tempi più importanti: dalla sessualità alla morte, dal divorzio al razzismo, dalla politica alla convivenza civica.
Ogni puntata della trasmissione toccava un tema e le diverse emozioni (spesso forti) suscitate dal soggetto trattato erano rappresentate da marionette, ognuna con il suo carattere. Fu un successo.

Una canzoncina finale, diventata un classico musicale degli Stati Uniti, rivolgendosi al bambino spettatore, recitava: Ti amo esattamente come sei, non c’è nessun altro come te... La potete ascoltare in questo video (trovate i testi di tutte le canzoni di Rogers su questa pagina).

Insomma, scaricate i sottotili se non conoscete l’inglese e guardate questo documentario. Merita. Se all’inizo Fred Rogers vi sembrerà strano, non vi spaventate: ironico, anticonvenzionale, rivoluzionario, intelligente, era davvero strano, era se stesso.
Ho frignato durante mezzo documentario, ho capito cosa significa avere una missione.
Anna Castagnoli

Se non lo trovate su internet o qualche canale satellitare, potete acquistarlo su Amazon in formato DVD, Blu-Ray o Video Prime.
Qui il trailer ufficiale.
Qui un suo commovente discorso per la consegna di un diploma.


La pagina Instagram di Lefiguredeilibri

Gertrud Römhildt, Sing sang!, München, 1913

Carissimi lettori, mi spiace molto non aver avuto il tempo di aggiornare il blog. Ho avuto mesi di lavoro molti intensi, recupererò a settembre.
Intanto vi do una bella notizia: ho finalmente iniziato la pagina Instagram delle Figuredeilibri, potete seguirla a questo link:

www.instagram.com/anna.lfdl/

Si intitola Margini d’infanzia e tratta di illustrazione e infanzia, ma cercando dettagli che, non messi a fuoco, sfuggono.

Vi ricordo anche che la pagina Facebook delle Figuredeilibri è più attiva del blog e che i post di interesse pubblico del mio profilo privato Facebook (corsi, disegni, progetti) sono visibili a tutti.
I miei prossimi corsi saranno a ottobre e febbraio presso Spazio BK di Milano.
Ci ritroviamo a settembre, buona estate!
Anna Castagnoli


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