L’anticamera del libro: le sguardie

Let’s Find Out About Color, Ann Campbell, 1975

Sguardie o risguardi: le pagine che all’inizio e alla fine del libro separano il blocco delle pagine dalla copertina e nello stesso tempo lo tengono legato ad essa. Marmorizzate, decorate, illustrate, a tinta unita di colore o bianche. Eccezionalmente ospitano la ‘pagina dei titoli’, per necessità economiche o per esigenze narrative.
Possono essere immaginate come la stanza d’ingresso del libro, dove il lettore indugia e già assapora lo stile della casa dove passerà qualche ora, un giorno o una vita.
Molte volte, l’ultima sguardia contiene un dettaglio nuovo rispetto alla prima: qualcosa è avvenuto. La storia. Dopo averla attraversata, niente è più come prima.


Einar Nerman for Fairy Tales from the North, circa 1946 (via 50 watts)


Story of Insects, Giappone 1928


The Wild and Woolly Animal Book, Nita Jonas e Dale Maxey, 1961

The Indoor Noisy Book, di Margaret Wise Brow, 1942

Sparkle and Spin, Ann e Paul Rand, 1957

A Day of Winter, Betty Miles e Remy Charlip, 1961


 Seymour Chwast, Sleepy Ida and Other Nonsense Poems, Steven Kroll, 1977


The Noah’s Ark Book, Margaret Lavington e FISH, 1910

Billy bunny’s fortune, illustrato da Maginel Wright Enrifìght (figlia dell’omonimo architetto), 1919

The Ladder of Rickety Rungs, Janet Laura Scott, 1920


La carta preferita dai grandi illustratori

Javier Zabala

Ho chiesto ad alcuni colleghi su quali tipi di carta preferiscono disegnare (risposte in ordine di arrivo):

LORENZO MATTOTTI
Io disegno sempre su carta Fabriano 4 o 6 o 100/100 cotone ruvida. È bianca forte e tiene benissimo la matita e i pastelli.
Senza Fabriano non avrei gli stessi risultati. Per china nera e acrilici la 100/100 cotone è luminosissima.
Spesso per gli inchiostri lavoro con carta nepalese grezza fatta a mano.

VALERIO VIDALI
Anni fa mi affezionai alla rosaspina che è una carta da incisione piuttosto economica.

BEATRICE ALEMAGNA
Io uso spesso o la Arches da acquarello o una carta da imballaggio riciclata di cui non conosco il nome, né la ditta.. non riesco mai a ritrovarla…, sono una frana e sono sempre, perennemente alla ricerca della carta ideale.

JAVIER ZABALA
Papeles donde no se pueda borrar, papeles de grabado como Fabriano o súper alfa (en este se borra mejor)
Para acuarela sin duda Arches 300 gr. También Fabriano.
Un papel muy todo terreno que usaba mucho y ahora nada es el Schoeller, pero ahora no es muy bueno desde que sólo fabrican un tipo…

Uso muchos tipos y mucho cuaderno de bocetos con papeles muy diferentes. Los cuadernos Fabriano son espectaculares y los cuadernos con papel Hahnemühle también…

(Carta sulla quale non si può cancellare, carta da incisione come Fabriano o ‘súper alfa’ (su quest’ultima si cancella meglio).
Per acquarello, senza dubbio Arches 300 gr. Ma anche Fabriano.
Una carta molto adattabile che usavo molto ma ora non più è la Scoeller: da quando ne fabbricano solo un tipo è meno buona.
Ne uso tanti tipi, su tanti quaderni di schizzi diversi. Gli album Fabriano sono spettacolari e anche gli album con carta Hahnemühle ).

PABLO AULADELL
Yo suelo utilizar Arches para el acrílico y Hahnemühle para el lápiz. Cuando hago cómic, antes utilizaba Caballo 109, pero ya no lo fabrican con la misma calidad, así que ahora utilizo un Schoeller.

(Normalmente uso Arches per acrilico e Hahnemühle per la matita. Quando disegno fumetti, prima usavo Caballo 109, però ora non la fabbricano con la stessa qualità, così sono passato alla Schoeller).

MAURIZIO QUARELLO
Allora, la carta, da parecchi anni ormai uso esclusivamente la Canson Aquerelle per tutte le tecniche: acrilico, olio e tecniche miste. Praticamente non imbarca mai e la superficie vellutata lascia scorrere bene il pennello o la matita e, soprattutto, non si vede la trama in stampa. Ho provato anche la carta corrispettiva Arches ma la trovo un po’ più rigida e meno piacevole al tocco.

MIGUEL TANCO
Ho usato per qualche anno Winsor&Newton Smooth Surface 220 gr., mi piace la sua superficie liscia, l’illustrazione originale veniva bene ma avevo problemi perché ha un colore bianco-crema e dovevo lavorare molto sul computer per far diventare bianco lo sfondo. Perciò adesso uso Fabriano Artistico Extra White.

CRISTINA SITJA RUBIO
Para mis ilustraciones de libros infantiles utilizo la parte de atrás del papel de acuarela Canson de Boesner de 300gr. ya que es super lisa.
Para grabados uso el papel Zerkall de 250gr.
Ahora trato de utilizar cualquier papel que tenga por mi casa o estudio, pero siempre utilizo el lado liso del papel, sin textura.

(Per i miei libri per bambini uso la parte posteriore della carta da acquarello Canson de Boesner da 300 gr, perché è super liscia.
Per incisione uso la carta Zerkall da 250 gr. In generale, cerco di usare qualsiasi carta che ho in casa o in studio, ma usandola dal lato liscio, quello senza testura).

Cristina Sitja Rubio

CLAUDIA PALMARUCCI
Io utilizzo per quasi tutte le tecniche la carta Arches satinata 300 gr.
È specifica per acquerello ma la uso anche con i colori ad olio e con le matite, con buoni risultati.
Di recente la Arches ha iniziato a produrre anche una carta specifica per colori ad olio, devo però ancora provarla.

SIMONE REA
A me piace sperimentare ma da qualche anno lavoro con una carta che si chiama Quadrex prodotta da Fedrigoni, la grammatura dovrebbe essere di 450.
È molto liscia, poco assorbente abbastanza resistente.
La uso principalmente con gli acrilici ma mi sono trovato bene anche utilizzando i pastelli. (Infatti l’uomo dei palloncini l’ho disegnato proprio sulla Quadrex).
Altro supporto sul quale lavoro è il cartonlegno, a primo impatto sembra un cartoncino impossibile da utilizzare ma è proprio grazie a queste sue caratteristiche (si distrugge appena provi a cancellare o si segna e si strappa se spingi troppo con una matita troppo dura) che ti permette di modificare il disegno in qualsiasi momento.

MAJA CELIJA
Amavo molto la carta (cartoncino) Schoellers HAMMER 6R, resistente, liscia, assorbente quanto basta per lavorare con gli acrilici, bianca ma non troppo, elegante, una vera signora.
Poi non si trovava più facilmente, era addirittura fuori produzione…
L’ho sostituita con la Fabriano F5  liscia  50% cottone. Assorbe di più, è meno resistente ma mi piace lo stesso.

PIA VALENTINIS
Attualmente uso carta di qualunque tipo, purché sia almeno di 200gr e non troppo liscia (se è liscia).
Davvero: purché ce ne sia abbastanza per finire il libro (se sto facendo un libro).
Non ho voglia di uscire. Se trovo in casa, meglio. Del resto, in questo periodo, lavoro sempre in bianco e nero con la penna.
Ho scoperto che disegno con gusto sulla Moleskine (quella che prendo io ha fogli leggeri e qui mi contraddico), non è questione di carta ma di riservatezza.

Pia Valentinis

PHILIP GIORDANO
io uso carta da stampante per le parti in matita che  poi scansiono e utilizzo nel compositing digitale. Usavo Schoellers per i lavori in acrilico ma credo che la ditta sia fallita o inglobata da un altra. Non si trova più.

SERGIO RUZZIER
Io uso sempre la carta per acquarello Arches ruvida (grain torchon), quella da 300 grammi. Mi va benissimo sia per il pennino con la china sia coi pennelli con gli acquarelli.

Io uso molto spesso il blocco di Aquarelle Arches Satinè 300g  e vabene per qualsiasi tecnica, ma per esempio, per l’ultimo libro che uscirà ad ottobre, ho usato Fedrigoni Splendorgel avorio 275 gr. in cui il Pantone si estende molto bene e il colore resta brillante a differenza dell’Arches che lo asorbe moltissimo (è la carta delle Molaskine)

ciao, a presto

buon lavoro

Grazie a tutti!

Forse vi possono interessare i post
I MIGLIORI TIPI DI CARTA:
PARTE 1: LA FEDERZEICHENBLOCK (HAHNEMÜHLE)
PARTE  2: AQUARELLE ARCHES SATINÉ (CANSON-ARCHES)


SERPA, 1° concorso internazionale per albo illustrato, Planeta Tangerina

Con l’obiettivo di sviluppare la qualità letteraria e artistica degli albi illustrati e di stimolare la creazione di nuovi progetti editoriali, la Câmara Municipal de Serpa , in collaborazione con la casa editrice Planeta Tangerina, promuove la prima edizione del Premio internazionale di Serpa per l’albo illustrato, che avrà cadenza biennale.

Cosa: Maquette del progetto in forma di bozza, con il testo impaginato e almeno 3 doppie pagine con illustrazioni definitive.
Scadenza
: 30 settembre 2015
Premio: 4.000 euro + la pubblicazione dell’opera da parte della casa editrice Planeta Tangerina
I risultati del concorso saranno annunciati il 30 ottobre 2015 sul sito degli enti organizzatori.
Per ulteriori informazioni: albumilustrado@cm-serpa.pt

QUI il bando in portoghese e inglese.

Traduzione del bando

1. Ambito del concorso
Al premio possono partecipare progetti di albi illustrati che presentino un concetto e una narrativa originale. Per albi illustrati si intendono lavori con immagini e testo o con sole immagini. NON saranno ammesse proposte di solo testo.
2. Destinatari

Possono partecipare autori adulti (maggiori di 18 anni), di tutte le nazionalità, che abbiano già pubblicato o no, ad esclusione dei membri degli enti organizzatori. I progetti possono essere realizzati da singoli o da gruppi. Ogni partecipante può concorrere con una sola opera.
3. Caratteristiche dei progetti

Dimensione, tecnica e formato sono liberi. L’importante è che i progetti presentati non superino le 32 pagine (compresi i risguardi). Le opere presentate devono essere inedite e non partecipare contemporaneamente ad altri concorsi. I progetti devono essere presentati in portoghese, inglese o spagnolo.
4. Cosa inviare

I partecipanti devono presentare:
- una maquette-bozza completa del progetto. Questa maquette dovrà includere tutto il testo impaginato e       almeno tre doppie pagine con le illustrazioni definitive.  Nella maquette dev’essere compresa anche una proposta di copertina.
- tre copie del testo ( stampate su fogli A4).
- le tre illustrazioni definitive (originali o stampe digitali ad alta risoluzione).
5. Modalità di invio

Gli elementi da inviare al concorso ( maquette, illustrazioni e testo) dovranno essere firmati sul retro con uno pseudonimo scelto dal partecipante.
In una busta a parte, dovranno essere inseriti i dati personali del/dei concorrente/i ( nome, cognome, indirizzo, telefono e email), insieme ad una copia del documento d’identità del/dei concorrenti. Sull’esterno della busta deve essere scritto solo lo pseudonimo scelto. Al fine di evitare problemi di spedizione si raccomanda di scrivere sull’esterno dell’imballaggio ILLUSTRAZIONI SENZA VALORE COMMERCIALE.
I progetti possono essere consegnati a mano o inviati con corriere a:
Camera Municipal de Serpa
PRÉMIO INTERNACIONAL DE SERPA PARÀ ÁLBUM ILUSTRADO
Praça de República
7830-389 SERPA

6. Calendario del concorso
Gli elaborati dovranno essere inviati entro il 30 settembre 2015. Non saranno accettati elaborati con timbro postale posteriore a tale data. La decisione della giuria sarà resa nota il 30 ottobre 2015 sui siti degli enti organizzatori.
7. Composizione della giuria

La giuria sarà composta da un componente della Camera Municipale di Serpa, da un componente della casa editrice Planeta Tangerina e da una personalità di riconosciuta esperienza nel settore dell’editoria illustrata per l’infanzia, designata da Planeta Tangerina. La decisione della giuria è insindacabile.
8. Premio

Sarà attribuito un unico premio del valore di 4.000 euro. Di questi 4.000 euro, 1.500 euro sono da considerarsi come anticipo dei diritti di autore relativi alla pubblicazione della prima edizione dell’opera in Portogallo a cura di Planeta Tangerina, che stipulerà un regolare contratto di edizione con l’/gli autore/i premiato/i.
Il premio comprende la pubblicazione del libro in portoghese  da parte dello stesso editore, e la sua vendita e traduzione in altre lingue e paesi. Eventuali successive edizioni (in portoghese e in altre lingue)  saranno regolate dal contratto di cui sopra e con le rispettive condizioni di pagamento.
Potrebbero essere assegnate delle menzioni speciali senza premio in denaro. La giuria si riserva il diritto di non assegnare il premio per ragioni di qualità.

9. Consegna del premio

Il premio sarà corrisposto alla consegna dell’opera ai fini della pubblicazione. L’opera sarà soggetta a regolare contratto tra autore/i e casa editrice.  Per un anno, l’editore Planeta Tangerina avrà priorità nella eventuale pubblicazione di menzioni speciali.
10. Obblighi del vincitore

Il/i vincitore/i si impegna/no a terminare l’opera ai fini della pubblicazione entro il mese di marzo 2016. Il/i vincitore/i si impegna/no inoltre a lavorare in stretta collaborazione con l’editore Planeta Tangerina, per la creazione dell’opera definitiva.
11. Consegna degli originali

L’/Gli autore/i possono chiedere la restituzione delle opere originali non selezionate, assumendosi le relative spese di spedizione. La richiesta deve essere inviata via email a : albumilustrado@cm-serpa.pt, entro la fine del mese di novembre 2015. A coloro che sono interessati verrà comunicato sempre via email il costo della spedizione e il NIB del conto sul quale la somma deve essere versata. Le opere che non saranno richieste entro tale scadenza verranno distrutte.

I partecipanti autorizzano la riproduzione delle loro opere a scopo pubblicitario del concorso.
12. Questioni mancanti

Tutto ciò che non è specificato nel regolamento sarà deciso dalla giuria e dall’organizzazione del premio. La partecipazione al concorso implica la completa accettazione di questo regolamento.

Contatti
Email: albumilustrado@cm-serpa.pt

Enti organizzatori del concorso
Câmara Municipal de Serpa

Editora Planeta Tangerina

Traduzione e post a cura di Gioia Marchegiani


“Esattamente come gli atomi”, l’alfabeto è un sistema complesso

“Un’utile invenzione per preservare la memoria del tempo passato e garantire l’unione di un’umanità dispersa in tante e distanti regioni della Terra; invenzione irta di difficoltà, poiché nata da un’attenta osservazione dei diversissimi movimenti di Lingua, Palato, Labbra e altri organi del Discorso, cui dovevano corrispondere altrettante differenze di caratteri così da poterli ricordare”.
Thomas Hobbes


“Esattamente come gli atomi”, l’alfabeto è un sistema complesso
di
Anna Martinucci

Dei primi anni di vita ricordo moltissimi dettagli, che qui non interesserebbero a nessuno, ma uno, in particolare, mi sembra significativo. La mia maniacale attrazione per la scrittura e la forma delle lettere iniziò tra i due e i tre anni, quando mio fratello, che al tempo ne aveva dieci, mi permise di sfogliare il suo ABC di Richard Scarry; e si intensificò l’anno successivo, quando mi ritrovai catapultata in un asilo di suore-generali dove l’unico aspetto positivo fu di imparare a leggere e a scrivere seguendo (anche, tra tanti brutti libri) l’ABC di Babar (sulle tecniche di insegnamento sospendo il ricordo perché potrei immobilizzare l’intera équipe del telefono azzurro).

Quello degli abbecedari, degli alfabetieri e dei sillabari, quali strumenti per l’insegnamento della scrittura e della lettura, è argomento, per propria natura, strettamente connesso allo studio dell’alfabeto che, a dispetto di quello che fa credere, è complessissimo: sulla questione si sono arrovellati scrittori, filosofi, linguisti e semiologi, alcuni con tesi brillanti.

Ne La tirannia dell’alfabeto, Roy Harris scrive:

“Sfuggire alla tirannia dell’alfabeto non è mai facile per chiunque sia stato educato sin dall’infanzia in scuole europee, poiché il sapere tradizionale sull’alfabeto è parte integrante della loro pratica pedagogica elementare. Quest’ultima infatti si basa sull’insegnamento dell’alfabeto in una delle sue molteplici versioni europee ed è cambiata pochissimo nel tempo, tanto da esser rimasta sostanzialmente immutata dai tempi di Hobbes: si può dire anzi che a molti di noi l”ABC’ è stato insegnato con metodi non troppo dissimili da quelli descritti nel primo secolo a.C. da Quintiliano”.

Harris ha ragione, la morsa esercitata dall’alfabeto sul pensiero occidentale è fortissima: quando si parla di tipo di scrittura si fa riferimento unicamente a quella che fin dall’antichità greco-romana ha costituito la base dell’educazione europea, vale a dire la scrittura alfabetica.

“A me non piace neppure il sistema, che parecchi usano, di fare imparare ai bambini nomi e posizione delle lettere alfabetiche prima delle loro figure. Ciò è di ostacolo all’apprendimento, in quanto essi non fanno caso al disegno delle lettere, nel momento in cui ricordano quanto prima hanno mnemonicamente appreso. Questo è il motivo per cui i maestri, anche quando credono di avere bene messo in mente ai ragazzi le lettere dell’alfabeto al modo in cui si suole scriverle per la prima volta, le presentano in ordine contrario a quello consueto e volutamente le confondono, finché i ragazzi loro affidati sappiano distinguerle nella forma [facie], non dall’ordine. Così essi impareranno nel modo migliore figure [habitus] e nomi [nomina] delle lettere, precisamente come imparano quelli delle persone. Ciò che è di ostacolo alla conoscenza delle lettere non lo è, invece, per le sillabe. Non escludo poi – ciò che è stato inventato per eccitare a mo’ di gioco l’interesse della puerizia ad apprendere – l’uso di letterine d’avorio e di qualsiasi altro oggetto, piacevole per quell’età, che i bambini possono gradevolmente e utilmente toccare, vedere e nominare”.

Quintiliano, Institutio oratoria, libro I, I, 24-6

Senza alcuna pretesa di completezza, per evidenti ragioni di spazio – ma anche di scarsità di materiale documentario -, quella che segue è una raccolta degli abbecedari e dei sillabari più interessanti trovati in rete, nella banca dati di Indire, acronimo di ‘Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa’, nell’archivio Gallica della BNF e su archive.org.

Gli “hornbooks“, i primissimi abbecedari diffusi in Europa durante il medioevo, si presentavano come tavole di legno con un foglio di pergamena o carta fermata da una sottile cornice di corno (la maggior parte di bue), da cui prendono il nome. Sul foglio erano riportate le lettere dell’alfabeto (in un primo tempo disposte a forma di croce latina, con la A in alto e la Z in basso), le vocali, la combinazione di vocali e consonanti, i numeri romani all’1 al 9, la benedizione e la preghiera al Lord. Quando, in seguito, le lettere furono trascritte una accanto all’altra su poche righe, l’alfabeto veniva introdotto da una croce per ricordare che “Il timore verso il Signore è l’inizio della saggezza” (“The fear of the Lord is the beginning of wisdom”). È questa la ragione per la quale gli hornbooks erano anche chiamati “Christ’s cross row” o “crisscross row”.

Il poco spazio a disposizione non permetteva di inserire illustrazioni. Il retro, tuttavia, si prestava bene per accogliere incisioni: le più diffuse raffiguravano San Giorgio e il drago, una nave tra le onde o figure immaginarie, come le sirene.

George Rice, The ABC Hornbook in America, American Folk Toys, Games & Crafts, Nashville 2000

Se prima che si diffondesse la stampa era difficile trovare le lettere accompagnate da immagini che ne facilitassero la memorizzazione, dalla metà del Cinquecento fanno la loro comparsa gli alfabeti figurati, come l’Alfabeto mnemotecnico di Russelius nel quale ogni lettera è uno strumento associato alla forma (A=compasso, G=falce, X=forbici) o le pagine dedicate all’alfabeto (in latino e in tedesco) dell’Orbis Pictus di John Amos Comenius, dove le lettere corrispondono ai versi degli animali (la A è un corvo perché fa à-à; la D “Upupa, dicit” du-du; la L “Lupus, úlulat” lu-ulu…)

John Amos Comenius, Orbis Pictus, 1657 (rimando all’articolo di Gianfranco Staccioli, consultabile qui)

Il primo libro destinato ai bambini delle colonie inglesi, in seguito diffuso anche negli Stati Uniti, è il “The New England Primer”, stampato a Boston nel 1690 da Benjamin Harris e considerato il primo abbecedario moderno. Il Primer serviva sì a insegnare ai bambini a leggere, ma nello stesso tempo – grazie alla lettura – aveva l’obiettivo di infondere loro religione e precetti morali.



The New England Primer, Whiting, Backus & Whiting, 1805. (Potete sfogliarlo qui. Per chi fosse interessato, l’Università di Pittsburgh ha reso accessibile online oltre 140 libri scolastici del XIX secolo: li trovate qui)

Una buona parte delle risorse digitalizzate e di libera consultazione risale all’Ottocento, quando molti degli alfabetieri e dei sillabari iniziano a trasformarsi in tavole a colori e spesso trovano spazio nei libri per bambini.

Abécédaire des petit enfants dédié aux mères de famille, Julien frères éditeurs, Ginevra 1870 ca. (consultabile qui)

Les animaux domestiques: alphabet du premier âge, 1874

L’apprendimento scolastico dell’alfabeto era spesso collettivo: il maestro indicava le lettere con la bacchetta perché gli alunni potessero ripetere ad alta voce e, per limitare gli errori di pronuncia, tenendo la bocca aperta.

Più o meno così:

A. Mazzoni e B. Vettori, Sillabario e piccole letture, Edizioni R. Sandro, Milano 1926

Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, Marzocco, Firenze 1940. Le illustrazioni sono di Attilio Mussino.

Va da sé che anche gli abbecedari, come i libri, riflettono il clima politico e sociale nel quale circolano facendosi spesso strumento di propaganda per instillare l’ossequio nei confronti dei valori dominanti.

Ecco un esempio di quel che intendo:

“H come Hurricane: non ha mai fallito”, la pagina fa parte di un alfabetiere inglese del 1940, quando la RAF (Royal Air Force) britannica utilizzava gli “Hurricane”, primi caccia moderni, poi impiegati nella seconda guerra mondiale.

Un altro esempio è l’Abécédeire du Maréchal Petain del 1943, dove ogni lettera diventa il pretesto per trasmettere valori e tessere le lodi del Maresciallo di Francia:

Abécédaire [du Marechal Petain], Bureau de documentario du Chef de L’Etat, 1943. (Lo potete vedere qui)
Tavola tratta dal libro D’Archino, Stabarin, Nel tuo cuore vorrei…: prime letture, classe prima, Paravia, Torino 1946. Le illustrazioni sono di Margherita Gennero.

L’alfabeto, si è visto, si presta a essere veicolato sotto diverse forme: può riguardare in modo specifico la botanica, gli animali, i mestieri, i giochi, l’ambiente in cui si vive, sia esso città o campagna e può essere imparato con l’aiuto di storie, poesie e filastrocche, come nel caso di Belle Lettere di Antonio Rubino:

che terminano con un monito:

Vorrei aggiungere una breve nota etimologica, che non è molto, ma è già qualcosa per tornare alla complessità e al fascino dell’argomento.
Nel greco antico il termine stoikéion sta a indicare sia la lettera dell’alfabeto, sia i princìpi (ta ton panton stoikéia: “i princìpi elementari di tutte le cose” Platone), sia l’elemento celeste, le stelle, i pianeti. Non è certo un caso.

La conclusione la lascio a Carlo Sini:

“L’alfabeto non riproduce, piuttosto ‘spiega’ la parola orale, e così ne produce l’effetto. Esattamente come gli atomi: la loro rotondità ‘spiega’ la sensazione del dolce; la loro sagoma appuntita ‘spiega’ la sensazione dell’aspro”.

Libri citati:

Walter J. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna 2004;
Carlo Sini, Filosofia e scrittura
, Laterza, Roma-Bari 1994;
Johanna Drucker, Il labirinto alfabetico. Le lettere nella storia del pensiero, Edizioni Sylvestre Bonnard, Milano 2000;
Adrian Frutiger, Segni e simboli. Disegno, progetto e significato, Stampa Alternativa & Graffiti, Roma 1998;
Roy Harris, L’origine della scrittura, Stampa Alternativa & Graffiti, Roma 1998;
Roy Harris, La tirannia dell’alfabeto, Stampa Alternativa & Graffiti, Roma 2003.


Il tempo a passo lento (messaggio)

Carissimi,

fino a lunedì niente post cicciottelli. Lunedì ve ne aspetta uno bellissimo post sulla storia degli alfabeti. Resistete.
Sono stata molto impegnata a riflettere su alcune questioni relative al tempo e al movimento dentro l’album illustrato. Riflessioni che porterò con me oggi in aereo. Direzione Milano, dove mi aspettano ben 82 alunni divisi in 4 corsi “Capire come funziona l’album illustrato“.

SEGUITE IL BLOG SULLA PAGINA FACEBOOK delle FigureDeiLibri! La aggiornerò con le foto scattate ai corsi!

Anna Castagnoli, il tempo e il movimento dentro l’album illustrato, maquette per il corso Capire come funziona l’album illustrato

Spiegare il genio di Maurice Sendak ai bambini

Da circa un anno collaboro con DafDaf, l’inserto per bambini di Pagine Ebraiche. Per l’edizione speciale di aprile, Ada Treves, giornalista e curatrice del giornalino, mi ha chiesto se potevo provare a spiegare le mie ricerche su Nel Paese dei Mostri Selvaggi di Maurice Sendak ai bambini (sulle mie ricerche, leggere l’articolo pubblicato sul Sole24ore qui).
Ci ho provato, ed ecco il risultato. Spero che vi possa servire se farete un laboratorio per bambini su questo inesauribile libro, ma anche solo per conoscere, anche voi, la storia di un libro che ha marcato la storia dell’illustrazione.

Potete scaricare il numero di maggio di DafDaf in formato PDF qui.


Maurice Sendak da bambino insieme alla sua famiglia

 

Where the wild things are
“Dove sono le cose selvagge”
Il libro più misterioso del mondo spiegato ai bambini

Vi è mai capitato di essere così arrabbiati da avere voglia di scappare da tutto e da tutti?
Conosco un libro che si intitola ‘Nel paese dei mostri selvaggi’ dove il protagonista della storia, Max, lo fa veramente: prende una barca e se ne va; anche se è un bambino.
Oggi vorrei raccontarvi la storia di Max e di come il suo autore, Maurice Sendak l’ha ideata e scritta.
Se andate in biblioteca, sicuramente potete trovare questo libro e verificare le cose che vi sto per raccontare: credo che l’abbiano quasi tutte le biblioteche del mondo; è un libro così famoso che persino il presidente degli Stati Uniti lo ha letto pubblicamente davanti alle telecamere.

Barak Obama legge Nel paese dei mostri selvaggi in diretta nazionale

Ecco la storia. Max compare nella prima pagina del libro vestito da lupo. Non sappiamo perché, ma è molto arrabbiato. La mamma gli urla «Cosa selvaggia!», lui le risponde «Ti mangio!» e viene messo in camera in castigo, senza cena.
Quella notte, nella sua camera, cresce una foresta. Max si avventura nella foresta, trova una barca e attraversa un oceano, fino a raggiungere un’isola dove abitano terribili mostri dagli occhi gialli. Lui li domina con un solo sguardo, senza averne paura, diventa il loro Re e balla con loro la ‘ridda selvaggia’.

Maurice Sendak, Nel paese dei mostri selvaggi, Babalibri

Poi, quando la sera scende sull’isola, gli viene nostalgia di casa e decide di tornare. Nella sua camera trova la cena ancora calda, che significa che la mamma lo ha già perdonato.
Iniziamo a osservare tutte le cose strane di questo libro. Sulla copertina, Max, non c’è. È mai successo che il protagonista di una storia non fosse in copertina? Perché Maurice, che ha scritto e illustrato il libro nel 1963, non lo ha disegnato? Primo mistero.
Secondo mistero: come fa Max a far crescere una foresta dentro la sua camera? Va bene, voi mi direte, ma non è reale: è un libro! Nei libri possono succedere cose magiche che nella realtà non succedono.
Allora io vi chiedo: vi è mai capitato, di notte, di sognare una foresta? O di sognare di volare? O di sognare cose impossibili? Sì? Erano reali o no?
E voi, siete reali o non siete reali? Siete reali, giusto? Ecco, se dentro di voi che siete reali accadono cose impossibili e magiche, allora io dico che anche quello che succede dentro un libro è, in un certo senso, reale. Almeno quanto lo sono le cose che immaginate o sognate. La foresta di Max è cresciuta davvero in una stanza.
Terzo mistero: come fa Max, con un solo sguardo, a addomesticare dei mostri terribili e selvaggi? E convincerli persino che lui è il loro Re?
Adesso ho una brutta notizia da darvi: non possiamo telefonare a Maurice Sendak e chiedergli di svelarci tutti questi misteri perché, purtroppo, essendo egli molto anziano, tre anni fa, è morto.
Lui ha nascosto la chiave di questi misteri dentro il libro, e noi dobbiamo trovarla.
Abbiamo però qualche altro indizio che ci può aiutare. Per l’esattezza:
- Alcuni quadri della storia dell’arte a cui Maurice si è ispirato.
Qui a fianco ne vedete alcuni italiani. L’Italia e la storia dell’arte italiana piacevano tantissimo a Maurice Sendak, che era un uomo molto colto.

Piero della Francesca e Maurice Sendak

Uno di questi quadri si intitola “Il sogno di Costantino” e lo ha dipinto Piero della Francesca. Nel quadro, tutti dormono, proprio come i mostri dopo aver ballato. Anche la luce rosata del tramonto ricorda quel passaggio tra il giorno e la notte che confonde un po’ realtà e fantasia. Sappiamo tutti, ad esempio, che i mostri esistono solo quando c’è buio. Quindi la sera, quando c’è quasi buio, secondo voi, i mostri esistono o non esistono?

- Altro indizio: abbiamo una discreta conoscenza in fatto di mostri. Sappiamo, ad esempio, che i mostri hanno popolato da sempre le regioni più sperdute della terra, oltre, naturalmente, alle stanze di alcuni bambini quando viene la notte. Maurice, per i suoi mostri, si è ispirato un po’ ai mostri che hanno abitato nell’antica Grecia e in Italia, tanto tempo fa. Come ad esempio il Grifone, la Chimera e il Minotauro.

il Minotauro e il Grifone nella Divina Commedia illustrata da William Blake, a destra,
e le creature di Sendak, a sinistra

- Abbiamo alcune lettere e alcune interviste in cui Maurice ha raccontato qualche aneddoto sulla nascita del suo libro.

Iniziamo da quest’ultimo indizio. Sendak ha raccontato che per disegnare i mostri si è ispirato, non solo ai mostri che vi ho citato poco sopra, ma anche, pensate!, ad alcuni suoi zii (si devono essere ben offesi).
Quando lui era piccolo, la domenica, degli zii che gli erano antipatici, venivano a trovare la sua famiglia.
La famiglia di Sendak era una famiglia di ebrei emigrati negli Stati Uniti dalla Polonia. Alcuni parenti di Maurice erano morti nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale.
Tutta la famiglia viveva a Brooklyn, un quartiere povero di New York, in condizioni economiche e di umore non proprio rosee.
Avevano nostalgia dei loro morti ed erano un po’ spaventati: vivere in America in quei tempi era molto difficile per qualcuno arrivato da così lontano, e per di più quasi senza soldi.
La mamma di Maurice voleva bene a Maurice, era il suo terzo figlio, ma a volte gli diceva che era meglio se non fosse nato, perché era una bocca da sfamare in più. Tempi duri.
La domenica, come dicevo, tutti gli zii e cugini della famiglia si riunivano a casa di Maurice per pranzare. Lui era terrorizzato da questi parenti che avevano sempre fame. Era un bambino piccolo e vedendo la mamma coprire con delle tovaglie di plastica tavole e tavolini, immaginava che questi zii, prima o dopo, avrebbero mangiato anche lui.
Molti anni dopo, in uno spettacolo teatrale tratto dal libro di cui stiamo parlando, Sendak diede ai mostri, interpretati da alcuni attori, i nomi di questi zii famelici.

Forse risolviamo il mistero numero tre: come fa Max a addomesticare i mostri con un solo sguardo.
Io credo, – ma è la mia personale interpretazione, voi potete darne un’altra, –  che Sendak si sia immedesimato nel piccolo Max. Cioè, che Max sia proprio Maurice da bambino!
È come se voi aveste tanta paura di qualcosa, e decideste di scrivere un libro dove siete pieni di coraggio e affrontate quella cosa.
Chi è quello sciocco che potendo inventare la storia più bella del mondo, non ne inventa una dove lui ha poteri magici ed è persino Re?
Quando inventate nella vostra testa delle storie, chi siete? Ecco, Maurice Sendak, come tutti gli artisti veri, si è lasciato trasportare dalla sua fantasia e l’ha messa sulla carta.
Che un bambino sia così maleducato da dire a sua madre “ti mangio!”, fantasioso da far crescere una foresta nella sua stanza, e presuntuoso da auto-proclamarsi Re di un’isola, non piacque ai genitori e ai bibliotecari che dovevano comprare il libro.
Nel 1963, quando il libro uscì, molte biblioteche lo censurarono. I critici scrissero sui giornali che era un libro orribile, persino pericoloso per i bambini. Ci fu un importante psicanalista, Bruno Bettelheim, che scrisse che le mamme non dovevano comprare quel libro (poi si scoprì che non lo aveva neppure letto in prima persona!).
Per fortuna, in quell’epoca, molti bambini andavano da soli nelle biblioteche per starsene in santa pace a leggere: furono proprio loro, i bambini, che decretarono il successo del libro. Lo chiedevano e chiedevano di continuo. Lo adoravano. Finalmente un libro scritto per esaltare la fantasia e il coraggio! Finalmente un libro scritto come lo avrebbe scritto un bambino! Mettendoci dentro tutta la fantasia più libera e scatenata.
“Nel paese dei mostri selvaggi” è considerato, infatti, un libro rivoluzionario.
Non insegna nessuna morale, non dice cosa è bene e cosa e male; racconta semplicemente la storia di un bambino arrabbiato e molto coraggioso che decide di scappare, di esplorare la sua paura, di tornare a casa e di essere perdonato con una bella cenetta profumata.

 

Le tre pagine centrali, dove Max balla per tutta la notte la “ridda selvaggia” insieme ai mostri, sono le prima tre pagine illustrate della storia dell’illustrazione senza nessun testo a fianco.
Anche in questo Maurice è stato originale. Se osservate il libro, le illustrazioni, proprio come la foresta, crescono sempre di più: pagina dopo pagina crescono fino a occupare tutta la doppia pagina della danza centrale.
L’immagine illustrata, nei libri per bambini, è considerata la parte “per bambini”, mentre il testo scritto, è considerato la parte “per gli adulti”. Sendak rivoluziona anche questo. Decide che l’immagine è importante tanto quanto il testo, se non di più. Non tutto si può spiegare con le parole. La forza dell’immagine è ‘evocativa’, proprio come l’ululato di un mostro, o il riflesso della luna.  La dove le parole non possono più spiegare, l’immagine interviene con la sua lingua misteriosa.

Veniamo al mistero numero due: la foresta che cresce nella stanza di Max. Cosa significa? Perché cresce proprio lì dentro?
Sendak, per disegnare questa foresta, si è ispirato a un libro illustrato da uno dei suoi artisti preferiti: La Divina Commedia di William Blake. L’ho scoperto per caso un giorno che studiavo la storia di Max in biblioteca. Non ne sono certissima, ma guardate anche voi che somiglianza hanno le foglie, i piedi dei mostri, la composizione di alcune tavole e i colori. Non è lampante?


Voi sapete di cosa parla la Divina Commedia di Dante Alighieri? Parla proprio di un signore che si è perso in una foresta, ed è stato così coraggioso da andare avanti a esplorare tutto quello che c’è di più spaventoso oltre la foresta: l’inferno e la morte.
Forse, Sendak ha fatto crescere la stessa spaventosa foresta nella stanza di un bambino per dirci che i bambini sono i più coraggiosi di tutti.
Quando avrete il libro tra le mani, osservate la finestra nella prima tavola e nell’ultima tavola. La luna è la stessa, fa solo un po’ più buio. Significa che tutto il viaggio di Max, durato anni, è durato in realtà solo poche ore! Esattamente come se fosse stato un sogno di Max.
Qualcuno ha detto che il viaggio di Max è un viaggio dentro l’inconscio.
Io non so bene cose sia l’inconscio, ma secondo me voleva dire che i mostri non abitano solo sulle isole, o sotto i letti, o solo di notte: abitano dentro di noi.
Quando siamo molto arrabbiati e ci escono parole brutte, quando abbiamo paura di qualcosa ma non sappiamo bene di cosa, quando viene la sera e ci sentiamo tristi… quando pensiamo alla morte, o abbiamo nostalgia di qualcuno o di un luogo…
Tutti questi pensieri, questi sentimenti, sono un po’ come dei mostri. Il solo modo per addomesticarli è decidere che siamo noi i Re dentro noi stessi; e che dobbiamo avere il coraggio di esplorare tutto il nostro regno. Io penso che Maurice volesse dirci proprio questo, facendo fare a Max il suo viaggio, e facendolo partire proprio dalla sua cameretta.

Il mistero numero uno l’ho lasciato per ultimo perché è il più difficile. Nessuno ha ancora trovato una spiegazione convincente. Perché Max non è in copertina?
Forse Maurice voleva dirci che il protagonista del libro è assente perché siamo noi lettori, noi che guardiamo il libro, che dobbiamo prendere quella barchetta per essere coraggiosi come Max?
O forse Max è addormentato, come il mostro in primo piano, dentro la barca, e noi non lo vediamo? Non lo sapremo mai. Se girate la copertina, trovate il fiume e la luna. Sono tranquilli, come se loro sapessero dove si trova Max.
Come è fitto di misteri questo libro!
Un’ultima cosa: il libro, in inglese, si intitola Where the wild things are (Nel paese delle “cose selvagge”). “Cose” è una parola più generica di “mostri”. Infatti, sono tante le cose che fanno paura ai bambini e ai grandi, non ci sono certo solo i mostri!
Maurice aveva lavorato alla creazione di questo libro dieci anni (pensate!). In una prima versione, lo aveva intitolato Nel paese dei cavalli selvaggi. Ma lui non riusciva a disegnare bene i cavalli, e così la sua editrice, Ursula Nordstrom, gli disse: «Disegna delle ‘cose selvagge’, che sei sicuramente più capace».
Così lui disegnò i mostri che ora anche voi conoscete. Un po’ spaventosi, un po’ buffi.


In yddish, la lingua parlata dalla mamma di Maurice, a un bambino che si comporta male, si può dire: “Vilde khaye!”, che vuol dire proprio: “cosa selvaggia!”.
Forse è Max la vera “cosa selvaggia” del libro. Forse per questo è vestito da lupo?
Non lo sapremo mai. La sola cosa che sappiamo, di sicuro, è che questo libro è inesauribile. Dopo cinquant’anni che è stato creato è ancora uno dei libri per bambini più venduti e studiati al mondo. Sono certa che anche voi farete delle nuove e interessanti scoperte.

Anna Castagnoli
Articolo pubblicato sul numero 56 di DafDaf, in Pagine Ebraiche.
Qui la pagina web di DafDaf e qui la sua pagina Facebook.

Ps: Ad aprile c’è stato un disguido di impaginazione, così l’articolo è stato di nuovo pubblicato sul numero di maggio (grazie Ada).


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