La giornata di Roger del 1925 + una breve riflessione


La journée de Roger, di M. Vanasek, è apparso in Francia in un’edizione di stoffa nel 1925. Il fatto che fosse di stoffa ci indica il target a cui era destinato. I libri di stoffa, infatti, possono essere maneggiati e succhiati, senza che si rovinino, da bambini molto piccoli.
Di questo libro, padre esemplare di tutti gli album del genere ‘Io-bravo-bambino-la-faccio-nel-vasino‘, abbiamo parlato nello scorso post. Come possiamo vedere, il bambino protagonista solo del libro è un sottotesto morale che incoraggia il bambino-lettore ad una proiezione totale con il protagonista: lo incita a ‘fare come lui’, anche quando nessuno lo vede.

Ci sarebbe molto da dire su questo genere di libri pedagogici. Oggi, da adulta, non mi piacciono per il loro sapore così noioso. Ma ricordo che da bambina possedevo Il manuale delle buone maniere di Candy Candy e lo adoravo. Mi piaceva fare come lei per essere più elegante ed educata, imitarla quando portava i libri in testa per imparare a stare dritta, o a non agitare le braccia camminando, al pari della sgraziata Iriza Legan. Non dobbiamo dimenticare che i bambini, per la loro necessità di imparare tutto, sono dei gran conformisti.
Questa sarebbe una buona ragione per riflettere, come autori e come illustratori, a cosa/come scriviamo o disegniamo per loro. Ma questa riflessione è un’operazione delicata e dovrebbe, nei limiti del possibile, non venir fuorviata da una caterva di stereotipi che abbiamo sui bambini (sempre molto aleatori per la loro contingenza storica e geografica).

 


Il delicato ‘travaso’ della cultura umana nelle menti dei bambini, generazione dopo generazione, è un processo profondamente iscritto nell’urgenza dei processi creativi, così come credo sia istintiva (biologica) la conoscenza delle modalità per farlo.
Per come la vedo io, gli illustratori e gli autori per l’infanzia che lavorano seguendo un bisogno creativo profondo rendono un servizio migliore ai bambini di quelli che pensano di dovere, a tutti i costi, trasmettere loro qualche messaggio ‘importante’.
Meglio lavorare per un target di extraterrestri simili a noi, che abitano un pianeta simile al nostro, ma dei quali non conosciamo né la lingua, né la cultura. È un esercizio che do sempre da fare ai miei allievi. Ma di questo vi racconterò la prossima settimana.

Fine della riflessione del giovedì.
Buon week-end a tutti,
Anna

 

(Avevo parlato della Giornata di Roger anche nel post sullo scandalo francese del libro ‘Tutti nudi!’).

 


‘L’isola dei cani’ di Aurore Callias. Un capolavoro rivoluzionario

L’île aux chiens, Aurore Callias, Albin Michel Jeunesse 2014 (edizione spagnola di Zorro Rojo)
L’île aux chiens, Aurore Callias, Albin Michel Jeunesse 2014

L’île aux chiens (L’isola dei cani  – non ancora tradotto in italiano) è senza dubbio uno dei più simpatici e abbaglianti album illustrati che abbia visto negli ultimi anni.

Ecco la storia. Ida (una bambina? Una piccola Napoleone? Una Robinson? Una Mowgli?) vive su un’isola coperta di ulivi insieme a una truppa di 33 cani. «Mai e poi mai si separavano».

L’île aux chiens, Aurore Callias, Albin Michel Jeunesse 2014, dettaglio (edizione spagnola di Zorro Rojo)

 

Un giorno, sentendosi un po’ soffocare con tutti quei cani intorno, Ida decide di dare loro un nome:
GUFO!,GATTO!, GIRAFFA!, FOCA!, VOLPE!, RANA!, LEONE!, POLIPO!, DELFINO!, MARMOTTA!…


L’île aux chiens, Aurore Callias, Albin Michel Jeunesse 2014, dettaglio (edizione spagnola di Zorro Rojo)

Quando vengono battezzati, i cani (razze molto precise di cani), si trasformano nell’animale scelto per loro. Trentadue metamorfosi. Graficamente, la magia del passaggio da cane ad animale non domestico è sensazionale.
Per cinquanta e più pagine (tantissime) si resta a bocca aperta, senza stancarsi mai del continuo roboante potere metamorfico di Ida. Infiniti i dettagli, le espressioni della bambina, le idee grafico-narrative.

L’île aux chiens, Aurore Callias, Albin Michel Jeunesse 2014

 

L’île aux chiens, Aurore Callias, Albin Michel Jeunesse 2014

L’île aux chiens
, Aurore Callias, Albin Michel Jeunesse 2014

Finiti quasi tutti i cani, ne resta uno solo, il quale domanda a Ida:
E IO? Ida risponde: CANE!
Ida e il suo cane… «adesso vivevano su un’isola coperta di ulivi e animali selvaggi».

Ma le sorprese non sono finite. Nell’ultima pagina, da sinistra, entra in scena un veliero con un bambino sull’albero maestro e alcuni adulti a bordo. Il libro si chiude sulla voce di Ida che dice loro: «BUONGIORNO?».

Lo so che è difficile senza averlo letto, ma vi chiedo di fermarvi un attimo a riflettere sul senso di questo libro.
Perché una bambina dovrebbe trasformare dei cani in animali selvaggi? Una domanda affascinante che mi ha tenuto la mente occupata per giorni.

L’île aux chiens, Aurore Callias, Albin Michel Jeunesse 2014

L’île aux chiens
, Aurore Callias, Albin Michel Jeunesse 2014 (dettaglio)

Mi sembra un libro ‘storicamente fondamentale’. Sotto la grazia di un primo livello simpatico e originale, è presente tutta una serie di tòpoi che rendono potentissimo il messaggio del libro.

IL BAMBINO SOLO IN SCENA
Il bambino protagonista ‘solo’ in un libro, senza adulti intorno dall’inizio alla fine, è un tòpos molto preciso della letteratura per ragazzi.
Il bambino solo in scena compare negli ultimi decenni dell”800 quando i nuovi dettami dell’educazione borghese e dell’igiene volevano bambini capaci di difendersi da soli dai pericoli fisici e morali.
I libri illustrati si erano rivelati strumenti di persuasione molto efficaci, vista l’enorme sensibilità che dimostravano i bambini verso le immagini. Il bambino lettore poteva identificarsi pienamente con il bambino protagonista del libro, e imparare, così, a ‘fare come lui’.
L’assenza di adulti era un sottotesto che diceva al bambino lettore: “Devi imparare a vedertela da solo con la tua coscienza. Soprattutto quando sei solo”.

La journé de Roger, Gérardin editions, Parigi 1925

In quelle storie edificanti, le avventure che il protagonista viveva, gli animali che incontrava, gli spazi che abitava, diventavano pretesti per affrontare un qualche dilemma morale o igienico. Se il protagonista non capiva, non ubbidiva, non imparava a fare la cosa giusta, faceva una brutta fine (cadeva dall’albero, cadeva nel pozzo, si ammalava, etc).
(Leggete a questo proposito il bellissimo libro Nascita dell’immagine di infanzia nel mondo borghese).

Manuale per la prevenzione degli incidenti domestici, Berna 1920, citato in Nascita dell’immagine di infanzia nel mondo borghese, Dieter Richter

Non è un caso se nei primi decenni del ’900, quando la relazione tra adulti e bambini incomincia a cambiare, per scalzare la morale ottocentesca e farne trionfare una dove il bambino rivendica finalmente la sua libertà, viene usato in alcuni libri lo stesso ‘set cinematografico’. Si pensi a Pippi Calzelunghe (1945) o a Max di Nel paese di mostri selvaggi (1963). Bambini senza adulti che, però, hanno qualcosa di nuovo da dire su come ci si comporta.

Struwwelpeter (Pierino Porcospino), Heinrich Hoffmann 1845

Pierino Porcospino di Hoffmann, del 1845, dove il bambino ribelle viene esageratamente punito, o il divertentissimo Fortunatamente di Remy Charlip, del 1964, dove un bambino scampa per caso a una serie tipicamente ottocentesca di disavventure, sono i due antipodi parodistici di questo genere di libri.


Remy Charlip, Fortunatamente (1964), Orecchio Acerbo 2012

L’isola dei cani, invece, non è parodistico: il libro si colloca senza ironia e senza ambage nel pieno centro di una tradizione letteraria ottocentesca.
Per farci capire l’importanza storica del suo annuncio morale Ida è salita sul set ottocentesco del bambino ‘solo’ in scena.

IL BAMBINO SELVAGGIO
Il bambino selvaggio è sempre stato usato come simbolo di un ponte tra la puzzolente, ispida selvatichezza propria dei bambini, dei popoli da colonizzare e del popolo tout court, e la pulita, liscia educazione degli adulti, dei popoli civilizzati e della borghesia europea dell’800.


L’enfant sauvage
, film, Truffaut, 1970

Nel paese dei mostri selvaggi, Maurice Sendak 1963

I bambini selvaggi – i vari bambini-lupo, bambini-orso, etc – che affollano cronache, fiere e libri ottecenteschi, sono testimoni di due mondi: da una parte, quello primitivo, animale, rozzo ma pieno di spontaneità e sincerità; dall’altra, quello civilizzato, della città, dei buoni costumi, educato, pieno di agi, ma anche a rischio di corruzione morale.
Perché proprio i bambini erano stati scelti come simbolo del passaggio tra questi due mondi? È facile rispondere.
Chi altri, più dei bambini, tiene ancora tra le mani il filo che collega gli uomini al loro stato naturale?


 The Life and Adventures of Alexander Selkirk, 1835

Il bambino appena nato è, per poche ore, un esserino che potrebbe essere nato nel medioevo, nel 2014, in una grotta a Betlemme o in una grotta del Mesolitico: è, ogni volta, testimone di un grado zero dello sviluppo culturale e sociale. In quanto testimone di questo grado zero, rappresenta una minaccia per la società e i suoi costumi. Una messa in discussione. Va ‘educato’ in fretta. (Non c’è critica in questo assunto, non potrebbe essere altrimenti).
Più forte è lo scarto tra artificiosità dei costumi e stato naturale (si pensi al manierismo comportamentale della società settecentesca e poi ottocentesca), più la conversione deve essere veloce, efficace e nerboruta.
Il bambino selvaggio diventa il simbolo di un passaggio e di una conversione.
Il passaggio che egli compie da uno stato all’altro (naturale e civilizzato) sarà esemplare per tutta la società che osserva la sua metamorfosi.

L’isola dei cani sembra proprio raccontarci la storia di un bambino selvaggio. Ci sono tutti gli elementi: Ida vive sull’isola mezza nuda, è sola, e un veliero arriva alla fine per soccorrerla e traghettarla verso il mondo civilizzato. Eppure no, è un’altra storia.


The Life and Adventures of Alexander Selkirk
, 1835

Se guardate bene, di selvaggio, di primitivo, di sporco, non c’è nulla né sull’isola, né nell’abbigliamento di Ida, né tra i peli ben pettinati dei cani.
L’isola è piena di ulivi (pianta che associamo volentieri alla coltivazione); Ida è allegra e non sembra aver patito fame o paura; anche se mezza nuda, ha un cappello simile a quello che portava Napoleone a Waterloo. Lo stemma rosso del cappello rimanda a quello sul bicorno dei rivoluzionari francesi, quelli che tagliavano la testa a monarchi e aristocratici.
Quanto ai 33 cani, appartengono a razze ben precise, con tanto di pedigree e coiffures in ordine.

Cappello napoleonico.

Insomma, Ida è salita sul set del bambino-solo-selvaggio per chiarire bene al lettore quale è il contesto del suo annuncio al mondo. Un contesto morale, che chiama in causa la coscienza e il rapporto tra società e bambini.
Ma cosa fa su questo pulpito? Come un neo-Adamo, decide che è venuto il momento di dare nomi agli animali, di dividere le acque in due; di separare, di differenziare.
Dare un nome è il modo più antico che l’uomo conosce per addomesticare il mondo.
È anche il primo gesto di adozione della società verso il nuovo nato, per sottrarlo a quel grado zero, selvatico e inconoscibile, da cui proviene.
Ida decide di dare nomi… ma a chi? A una truppa di cani di razza. E che nomi dà loro? Nomi di animali non domestici.

Capovolge completamente il senso dell’uso dei nomi.

Mi sembra meraviglioso, potente, rivoluzionario, che Ida, una bambina, ribalti l’ordine di tutto con questa imperiosità necessaria e gioiosa. Quasi a dire che non se ne può più di un mondo dove tutto è addomesticato, appiattito dall’assenza di simboli e tensioni primigenie.

Adamo dà i nomi agli animali. Affresco di non so dove.

“L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l’uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui” (Genesi 2:20-21).

La rivoluzione di Ida è spirituale, prima ancora che morale. È una nuova genesi. Adamo dà i nomi alle specie animali per addomesticarle e differenziarle; ma dopo migliaia di anni, la conseguenza, sembra suggerirci L’isola dei cani, è che le abbiamo troppo addomesticate.
I cani di razza dell’Isola dei cani rappresentano il parossismo di questa operazione. Tutti sono amici e nessuno si separa più, in una sorta di fusione familiare e indifferenziata che, alla lunga, diventa asfissiante.
Ida, nominando le specie, le battezza di nuovo, respingendole verso il ‘selvaggio’.
L’altra rivoluzione è la forza onnipotente e quasi divina con cui Ida trasforma i cani in animali. Sembra l’eco del grido di Max E io ti sbrano!, 60 anni dopo Nel paese dei mostri selvaggi.
Oggi, non c’è più bisogno di castighi o premi per il coraggio di esercitare la propria fantasia. Basta un po’ di allegria e di creatività. Ida è il bambino nuovo che non ha neppure bisogno di viaggiare per incontrare le Creature Selvagge: le crea.


L’île aux chiens
, Aurore Callias, Albin Michel Jeunesse 2014

Un altro sottotesto, che appartiene questa volta al linguaggio dell’illustrazione, ci indica il senso di lettura dell’ultima tavola. In occidente, il verso di lettura del tempo e dell’azione va da sinistra verso destra. È un flusso che il lettore dà per scontato e al quale si affida leggendo.


Un veliero che fosse venuto per salvare Ida, sarebbe arrivato da sinistra; l’isola sarebbe stata a destra. È Ida, invece, che avanza verso il veliero. È lei che trova loro, lei che urla ‘Buongiorno!’ a questi personaggi un po’ ‘datati’. E dopo averla vista trasformare 32 cani in animali selvatici, restiamo con il fiato sospeso pensando: e ora cosa accadrà a tutti quegli umani?
Io, se fossi sul veliero, mi fiderei.

Finissimo, per finire di fare i complimenti a Aurore Callias, il fatto che Ida tenga un cane-cane con sé. È in quel momento che lei battezza al modo di Adamo, per addomesticare. Ora può. In quella pagina compare anche la scritta ‘cane’ (perro nell’edizione spagnola) disegnata.
Come raffinata è l’idea di nascondere in una bottiglia d’olio, nella prima risguardia, un messaggio che troveremo nell’ultima… Ma non vi voglio rovinare tutte le sorprese: questo libro è una vera caccia al tesoro per il lettore curioso.
Io ho dato la mia interpretazione, ora tocca a voi.


L’île aux chiens, Aurore Callias, Albin Michel Jeunesse 2014 (edizione spagnola di Zorro Rojo)

Se volete sapere tutto di Aurore Callias seguite il suo blog, o guardate il suo sito. È giovanissima, mostruosamente brava, e spero verrà presto pubblicata in Italia.

L’île aux chiens, Aurore Callias, Albin Michel Jeunesse 2014, dettaglio
L’ile aux chiens
Aurore Callias
Un’isola di cani di tutte le razze per Ida
13,77 Euro
Il bambino estraneo
Dieter Richter
La nascita dell’immagine dell’infanzia nel mondo borghese
32,30 Euro

Illustrare significa?

Carissimi lettori, grazie per l’entusiasmo e la partecipazione. Scelgo alcune definizioni per lanciare il secondo gioco:
ognuno è invitato a scegliere la definizione-immagine che preferisce e commentarla.
Inizio io! :)
(Nota: Appena mi si sblocca il server vi carico il pdf con tutte le definizioni che mi sono arrivate: erano tutte carine, ma ho scelto quelle che mi sembravano prestarsi meglio a una riflessione).

Pierre Mornet

Illustrare è preservare intatto il mistero delle parole.
Alessia Napolitano

—.—

Simone Rea

Illustrare è arrivare vicino per portare lontano.
Roberta Bridda

—.—

Isabelle Arsenault

Illustrare è vedere oltre il lupo.
Lisa Massei

—.—

Joanna Concejo

Illustrare è dire quello che non è stato detto
Marianna Longo

—.—

Wolf Erlbruch

Illustrare è un contatto tra me e te.
Rebecca Giusti

—.—

Nicolas Delort, tavola realizzata in scratchboard

Illustrare è la capacità di meravigliare e incuriosire con luce e composizione.
Andrea Alemanno

—.—

 

Anne Herbauts

Illustrare è dire l’indicibile.
Laura Campadelli

—.—

 

Keiko Shibata

Illustrare è raccontare qualcosa, in qualunque modo, perché sì.
Laura Campadelli – bis

—.—

Emanuele Luzzati

Illustrare è accennare a dei movimenti che sono movimenti del corpo ma anche dell’anima,
saper cogliere le attese, i fremiti e i rapporti (…).
Marco Serpieri

—.—

Illustrare è dare senso al vuoto.
Ilaria Falorsi

—.—

Blexbolex

llustrare è abitare le parole.
Luisa Valenti

—.—

Pablo Picasso

Illustrare è nel contempo sintesi e approfondimento.
Francesca Fontanarosa Foscolo

—.—

Tomi Ungerer

Illustrare è raccontare una storia nella storia.
Geena Forrest

—.—

Shaun Tan

Illustrare è svelare un mondo.
Teresa Manferrari

—.—

Isol

Illustrare è avere un’opinione.
Isol (citata da Miguel Tanco)


“Illustrare è…”. Un gioco di definizioni. Partecipate!

(Nota aggiuntiva: potete seguire il gioco e il dibattito anche sul mio profilo FB)

Pablo Picasso

Illustrare è…
saper creare con tre segni un personaggio che adotteremmo seduta stante.
A.C

CHE COSA SIGNIFICA ‘ILLUSTRARE’?

Carissimi, vi propongo un gioco divertente che mi è venuto in mente in questo preciso istante. Sono sicura che darà il via a interessanti dibattiti. Mi inviate via mail:
1) un’illustrazione
(se siete illustratori: non vostra, ma di altri grandi illustratori che stimate. Allegate nome illustratore)
2) una definizione sul senso dell’illustrazione. La definizione, di una sola frase, deve iniziare con ‘Illustrare è…’

ll premio è una succulenta, collettiva, infuocata discussione sul linguaggio dell’illustrazione. Cosa è, cosa lo definisce, caratterizza, differenzia da altri linguaggi.

Sceglierò una decina di definizione+immagine e le pubblicherò per aprire, poi, una discussione sul linguaggio dell’illustrazione.
Vi piace? Inviate la vostra definizione a lefiguredeilibri@gmail.com

Nota sulle immagini: Per chi sa farlo: le immagini tagliate a 470 pixel di larghezza e 72 dpi. Per chi non ha lo scanner, anche una foto va bene, ma che sia chiara.


‘Mano a mano’ N2. Beppe Giacobbe – Una riflessione sull’amore

La seconda puntata di Mano a Mano è firmata da Beppe Giacobbe, un grande illustratore, non solo per ragazzi.
Il suo stile è una sintesi perfetta tra geometria e sentimento. Precisione e libertà. Spesso, distratti dalla tecnica, ci dimentichiamo che fare un disegno significa riversare sulla pagina un’emozione; ma anche saperla controllare.
Abbiamo lasciato il tempo scorrere al ritmo del suo gesto metodico e concentrato. Ci vuole molta perseveranza perché l’inizio e la fine arrivino fino al fondo della loro impossibilità a congiungersi.


Beppe Giacobbe vive e lavora a Milano. È pubblicato in Italia da RCS, Corriere della Sera, Einaudi, Mondadori, Et al, Orecchio Acerbo. In Francia da Nathan, Edition du Rouegue, Bayard, La maison est en carton, Courrier International.
In USA da Simon & Shuster, Harper Collins, Los Angeles Book Review, Saveur, New York Times, United Airlines. In Gran Bretagna da Phaidon. In Korea da Book21 Publishing Group.

È uscito da pochi giorni il suo nuovo album per ragazzi: Petrouchka, edizioni Seuil Jeunesse.

Petrouchka, Claude Clément, Beppe Giacobbe, Seuil Jeunesse, Parigi 2014

Nobody’s nosier than a cat,  Susan Campbell Bartoletti, Beppe Giacobbe, Hyperion 2003
Libretto Postale animali in viaggio, Beppe Giacobbe, 2013
Beppe Giacobbe

Guarda anche: Mano a Mano N°1,Viola Niccolai, dell’ombra e della luce
Mano a Mano è un progetto di Anna Martinucci e Anna Castagnoli


Miss Hickory, la bambola di rami di melo. Stati Uniti 1946

Miss Hickory
Sherwin Bailey e Ruth Chrisman Gannett, Stati Uniti 1946

Miss Hickory è una bambola fatta con rami di melo; durante un lungo e freddo inverno viene abbandonata dalla famiglia (di umani) che abita la casa. È un po’ testarda e impara con fatica a lasciarsi aiutare dagli altri animali del bosco. Il libro ha vinto la Newbery Medal nel 1947.
Dell’illustratrice Ruth Chrisman Gannett (1896-1979) vi avevo già postato: Il drago di mio padre, del 1948, con testo della sua figliastra Ruth Stiles. Mi piace moltissimo.


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