L’arte dei bambini: interviste a B. Alemagna, B. Jacques, A. Marinoni

7 Aprile, 2010

Alcuni estratti di queste interviste sono comparsi nel mio articolo “Una riflessione sull’arte dei bambini” apparso sulla rivista Hamelin, n°25 “Aprire gli occhi. Pratiche dello sguardo”. Qui di seguito la versione completa delle interviste.
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Una riflessione sull’arte dei bambini

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Benoît Jacques, Le jardin du trait

“Molti bambini credono allora che non avendo una visione “conforme” (e gli adulti si impegnano molto a dimostrargli che è vero) non sanno disegnare e così abbandonano il disegno. Sono gli stessi bambini che una volta diventati adulti dicono: non so disegnare.
Questa nozione del “non saper disegnare” è per me una vera catastrofe. E’ altrettanto grave che se dicessimo a un bambino che sta imparando a parlare: tu sai paralre o tu non sai parlare.” B. Jacques

Quando disegni, o scrivi una storia, senti di recuperare la grande libertà di visione dell’infanzia?

Benoît Jacques: Sì. L’infanzia è per me un’immensa soffitta piena di tesori. Il mondo delle sensazioni legate alla mia infanzia è talmente potente da aver lasciato nel mio cervello una specie di segno indelebile. Il modo migliore per spiegare questo fatto è raccontando un episodio: mi ricordo esattamente l’impressione incredibilmente forte che mi ha lasciato la presa di coscienza, quando ero molto piccolo, della scoperta del blu del cielo. Ero sdraiato nell’erba e faceva bel tempo, guardavo affascinato le nuvole nel cielo e tutto quel blu… quel blu incredibile. Ricordo che nella mia testa di bambino avevo l’impressione di fare una scoperta straordinaria, come se la realtà del colore blu mi venisse rivelata. Mi dicevo: è pazzesco questo blu, è blu. Ero sconvolto da quel blu. Questo genere di presa di coscienza è portato dalla freschezza dell’infanzia. E’ per questo che l’infanzia è un momento così importante. Se l’infanzia trascorre in buone condizioni, cioè in condizioni di serenità, è naturale che cerchiamo poi con nostalgia di ritornare a quei momenti incantati.

Beatrice Alemagna: Si, senza alcun dubbio, nel disegnare, ripiombo nella mia visione infantile e per me, a volte, è un atto doloroso. Innanzitutto non è sempre immediato e può richiedere lunghi passaggi a vuoto. Poi, la difficoltà, non è solo di accedere allo sguardo che si aveva da piccoli, ma anche di riconoscersi intimamente come ancora bambini, ritrovare la propria debolezza, l’inconsistenza, la fragilità dell’essere piccoli, porsi davanti al foglio con la totale incoscienza di chi ancora deve imparare e capire tutto. Questa metamorfosi  può rivelarsi molto frustrante, soprattutto se infruttuosa… se invece porta segni sinceri e sorprendenti, può dare grandi soddisfazioni. Resta il fatto che secondo me lo “sguardo ritrovato” funziona solo se istintivo e dunque autentico.

Antonio Marinoni: Se penso ai miei disegni dell’infanzia mi ritornano in mente – più che la libertà di visione – il senso del piacere e il gusto del gioco che provavo mentre li facevo. Oggi, non è sempre così facile assaporare quelle sensazioni: lo è stato, però – e in modo molto appagante – quando ho ideato e disegnato Velluto, il mio primo picture book. In quel caso ho immaginato la storia a partire dalla volontà di recuperare uno dei soggetti – le vedute di interni – che prediligevo da bambino. E ho davvero sentito di recuperare, insieme al tema, quelle sensazioni che mi facevano compagnia quando disegnavo da piccolo.

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Beatrice Alemagna, Après Noël, Autrement 2001

“La difficoltà non è solo di accedere allo sguardo che si aveva da piccoli, ma anche di riconoscersi intimamente come ancora bambini, ritrovare la propria debolezza, l’inconsistenza, la fragilità dell’essere piccoli, porsi davanti al foglio con la totale incoscienza di chi ancora deve imparare e capire tutto.” B. Alemagna

Disegnavi molto quando eri bambino/a? Hai dei ricordi sul modo che avevi di percepire il mondo? Era differente da oggi?

Benoît Jacques: Disegnavo moltissimo, ma dicendo così non dico niente di speciale, dal momento che la maggior parte dei bambini disegna molto. C’è un momento importante nell’evoluzione del rapporto dei bambini con il disegno. E’ il momento quando, di solito in corrispondenza della scuola elementare, si fa entrare a forza nello spirito dei bambini l’idea di saper o “non saper fare le cose”. Questo concetto di “non saper disegnare” viene di lì. Molti bambini credono allora che non avendo una visione “conforme” (e gli adulti si impegnano molto a dimostrargli che è vero) non sanno disegnare e così abbandonano il disegno. Sono gli stessi bambini che una volta diventati adulti dicono: non so disegnare.
Questa nozione del “non saper disegnare” è per me una vera catastrofe.
E’ altrettanto grave che se dicessimo a un bambino che sta imparando a parlare: tu sai paralre o tu non sai parlare. La verità è che tutti i bambini, prima che gli si inculchi questo concetto del saper o non saper fare, provano un piacere immenso a disegnare, perché capiscono (e spesso nello stesso tempo in cui scoprono il linguaggio parlato) che il disegno è una modalità di espressione completa in se stessa. Un modo unico, molto particolare, di esprimere certe sensazioni o certe esperienze. Al di là dei criteri estetici la pratica del disegno dovrebbe essere mantenuta durante tutto l’arco di una vita, libera dalla paura di saper o non saper fare, così come la musica e la cucina.

Beatrice Alemagna: Disegnavo sempre e ovunque. Tutti i bambini disegnano tanto ma alcuni smettono di farlo, ad una certa età. Durante tutta la mia adolescenza, disegnare per me era ancora un atto degno di grandissimo interesse, capace di darmi forti emozioni… forse più che stare con gli amici o andare in bicicletta. A momenti, è probabilmente diventato una protezione: una gabbia dorata nella quale mi rinchiudevo per dimenticare la rabbie o le paure che provavo all’esterno.

Antonio Marinoni: Disegnavo moltissimo. Avevo la tendenza a costruire elenchi di immagini. Nel corso degli anni dell’infanzia cambiavano i temi ( le case, gli stili dei mobili, le chiese e i castelli, le città, i personaggi storici ecc. ) che richiamavano la mia attenzione, ma non variava di tanto l’approccio: molta osservazione della realtà e raccolta di documentazione. Ho iniziato prestissimo – e non ho più smesso – a ritagliare immagini dai giornali e dalle riviste, a riempire i libri dei grandi, specialmente i volumi delle enciclopedie, di segnalibri per ritrovare poi prontamente le fonti di ispirazione che di volta in volta scoprivo. Poi, le immagini raccolte venivano copiate e finivano in elenchi dove il vero si mischiava con il falso, spacciato come autentico; oppure ispiravano, per esempio, rappresentazioni di città possibili, situazioni probabili, prodotte dai sogni. Fantasticavo a partire da elementi verosimili ( case, monumenti, piazze ) che poi combinavo in composizioni complete di didascalie con dati forniti da una statistica immaginaria.

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Antonio Marinoni, Velluto, storia di un ladro, Topipittori 2008

“Mi sembra che i bambini disegnino, tra l’altro, per vivere momenti intensi a inseguire le loro fantasie. Mentre disegnano possono vivere emozioni collegate ai loro interessi più forti e diventano per un po’ ciò che vogliono: un bambino disegna in continuazione trattori e attrezzi agricoli e si sente contadino, un altro traccia dettagliatissimi schemi figurati di tattiche calcistiche e probabilmente si sente allenatore tecnico.” A. Marinoni

Perché, secondo te, i bambini disegnano? Un artista adulto disegna per le stesse ragioni?

Benoît Jacques: I bambini disegnano perché è un atto naturale. Gli esseri umani, appena sono in grado di tenere un oggetto nelle loro mani, scoprono il meraviglioso potere che questo comporta. Possono allora esprimere se stessi attraverso questi strumenti.
Ogni artista ha la sua ragione personale di disegnare. Alcuni ricercano una particolare estetica. Altri sono completamente incastrati nella nozione di “saper fare” e diventano guardiani di questa nozione.
Rispetto a me, disegnare è una forma di scrittura. Ed anche un modo di restare a contatto con l’essenziale. E’ una pratica in cui si mettono a contatto certe parti del mio corpo con certe parti del mio cervello. Inutile aggiungere che non credo affatto alla nozione di “saper” o “non saper” disegnare.

L’atto di disegnare non ha una giustificazione in sé. E’ uno dei modi che utilizzo per essere al mondo. Disegnare, lasciare una traccia con un pezzo di legno, nella sabbia, nell’acqua, su un foglio di carta o nell’aria è un atto semplice e magico nello stesso tempo, nel quale si esprime una parte di ciò che siamo.  Abbiamo tutti accesso a questo linguaggio. Non c’è un saper o non saper fare. Più si esercita il disegno, più esso si farà vicino  a quello che noi siamo.

Beatrice Alemagna: Secondo me si disegna sempre per mille motivi diversi, ma in fondo, quello che il disegno porta sempre, è un piacere indescrivibile e una forma di onnipotenza… Da piccola disegnavo per creare tutto quello che volevo, per fare andare le cose così come avrei voluto che fossero nella realtà (disegnavo personaggi di carta che poi utilizzavo come attori di un teatro immaginario) o per distrarmi, per viaggiare lontano. Oggi, in fondo, non disegno con uno spirito molto diverso: è ancora intera in me quella necessità di sogno e quella voglia di libertà che ritrovo non sempre, ma per fortuna ancora molto spesso.

Antonio Marinoni: Mi sembra che i bambini disegnino, tra l’altro, per vivere momenti intensi a inseguire le loro fantasie. Mentre disegnano possono vivere emozioni collegate ai loro interessi più forti e diventano per un po’ ciò che vogliono: un bambino disegna in continuazione trattori e attrezzi agricoli e si sente contadino, un altro traccia dettagliatissimi schemi figurati di tattiche calcistiche e probabilmente si sente allenatore tecnico.
Per un adulto – penso a me stesso – possono valere le stesse ragioni. A volte, in certi momenti di grazia, è piacevolissimo perdersi nei mondi che si stanno disegnando. Pensando alla mia esperienza, mi sembra di capire che questi stati di grazia si presentino più facilmente – ma non so se questa sensazione sia generalizzabile – nel corso di lavori che mantengono vivi i legami con lo spirito dell’infanzia.

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5 Risposte per “L’arte dei bambini: interviste a B. Alemagna, B. Jacques, A. Marinoni”

  1. 1 Anna Castagnoli
    7 Aprile, 2010 at 11:07

    Continuando la discussione nata qui:
    http://www.lefiguredeilibri.com/2010/03/28/una-riflessione-sullarte-dei-bambini/

    Io negli anni ho coltivato questa teoria (ispirata ai libri di Alice Miller): tutti quegli adulti a cui è stata negata l’infanzia (e questa negazione può essere anche molto sottile e subdola, e andar d’accordo, appartentemente, con quella che viene definita un’infanzia serena) possono sviluppare, una volta diventati adulti, una gelosia nei confronti della grande ricchezza e libertà dell’infanzia.

    Fanno un gioco del tipo: “è meglio che diventi grande in fretta, che ti conformi ai dettami dell’ordine sociale, che smetti di fare l’originale, visto che io non ho potuto, non puoi neppure tu”.
    Ovviamente tutto a livello inconscio, mascherato da quella che Alice Miller chiama la “pedagogia bianca” (è per il tuo bene), pedagogia che può essere pericolosa quanto quella nera (è per il tuo male).

  2. 2 Francesca Ferri
    7 Aprile, 2010 at 13:49

    In questi ultimi 2 mesi vedo i bambini ogni mattina per 1.30. Parliamo degli animali: chi li ha veri o di plastica, cosa fanno chi mangiano se puzzano etc. ci pensano un po’ e scelgono un animale da disegnare che verrà poi tagliato nella stoffa e incollato su una pagina di feltro che comporrà il libro.
    I bambini hanno tra i 3 e i 5, è un’età meravigliosa in cui lo sguardo sul mondo è un misto di reale e immaginazione, in cui la curiosità e la voglia di conoscere spingono il fare… un età piena di grazia creativa da scoprire. Il mio compito è quello di trovare il modo di stuzzicarla e aprire la via perchè esca da se’ e sorprenda per primo il bambino stesso. I bambini si sorprendono nel vedersi capaci in modo semplice di poter pensare , progettare e creare.

    Anche le maestre si sorprendono: passano dall’iniziale “ma a tre anni non sanno disegnare degli animali che assomiglino a qualcosa” al finale “ma che belli che sono venuti!” . Non sono venuti , li hanno fatti loro. E se io non li capisco me li faccio spiegare…
    e se mi dicono “io non lo so fare” (chissa mai perchè lo dicono?) gli rispondo “sono qui per aiutarti, perchè sono sicura che sai disegnare un animale”.
    Anche io mi sorprendo ogni giorno, perchè 1 ora al giorno con loro mi insegna più che stare una settimana al moma e al louvre, perchè ho visto delle specie di leoni che nessun libro mi aveva mai mostrato prima…

  3. 3 Anna Castagnoli
    7 Aprile, 2010 at 14:59

    Francsca che bellissima esperienza! Grazie per averla condivisa.

  4. 4 simoff
    15 Febbraio, 2012 at 23:21

    cara Anna…non mi stacco più dal tuo sito…è una miniera continua di stimoli, di emozioni… si impara tanto anche da tutte le belle persone che ti seguono e che partecipano..
    Cercherò di far conoscere a più educatrici e insegnanti possibile queste pafgine e queste figure….

  5. 5 Anna Castagnoli
    16 Febbraio, 2012 at 1:04

    Cara Simoff, curare questo blog mi piace sempre tanto. E’ stato bello vederlo crescere negli anni. Mi ricordo ancora quando aveva 50 lettori al giorno… ora sono più di mille.
    Non ci sarebbe il blog se non ci fossero persone appassionate come te a leggerlo. Quindi grazie a te! Un sorriso