Fiabla-bla, di Fausta Orecchio e Olivier Douzou: il gioco delle parole

Un libro che mi sono portata via volentieri dalla Fiera di Bologna è Fiabla-bla di Orecchio Acerbo.
E’ un libro gioco. All’inizio del libro troviamo: otto frasi, di altrettante fiabe classiche, (una breve introduzione al libro ci dice che le frasi sono scappate dalle fiabe perché le fiabe sono senza pietà), dodici forme e sette colori.
Questi sono gli elementi dati e il gioco del libro è quello di combinarli in tanti modi possibili, creando strofe e situazioni dal sapore surreale. Le forme possono essere utilizzate ingrandendole o rimpicciolendole, ma senza mai alterarle.

Esempio:
la frase ” Un uovo d’oro cresceva in una gallina” diventa “una gallina cresceva in un uovo d’oro”, per poi scombinarsi di nuovo e accoppiare le sue parole con altre possibili.

Ci dimentichiamo troppo spesso delle misteriose relazioni che intercorrono tra linguaggio e mondo. Nel post di qualche giorno fa vi parlavo di come pittori e artisti abbiano cercato una forma, nei secoli, per il concetto di “realtà”. Ma che rapporto ha la realtà con il linguaggio? Nasce prima l’uovo o la gallina? (per restare in tema di uova e galline).
Il grande filosofo Parmenide, scriveva che l’Essere è il Pensiero. Cioè, tradotto, che il mondo che conosciamo e il nostro modo di conoscerlo, sono una sola cosa. Il fatto che  nelle nostre giornate ci sia un soggetto, che quel soggetto compie una o più azioni, che quelle azioni abbiano conseguenze su degli oggetti o altri soggetti, a noi sembra il funzionamento più scontato del mondo; in realtà siamo prigionieri, nel pensare le cose a questo modo, di una struttura linguistica.

In giapponese il soggetto è spesso l’ultima parte di una frase. Le frasi iniziano dal contesto, per poi analizzare i dettagli, per poi arrivare all’azione, per poi alla fine dire chi l’ha compiuta. Chissà se questo ha avuto un’influenza sull’amore dei giapponesi per i dettagli e sulla poca valorizzazione dell’io come soggetto forte all’interno della loro società. Ma è nato prima l’uovo o la gallina? E’ il linguaggio che si è adattato al nostro modus pensandi o è avvenuto il contrario? Potremo mai scappare dal linguaggio come le parole di questo libro sono scappate dalle loro fiabe?

Olivier Douzou (un grosso nome dell’illustrazione francese, attualmente direttore artistico delle edizioni Le Rouergue) ha utilizzato con maestria le forme che gli erano state date all’inizio del gioco, creando ogni volta personaggi spassosissimi. Ecco che una coda di sirena diventa un fiocco di capelli, una corona una dentiera, o un ciglio, una bocca un paio di baffi…
I bei colori puri su fondo bianco contribuiscono al ritmo da musica di banda di paese che anima tutto il libro (con un po’ di Stockhausen).

Ma cosa succede se le parole si stufano dalle regole grammaticali e vanno per conto loro? Succede che si creano situazioni esilaranti, come quella qui sotto: dove un pescatore e un Re si ritrovano sposati. Oppure succede che si inverte l’ordine del mondo: una nonna diventa giovane. O succede che si creano frasi o figure che non hanno più senso per noi (ma forse per qualcuno di un altro pianeta, sì).

Perché il mondo resti in ordine anche le parole devono essere in ordine. Ma per divertirsi, bisogna sapere che l’ordine stabilito lo si può scompigliare un po’, bistrattare, rompere, e poi aggiustare. (Gianni Rodari in questo gioco era un grande maestro, Raymond Queneau, ancora più grande).


Il gioco proposto dal ibro non è nuovo, ma è declinato bene e il libro funziona (mi sono solo un po’ persa nelle ultime pagine, dove le combinazioni sono quasi astratte). Potete provare anche voi nei vostri disegni o con i vostri bambini, usando le forme proposte o inventandone di nuove. All’interno del libro si trova la “tavola pitagorica” del gioco, potete anche ritagliarla per giocare con più facilità a comporre le vostre frasi e le vostre figure.

Fiabla-bla
Fausta Orecchio e Olivier Douzou
Un libro-gioco sulla libertà delle parole
12,75 Euro

Video intervista a B. Alemagna e J. Zabala mentre disegnano

Visto che ho trasferito il video su You Tube pubblico di nuovo il post per chi non lo avesse visto. Se volete potete condividerlo su facebook direttamente da You Tube.

16 gennaio 2011
L’estate di due anni fa, Javier Zabala aveva invitato un gruppo di illustratori nella sua casa di campagna, per una sorta di simposio intorno all’arte di illustrare che si era poi trasformato in un simposio intorno all’arte di fare la paella sul fuoco, tuffi in piscina, sieste e chiacchiere al sole… Nelle pause di questo meraviglioso farniente abbiamo, ogni tanto, disegnato. Io non ho perso l’occasione di riprendere al lavoro due grandi illustratori come Beatrice Alemagna e Javier Zabala, domandando loro cosa provavano mentre disegnavano. Ecco l’emozionanatissimo video!

Beatrice Alemagna e Javier Zabala

Intervista ad Alessandro Gottardo, in arte Shout

PRIMA DI TANTE VOLTE
PRIMA DI TANTI VOLTI
PRIMA CHE FACCIA TARDI
PRIMA CHE TU MI ASCOLTI
PRIMA DEI PRMI SARDI
E DEI BABILONESI…
PRIMA! SI’, PRIMA-PRIMA.
DI ANNI, GIORNI E MESI…
DI SEMINE E RACCOLTE…
PRIMA DI TUTTO! INTANTO
- QUESTO LO CREDO IO -
PRIMA C’ERA SOLTANTO…
C’ERA IL CUORE DI DIO.
(Alessandra Berardi, C’era una voce)

INTERVISTA AD ALESSANDRO GOTTARDO su C’ERA UNA VOCE di ALESSANDRA BERARDI
di Anna Castagnoli

Alessandro Gottardo (o Shout?), sei uno dei più quotati e famosi illustratori italiani per la stampa, lavori per le più grosse testate giornalistiche americane, e sei giovanissimo. Ci racconti in poche righe come sei arrivato a questo mestiere e perché hai scelto l’illustrazione e non un’altra forma di espressione artistica?

Alessandro va più che bene. Ti ringrazio del giovanissimo ma a giorni compio 35 anni, dici lo sono ancora?
Dunque, mi sono diplomato allo IED a 23 anni, nel 2000. Dal 2000 al 2001 mi sono creato un portfolio di immagini realizzate in digitale (photoshop e painter) che potessero soddisfare clienti quali magazine, copertine di libri, etc.
Ho scelto di lavorare in digitale per problematiche pratiche legate alle dinamiche lavorative, ad esempio cambiare un intero fondo da un momento all’altro: il digitale mi premette di farlo con un click, con le tecniche tradizionali è più complicato.
Dal 2001 al 2002 ho cominciato a mostrare in giro i miei lavori semplicemente chiamando al telefono vari art director, da quelli del Corriere della sera a Specchio della stampa, da Panorama a Tv sorrisi e canzoni e altri, la riposta è sempre stata positiva, nel senso che ho sempre ottenuto una commissione dopo un breve colloquio con ognuno di loro.
Il problema era la continuità nelle collaborazioni e i ritardi nei pagamenti.
Dopo un paio di anni scarsi di questa solfa mi trovai un agente in Canada che mi rappresentasse all’estero. Così ho cominciato ad affacciarmi al mercato oltre oceano scoprendo che le commesse erano pagate molto meglio, molto puntualmente, e che il mestiere stesso, quello dell’illustratore, era conosciuto e rispettato al massimo. Insomma, una sorta di paradiso dal mio punto di vista.
Per cui dal 2003 ho concentrato tutte le mie attenzioni sul mercato estero e sui clienti esteri.
Le collaborazione italiane che porto avanti oggi sono solo con clienti che conoscono e rispettano il mio mestiere e il mio lavoro da tempo. Poche ma buone, come si suol dire.

Illustrazione di Alessandro Gottardo

Nel 2005 poi è nato lo pseudonimo Shout, pseudonimo che celava una variante stilistica che avesse nell’idea la cosa più importante. Per cui un linguaggio, figlio – ci tengo a dirlo – di molte sperimentazioni stilistiche che ancora oggi si possono vedere al sito ice9studio.com (lo tengo ancora aperto a memoria di quel periodo) in cui far risaltare l’idea attraverso lo stile e non il contrario. Il minimalismo, gli spazi, i pochi dettagli sono stati una conseguenza logica di questa scelta.
Quella che era una mia esigenza creativa e professionale si è poi rivelata una scelta azzeccata anche in termini strettamente economici in quanto ancora oggi l’illustrazione concettuale è molto richiesta, per cui lasciai il mio agente canadese, che mi rappresentava con lo stile precedente, e continuai autonomamente con lo pseudonimo di Shout. Oggi ho un agenzia solo per il mercato britannico che si chiama Dutch Uncle, per il resto sono autonomo.
Riguardo l’espressione artistica non saprei, non mi sono mai ritenuto un artista, non riesco a considerare ciò che faccio su commissione una forma d’arte o un’espressione del mio sentire, in quanto i limiti della commessa, e le tematiche che mi trovo ad affrontare non le scelgo io ma sono dettati dal cliente. E’ un lavoro senz’altro creativo ma pur sempre un lavoro.
Certo mi fa piacere esporre le mie illustrazioni nelle gallerie ma non per questo le considero delle opere d’arte, forse in alcune immagini si intuisce un mio personale modo di vedere le cose ma credo che l’”arte” sia un’altra cosa. La frase di Gipi “gli unici artisti che conosco sono tutti morti” la condivido e la trovo molto più vera di quanto non sembri, è la storia che decide cosa è arte e cosa non lo è.
Detto questo, il linguaggio visivo è quello che prediligo e quando faccio lavori personali è sempre il disegno che utilizzo anche per motivi puramente tecnici, in quanto è lo strumento che so usare meglio.

C’era una voce è il tuo primo album illustrato. Nella tua interessantissima Guida galattica per giovani illustratori, descrivi come un illustratore dovrebbe interpretare, secondo te, un articolo di giornale o un concetto. Assonanze, campi semantici, analogie… Hai seguito gli stessi principi per illustrare il tuo primo testo per album?

No, in effetti quei consigli erano per chi fa illustrazione concettuale e lavori a tematiche di tipo “giornalistico”, per questo progetto ho seguito molto i consigli di Giovanna Zoboli. Mi sono stati molto utili in un momento in cui pensavo non ce l’avrei fatta. Rappresentare Dio era diventato un ostacolo che sembrava insormontabile, è stata lei a suggerirmi di rappresentarlo semplicemente nelle cose che ha creato. L’illustrazione che faccio, in genere, si divide in 3 micro gruppi, quella surreale, quella metafisica (passatemi la definizione), quella più concettuale e grafica.

Alessandro Gottardo, esempio di immagine che lui definisce surreale
Alessandro Gottardo, esempio di immagine che lui definisce “metafisica”

Alessandro Gottardo, esempio di immagine che lui definisce “grafica”

In genere scelgo una di queste tre vie per risolvere il progetto visivamente, quello surreale e quello concettuale lo uso molto per i giornali e per la pubblicità, quello metafisico più per le copertine dei libri. Per questo progetto ho scelto l’approccio metafisico, mi limito a suggerire situazioni dove i vuoti nell’immagine sono domande le cui risposte vengono date dal lettore stesso.

Hai sentito una sostanziale differenza nel tuo modo di pensare le immagini per il fatto che il formato era una sequenza di 13 doppie pagine? Hai lavorato su uno storyboard? Ti è piaciuta l’esperienza di questa “corsa di fondo†che è illustrare un intero libro o preferisci l’immediatezza di un’illustrazione per stampa?

E’ stata tosta…
A dire il vero non amo il formato orizzontale, ma in questo caso il testo di Alessandra Berardi non lasciava altra scelta, per dare il giusto risalto alle sue parole servivano stanze vuote cui eco rimbombasse, questo è quello che ho provato a fare.
Ho ri-disegnato tre volte le tavole del libro prima di giungere a quelle giuste. Sì, ho fatto una specie di story board, poi, però, dato che la scelta è caduta su paesaggi più che immagini legate realmente una all’altra, è venuta meno l’esigenza di una sequenza temporale e mi sono concentrato su una strofa per volta.
L’esperienza è stata molto più faticosa di quanto pensassi, per cui più bella di quanto credessi.

C’era una voce, Alessandro Gottardo e Alessandra Berardi, Topipittori 2012

Veniamo al rapporto testo-immagine. Il testo è una splendida poesia in rima che narra la creazione dell’universo. Dio crea il mondo perché si sente solo. E’ un Dio molto umano, a cui piace giocare, lanciare pianeti come biglie, impastare con la creta: suda, si stanca, si scoraggia, non si arrende fino a che non ha inventato l’uomo, e con l’uomo: la voce, la rima, la poesia.
Perché hai accettato questo testo? (so che ne avevi rifiutati altri).

Sembrava perfetto, è un testo estremamente evocativo, apre le finestre della fantasia, ho creduto fosse il battesimo perfetto.
Poi, come ho detto all’inizio, c’è stato un momento in cui ho pensato di mollare, che l’illustrazione per l’infanzia mi fosse definitivamente preclusa, poi la sensibilità e l’esperienza di Giovanna mi hanno aiutato. Ricordo che la prima volta che provammo a fare un libro insieme fu nel 2003, subito dopo aver esposto alla Mostra degli illustratori della fiera del libro di Bologna, penso lei sia stata un art director perfetto anche perché mi conosce da parecchi anni, conosce la mia evoluzione presente e passata.
La strada che mi ha indicato era l’unica possibile e io l’ho percorsa, da un cero punto in poi, con facilità.

C’era una voce, Alessandro Gottardo e Alessandra Berardi, Topipittori 2012

L’armonia tra il testo di Alessandra e le tue tavole è molto bella. C’è una tensione che si sprigiona dai tuoi disegni data da una sapiente economia di gesti e figure. Non c’è nulla di più dell’essenziale, proprio come doveva essere all’origine del tempo. Lenti millenni perché ogni cosa si formasse, trovasse il suo posto. Come si arriva a saper dire tutto con così poco? Non hai mai la tentazione di aggiungere dei dettagli?

Guido Scarabottolo la chiama “pigrizia” (Ndr: leggi il suo Elogio della pigrizia), penso sia lo stesso per me, in senso creativo, si intende. Non amo il chiasso, non amo la folla, non amo il troppo, evito le code, amo il design danese degli anni 40, 50, 60, amo la musica suonata più di quella cantata, amo gli specchi d’acqua senza niente sopra, insomma, peculiarità del mio carattere a prediligere il “semplice” mi inducono a fare certe scelte anche in senso professionale. Il testo di Alessandra comunque è così bello che serviva davvero solo una nuvola qui e la. Un pò di fard, un tocco di rossetto leggero e poi basta.

C’era una voce, Alessandro Gottardo e Alessandra Berardi, Topipittori 2012

Mi è sembrato di percepire un rapporto dialettico in ogni doppia pagina: una nuvola e la sua ombra, un albero e la sua ombra, la terra e il cielo, il vuoto e il pieno… Come se il canto di Dio avesse sempre la sua eco felice, in una corrispondenza perfetta.
Nell’ultima tavola, se interpreto bene, c’è uno zoom sull’ombra del cappello dello spaventapasseri (la presenza, finalmente, dell’uomo e del suo operato). E’ l’unica tavola dove lo spazio è limitato, ai bordi della pagina, dal profilo spigoloso dei campi coltivati. Tutto è stato creato, anche l’uomo, anche la poesia, il cerchio si chiude: eppure, percepisco un senso di malinconia in questo finale. Ora lo spazio non è più infinito. Ora la dialettica è tra una forma rotonda e la durezza degli spigoli dei campi. Mi parli dello spaventapasseri e dei campi di grano?

C’era una voce, Alessandro Gottardo e Alessandra Berardi, Topipittori 2012

Per tutto il libro ho giocato a rappresentare Dio senza disegnarlo, essendo in tutte le cose ho pensato di ritagliarlo come una presenza silenziosa, che c’è e non c’è.
Quando era l’uomo ad entrare in scena ho pensato di fare lo stesso, rappresentarlo senza disegnarlo. La forma tonda in quanto perfetta spetta a Dio, i campi di grano, che sono coltivati dall’uomo, mi pareva giusto realizzarli per contrasto in maniera molto geometrica.
La figura dello spaventapasseri è evocativa per antonomasia, ad ognuno di noi può suggerire qualcosa di diverso, per cui era la soluzione migliore a mio avviso per chiudere il testo.
Ho sempre pensato che suggerire sia un modo molto più interessante di disegnare le cose, amo l’idea che una mia immagine abbia un’interpretazione diversa a seconda di chi la guarda. Come se il lettore possa aggiungere esattamente quello che manca all’immagine, il suo ingrediente personale, facendo quell’immagine un poco anche sua.

Grazie Alessandro.
Alessandro Gottardo e Alessandra Berardi stanno per fare insieme un tour per presentare il loro libro in Sardegna. Se siete nei paraggi non perdetevi l’incontro!

giovedì, 19 aprile, alle 18, alla libreria Koinè di Sassari,
sabato 21, alle 18, a Villa Muscas di Cagliari,
lunedì 23, alle 16, alla Biblioteca Comunale di Irgoli,
e, sempre lunedì, alle 18 alla libreria Mondadori “Atene Sarda†di Nuoro.

C’era una voce
Alessandra Berardi e Alessandro Gottardo
Un libro in rima sulla creazione del mondo
17,00 euro

Franz Kafka illustratore

Nei commenti al post precedente (sui nuovi romanzi illustrati per adulti), è nata una interessante discussione sull’impossibilità o meno di illustrare Kafka. Ma voi lo sapevate che Kafka era un raffinato illustratore?


Franz Kafka, illustrazioni


Una pagina dei diari illustrata da Kafka

Guardate la posizione dell’omino sulla scala e dell’altro che la regge in equilibrio poco più sotto (o sta precipitando?), non è un disegno degno di uno Steinberg?

Sul blog della Minimum Fax, qui, trovate molti altri schizzi di scrittori che amavano scarabocchiare i loro scritti. Ma quelli di Kafka mi sembrano più che scarabocchi.


Nuovi romanzi illustrati per adulti: una riflessione sul perché delle immagini nei libri

Questa fotografia è stata scattata alcuni mesi fa, da me, alla libreria La Central di Barcellona, forse la più importante. Un intero banco era stato riempito da romanzi per adulti (classici) illustrati.

Questa nuova tendenza di illustrare libri per adulti è interessante da capire. Non è nuova, ma è rinata dopo una lunga pausa.

Primavera, estate, autunno, inverno, Francesco Pittau e Bernadette Gervais, Topipittori

Perché illustrare un libro per adulti? Le ragioni dietro un’illustrazione per bambini ci sembrano più chiare: un bambino domina ancora poco il significato delle parole scritte. Ha bisogno che qualcuno gli illustri cosa significano. Oppure, pensiamo che un bambino abbia bisogno di esplorare mondi possibili (grafici, immaginari, reali o didattici) perché la sua conoscenza è ancora limitata, mentre pensiamo che un adulto abbia già compiuto questo esercizio e non ne abbia più bisogno. Per le stesse ragioni possiamo capire un libro illustrato per adulti prima della nascita della fotografia (come sapere come è fatta una tigre? Una giungla?). Ma oggi?

Immaginate l’importanza che doveva avere un’immagine in tempi in cui il mondo era ancora inesplorato, e con esso la maggior parte dei fenomeni, in tempi in cui l’ignoranza popolava il mondo di bestie fantastiche e lettori creduloni.

Aviarium, Hugo de Folieto, British Library, Sloane MS 278, Folio 48v

Il lettore, in fondo, sia ieri che oggi, è sempre stato sempre un San Tommaso: se non vede, non crede. E’ proprio questa capacità dell’immagine di assomigliare all’oggetto reale e quindi di evocarne i poteri, ad aver fatto dell’immagine, nei millenni, uno oggetto di persuasione, di incanto, di voto, o di malia.

Raffaello, Madonna dei Garofani, 1506/1507

La chiesa cattolica è stata uno dei più grandi mecenati della storia dell’arte, perché ha capito da subito l’immenso potere dell’immagine (così forte che intere religioni ne hanno vietato l’uso). Potenza di un volto dipinto, di una macchia di sangue su un lenzuolo funerario, potenza drammatica di una via Crucis,  potenza straniante di una madonna divina dai tratti umani, potere di un santino che protegge da tutti i mali.

Van Eyck, autoritratto, 1432

Quale altra prova avremmo dell’esistenza di una realtà condivisa e della nostra stessa esistenza, se non esistesse l’immagine prodotta dall’uomo? Come potrei essere certo che il passato è esistito, che la mia memoria non è un sogno, che la mia percezione della realtà non è che un’allucinazione, se non avessi questo manufatto tra le mani, del tutto umano, prodotto dai miei simili, che è un’immagine?

L’immagine, dunque, assomiglia alla realtà. Ma che cosa è la realtà? La realtà è l’oggetto dei nostri sensi? E’ tutto quello che è visibile, dimostrabile, solido e misurabile? La realtà è ciò che accoglie, insieme, noi come soggetti e gli oggetti dei nostri sensi? E’ reale quello che proviamo? L’oggetto di una fede personale, è reale? Siamo sicuri che i nostri sensi ci diano una fotografia corretta di cosa esiste? Come è la realtà di un pipistrello che percepisce la forza magnetica degli oggetti come noi ne percepiremmo il colore? Siamo svegli o siamo il sogno di qualcuno che ci sta sognando? Cosa è oggettivo, cosa soggettivo?

 

Hieronymus Bosch, il giardino delle delizie, 1480 – 1510

Non c’è filosofo, artista o epoca, che non si sia scontrato con questo problema. Oggi, da bravi nipotini di Cartesio, siamo tutti più o meno convinti che la realtà sia qualcosa di esterno a noi, misurabile e concreto. Sogno e realtà sono due entità ben distinte e si tende a dar molto credito alla prima (più pratica alle esigenze della vita quotidiana) e poco alla seconda (non fare il sognatore!).

Vladimir Kush

Mi sono chiesta perché, proprio adesso, c’è un ritorno così potente all’immagine illustrata nei libri per adulti. Le poesie di Baudelaire, Moby Dick di Melville, Kafka, Stevenson, Edgar Allan Poe, il pranzo di Babette della Blixen, Allen Ginsberg, Conrad, Conan Doyle, Le mille e una notte, Dickens, sono solo alcuni dei grandi scrittori e delle opere che sono stati illustrati in edizioni per adulti negli ultimi anni. Le immagini di questi libri sono realistiche o astratte? Possiamo capire il perché di questa esigenza cercando uno stile delle immagini? No. Le immagini si permettono di giocare in mille modi coi testi, aprendo scenari e relazioni testo-immagine ogni volta impreviste.

Las mil y una noches, Frederic Amat, Galaxia Gutenberg/Círculo de Lectores, 2005

Las mil y una noches, Frederic Amat, Galaxia Gutenberg/Círculo de Lectores, 2005

Las mil y una noches, Frederic Amat, Galaxia Gutenberg/Círculo de Lectores, 2005

Le mille e una notte (Galaxia Guntenberg) è illustrato in modo astratto da Frederic Amat, alcuni racconti di Kafka sono illustrati con un realismo pulito e atmosfere rarefatte da Nikolaus Heidelbach (Zorro Rojo), Conan Doyle viene interpretato con un’illustrazione dal sapore di grafica vintage da Javier Olivares (Nordica Libros), etc…

Franz Kafka, Nikolaus Heidelbach , Zorro Rojo edizioni

Franz Kafka, Nikolaus Heidelbach , Zorro Rojo edizioni
El perro de los Baskerville, Arthur Conan Doyle e Javier Olivares, Nordica Libros

Sembra che il bisogno sia quello di interrogare il testo, o di provocarlo, per aprirsi di nuovo a una pluralità di mondi possibili. Siamo forse saturi della versione unilaterale, compatta, scevra di fantasia, che ci restituiscono i media di oggi?
Il mondo sembra essere diventato un posto dove impera una visione economica della realtà, non ci sono più dubbi su cosa è la realtà. Televisione, quotidiani, reality show, documentari (ma anche tanta letteratura cronachistica) sembrano muoversi all’interno di una geografia politica e sociale che non mette più in questione l’arbitrarietà del punto di vista. Tutti parlano la stessa lingua, e si riferiscono agli stessi oggetti. Ma che cosa è la realtà? è una domanda che continua a vibrare, più viva che mai, nel rapporto testo-immagine dei libri. Come se le parole, da sole, o le immagini, da sole, stessero esaurendo la forza di dare una risposta?

Forse vi può interessare l’articolo: Il rapporto testo-immagine


Nuovi corsi di illustrazione allo spazio Duina (Brescia)


Matteo Gubellini, La visita della domenica, OQO edizioni


Corso di illustrazione: PLASMARE CON LA POLVERE
Con chi: Corso condotto da Matteo Gubellini
Date: 21-25 luglio (35 ore)
Costo: 300 euro
Dove: Paitone (Brescia)

La danza delle dita sul foglio, per stanare ombre e luci, e scoprire il volume di ogni forma L’analisi di vari albi illustrati, come spunto per affrontare ogni giorno una tematica diversa, legata a diverse esigenze narrative e compositive.

16 iscritti max

Materiali richiesti:
-fogli da fotocopie formato A3
-fogli ruvidi F4 gsm 200, formato A3
-matita, gomma e temperino
-gessetti Jaxell da 12

Per informazioni:

Spazio Arte Duina
Via Italia 1, 25080
Paitone (Brescia)
tel 030.63.42.296 cell. 347.97.363.23
info@spazioarteduina.it www.spazioarteduina.it

Come iscriversi:

Per iscriversi occorre pagare un acconto di 100 euro entro
giugno 2012 tramite bonifico bancario intestato a:
Associazione Culturale Spazio Arte Duina
IBAN: IT81 H051 1648 8400 0000 0003 308
specificando la causale di pagamento: “iscrizione corso (specificare il nome del docente)â€
Inviare la ricevuta via mail: info@spazioarteduina.it
indicando nome cognome, indirizzo, recapito telefonico e recapito e-mail


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