Mostra degli Illustratori 2013. Analisi delle immagini di Anne Crausaz

6 Maggio, 2013

DIBATTITO SULLA MOSTRA DEGLI ILLUSTRATORI
Leggi la prima parte (Critica di Etienne Delessert)

Leggi la seconda parte (Come funziona il concorso)
Leggi la terza parte (Arte, illustrazione, innovazione)
Leggi la quarta parte (Moda e percezione. Cosa è il gusto?)

Anne Crausaz, Jouets de champs. Memo 2012

Nei prossimi giorni, per chi non avesse visto la Mostra Illustratori di Bologna, intorno a cui si è animato il lungo dibattito delle settimane scorse sugli stili contemporanei, pubblicherò altre immagini con qualche commento.
Oggi vorrei soffermarmi solo sulle immagini di Anne Crausaz, tratte da Jouets de champs, Edizioni Memo (Francia), selezionate quest’anno dalla giuria di Bologna.
Per me queste immagini sono un esempio perfetto di stile contemporaneo: uno stile epurato, molto controllato, a prima vista leggermente algido. Provo a spiegarvi perché mi piacciono e molti dei parametri che userò si possono applicare anche ad altri esempi di stile contemporaneo.
(Premetto che non ho ancora letto il libro della Crausaz).

Anne Crausaz, Jouets de champs. Memo 2012

Quello che noto immediatamente è che ai disegni manca uno sfondo. Non ci sono il cielo, le nuvole, o un orizzonte con colline. Personaggi ed elementi sono decontestualizzati e posati sulla pagina. Bastano loro a dare indicazioni al lettore su quale è il contesto dell’immagine e della storia.
La texture dello sfondo non è lavorata ma liscia, uniforme e chiara, proprio come uno spazio vuoto o un foglio bianco.
Guardando queste immagini non mi sento affollata di informazioni, ma libera, come quando si lascia la città caotica e si arriva in mezzo alla natura, là dove la porzione di spazio limpido è immensamente più grande.
Lo sviluppo in orizzontale delle scene contribuisce a darmi un senso di pace.


L’assenza di sfondo, però, è anche inquietante (mi mancano delle informazioni), quel tipo di inquietudine che provo quando mi avventuro in luoghi sconosciuti. Provo un leggero spaesamento, che non avrei se il cielo e le nuvole fossero stati disegnati. Non è sgradevole, lo sopporto, so che è il requisito necessario alla scoperta.

Dopo aver ricevuto questa prima sensazione di freschezza leggermente inquietante, inizio a leggere gli elementi presenti nelle scene. Pochi colori. (L’economia dei colori è peculiare dello stile contemporaneo).
Le tinte con cui sono colorate le cose sono piatte, non ci sono chiari scuri. Questa economia cromatica e “liscezza” delle texture mi permette di fare attenzione immediatamente alle forme.

In un libro di critica d’arte, quando si vuole spiegare al lettore la forza compositiva, i quadri vengono presentati in bianco e nero. Più sottraiamo colore e texture, più la forma (il contorno delle cose) diventa importante. Fino ad arrivare al gioco delle ombre cinesi (bianco e nero) in cui la forma è tutto.


Anne Crausaz, Jouets de champs. Memo 2012 (immagien alterata da me)
Gioco d’ombre cinesi

Ed è nelle forme che si concentra la forza narrativa delle immagini della Crausaz.
Guardandole, non mi interessa troppo sapere chi è il bambino protagonista, o dove va. La storia che io voglio ascoltare è quella del movimento dei fili d’erba che mi accarezza lo sguardo, come quando da bambina mi buttavo supina nel prato e passavo ore a far finta che quel mondo in miniatura fosse un regno, con fili d’erba grandi come tronchi.
E’ vero che questi personaggi sembrano un po’ freddini, ma è proprio il loro essere leggermente anonimi che lascia spazio a me, lettore. Se il bambino e la mamma fossero molto più caratterizzati, io sarei solamente il testimone passivo dell’avventura che vive qualcun’altro. (Trovo interessante che in buona parte dei libri illustrati di oggi lo spazio per il lettore -anche solo come spazio vuoto da riempire con l’immaginazione- sia più grande, a fronte di un lettore bambino che cresce su tablettes e videogiochi dove l’interazione è centrale).
Cullata da questi movimenti delle forme generali dell’immagine, a poco a poco la mia sensibilità viene sorpresa da alcune forme più particolari. Toh! Il pistillo del papavero ha una faccia! Non l’avevo vista subito. Ma è una principessa!

Anne Crausaz, Jouets de champs. Memo 2012 (dettaglio)

Vado subito a cercare altre principesse nel prato. Non ci sono. C’è però questa forma curiosa di papavero, subito a lato (immagine qui sotto). E’ una papavero che sta sfiorendo o una principessa triste? Non sono più sicura che i fiori siano solo fiori, ora che so che nelle loro forme possono nascondersi elegantissime fanciulle con collane di pistilli e gonne di taffetà rosso.

In tutte e 4 le immagini non si trovano altri fiori animati. Il suggerimento della Crausaz è discreto, sottile, misterioso come l’intuizione di un momento. Nella sua discrezione c’è tutto il rispetto per la bellezza della natura. E’ come se mi dicesse, ti do una pista: le forme dei fiori, degli alberi e dell’erba, non sono solo forme, sono prodigi. Un’illustratrice meno fiduciosa nella forza della natura avrebbe probabilmente riempito il prato di fiori-principessa e cuoricini.

Guardando ancora, mi accorgo che il fiore di papavero sfiorito accanto al fiore-fanciulla è una sequenza. Ma quale è la direzione in cui devo leggerla? L’occhio è portato a leggerla da sinistra a destra, come una crescita, ma il pistillo senza più petali è chiaramente un punto d’arrivo.
Cosa significa crescere?

Anne Crausaz, Jouets de champs. Memo 2012 (dettaglio)

Nell’immagine dove il bambino è solo, l’orsetto è l’unico (l’ultimo?) testimone del prato, il bambino sembra diventato più adulto (in contrapposizione alla piccolezza dell’orsetto).
Chi dei tre, mamma, bambino o orsetto, ha potuto vedere, attraversando il prato, il fiore-principessa? A quale età si smette di vedere che le forme sono belle come fanciulle vezzose?


Ecco la storia che mi è stata raccontata in queste immagini: una domanda aperta, come l’orizzonte bianco che si apre davanti all’incedere del bambino.
Vi lascio inventare la storia che anima l’immagine qui sotto.

Ps: Le immagini della Crausaz sono un omaggio a Iela Mari e al suo Animali nel prato, ma non so dirvi se fosse Iela Mari in anticipo di quarant’anni sulla storia dell’illustrazione o se la Crausaz e altri illustratori contemporanei siano andati a ripescare in alcune eccezionali lezioni del passato la freschezza necessaria a combattere la noia di quest’epoca sovraccarica di realtà e informazione.

Iela Mari, Animali nel prato, 1970, Babalibri 2011

Nota: Di Anne Crausaz avevo analizzato qui il libro: Non c’è tempo.

Jouets des champs
Anne Crausaz
Una passeggiata in un prato
14,25 euro

34 Risposte per “Mostra degli Illustratori 2013. Analisi delle immagini di Anne Crausaz”

  1. 1 maddalena sodo
    6 Maggio, 2013 at 9:01

    Bella analisi Anna e mi sento molto vicina alle sensazioni che descrivi, nel momento in cui ti rìtrovi di fronte a quelle opere. Solo che il mio dubbio è : alla fine le nuove “correnti” sono solo nuovi “codici” a cui in teoria bisognerebbe adeguarsi perchè la propria opera sia consederata “contemporanea”. MI sembra un pò un controsenso

  2. 2 Anna Castagnoli
    6 Maggio, 2013 at 9:10

    Maddalena cara, non sono sicura di aver capito.
    Le correnti stilistiche dell’arte hanno sempre funzionato così. Se un artista in epoca di surrealismo e cubismo avesse proposto un quadro alla “Van Eyck” forse glielo avrebbero tirato sulla testa.
    Non è solo moda, come la chiami tu. E’ la curiosità generale di ricercare modalità espressive più adatte a rispondere alle esigenze storiche e sociali di un dato momento.
    Il futurismo è stato una corrente che oggi non avrebbe più senso, ma questo non significa che non abbia senso.
    Forse non ho capito bene cosa vuoi dire. Prova a riformulare.

  3. 3 Anna Castagnoli
    6 Maggio, 2013 at 9:27

    Ad esempio trovo interessante che in buona parte dei libri illustrati di oggi lo spazio per il lettore (anche solo come spazio vuoto da riempire con l’immaginazione) sia più grande, a fronte di un lettore bambino che cresce su tablettes e videogiochi dove l’interazione è centrale.
    I lettori di domani non sapranno più essere lettori passivi.
    L’illustrazione passata è quasi sempre iper-caricata di messaggi e intenzioni degli autori/illustratori, che vogliono dire qualcosa al bambino. Ma quello che ha da dire il bambino non lo ascoltano.
    Questo mi sembra un punto di svolta importante oggi, e molto legato al periodo storico in cui siamo.

  4. 4 Debora Persico
    6 Maggio, 2013 at 9:44

    Ottima la tua analisi. Coglie l’essenza del valore di uno stile che dilaga. E insegna a non fermarsi alla prima sensazione (che tu chiami “algida”).
    Se si pensa ad un passato più lontano, prima dell’invenzione della prospettiva etc. gli artisti restituivano una realtà astratta, spirituale, in cui l’intento non era riprodurre il mondo materiale ma quello divino. L’arte era volta ad aiutare l’uomo a guardare la fonte divina, pura e bella.
    Quindi lo stile contemporaneo potrebbe essere considerato come una forma che segnala il bisogno di spiritualità.
    Che ne pensi???

  5. 5 Norina
    6 Maggio, 2013 at 9:52

    Ma che bella analisi e che bella sintesi di tutto in questa frase “Ecco la storia che mi è stata raccontata in queste immagini: una domanda aperta, come l’orizzonte bianco che si apre davanti all’incedere del bambino.” Grazie per aver così bene riempito di significati le mie sensazioni nel guardare queste illustrazioni.

  6. 6 Nicky
    6 Maggio, 2013 at 13:46

    Ciao Anna!
    Leggendo questo post, alla luce degli altri che lo hanno preceduto, mi son venuti un paio di dubbi…
    Il primo relativamente al rapporto immagine-testo. Queste illustrazioni, come hai ben dimostrato, riescono a raccontare una storia.. o delle storie… anche senza un testo. Quindi anche estrapolate dal loro contesto originario (il libro) funzionano. O no? (Funzionano perchè sono valide, ovviamente). Alla Mostra Illustratori non ho mai sentito la mancanza di un testo accanto a ciò che guardavo. Credo che sia importante anche il numero delle tavole. In 5 tavole penso si possa riuscire a “raccontare”. Con una illustrazione singola sarebbe impossibile. Tre sarebbero forse poche. Cinque sono abbastanza. (Poi, che la storia che io leggo nelle immagini sia diversa da quella che leggerei col testo affiancato è un altro discorso. E’ un’altra storia. Una raccontata dal testo, una dalle immagini, e una dai due insieme.)
    Il secondo dubbio riguarda il concetto di “innovazione”. Lo stile di queste illustrazioni, ci dici, riprende quello della Mari (anni ’70), quindi…cosa c’è di così “nuovo”? E’ nuovo rispetto al contesto attuale dell’Illustrazione? Ma non è nuovo in sè. E’ stata brava lei (la Crausaz) a trovare una chiave espressiva adatta a questo momento storico-culturale?
    (E in fondo mi chiedo anche: cercare di essere “innovativi”, allontanandoci da ciò che siamo realmente, è giusto?)

  7. 7 Anna Castagnoli
    6 Maggio, 2013 at 17:38

    Nicky ciao, rispondo con quello che penso, che non è detto sia oro colato:

    anche solo due o tre illustrazioni in fila possono già raccontare una storia, ma se non lo fanno non è detto che non siano valide, perché forse lo sarebbero state accanto al loro testo d’origine (nel caso ne abbiano uno).
    Per me, il rapporto testo-illustrazione è l’elemento per eccellenza che caratterizza un’illustrazione e il suo valore.
    Il testo, ovviamente, può essere silenzioso (come nei silent book), o può essere un’idea.

    Io non ho mai detto che le immagini di Bologna non raccontano una storia, ho detto che non è un criterio con cui devono venir giudicate, perché sono decontestualizzate, e lo penso anche se alcune di queste, come quelle della Crausaz, sono molto “narranti” anche senza testo (ma chissà che altra storia voleva raccontare la Crausaz nel libro originale, magari 1000 volte più bella della mia?!).

    Io penso che Iela Mari fosse in anticipo sui tempi.

  8. 8 Nicky
    6 Maggio, 2013 at 18:25

    :) Grazie mille Anna per la tua risposta!
    Forse mi è sfuggito qualche passaggio.. rileggerò con calma tutto, questi ultimi post (e i commenti annessi) sono ricchissimi!!

    Grazie!

  9. 9 Chiara T.
    6 Maggio, 2013 at 18:34

    Ciao Anna, la tua analisi è ottima! come sempre, sei riuscita a darci una preziosa chiave di lettura, grazie alla quale mi hai fatto apprezzare maggiormente queste illustrazioni così suggestive.
    grazie!!!

  10. 10 Anna Castagnoli
    6 Maggio, 2013 at 18:36

    Debora:
    interessante il parallelo con uno stile pre-prospettico, dove non era la prospettiva (cioè il tentativo di riprodurre i rapporti reali tra le cose) che era importante, ma il valore simbolico degli elementi.
    Una madonna poteva essere una gigantessa, perché la sua importanza era maggiore di quella degli altri personaggi…

    Il bisogno di spiritualità non lo colgo troppo nello stile di oggi.
    Quello che colgo e che cercherò di precisare nel prossimo post è un bisogno molto grande di comprensione del rapporto tra il soggetto e la realtà.
    In che senso tu cogli un bisogno di spiritualità?

  11. 11 Anna Castagnoli
    6 Maggio, 2013 at 18:37

    Per Chiara e Norina: grazie a voi per i commenti.

  12. 12 fran
    6 Maggio, 2013 at 19:51

    sempre un piacere leggerti. se posso, direi che la crausaz ha preso a piene mani da iela mari. poi avrà messo del suo non nego… mi sembra una tendenza attuale quella del recupero di illustratori di anni passati.

  13. 13 lucia
    6 Maggio, 2013 at 21:14

    percarità.. belli questi ultimi lavori, ma non dice di più di quello che disse già a suo tempo la Mari-
    Diciamo che ci sono persone trainanti in tutti i campi e persone che raccolgono i loro frutti e così le cose evolvono pian piano

  14. 14 maddalena sodo
    8 Maggio, 2013 at 8:15

    Si Anna capisco che le correnti funzionano così, evidentemente ho un punto di vista diverso. Non credo nelle classificazioni, soprattutto oggi credo molto nella capacità di un artista di potersi esprimere liberamente. Naturalmente sarà apprezzato più o meno da questo o quel pubblico. Ma sentire parlare di correnti e che per essere parte di questa corrente “bisogna” che ci sia o meno lo sfondo, “bisogna” che si usino due colori e che la loro distribuzioine sia piatta..perdonami ma rabbrividisco. L’inserimento all’interno di filoni, di correnti o come si vogliano chiamare, li vedo limitativi e non più applicabili ad una società così varia. Per cui alla fine si crea la corrente d’èlite in cui confluiscono quelli che appunto si omogeneizzano alla corrente, accogliendone tutti i codici e gli stereotipi. Probabilmente il mio è un punto di vista strano o fuoriluogo, ma da sempre sono stata contraria a qualunque incasellamento, in qualunque aspetto della vita, andor di più se si parla di espressione artistica. Sicuramente nella storia dell’arte ci sono state correnti che erano pienamente consapevoli di essere tali (queste nella maggior parte dei casi erano supportate da filosofi che tendenzialmente amano incasellare), molte invece sono state “create ad ok ” dai posteri (anche qui filosofi e critici d’arte), incasellando gli artisti per comodità di studio o di comprensione di un fenomeno invece così complesso e in cui l’elemento “soggettivo” gioca comunque un ruolo importantissimo. Non sarà il 50% (avevo specificato “secondo me” non era uno studio) ma credo che proprio quello renda un artista diverso dall’altro. Non credo invece assolutmente nelle correnti, perchè creano solo dei cloni. Già sentir dire in altri commenti (su un altro argomento trattato sempre relativo alla fiera): che sarebbe bene sapere i nomi dei giurati delle Fiera di Bologna, in modo da potersi dare un dritta su cosa disegnare e cosa proporre…già questo mi sembra aberrante. Ma, ripeto sempre all’infinito, è solo un mio punto di vista, non condivisibile, criticabile, ma lo esprimo ne totale rispetto di quello degli altri.

  15. 15 Anna Castagnoli
    8 Maggio, 2013 at 9:30

    Maddalena, ma tu hai ragione, nessuno mai ha detto che “bisogna” stare dentro delle correnti.
    Anzi, sono proprio le persone che se ne distaccano che poi creano altre onde, nuove, che altri seguono. In questo Lucia ha ragione.
    Però quello che è certo, e che piaccia o no è un altro discorso, è che l’arte e l’illustrazione mutano nel tempo, perché mutano le esigenze sociali che le muovono, muta il gusto generale, mutano le epoche.

    Paolo Canton, con una riflessione come al solito molto colta, risponde alla discussione che stiamo facendo qui in questo post:
    http://topipittori.blogspot.com.es/2013/05/una-messa-fuoco-cosi-precisa.html

    e sposta l’attenzione su quello che sta dietro uno stile. Non si tratta di fare o no lo sfondo perché va o non va di moda. Si tratta di capire perché lo sfondo non si fa.
    Il perché che sta dietro a una scelta stilistica è come una domanda, a cui poi ognuno dà una risposta personale (se ci riesce).

  16. 16 lucia
    8 Maggio, 2013 at 9:56

    ora sarebbe divertente capire, guardando i lavori delle due illustratrici che sicuramente hanno linee comuni, senza conoscerle e senza sapere di che periodo sono, senza sapere chi è prima e chi dopo, in cosa sono diverse allo sguardo di un profano e che cosa rende una contemporanea rispetto all’altra

  17. 17 paolo
    8 Maggio, 2013 at 11:29

    @ Lucia: perché lo sguardo di un profano? Perché il giudizio finale sull’illustrazione, sulla letteratura per ragazzi, sulla cultura dei e per i ragazzi in generale, deve passare attraverso la profanazione? Perfino per le gazzose si reclama il parere dell’esperto (e al suo parare si dà retta).
    E perché questa visione oppositiva? La mia opinione è che Iela Mari sia altrettanto contemporanea di Anne Crausaz. Lo è anche in senso letterale, essendo viva, vegeta e arzillissima. Borges diceva di essere contemporaneo di Novalis, che pure era morto nel 1801. La contemporaneità non vale erga omnes, neppure fra coetanei. Io mi sento molto più contemporaneo di Pietro Gobetti che di Berlusconi, di Antonio Gramsci che di Bersani, di Adriano che di Carlo Windsor. E, si parva licet, di Henri Boutet de Monvel che di Rebecca Dautremer.

  18. 18 lucia
    8 Maggio, 2013 at 11:45

    Profano nel senso di chi nulla sa della storia della illustrazione e non conosce la Mari.
    Insomma è meglio citare o inventare vie totalmente nuove?

  19. 19 paolo
    8 Maggio, 2013 at 12:03

    @ Lucia: perché l’opinione di chi nulla sa di storia dell’illustrazione e di Iela Mari dovrebbe avere un peso? L’ignoranza non è verginità e non è garanzia di un bel niente.
    Fra citare e inventare vie completamente nuove, non c’è alternativa: i veri innovatori sono pochissimi. Tutti gli altri citano. Il citato Borges ha fatto della citazione un’arte e ci ha costruito la propria originalità. E con tutte le parole che sono state scritte dall’inizio dei tempo, per citare il citante Borges, è davvero possibile dire qualcosa di totalmente nuovo? Quante sono le permutazioni possibili di combinazioni di 26 lettere dell’alfabeto latino? Quante sono le permutazioni possibili dei segni che compongono un uccello, una lumaca, un ponte?
    Con questo, il plagio non ha scusanti. Ma la quasi totalità di coloro che affermano di aver fatto qualcosa di totalmente nuovo o è in malafede o non ha guardato abbastanza di ciò che è stato fatto prima. In fondo, la cultura serve anche, se non soprattutto, a renderci consapevoli di quanto sia poco e irrilevante l’individuo.

  20. 20 lucia
    8 Maggio, 2013 at 12:14

    personalmente le ilustrazioni che citano ( come tutte le forme d’arte che citano palesemente) non mi danno molto.
    l’opinione di chi nulla sa di storia dell’illustrazione e di Iela Mari è il parere della maggior parte di chi compra i libri per i propri piccoli o semplicemente di chi guarda , credo che un peso dovrebbe averlo e anche importante.
    è per questo che la mostra dell’illustrazione del libro e le scelte dei giurati mi rende estranea e mi porta sempre a notare citazioni e non ha innovazioni e nuove proposte

  21. 21 Anna Castagnoli
    8 Maggio, 2013 at 12:27

    “La contemporaneità si iscrive, infatti, nel presente segnandolo innanzitutto come arcaico e solo chi percepisce nel più moderno e recente gli indici e le segnature dell’arcaico può essere contemporaneo. Arcaico significa: prossimo all’arké, cioè all’origine.
    Ma l’origine non è situata in un passato cronologico: essa è contemporanea al divenire storico e non cessa di operare in questo, come l’embrione continua ad agire nei tessuti dell’organismo maturo e il bambino nella vita psichica dell’adulto”.
    (…)
    Un buon esempio di questa speciale esperienza che chiamiamo la contemporaneità è la moda. Ciò che definisce la moda è che essa introduce nel tempo una peculiare discontinuità, che lo divide secondo la sua attualità o inattualità, il suo essere o il suo no-essere-più-alla-moda.
    (…)
    Ma la temporalità della moda ha un altro carattere che la apparenta alla contemporaneità. Nel gesto stesso in cui il suo presente divide il tempo secondo un “non più” e un “non ancora”, essa istituisce con questi “altri tempi” – certamente col passato, e forse, anche col futuro- una relazione particolare. Essa può, cioè, “citare” e, in questo modo, riattualizzare qualunque momento del passato.”

    (Sempre Giorgio Agamben: Che cosa è il contemporaneo? Edizioni nottetempo).

  22. 22 lucia
    8 Maggio, 2013 at 12:33

    lo so che voi non vi smuovete e nemmeno io… comunque tutto serve

  23. 23 lucia
    8 Maggio, 2013 at 12:38

    fra l’altro ho lavorato nella moda come disegnatrice presso una grossa azienda e non vi dico che ignoranza aleggia in questo ambiente e che false e facili citazioni danno in pasto alle trendy persone che credono di seguire la moda che nulla è..solo una bolla di sapone per fare soldi

  24. 24 Anna Castagnoli
    8 Maggio, 2013 at 12:53

    Non è vero Lucia che non stiamo avanzando, io da quando abbiamo inziato questa discussione, qualche settimana fa, ho fatto enormi passi dentro di me, cambi di prospettiva, e ho un sacco di intuzioni nuove… e questo grazie ai vostri interventi.
    Solo mi piace andare avanti piano, dimostrando ogni passo (sono una rompiscatole).
    Ad esempio non sono sicura che chi compra un libro di Anne Crausaz per i propri figli non sappia chi è Iela Mari. (Stiamo comunque parlando di una cultura di élite.
    Se mettiamo il naso fuori da questa realtà, forse la diatriba si sposta su quele delle Winx è più bella).

    A fondare una teoria su ipotesi a casaccio si rischia di avere un bel castello di carte che a un certo punto casca.
    Provo a sintetizzare i punti emersi con alcune domande che sono emerse (tutti interessanti):
    1) quanto è nuovo quello che è nuovo?
    2) è necessario adattarsi alle mode? Non si rischia di penalizzare l’individualità?
    3) esiste la possibilità di fare o dire qualcosa di realmente originale? (ha senso parlare di individualità?)
    4) Se tutto è una continua citazione del passato, che senso ha parlare di moda e contemporaneità?

  25. 25 paolo
    8 Maggio, 2013 at 13:05

    @Lucia: non credo che la questione sia “smuoversi”. Quanto meno, non per me. Le discussioni come queste un veicolo interessante di riflessioni, di collegamenti e di condivisione. Senza questo post di Anna non mi sarebbe venuto in mente di andare a ripescare Boutet de Monvel e di riflettere sulla questione della messa a fuoco, ammesso e non concesso che questa riflessione abbia un qualche valore. Le opinioni (le mie in primis) sono un po’ più corsive.
    Ribadisco anche che, come non affidiamo la parola conclusiva sul vino a chi compra il vino al supermercato, altrettanto dovremmo fare con i libri e con l’illustrazione. Il fatto che il Tavernello sia il vino più venduto in Europa non ne fa il miglior vino in commercio. Altrove dobbiamo guardare se vogliamo fare un discorso sulla qualità. Con quest, nulla voglio sottrarre a chi produce il Tavernello, che svolge con dignità e successo il proprio mestiere. Ma rimango convinto che non si debbano confondere i piani.

  26. 26 lucia
    8 Maggio, 2013 at 13:12

    il fatto è che cerco , quando guardo una opera d’arte o una qualsiasi altra forma di comunicazione, di eliminare qualsiasi carico di riferimento culturali e nozionistici per riuscire ad apprezzarla così come le vedo.. è un esercizio che cerco di fare sempre e in questo modo apprezzo meglio se il vino è buono veramente o no, senza chiedere pareri al produttore che produce il suo prodotto che sia disonesto o meno.. e ultimamente poco vino apprezzo

  27. 27 lucia
    8 Maggio, 2013 at 13:14

    fra l’altro la qualità e l’autenticità chi fa arte la nasa a distanza…

  28. 28 massimiliano
    9 Maggio, 2013 at 9:25

    noto una cosa:
    nella musica, nell’arte, nel design e anche nell’architettura le citazioni dei grandi maestri sono sinonimo di ricercatezza, cultura, buon gusto e sono molto apprezzati, soprattutto quando si citano “cose di nicchia” (ci sono poi le citazioni involontarie che sono straordinarie).

    ma nell’illustrazione…solo guai!
    non riesco a capirne il motivo

  29. 29 Nicky
    9 Maggio, 2013 at 10:19

    Povera Anne…. Per quanto le sue illustrazioni siano vicine a quelle della Mari, credo che siano comunque il risultato di un percorso. Se la Crausaz è arrivata a questa sintesi, e a questo stile, e se tale stile è considerato “contemporaneo”, tanto di guadagnato per lei. Non credo che si possa scegliere consapevolmente CHI essere e COME essere, a livello artistico intendo. (Non credo che un artista decida di fare una certa cosa in un certo modo solo perchè “va di moda”! Almeno lo spero!!).
    Evidentemente lei e la Mari sentono e percepiscono la realtà allo stesso modo.. e usano lo stesso linguaggio per raccontarlo a noi.

  30. 30 Anna Castagnoli
    9 Maggio, 2013 at 11:28

    Massimiliano: è una buona domanda.
    Per Nicky: la penso come te.

  31. 31 lucia
    9 Maggio, 2013 at 11:30

    mi vien da pensare che nel periodo della Mari c’era molta più ricerca e coraggio di oggi e molti classici sono nati in quel periodo, anche nell’arte non editoriale..oggi meno coraggio di andare oltre e più rilettura.. sarà così?

  32. 32 Valeriaz
    12 Maggio, 2013 at 21:19

    ciao Anna e ciao a tutti, guardate questa foto di Irving Penn, ricorda molto il lavoro della Crausaz, proprio il papavero principessa :-)
    http://25.media.tumblr.com/tumblr_m6sbr1a45P1r0vs2fo1_1280.jpg

  33. 33 Anna Castagnoli
    12 Maggio, 2013 at 22:25

    Allora è vero che nei papaveri si nascondono principesse!

  34. 34 paolo
    13 Maggio, 2013 at 6:09

    Ma, Anna, non hai mai fatto, da piccola, il gioco che trasforma il papavero in una bambolina?
    Qui Stefania Lusini ti spiega come si fa: http://www.unacosaseria.it/giochi/bambole