Mostra Illustratori di Bologna. La Fiera e il niente: l’arringa di Etienne Delessert. Parte 1

22 aprile, 2013

Quest’anno, alla Fiera di Bologna, ho lavorato per la Charte des Auteur et des Illustrateur, un’associazione francese.
Géraldine Alibeu mi aveva chiesto se potevo fare una visita guidata alla Mostra Illustratori per accompagnare il gruppo di 12 illustratori selezionati dalla Charte per un viaggio alla Fiera di Bologna ricco di stimoli. Mi sono quindi ben preparata un discorso sulla Mostra, e ho avuto la fortuna di trovare molti argomenti di discussione, essendo questo un anno ghiotto di dibattitti. Ora vi racconto perché è stato ghiotto.

L’anno scorso, Etienne Delessert, storico illustratore e curatore di uno dei siti di informazione più completi sul mondo dell’illustrazione europea (Ricochet), ha lanciato una bomba al napalm sulla selezione della Mostra Illustratori 2012. Delessert scrisse che la mostra era una vetrina del puro niente.
Ho trovato molto simpatica, da parte della Fiera, l’idea di invitarlo quest’anno a essere giurato della selezione.

Un’immagine di Etienne Delessert
Un’immagine di Etienne Delessert

A parte l’aneddoto divertente, credo che questo episodio sia prezioso perché raccoglie un dibattito che si è animato, da alcuni anni, intorno alla Mostra Illustratori.
C’è chi sostiene che negli ultimi anni la Mostra abbia presentato uno stile troppo uniforme, modaiolo, grafico, estetizzante, poco narrativo in senso classico, e poco per bambini. C’è chi, invece, ha visto in questo segno la capacità della Mostra Illustratori di selezionare un panorama innovativo, contemporaneo, nuovo e stimolante.

Più che dirvi per che bandiera parteggio (mi sa che già lo sapete), mi piacerebbe gettare le basi di una riflessione solida e condivisibile sull’annosa questione dell’innovazione nel campo dell’illustrazione per bambini.
Ora vi lascio riflettere sul testo tradotto di Delessert, per chi non lo avesse ancora letto.

LA FIERA E IL NIENTE
di Etienne Delessert
(2012)

(Qui, sul sito Ricochet, trovate il testo originale in francese)

Ho guardato attentamente il catalogo della Fiera del Libro di Bologna, intitolato Illustrators Annual 2012
Bell’oggetto, superba la riproduzione delle immagini e la stampa, 184 pagine che lasciano un gusto amaro. 2685 illustratori hanno inviato 5 disegni ciascuno. E i 5 membri della giuria, venuti da: Giappone, Francia, Italia, Inghilterra, Polonia, ne hanno selezionati 72 per l’esposizione e per includerli in questa opera. L’Esposizione andrà in Giappone.
Che cosa resta di questa selezione severa?: niente, rien, nothing, niet, nada.
Si potrebbe declinare in tutte le lingue. Un po’ di polvere su un angolo del tavolo.

Mika Ianoto, Giappone, Mostra Illustratori 2012

Vi sembro duro? È tempo che qualcuno di noi dica ciò che pensa, a rischio di vedere i propri libri bruciare in Piazza Maggiore.
Cerco le parole scorrendo le pagine del catalogo: vuoto, nullità, inanità, vacuità?
Soprattutto: non-essere.
E non è il risultato delle scelte della giuria, composta da personalità rispettabili del mondo dell’editoria internazionale. Poiché ciascuno rileva la difficoltà prima di allineare 5 disegni che abbiano una minima coerenza, che possano costituire l’embrione di una storia!

“Twitter” ci permette di balbettare qualche parola, un’idea forse, e di cambiarla immediatamente!
Gli illustratori scelti fanno lo stesso.
Partecipano allo stile della globalizzazione scarabocchiando a malapena dei personaggi senza metterli in scena, sarebbe a dire senza voler creare delle tensioni, degli accordi o delle rotture tra di loro: gli artisti non si preoccupano di essere interpretati da giovani lettori e dai loro genitori.
Non c’è né suono, né silenzio, solo dei rumori disordinati.
Una lettura elementare senza alcun mistero. Questo vuol dire che in un mondo di comunicazione istantanea, non si ha più tempo di guardarsi attorno, di riflettere, di raccontare una storia personale, quella della propria tribù?

Katie Oberwelland, Allemagne

Io adoro l’Art Brut, il vero ( e tutto ciò che non somiglia ai miei disegni!), ma ciò che passa qui per illustrazione di libri per l’infanzia, immagini per albi in preparazione, non è che la ripetizione senza frontiere di segni mal posti, senza alcun significato. Senza emozione, poco leggibili, e, soprattutto, senza alcuna idea.
“Brain dead” come si dice dalle mie parti. E perdonate l’uso dell’inglese: è la sola lingua ufficiale della Fiera, il francese non esiste più. In nessun colloquio, nemmeno al Café des Artistes.
E pretenziosi, oltre tutto, poiché tutti i concorrenti sperano di essere pubblicati e letti da questo giovane pubblico che cerca delle risposte alle domande essenziali che si pone.
Date queste immagini scarne a dei bambini normali: gireranno le pagine, per essere educati, ma non ci si ritroveranno. Si domanderanno soprattutto, chi sono questi adulti che sono furbi solo quando dirigono le banche e che, da artisti, seguono una moda rapidamente superata.
Si può adottare questo stile o quello, che importa se non si ha niente da dire?
Che solitudine, che disperazione sono imposte ai bambini.

Leire Salaberria, Spagna, Mostra Illustratori 2012

E chi è responsabile di questo disastro annunciato? La Crisi, si dice. Da 30 anni si trascura l’insegnamento delle arti nella scuola primaria, è vero. Da quando ti dicono che un cavallo non può essere blu, né il cielo rosso, sei fregato!
E le cose non migliorano, malgrado gli sforzi di Google Art Project, la tendenza nei paesi sviluppati, è di tagliare i fondi destinati all’educazione.
I ricchi spendono fortune per riempire le loro collezioni, chiave del loro potere sociale, consigliati da galleristi-conservatori-critici.
Niente per i bambini.
Poi le Scuole d’Arte: per quelli che hanno voglia di esprimersi con le immagini è una tappa necessaria.
È più facile convincere i genitori a pagare i corsi di arti grafiche e di design. Ma nella maggior parte delle Scuole Superiori, non si disegna che per caso e accademicamente e si va molto presto verso il computer: non si insegna come mettere in scena una situazione, come studiare un personaggio.
Il risultato della selezione di Bologna mostra che le storie che si vogliono fare leggere ai bambini sono frammentarie, senza conseguenza alcuna che brillare per 5 secondi come lucciole impazzite.

Le tendenze espresse in Fiera sono adottate dagli altri responsabili di questo malessere: gli Editori.
Oppressi dai bilanci finanziari, non hanno più voglia di sfidare il torrente.
Volete carta colorata e scenette di vita di tutti i giorni? Ne avrete: il mio cane si è fatto rubare la palla (A ball for Daisy di C.Raschka) premio Caldecott 2012.
Non sono l’unico ad inquietarmi: “Abysmal!…” ruggì Sendak quando lo si interrogò in TV sull’Editoria nel suo paese. E la direzione della Fiera dovrebbe essere molto inquieta, mentre si appresta a celebrare i 50 anni della sua esistenza, il prossimo anno.

Ci si può andare e sperare di vendere delle coedizioni, ma ci fu un tempo in cui i professionisti di tutto il mondo ci andavano per mostrare libri originali, che si potevano tradurre, perché le loro storie erano forti, bizzarre anche, erano il riflesso della società. E loro erano felici di condividere le loro esperienze di vita per qualche giorno con altri editori. Oggi non resta che grana (soldi) e polvere.

Conosco una Art-director che ha visto anche lei questo famoso catalogo. Me l’ha restituito pochi minuti dopo. Cercava da settimane un illustratore per una raccolta di poesie: ha scelto Ayano Imai dal Giappone, che ha scoperto in questo volume. Ci ho anche visto i disegni di due o tre Iraniani, piuttosto saggi; d’Ali Su di Taiwan, di un’arte naïf graziosamente colorata, e ho rilevato che Eun-Young Cho, la giovane coreana di cui abbiamo presentato LA COURSE su Ricochet, non avrebbe dovuto accettare che si riproducesse quel disegno in copertina.
Illeggibile. Dimenticato.

Etienne Delessert
FINE

Vai al post La Mostra illustratori, Cosa è, come funziona.

La traduzione è stata fatta da  Luisa N. sul forum delle FDL, che l’anno scorso ha ospitato il dibattito.
Un’altra accesa discussione era partita sul profilo facebook dei Topipittori, qui, ed era intervenuto anche Delessert.
Sul blog Gavroche trovate delle immagini della Mostra 2012
Sul sito di Ricochet quelle scelte da Delessert per illustrare il suo post.

36 Risposte per “Mostra Illustratori di Bologna. La Fiera e il niente: l’arringa di Etienne Delessert. Parte 1”

  1. 1 laura38
    22 aprile, 2013 at 7:46

    Anna ti devo correggere! Non ho tradotto io l’articolo (e come potrei? Non capisco una sillaba di francese) bensì quella santa di Luisa N. che però non riusciva a postarla e quindi me la mandò via mail e io la postai per conto suo!!!

  2. 2 lucia
    22 aprile, 2013 at 8:39

    Sono pienamente d’accordo… è da anni che la mostra mi ha trasformata in una osservatrice di deprimenti lavori tranne pochissime piacevoli scoperte. Tutti sulla stessa onda e ha ragione a dire che sono slegati da una storia coerente. Se ne devono preparare cinque anche per far capire che sai raccontare in 5 sequenze qualcosa… per non parlare della poca energia che trasmettono ( sia positiva che negativa)… un senso di piatto

  3. 3 luisa n.
    22 aprile, 2013 at 10:30

    Laura38 ti potrà confermare che la traduzione l’ho fatta io.

  4. 4 luisa n.
    22 aprile, 2013 at 10:52

    cara Anna,
    scusa se rettifico, ma la traduzione l’ho fatta io.
    Laura38 te lo potrà confermare, perchè mi ha aiutato ad inserirla nel forum.
    La frase finale: “Ebbene, che ne pensate.” non l’ha scritta Delessert, era una mia domanda al forum.

  5. 5 Anna Castagnoli
    22 aprile, 2013 at 11:12

    Corretto tutto. Scusami Luisa.
    Grazie ancora della traduzione!
    Vuoi che metta un link sul tuo nome a qualche blog o sito?

  6. 6 luisa n.
    22 aprile, 2013 at 11:44

    Grazie a te.
    Scusa il doppio messaggio, ma credevo di aver sbagliato l’invio.
    Non ho un blog né un sito….:(

  7. 7 miguel
    22 aprile, 2013 at 12:01

    La mostra mi è piaciuta l’anno scorso e anche questo e francamente non ho trovato grandi diversità di scelte fra una e l’altra. Trovo un pochino egoistico criticare i disegni e quindi la scelta che a uno non piacciono semplicemente perché non é vicino a suoi gusti personali.

    Alcuni sono troppo grafici o non sono narrativi? io non ho mai letto sulle basi del concorso della fiera che devano esserlo. Non ho mai letto che devano rappresentare l’illustrazione attuale o il mondo editoriale . Neanche che si devono scegliere cose diverse per accontentare a tutti.

    Non c’è una storia da sviluppare ? Violeta Lópiz ha spedito questo anno (ed è stata selezionata ) una serie di disegni da un gioco che ha inventato senza molta storia, semplicemente mostrava e mischiava gli stereotipi maschio-femmina cambiati. Invece quel disegno che mostra di Leire Salaberria appartiene a un libro pubblicato. Mi sembra contraddittorio alla teoria del Sig. Delessert

    Le idee che un individuo ha sulla illustrazione non rappresentano niente , tutte le idee insieme si.

  8. 8 irene
    22 aprile, 2013 at 12:04

    Mi trovo purtroppo molto daccordo con il sig. Delessert. Allo sgomento legato alle tante brutte immagini che circolano si aggiunge quello che deriva dal furbo utilizzo di amicizie e social network, che non promuovono di certo la qualità ma l’assiduità. Resta solo la certezza che i fuochi di paglia bruciano in fretta. D’altra parte sarebbe decisamente pretenzioso, in tempi di cattiva politica e cattiva società, pretendere belle arti, buoni critici e buoni promotori.

  9. 9 Anna Castagnoli
    22 aprile, 2013 at 12:04

    Miguel grazie, sono d’accordo in pieno con quello che dici e ne parlerò nel prossimo post.
    la mostra di quest’anno però mi è sembrata molto più reazionaria, c’erano immagini che sembravano uscite dai cataloghi della Mostra anni 80/90…

  10. 10 Anna Castagnoli
    22 aprile, 2013 at 12:21

    Irene cara, rispetto la tua opinione ma il tuo commento è esattamente il tipo di commento che non vorrei a corollario di questo e dei prossimi post.
    lo dico perché sia utile anche agli altri.
    Un conto ̬ dire che non ci sono piaciute delle immagini, o che non le capiamo o che non le troviamo per bambini Рe se ho inaugurato questa discussione ̬ ESATTAMENTE per discuterne insieme e confrontare le vedute, trovando una base per una discussione aperta al confronto e stimolante per tutti- ,
    un altro è usare questo dibattito per rovesciare frustrazione, insinuare cattiverie infondate su possibili giochi di favoritismo nella rete o per arrivare a conclusioni affrettate e fuorvianti sulla mancanza di qualità nel panorama editoriale odierno.
    Siamo tutti d’accordo su questo assunto e sulla volontà di discuterne con intelligenza e senza unghie?
    Perché se vogliamo contrastare un po’ la triste situazione politica italiana, è questo che dobbiamo imparare a fare.

  11. 11 paolo
    22 aprile, 2013 at 13:45

    Miguel scrive: «Le idee che un individuo ha sulla illustrazione non rappresentano niente , tutte le idee insieme si.»
    E io applaudo. Una delle cose più sensate e intelligenti che abbia sentito ultimamente, in tema di illustrazione.

    Anna: sono d’accordo con te circa l’atmosfera “retro” della mostra di quest’anno. E mi sembra che corrisponda a una tensione verso la restaurazione di un certo modo di fare illustrazione e libri per ragazzi. Questo non è né bene né male: dipende dai risultati, che poi significa dalla qualità dei libri che scaturiranno da questa tendenza. Quello che mi viene da ricordare, però, è che nel nostro paese il periodo storico a cui fa riferimento questa specifica tendenza ha prodotto il peggio (mediamente e fatte le debite eccezioni) dell’editoria per ragazzi italiana dell’ultimo secolo.

  12. 12 Benedetta
    22 aprile, 2013 at 14:00

    Non so valutare la qualità della cultura odierna. Alla mostra ho sempre trovato tavole che mi hanno affascinato per bellezza e tecnica e tavole che mi hanno dato fastidio. Una cosa però trovo sia vera nell’articolo di Delessert, cioè che tante volte i bambini siano dimenticati. In una società fatta di anziani che inseguono l’eterna giovinezza è normale che il bambino sia un po’ perso di vista o quasi omologato all’adulto ma forse, scusatemi, sono andata fuori tema..

  13. 13 Andrea
    22 aprile, 2013 at 14:03

    Bell’argomento. Ricordo la scorsa mostra e per me che sono un novizio è difficile dare un opinione sopratutto su un argomento delicato come quello dello stile/mostra.
    Nel mio piccolo una opinione me la sono fatto e spero vivamente di sbagliare nel corso del tempo.
    Nello stile grafico spesso vedo un modo troppo “comodo” (non so neanche se è un giusto aggettivo o meno) per rappresentare qualcosa. Non dico a priori che tutti sono furbetti, anzi! Zabala, Lisa Gelli, Michele Rocchetti e tanti altri sono a mio avviso bravissimi nel loro modo di rappresentare con il grafismo la realtà di un testo.
    Fare grafica però porta anche a delle soluzioni stilistiche che possono non piacere. Personalmente non amo le stilizzazioni e se posso ne faccio a meno ma è anche vero che non sono un grafico.
    Il problema è che diventa difficile, per me, giudicare un lavoro grafico da 5 tavole, sopratutto quando di fianco ho altre mille tavole grafiche che per via di stilizzazioni varie arrivano ad assomigliarsi.
    Forse una soluzione sarebbe avere un tralcio di testo per capire da chi o cosa nasce quell’immagine, ma poi chissà, servirebbe veramente?

  14. 14 Anna Castagnoli
    22 aprile, 2013 at 14:13

    Andrea, hai ragione: la mancanza di un testo, per me, invalida qualsiasi critica alla qualità narrativa delle immagini; là dove le immagini sono state decontestualizzate da un libro, e non fatte ad hoc per la Mostra.
    Parlo anche di questo nel prossimo post.

  15. 15 maddi
    22 aprile, 2013 at 14:44

    E’ sempre facile cadere nel campo del gusto, di ciò che piace e non piace, e da lì dare giudizi su tutto ciò che non viene prodotto da noi o che, appunto, non ci ‘accende’.
    I bambini non visitano la mostra, ma se la vedessero cosa direbbero?
    Alla fine i libri per loro sono fatti da adulti, pubblicati e scelti da adulti, a volte letti con l’intermediazione degli adulti.
    Io credo che certe immagini cupe o eccessivamente grafiche forse non li stimolerebbero troppo, ma magari mi sbaglio, perché non ho avuto modo di osservare un bimbo con un libro del genere in mano.
    Personalmente alcune illustrazioni non mi dicono molto, e condivido l’idea che ci sia un trend retro che non sempre mi convince.
    Ma quest’anno in mostra ho trovato diversi illustratori che non conoscevo che mi hanno colpita.
    Credo che certi giudizi arrivino più facilmente se lasciamo vincere il fastidio di non essere stati scelti o l’invidia per chi espone.

  16. 16 lucia
    22 aprile, 2013 at 16:52

    comunque a me questo anno la mostra è piaciuta di più…lavori più caldi ed espressivi. Più spunti di dialogo per i ragazzi

  17. 17 laura38
    22 aprile, 2013 at 18:16

    A me le mostre sono piaciute sia quest’anno che l’anno scorso, la differenza è stata in termini emotivi forse, ma magari è solo perché l’anno passato c’era Anna a farci da guida e lei sa trasmettere molta emozione. Dell’anno passato ho apprezato il brivido, la meraviglia, la sensazione di vedere qualcosa di nuovo e sorprendente, di quest’anno il colore, il figurativo (anche in stile grafico però, non solo tradizionale), e la cura e pulizia di certi lavori.

    Non credete che sia possibile avere entrambe le cose nello stesso lavoro? Io penso di sì. Invece che fare polemica (e scusate ma Delessert mi pare ancora abbastanza orientato verso la polemica, adesso quanto l’anno passato) perchè non cercare nuove strade e godersi percorso e risultati?

    Riguardo alla tendenza retro non mi preoccuperei, è normale come fenomeno, capita in continuazione in tutti i campi della creatività umana. Se chi fa illustrazione è onesto non potrà che arrivare a qualche citazione, al massimo, perché adesso viviamo un tempo molto diverso dagli anni ’80 e l’illustrazione attuale si deve collocare nell’oggi anche se magari può voler strizzare l’occhio al passato.

    Poi queste son le mie opinioni, eh, filtrate dal mio gusto e dalla mia indole. Io non sono né colta né lungimirante, quindi mi rendo conto che magari semplifico troppo e la faccio più semplice di quanto non sia.

  18. 18 Laura
    22 aprile, 2013 at 18:17

    Non credo di avere i mezzi per contestare una persona che si occupa di illustrazione da quando io non ero ancora al mondo. Però vorrei comunque esprimere un paio di idee che mi stanno molto a cuore: la prima è che l’errore peggiore in cui potrebbe incorrere una mostra d’illustrazione di questa importanza è rinunciare ad innovare. L’innovazione è un rischio in se stessa, può e deve produrre qualcosa che non piacerà a tutti. Serve a generare idee, a stimolare un pensiero nuovo, a dare una scossa a quello che credevamo ben consolidato. Oltre a questo vorrei soltanto dire che un altro terribile errore è quello di sottovalutare i bambini, “utilizzatori finali” dell’illustrazione in questione. L’apertura mentale, la purezza e l’intuito di un bambino sono doni che ben presto si perdono. E vanno alimentati con qualcosa di nuovo, bello, stimolante, che dia emozioni e faccia pensare fuori dagli schemi, in modo che durino il più a lungo possibile. Non dovremmo dirci: un bambino non può capire, non può apprezzare. Non è così: se potessimo recuperare i pensieri che avevamo da bambini ci ricorderemmo senz’altro una curiosità senza fine, un interesse vivo per tutto quanto comunichi qualcosa di intenso e inatteso. I bambini meritano fiducia, attenzioni e impegno, soprattutto da parte del mondo della cultura e dell’arte. Ecco, spero di essermi spiegata, più o meno!

  19. 19 Cristina Storti Gajani
    22 aprile, 2013 at 20:36

    Premetto una banalità: la mostra perfetta non esiste e non esisterà mai, secondo me. Ci sono troppe variabili sia nella scelta sia nella fruizione.
    Io non vedo delle differenze abissali di qualità tra un anno e l’altro, soprattutto al netto del mio gusto.
    Mi ha colpito la coincidenza di questo post e di un’intervista a Enzo Mari postata da Alicia Baladan su Facebook. Gli argomenti sono diversi, ma in un certo senso ci ho trovato un vago parallelo.L’innovazione tanto per innovare, per fare gli originali, la novità a tutti i costi forse non hanno molto senso. E forse, parzialmente, è vero che si finiscono per veicolare delle tendenze un po’ ripetitive, degli esercizi di stile. Forse una giuria più ampia potrebbe servire? Non so.

  20. 20 maddalena sodo
    25 aprile, 2013 at 9:03

    Non amo generalizzare, per cui alla fiera ci sono state cose belle e cose meno, come sempre. L’arte non è matematica, per cui anche il giudizio diventa molto soggettivo, in base ai propri gusti, alla propria personalità, alla propria cultura. Tuttavia mi trovo quasi completamente d’accordo con la critica mossa da Delessert, non solo alla mostra di Bologna, ma anche al panorama in generale. vedo una tendenza ad adeguarsi alla moda del momento: ora vanno illustrazioni con immagini scomposte, non naturali, astratte..ok allora tutti così. Probabilmente la penso controcorrente. Comunque ogni periodo ha i suoi buoni frutti e solo quelli rimarrano anche nel futuro e saranno considerati dei “classici” tra 50 anni…Nel frattempo, però, è triste vedere l’appiattimento sostanziale alla moda.

  21. 21 maddalena sodo
    25 aprile, 2013 at 10:45

    PS. per quanto riguarda l’annotazione di Delessert riguardo l’uso esclusivo dell’inglese in fiera…mi sembra un pò ridicola, e oserei dire un’annotazione tipicamente francese, considerando che nelle fiere francesi non trovi l’italiano come seconda lingua neanche con il lanternino

  22. 22 daniela tordi
    25 aprile, 2013 at 18:13

    Ho trovato la mostra di questa edizione bella, armoniosa, ricca, allegra, compatta… ma ugualmente capace di racchiudere segni diversi, di offrire un panorama vasto. E come non condivido l’aggettivo “reazionario” per Delessert, non comprendo il senso di quello “retrò” in riferimento ad una rassegna che mi è sembrata molto ben bilanciata. Sorrido… non sarà che il vento sta leggermente cambiando e i veri reazionari sono coloro che continuano a parlare di innovazione? L’innovazione non è patrimonio dell’astratto, dello sperimentalismo, dell’avanguardia (che può anche benissimo essere fine a se stessa)… forse è nella naturale evoluzione delle cose e basta, nella somma di generi che stratificando producono codici via via diversamente modulati. Ma nella continuità, senza bisogno di stabilire graduatorie e primati in chiave di un presunto svettamento verso non si capisce quale futuro dell’illustrazione (guardiamo i graffiti preistorici e mettiamoci l’anima in pace, che tutto, tutto s’è già visto in verità). I miei amici illustratori americani coprono un territorio geograficamente molto vasto, ben più di quello europeo… e non credo che si possano tacciare di retroguardia. Lavorano in continuità con la loro tradizione, ciascuno a modo suo, col suo linguaggio, ma in genere senza grandi strappi. E credo che alla fine… alla fine tutte queste chiacchere a loro (tanto per dire) sembrerebbero anche un tantino oziose. Ho scambiato due parole con Peter Sis (che spero tutti abbiano potuto apprezzare come ospite d’onore della mostra). Il suo lavoro è raffinato, particolarissimo, così denso da costringere l’osservatore ad aguzzare la vista per capacitarsene fino in fondo. Usa un complesso di figure pazzescamente esteso, ed articolato, eppure comprensibile, duttile e capace di raccontare con il massimo dell’efficacia ed al tempo stesso con il massimo dell’originalità. Dove lo mettiamo Sis? E’ retrò Sis? O è un innovatore? E’ Sis. Un tranquillo signore che scava dove può, dove sa e lì deposita le sue pepite, come chiunque sia preso dal suo lavoro più che da tutte le ciancie che si muovono d’attorno. Evviva.

  23. 23 Anna Castagnoli
    25 aprile, 2013 at 18:47

    Daniela non so se puoi vedere questa immagine
    http://pinterest.com/pin/32932640997526019/
    l’avevo da mesi nella cartella Pinterest delle illustrazioni del 1900, non essendoci la data avevo pensato fosse degli anni 40. Quando l’ho vista in mostra ho sorriso.
    E’ stupenda.
    Retrò non vuol dire brutto. Vuol dire retrò.

    In mostra, soprattutto nella sezione non-fiction, ho notato delle opere che sembravano invece anni 80. Quelle sì le ho trovate pesanti. Ora sono fuori casa, ma poi col catalogo in mano vedrò di fare un post sul retrò, perché è comunque un fatto, Delessert a parte, che gli anni 40/50 stiano tornando di moda. Su Pinterest non si vede altro.

    A me basta che non tornino di moda gli anni 80/90, quel figurativo denso di troppi colori che andava di moda soprattutto in Italia, ma solo per gusto mio, non per una qualche ragione filosofica.

    Per i tuoi amici americani.
    Non credo si possano fare paragoni con l’Europa. Troppo abissale la differenza di idee sull’infanzia e l’educazione.
    Solo non vedo l’interesse di tenersi al calduccio dentro la tradizione. A me gli strappi interessano di più. Mi informano su un’epoca, sui cambi delle tecniche pittoriche, della stampa, dell’idea che una nazione o un’epoca ha dei bambini…
    Cambia la storia, cambiano gli arredi, cambia l’arte, perché l’illustrazione non dovrebbe cambiare?

    Per Sis: Sis è fuori categoria. Come tutti i geni. Può anche fare delle illustrazioni stile anni 80, se gli va. Me le appendo in stanza.

  24. 24 daniela tordi
    26 aprile, 2013 at 0:05

    Non mi sento di avallare una visione del mondo e dell’arte così segmentata Anna. Chia è italianissimo e vive molto in America, da dove la sua fortuna ha rimbalzato e attecchito qui. E non ci sono abissali differenze tra noi e la cultura di matrice anglosassone, tantomeno nel guardare al bambino, non oggi. Peraltro, se gli strappi devono avvenire avvengono… e di lì poi si ridipana il filo. Quello che mi fa sorridere è sopravvalutare certe tendenze a scapito di altre, perchè l’illustrazione è sottesa da tanti poli, da una gamma infinita di possibilità espressive e a me sembra che ci stiano tutte. Con o senza strappi. Il biglietto non è mai di sola andata… e con buona pace dei coraggiosi e dei geni, chi se ne vuole stare al calduccio può farlo anche con sovrana, paritetica dignità.

  25. 25 Anna Castagnoli
    26 aprile, 2013 at 7:52

    Daniela cara, capisco quello che vuoi dire e sono d’accordo che è sacrosanto e giusto che ci sia una pluralità di voci e che tutte abbiano diritto di esprimersi.
    Ma l’innovazione è già abbastanza boicottata dal gusto della massa, persino da un certo establishment di riviste, librai, premi e critica, se non l’appoggiamo noi (noi illustratori, noi pubblico di appassionati, noi critici, noi giurati) chi la incoraggia?

    Maddalena dice che è un moda. Può essere. Ma forse è una moda come lo era il cubismo. E’ passata. Passerà anche questa. Ma non mi sogno neanche di mettermi nel coro di chi difende la tradizione accademica contro la sperimentazione.
    La tradizione è un fiume enorme che va per la sua strada (lo dici tu stessa, interi continenti lo seguono). Non ha bisogno di essere difeso o appoggiato, è il fiume principale. C’è. Ha pieno diritto di esserci. Ma c’è anche senza di me. Invece l’innvazione no, senza sostenitori si prosciuga, affonda.

  26. 26 Alessandro Lumare
    26 aprile, 2013 at 21:04

    Ciao,
    sono l’autore dell’immagine che (nell’originale francese) apre l’articolo “la fiera e il niente”: praticamente un vuoto pneumatico.
    Pur comprendendo lo sgomento di Etienne Delessert di fronte al brusco rinnovamento del linguaggio degli ultimi 10 anni, pur ammettendo la possibilità che molti degli illustratori selezionati scarabocchino a malapena i personaggi (io non arrivo neppure a tanto, usando la foto per dare forma alle mie illustrazioni) mi domando: ma veramente Etienne pensa che in nessun caso questi piccoli, poveri personaggi abbiano tensioni, accordi o rotture tra di loro? E ancora: ma veramente crede che questi piccoli, poveri illustratori abbiano perso ogni possibilità di raccontare la propria tribù?
    Non sarà piuttosto che Etienne ha deciso di appartenere irrevocabilmente ad un’altra tribù?
    Mi dispiacerebbe. Penso che avremmo tanto da imparare dal confronto con un pur burbero, vecchio saggio come lui.

  27. 27 Anna Castagnoli
    27 aprile, 2013 at 8:48

    Ciao Alessandro!
    Deve essere stato ben fastidioso essere scelto come stendardo per la sua critica senza possibilità di appello. Nel post di lunedì arrivo alle tue stesse conclusioni.
    Un sorriso

  28. 28 maddalena sodo
    27 aprile, 2013 at 8:55

    Sono d’accordo con te Anna che l’innovazione vada sempre aiutata a venir fuori e a farsi strada, se così non fosse non ci sarebbe mai evoluzione. Ciò che mi delde, invece, è vedere che poi si cade nell’estremismo opposto, per cui si esclude un tipo di illustrazione più “classica” perchè ora la moda è un’altra. E’ come se, per spingere in avanti una determinata corrente, affossassimo il resto perchè “fuori moda”. Reputo entrambi questi atteggiamenti assolutamente negativi e che non portano da nessuna parte, perchè impediscono la pluralità e la diversità, tendono ad omogeneizzare ed omologare e quella “novità” che voleva essere rottura, che voleva essere innovazione alla fine diventa onologazione.Molto spesso sembra controcorrente chi invece riprende qualcosa che altri considerano ormai “vecchio”. Questo vale in tutti i settori, basta guardare il settore dell’abbigliamento. La mia esperienza è ancora limitata, quindi capisco che probabilmente non ho un pensiero completamente maturo, ma vedo in questi atteggiamenti il riflesso di ciò che avviene nella vita comune, quella di tutti i giorni: così quando io amavo lo zaino di stoffa semplice e tutti compravano invece quello Seven o l’ultimo alla moda…venivo considerata “fuori contesto” perchè all’epoca non eri alla moda se non avevi un determinato zaino. Ecco, l’esempio è un pò misero, ma credo che nell’arte accada in genere la stessa cosa, per cui una enorme massa di artisti si orienta verso una determinata corrente per essere “alla moda”. Ne sono un chiaro esempio le selezioni fatte in genere nei concorsi: indipendentemente dai gusti personali è evidente come molte mostre e selezioni siano tutte orientate verso uno stile molto astratto e non naturalistico, per cui è chiaro che chi ama (come me) un genere più realistico, raramente vede esposte opere di questo genere, e raramente sono selezionate.

  29. 29 Anna Castagnoli
    27 aprile, 2013 at 9:18

    Maddalena, un po’ è vero, e anche fisiologico ai cambiamenti il fatto che il vecchio sia considerato fuori moda (ma dipende anche da quanto vecchio: di solito è considerato vecchio lo stile appena passato, ma quello ancora più vecchio ritorna in auge: vedi ora come è alla moda l’illustrazione degli anni 30/40).
    Un po’ forse dipende da un cambio nella percezione (ne parlerò nel post di lunedì): nel 2005 (catalogo Mostra Illustratori) io vedevo bellissime delle cose che ora trovo vecchiotte: non riesco più a farmele piacere; non per partito preso verso la moda, ma perché il mio sguardo è cambiato, cerco altre cose, ho bisogno di vuoti, silenzi, ordine e non li ritrovo in quelle immagini affollate di materia e colori.
    Ciò nonostante, non sono d’accordo con quello che dici: penso che ci sia enorme spazio per la pluralità. Case editrici più “francesi” (grafiche) in Italia sono la minoranza, e non mi sembrano neanche troppo appoggiate dal sistema.
    Il premio Bop all’editore più innovativo l’ha preso EL, che è una casa editrice di stile classico.

    Gli illustratori dovrebbero stare attenti, però, a non confondere il fatto di non essere selezionati con un discorso sulla moda. A volte, molto semplicemente, non si è ancora maturi, e non lo si sarebbe stati neanche 10 anni prima. (Non parlo di te, ma in generale). In Mostra ci sono sempre state,anche in questi ultimi anni, accanto a immagini più grafiche, immagini assolutamente figuartive, realistiche, materiche.

  30. 30 Gloria
    27 aprile, 2013 at 10:33

    Ho riletto attentamente la critica di Delessert. Penso che ci sia un errore di fondo.
    La lettera inizia con “Ho guardato attentamente il catalogo della Fiera del Libro di Bologna, intitolato Illustrators Annual 2012”.

    Ecco, a mio parere, l’errore sta proprio qui.
    L’Annual non È la mostra.

    Ricordo molto bene la mia prima Bologna. Era nel 2010 e io ancora con l’illustrazione per bambini non avevo niente a che vedere. Andai a fare un giro di ricognizione. La mostra mi piacque. Comprai l’Annual e lo portai a casa.

    La reazione, a casa, di chi guardava lo strano libro portato dalla Fiera, era di totale perplessità. Cosa avevano a che fare quei segni di china neri con l’illustrazione per bambini? Perché due segni di biro in una mostra dedicata all’infanzia? Sembrava tutto troppo facile, troppo semplificato, troppo vuoto.

    E io a spiegare “ma no! Ma guarda che dal vivo è un’altra cosa! Ti assicuro che questa qui dal vivo era bellissima, e anche quest’altra!”.

    Insomma, quello che vorrei dire, è che per criticare la mostra, non ci si può basare sull’Annual. Perché una mostra ha come fine di essere vista dal vivo. E dal vivo anche due segni di biro hanno il loro fascino. E tanti dettagli che in mostra hanno lo spazio di brillare, in stampa si perdono completamente. È molto probabile che, nel 2010, se io non fossi stata alla mostra, ma avessi visto solo l’Annual, sarei caduta nello stesso tranello.

    E aggiungo un’ultima cosa.
    È molto bello che la mostra continui ad essere qualcosa attorno a cui parlare, un evento sotto i riflettori. Qualcosa che ci si deve sforzare di capire, che si ama o si odia. Se non fosse così, che senso avrebbe provare ad essere selezionati? Se si trasformasse nella vetrina dell’illustrazione già approvata, sul mercato, già censurata e ripulita dal marketing, tale e quale a come la si trova in libreria, allora non avrebbe più senso di esistere, basterebbe girare tra gli stand.

  31. 31 Anna Castagnoli
    27 aprile, 2013 at 13:14

    Mi piace la tua riflessione, Gloria.
    L’unica cosa è che le illustrazioni nascono per essere riprodotte, quindi, teoricamente, dovrebbero poter funzionare anche riprodotte.

    Anche a me piace che la Mostra faccia discutere! Mi sembra il suo senso più importante.

  32. 32 Gloria
    27 aprile, 2013 at 13:45

    Ciao Anna,
    sì, è vero che quel che dici. Le illustrazioni nascono per essere riprodotte, però per farlo c’è un grande lavoro.
    Tra l’originale e il libro stampato ci sono tanti passaggi che portano l’illustrazione a dare il suo meglio, dall’impaginazione, all’ottimizzazione, alla scelta della carta ecc.

    In un annual però questo lavoro manca. Quello che voglio dire è che se alla mostra fisica manca il testo affiancato, allora all’Annual mancano ancora più cose. Perché l’illustrazione è piccola, incorniciata in un frame, con la stessa carta per tutti, alcune immagini della stessa serie sono più grandi di altre (e si perde la continuità con il segno), alcune mancano proprio (per un’ulteriore selezione dell’annual stesso).
    Non sono nella testa dei giurati, ma la mia impressione è che quando “progettano” la mostra, selezionando, sia proprio ad una mostra che stanno pensando, e meno alla riproducibilità.

    Poi sicuramente il sig. Delessert ha visto la mostra dal vivo, e la frase iniziale è fuorviante! :)
    O probabilmente, anche vedendola non avrebbe cambiato opinione!

    Detto questo, non vedo l’ora che sia lunedì per leggere il post sulla mostra di quest’anno!

  33. 33 Anna Castagnoli
    27 aprile, 2013 at 14:07

    Hai perfettamente ragione Gloria!

    Il post di luendì non è ancora sulla mostra di quest’anno, è una riflessione sul gusto e sull’evolvere degli stili.
    Dovrai pazientare ancora. :)

  34. 34 Alessandro Lumare
    30 aprile, 2013 at 11:54

    Facciamo finta che la critica di Delessert non fosse assoluta. Facciamo finta che riguardasse solo una certa corrente dell’illustrazione contemporanea: ne scelgo una a caso io, per gioco.
    “Che solitudine, che disperazione sono imposte ai bambini”. Questa sua frase mi fa tornare alla mente un articolo sulle copertine dei libri di narrativa:
    http://hamelin.net/wp-content/uploads/2012/11/avvenire_3.jpg
    Rifletto: anche in ambito illustrativo mi pare esista una corrente tendente a rappresentare l’infanzia con toni cupamente nostalgici, toni che richiamano un sentimento di solitudine e direi quasi di disperazione. Con questo tipo di lavori staremmo forse imponendo una visione adultizzata e morbosamente nostalgica dell’infanzia ai bambini? Tuttaltro! Quello di cui parlo è un immaginario che ci porta a contatto con la parte più profonda di noi stessi: proprio il terreno comune sul quale è veramente possibile l’incontro tra adulti e bambini! Nessun pericolo quindi, non le pare signor Delessert? “Effettivamente…” Ci riflette un pò su. “A patto, come dicevo, che non se ne faccia una questione di stile, di moda. Perché allora, potete starne pur certi, i bambini gireranno le pagine, per essere educati, ma non ci si ritroveranno”. Certo: a patto che non se ne faccia una questione di stile. Grazie signor Delessert!

  35. 35 laura
    7 settembre, 2013 at 3:25

    Buongiorno, sono una illustratrice emigrata a Londra. Da circa un anno e mezzo lavoro part-time come babysitter per una famiglia inglese con 3 bambini (età 7-4-1).
    La famiglia ha educato sin da piccoli i bambini alla lettura e alla contemplazione dei libri; il piccolo già ama l’oggetto libro e mi stupisco di come spesso, oltre al divertimento nel girare le pagine, si fermi ad ascoltare e osservare i contenuti.
    La loro biblioteca è molto varia e a rotazione ogni sera i bambini scelgono 3 storie. Una sera i tre libri li scelsi io secondo i miei gusti, non ricordo i nomi degli autori ne i titoli che scelsi tranne “In the night kitchen” di Maurice Sendak. Due libri su tre (Sendak compreso) sono stati bocciati e li ho dovuti sostituire con una raccolta di storie illustrate da Q. Blake. Questo non è per dire che Blake (tanto di cappello) abbia “vinto” su Sendak ma per sottolineare come i criteri di scelta dei bambini non siano, nella maggior parte dei casi, conformi ai nostri. Spesso si confonde l’educare al gusto e all’essere critici con l’educare al proprio gusto. Abusiamo la metafora della spugna per descrivere la mente infantile ed è in parte vero ma sono spugne critiche e con le idee chiare che senza troppi fronzoli relegano Sendak a restare uno sconosciuto tra tanti se solo lo vogliono.
    Mi piace pensare ai libri illustrati come a delle gallerie d’arte portatili e se visti sotto quest’ottica perché fermarsi a determinati stili e non dare la possibilità di scoprirne di diversi? Dalle opere d’arte definite (da storici non da bambini) “figurative” come pure quelle “non figurative”, concetti (bizzarri) che servono più a noi adulti come etichettature che a loro, fortunatamente ancora aperti al visibile e all’invisibile. Guidarli a scoprire la diversità e ad interpretare senza limiti è un dovere oltre che a un piacere.

    Questa è solo il mio pensiero tra tante altre opinioni.
    L.

  36. 36 River
    20 luglio, 2016 at 18:15

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