Selezionare la Mostra Illustratori 2014: nuovi linguaggi

30 gennaio, 2014
Mario Onnis, selezionato alla Mostra Illustratori 2014

READ ENGLISH TRANSLATION (thanks Sergio Ruzzier!)

(Torna alla prima parte di questi post: I giurati si conoscono)

A proposito di nuovi linguaggi (o correnti), vi confermo alcune caratteristiche che avevo evidenziato nei post di studio sulla Mostra illustratori dell’anno scorso (che potete iniziare a ri-leggere qui). Ho notato un cospicuo interesse per la realtà. Numerosissimi i lavori in bianco e nero con tecnica a grafite quasi fotografica (scarso, invece, l’uso della fotografia vera e propria). Molti i lavori che ritraevano città, o scene di vita reale.
Il gusto vintage un po’ modaiolo (lo chiamavamo per ridere: Pinterest style), era relativamente ricorrente e lo abbiamo penalizzato: non ci piaceva quando, nell’illustrazione, sembrava prevalere uno stile vanitoso e estetizzante troppo “già visto” su blog, riviste, muri Pinterest. Abbiamo trovato una quindicina di illustratori stile “ugly” (quello stile un po’ naif alla Attak, per capirsi): avevamo deciso di prenderne almeno uno come esempio, ma poi alla fine non ne abbiamo selezionato nessuno. Il Pop surrealismo, tranne un solo caso, era assente.


Abbastanza ricorrenti i lavori dal sapore anni 50, e molti i collage di ispirazione dadaista (stile Hannah Hoch).
Da un punto di vista tecnico, ho notato un ritorno a tecniche antiche: molte incisioni, acqueforti, qualche litografia e xilografia.
Ma la caratteristica più eclatante dei 3188 lavori ricevuti è relativa al colore: in generale, era spento. A parte due eccezioni coloratissime, il tono finale di tutta la nostra selezione era grigiastro, scuro, sbiadito; quando gli organizzatori ce lo hanno fatto notare, mi sono guardata in giro: era un tono generale di tutta la sala. Veramente tantissimo bianco e nero.

In questo post vorrei parlarvi di alcune immagini che ho difeso a spada tratta. Mi spiace far sapere agli illustratori in questione che in un primo momento della discussione non hanno ricevuto il consenso di tutti i giurati, ma credo che possano capire che il dubbio non era legato alla qualità del loro lavoro, quanto, piuttosto, alla novità che portavano nel campo dell’illustrazione per ragazzi.


Marco Bassi, Italia, selezionato alla Mostra illustratori 2014

Il primo lavoro di cui vi voglio parlare è di un italiano: Marco Bassi.
Alla prima selezione ci ha colpiti subito la luce e la finezza del disegno e lo abbiamo messo da parte; io ho detto subito (posso gongolare un po’?) che trovavo molto interessante la tavola con la deformazione degli alberi. L’espressione di un altro giurato invece è stata categorica: no, quello era un errore. Poi non ci abbiamo più pensato fino al momento di decidere se lo avremmo messo in Mostra nella categoria Fiction o Non Fiction. Era un libro sui dinosauri? Qualcuno suggerisce di lasciare fuori dalla Mostra l’ultima tavola (potevamo scegliere di non mettere in mostra tutte e 5 le tavole). Non riusciamo a decidere se metterlo nella Non-Fiction o nella Fiction.

Guardando con più attenzione per capire, ci rendiamo conto che è strana la presenza di un orso panda tra i dinosauri. Cosa ci fa un panda tra i dinosauri? Decidiamo di mettere le tavole in ordine, cerchiamo sul retro i numeri: 1,2,3,4,5. A poco a poco la storia si chiarisce: c’è un orso che si è addormentato. Si sveglia in mezzo ai dinosauri. E’ curioso, li osserva. Ma a un tratto (ultima tavola, quella qui sotto)…

Marco Bassi

… si… si sveglia da un sogno? Si perde la connessione? C’è un’interferenza di onde elettromagnetiche? Improvvisamente, quell’interferenza sull’immagine ci è sembrata un colpo di genio. Traduce lo spaesamento dell’orso ma anche un dubbio sulla realtà stessa della rappresentazione pittorica (espresso con un codice televisivo, digitale o da videogioco). Questo per me è un esempio perfetto di “ricerca di linguaggi innovativi”.

Un altro lavoro che ho difeso dall’accusa di “non essere per bambini” è stato quello di Leïla Chaix, una studentessa dell’Esade di Parigi.


Leïla Chaix, Francia

Le cinque tavole, molto grandi, rappresentavano, da diverse distanze prospettiche, una città di cubi deserta, quasi algida. Nessuna finestra, nessun segno di vita umana, animale o vegetale. E’ un lavoro che mi ha innamorata al primo sguardo (ho subito pensato alla Città ideale del cinquecento portata in chiave moderna), ma gli altri giurati, pur riconoscendo la qualità del lavoro, erano molto scettici. Potevano illustrare un libro adatto ai bambini, queste cinque tavole?
Ho usato la mia prima cartuccia: con un testo adatto, sì (tra parentesi, io, da editrice votata al fallimento, lo pubblicherei anche senza testo).

Ho raccontato ai miei colleghi il libro N°3, edito da Topipittori. Nel libro si susseguono tavole che rappresentano un giardino in modo quasi astratto. Nelle immagini non succede nulla. Ma il testo getta tutta un’altra luce su quel giardino: racconta di una coppia di bambini affacciati alla finestra, che spiano il giardino abbandonato dei vicini e si fanno mille domande su chi possa abitarlo, inventando mille risposte: è un fantasma, e fa questo e quest’altro, etc.

N° 3, Giulia Goy e Julia Binfield, Topipittori (per leggere il testo cliccate sulla seconda immagine)

L’immagine, nel caso di N° 3, forniva pochissimi elementi (come cubi o sassi o bambole steineriane senza occhi) che i bambini protagonisti del racconto usavano per costruirsi “il loro film”.
Ecco, anche le case di Leïla Chaix, secondo me, potevano essere usate dal piccolo lettore come si usano cubi semplici o sassi.
Il lettore avrebbe potuto proiettarci sopra la storia che voleva, intrigato dalla profonda suggestione di questa città abbandonata (vedrete che dal vero è molto suggestiva).
In un’epoca di lettori digitali, abituati fin da piccoli a un’enorme interazione con le immagini (videogiochi, app) è interessante pensare a immagini statiche che diventano interattive per una mancanza di informazione.
Là dove c’è un vuoto o un’assenza, il lettore (o la sua immaginazione) ha un luogo da abitare.


Leïla Chaix, selezionata alla Mostra illustratori 2014

Studiavo i visi dei miei colleghi, qualcosa si stava smuovendo. Errol van der Werdt ora stava difendendo il lavoro insieme a me: diceva che in quelle immagini il vuoto e l’assenza erano protagonisti vivi, e che in un’epoca saturata di tutto e di troppo, era un bel soggetto.
Ho usato la seconda cartuccia. Le ombre. La cosa più viva di questa città di cubi erano le ombre che le case proiettavano sul suolo. Il resto era molto geometrico, ma le ombre erano morbide, e cambiavano di tavola in tavola. Abbiamo messo le tavole in sequenza e abbiamo scoperto che c’era un sottile gioco narrativo, misterioso.
Intanto, la narrazione, essendo la città immobile, era fatta utilizzando solo la posizione della camera da presa (del punto di vista) che si allontanava e poi si avvicinava. Era interessante. Poi, nell’ultima tavola, c’era un colpo di scena: la camera faceva una grande carrellata indietro e scopriva un orizzonte dietro la città. Dietro l’orizzonte, sorgeva un sole. Emozionante riflettere su tutto quello che può significare quell’orizzonte…

Leïla Chaix, Francia

Ma c’era ancora una cosa che non convinceva Kitty Crowther: due tavole sembravano ripetersi identiche. Ho guardato meglio: non era possibile che l’illustratrice si fosse fatta un “cuculo” così con la grafite per fare due tavole identiche. Prestando attenzione mi sono accorta che alcuni particolari erano diversi. Era impercettibile al primo sguardo. Ma una scala non c’era. Un muro sbarrava un passaggio che, prima, era aperto. Un camino mancava. Ci è venuto un brivido. Cosa aveva di magico quella città abbandonata? Era viva e mobile? Poteva trasformarsi sotto lo sguardo del lettore come La palude definitiva di Manganelli sotto gli zoccoli del cavallo?

Leïla Chaix, Francia

Senza più dire nulla, abbiamo porto le illustrazioni verso le braccia di Deanna Belluti perché le appoggiasse sul tavolo dei sì.
Kitty Crowther, la sera, mi ha detto che in camera d’albergo aveva pensato ancora a quella città. Aveva immaginato una storia possibile con quelle immagini. Era convinta.

Un altro lavoro un po’ particolare che mi è piacuto è quello del lituano Rimantas Rolia, ma non sono riuscita a convincere nessuno degli altri giurati. Mi piaceva così tanto che è stato il mio Joker (avevamo ognuno un Joker da giocare, nel caso ci piacesse qualcosa che non convinceva nessun altro). Lo vedrete in Mostra. Ha qualcosa di modernissimo e tenero insieme. Peccato non avere altre fotografie da mostrarvi.

Rimantas Rolia, Lituania

Lo immagino per bambini molto piccoli. Mi seduce questo viso di animale stilizzato con pochi punti che si ripete in diversi contesti: diventa luna che spunta tra palazzi futuribili, un cartello, etc…
Se mi sforzo di ricordare come vedevo il mondo da neonata, mi sembra che lo vedessi così: cercavo sempre una faccia nelle cose, ma ogni volta mi sfuggiva, proprio come un muso di leone o di una luna dietro i tetti.
Sono curiosa di sapere cosa ne pensate quando lo vedrete in Mostra o sul catalogo.

Ecco, finito. Nell’immagine qui sopra siamo in mezzo alla Mostra definitiva, distesa sui due tavoli. Siamo stanchissimi e soddisfatti fino all’ultima cellula.
Spero che questi post vi abbiano dato la misura della serietà con cui si svolge la selezione della Mostra Illustratori, ma anche della sua arbitrarietà (ogni giuria sceglie i suoi criteri, personalissimi, opinabili e per questo promotori di domande e dibattiti). Spero che vi sia venuta, come è venuta a me, voglia di mettervi in gioco e crescere come illustratori. E’ stata una delle esperienze più belle e arricchenti della mia vita.
Ci vediamo tra poco a Bologna! Farò una specialissima visita guidata della Mostra per i lettori delle FiguredeiLibri e siete tutti invitati.

APPUNTAMENTO CON LA GIURIA: La conferenza dei giurati, la premiazione e la consegna dei diplomi agli illustratori vincitori sarà mercoledì 26 marzo dalle ore 11 alle 13/13.30, al Caffè degli Illustratori. Vi aspetto e aspetto i vostri commenti!

La giuria della Mostra Illustratori 2014. Da sinistra, Isabel Minhos, Errol van der Werdt, Anna Castagnoli, Kitty Crowther

Un consiglio a tutti gli illustratori selezionati: aiutate gli editori e i blogger… Se non l’avete già, aprite al più presto un sito o un blog dove si possano trovare le vostre immagini (anche solo le 5 selezionate) e la vostra mail.

Forse può interessarvi leggere…
Il racconto di Isabel Minhos (Planeta Tangerina) sulla sua esprienza di giurata (in portoghese):
A BOLOGNA COME NAVIGARE (E NON NAUFRAGARE) IN UN MARE DI ILLUSTRAZIONI

Alcuni post di analisi del concorso di Bologna e della Mostra Illustratori 2013  che scrissi l’anno scorso:
UN’ANALISI DELLA MOSTRA DEGLI ILLUSTRATORI 2013: CHE COSA È LA REALTÀ?

MOSTRA ILLUSTRATORI DI BOLOGNA. COSA È, COME FUNZIONA. PARTE 2

MOSTRA ILLUSTRATORI DI BOLOGNA. ARTE, ILLUSTRAZIONE, INNOVAZIONE. PARTE 3
STILI DELL’ILLUSTRAZIONE, MODA E PERCEZIONE: COSA È IL GUSTO? PARTE 4

E questo post dove Paolo Canton (editore Topipittori) racconta la sua esperienza di giurato alla Mostra 2011:
HO DETTO «NO» NOVECENTOVENTI VOLTE AL GIORNO

34 Risposte per “Selezionare la Mostra Illustratori 2014: nuovi linguaggi”

  1. 1 Isabella D
    30 gennaio, 2014 at 10:54

    GRAZIE!
    La porta che apri sul tuo universo e mi spalanca davanti meglio anche il mio è davvero preziosa.
    Scrivilo il saggio sull’illustrazione: ti prego!!!

  2. 2 Angela
    30 gennaio, 2014 at 10:56

    Finalmente riesco a capire qualcosa sul metodo di lavoro e di giudizio della giuria! …e devo dire che quest’anno non l’ho sentita così “nemica” come al solito (si tratta di una sensazione… anche se non ho mai partecipato!).
    Dovrebbero metterti lì ogni anno però :-)
    Grazie!

  3. 3 Laura
    30 gennaio, 2014 at 11:50

    Grazie per averci raccontato cosa c’è dietro e cosa ci può essere dentro.

  4. 4 sabina
    30 gennaio, 2014 at 14:22

    Anna, ancora un grazie, e una domanda:
    pensi che ai bambini piaccia questa abbondanza di bianco, nero, grigio?
    Anche le mie illustrazioni avevano ben pochi colori…forse ho sbagliato target!
    Carll Cneut, a Macerata, ci aveva confessato di essere un po’ perplesso di fronte a queste tavole (disse che era una caratteristica che notava negli italiani) con molto grigio e poche spruzzate di colore quà e là…
    Mio figlio, d’altronde, in libreria e in biblioteca sceglie sempre libri coloratissimi.
    E io ogni giorno, quando mi metto al tavolo da lavoro, mi chiedo se sbaglio a seguire il mio gusto che mi porta a scegliere questi colorini smorti!

  5. 5 Anna Castagnoli
    30 gennaio, 2014 at 14:38

    Non so dirlo Sabina.
    So solo che ultimamente (e non per seguire mode) mi è venuta voglia di disegnare solo in bianco e nero. E’ come se ritrovassi nel bianco e nero qualcosa di primitivo e semplice: l’ombra e la luce.
    Poi, i bambini, non so, come rispondeva non so più che scrittore tedesco quando gli chiedevano se i tedeschi fossero freddi nel carattere: non so, non li conosco tutti.
    :)

  6. 6 francesca ferri
    30 gennaio, 2014 at 15:19

    Ciao Anna, le tavole di Leila Chaix mi avevano incuriosito fin dai giorni scorsi, quando si intravedevano nelle immagini dei post precedenti. Pensavo ci fosse una chiave prospettica segreta che dal mio punto di vista incompleto non potevo capire. Non mi piacevano neanche un po’ così immaginavo che la loro ragione fosse un inganno alla Escher. Oggi osservando le ombre ho notato che si allungano di tavola in tavola, in questa immobilità quindi c’è un sole e un impercettibile scorrere del tempo. Le tue ragioni nel “difendere” questi lavori, che peraltro condivido, mi hanno fatto riflettere proprio sul tempo.
    Lasciarsi portare in giro dalle domande che un immagine ci pone richiede tempo, il tempo che ha un bambino che si siede con un albo illustrato in mano. Non è il tempo che si impiega da adulti a visitare una mostra nella fiera, ma è il tempo che nell’infanzia si misura senza orologio. L’illustrazione commerciale è completamente diversa: deve comunicare nell’immediato avere un effetto istantaneo, risolvere e non domandare.

  7. 7 sabina
    30 gennaio, 2014 at 15:25

    eh già, hai ragione…sempre con questi stereotipi…
    :))))

  8. 8 sabina
    30 gennaio, 2014 at 15:27

    scusate….rispondevo ad Anna!
    ^_^

  9. 9 Emiliana
    30 gennaio, 2014 at 16:07

    Anna, grazie per questi post, come sempre complimenti per come riesci a vivere e condividere le tue esperienze nel mondo dell’illustrazione. Illuminanti.

  10. 10 Anna Castagnoli
    30 gennaio, 2014 at 16:10

    Sì Francesca, è proprio così, ci sono immagini che richiedono tempo: ora mi è venuta la curiosità di capire se il sole sta sorgendo o tramontando. Ma sono con le poche foto che ho messo, devo aspettare anche io di rivederlo in Mostra!

  11. 11 Nicky
    30 gennaio, 2014 at 16:20

    A me, quello nelle tavole di Leila Chaix non sembra un sole…. Mi sbaglierò.. ma a me dà l’idea di un’apertura.. una specie di foro da cui penetra la luce…e mi fa capire che non siamo “fuori” (quella non è una città forse come la intendiamo noi), ma siamo “dentro”.. dentro una “stanza”…dentro un mondo..ma DENTRO.
    Sono spettacolari…

  12. 12 Anna Castagnoli
    30 gennaio, 2014 at 16:33

    Uh che bello Nicky, adesso spazio anche io: e se fosse la lampada di una stanza di bambino che illumina il ripiano su cui c’è la città giocattolo?

  13. 13 Nicky
    30 gennaio, 2014 at 16:53

    Sì esatto mi dà l’idea di una città-giocattolo… hai presente quelle costruzioni in legno?? Ecco, una cosa del genere… con quei volumi puliti, lineari. Ma mi dispiace sminuirla così…
    Comunque, se guardi bene sotto quella “linea d’orizzonte”, l’ombra si muove proprio come se fosse dentro una scatola.. Non so.. a me sembra proprio un “interno”.
    Poi mi piace troppo l’idea di quel foro…genera curiosità… Ora che so che siamo dentro, vorrei tanto sapere cosa c’è fuori :D
    Possiamo continuare fino a domani a fare ipotesi se vuoi :)
    La forza di quelle tavole sta proprio nel fatto che siano “indefinite” e questo le apre a molteplici interpretazioni.

  14. 14 Nicky
    30 gennaio, 2014 at 16:59

    Forse mi sono espressa male.. con “indefinite” intendevo dire che sono immagini che “non mi dicono tutto”, anzi non mi dicono quasi nulla… mi lasciano libera di immaginare… e di completarle con la fantasia.

    Volevo dire una cosa del genere :)

  15. 15 manuela z
    30 gennaio, 2014 at 17:10

    Spero che sarai in giuria anche l’ano prossimo a renderci noto il processo di selezione che finora era rimasto molto segreto e molto poco raccontato, lasciando ambiguitàne domande irrisolte che allontanavano la fiducia nell’obbiettività dei giudici. Quest’anno guarderò la mostra con occhi diversi! :) Magari appena dirai orari etc. della ” visita guidata” per i lettori di Figure dei Libri mi aggrego volentieri! :D Grazie ancora Anna!

  16. 16 Sergio R.
    30 gennaio, 2014 at 20:16

    Anna, non male il tuo jolly! Son curiosissimo di vedere tutti e cinque i pezzi di Rimantas Rolia (e che bel nome!)

  17. 17 lucia
    30 gennaio, 2014 at 22:09

    leggevo la storia della mostra fiera illustrazione.. nel 1968:il Premio Grafico Fiera di Bologna e il Premio Critici in Erba. Il primo è destinato alla migliore opera grafica nel suo insieme e deciso da una giuria di grafici o “addetti ai lavori”, il secondo è rivolto alle illustrazioni di maggiore qualità assegnato da una giuria di bambini coordinati da un adulto..

    di strada in avanti direi che ce nè! Sarei curiosa di sapere chi erano quei bambini e i loro ricordi, quali i lavori premiati… e chi era l’adulto!.. complimenti Anna per la tua onestà intellettuale-

  18. 18 Davide Bisi
    31 gennaio, 2014 at 15:41

    Beh che dire? GRASSSSSIIIIEEEEEEEE Anna tutto molto bello.

    Se posso permettermi LA CITTA’ a me sembra una scena teatrale, una scenografia… quelle ombre morbide mi ricordano molto le ombre proiettate dai riflettori in palcoscenico, ombre non vere.. il “sole” e sopratutto la linea dell’orizzonte altro non mi dice che la linea del fine-palcoscenico.. dove finisce il sogno o dove capisci che hai assistito ad un sogno… una linea che vorresti non vedere per rendere il sogno vero e vivo…
    davvero molto evocative quelle tavole!
    Davide

  19. 19 Yayoi
    31 gennaio, 2014 at 15:43

    Ma no, è “già” finito! :D Era interessantissimo!!!
    Riallacciandomi anche a una questione posta su Facebook, mi piacerebbe sapere di più (ci penso da un po’) sul discorso fotografia e illustrazione. Per esempio hai detto che la fotografia «è stata ampiamente usata per illustrare libri negli anni 20-30» e non lo sapevo (anche anni ’70, ma di quello ho visto qualcosina). Mi piacerebbe poter approfondire. Consigli e/o suggerimenti? E’ interessante anche come questione legata alla Mostra.

  20. 20 Yayoi
    31 gennaio, 2014 at 15:49

    Orpo! Noto ora che ne hai parlato qui:

    http://www.lefiguredeilibri.com/2008/08/01/la-fotografia-nel-libro-illustrato/

  21. 21 Lisa Massei
    31 gennaio, 2014 at 19:08

    Ciao Anna,
    grazie dell’entusiasmante resoconto :)
    Per quanto riguarda i colori nell’illustrazione, per la mia esperienza con i bambini, direi che sono più propensi ai colori accesi, qualcuno dice che più sono piccoli e più hanno preferenze per i colori accesi, ma non sono sicura che sia così. Mi piacerà sperimentarlo.
    Quello che mi viene da dire, rispetto agli illustratori italiani che tendono maggiormente al bianco è nero, è che le opere artistiche risentono dell’epoca in cui viviamo. E mi sembra fosse una riflessione che già facemmo lo scorso anno, parlando della Mostra di Bologna…

  22. 22 sandra
    31 gennaio, 2014 at 19:20

    Anna che bellezza sei sempre chiara e riesci a spiegare perfettamente processi molto complessi
    che dierei….io voglio il libro di critica !!
    stampare tutto il blog è impegnativo!
    aspettiamo fiduciosi
    grazie grazie grazie

  23. 23 Beatrice Cerocchi
    2 febbraio, 2014 at 17:26

    Ciao Anna,
    ho letto attentamente tutti i tuoi post dedicati alla selezione della fiera. In particolar modo la parte che hai scritto riguardante i lavori in digitale che mi riguardava in prima persona. “Per le prossime edizioni sappiate che la Fiera incoraggia la scelta di immagini originali, essendo il fine primo della selezione una mostra. ” Volevo sapere il come mai di questa affermazione, come mai delle immagini digitali non dovrebbero andar bene ai fini di una mostra? In che senso? Se le tecniche digitali non vengono tenute in considerazione tanto quanto le altre tecniche questo non lo trovo affatto giusto, soprattutto non lo trovo attuale. Credo inoltre che la capacità di un illustratore sia quella di creare immagini che raccontino delle storie, se l’immagine riesce ad assolvere questo compito allora il modo in cui l’illustratore arriva a fare questo non è rilevante. Ad ogni modo grazie per il tuo racconto dei retroscena della fiera! Davvero molto interessante :)
    Beatrice

  24. 24 beatrice cerocchi
    2 febbraio, 2014 at 18:14

    Un’ultima domanda, come mai vengono richiesti i bozzetti dell ‘immagine digitale e non vengono richiesti i bozzetti dell’immagine originale?

  25. 25 Chiara
    3 febbraio, 2014 at 11:31

    Gentilissima Anna, è interessante e ben argomentato il suo contributo critico. Mi permetto di riprendere alcune sue considerazioni sui lavori mostrati in anteprima per i lettori del blog. La Chaix, che propone, sì, un racconto affascinante, non rappresenta, a mio avviso, un contributo originale sul piano della “ricerca di linguaggi innovativi”. Ci vedo semmai, discretamente declinata ma fondamentalmente riproposta sul piano formale e figurativo, la lezione della grande pittura del novecento, la geometria dei paesaggi silenziosi e solitari di Carrà e di De Chirico, luoghi onirici e misteriosi. Quella di Chaix è una città, ma direi pure una realtà, inaccessibile: nessuna porta o finestra, scale impraticabili che non conducono a nulla, non un varco possibile né una breccia nella geometria inabitata del luogo. Realtà che per noi appare, in fondo, illusoria. E questo stesso messaggio mi sembra di intendere anche nel lavoro di Bassi, decisamente più interessante e contemporaneo in cui, in particolare, apprezzo l’introduzione di un elemento “di rottura”, di anomalia visiva, rispetto alla descrizione naturalistica. Direi che i due lavori hanno questo in comune, l’impenetrabilità del luogo; o meglio, nel caso di Bassi, il suo sottrarsi improvviso e sconcertante, la dis-connessione di un server che “ci butta fuori” da un dove apparentemente esplorabile e praticabile (il mondo dei dinosauri) verso un imprecisato vuoto digitale (dove sono quando non sono on-line?). Mentre il mondo che lo circonda collassa, deformato dallo spegnimento dei pixel di un monitor, il panda resta, perfettamente “messo a fuoco”, integro, perché composto di una materia che non è quella dei dinosauri. E’ perfetta la narrazione di Bassi perché ci porta su un limite, su un possibile passaggio di stato (sonno-veglia, sogno-realtà, acceso-spento, dentro-fuori, digitale-analogico e via dicendo).

  26. 26 Andrea
    3 febbraio, 2014 at 13:26

    Secondo me la risposta alla domanda di Beatrice:
    “Volevo sapere il come mai di questa affermazione, come mai delle immagini digitali non dovrebbero andar bene ai fini di una mostra?”

    si trova qui:
    http://it.wikipedia.org/wiki/L'opera_d'arte_nell'epoca_della_sua_riproducibilit%C3%A0_tecnica

    In realtà la riproduzione meccanica delle immagini esiste da duecento anni, e a nessuno verrebbe da reclamare su una mostra di litografie di Goya, Picasso e compagnia bella.

    Quindi, a mio parere, il fuoco del discorso è che la mostra della Fiera del libro sposa una tradizione dell’illustrazione e ammette più che altro l’innovazione all’interno di quella tradizione. Questa non mi sembra necessariamente una brutta cosa (pur amando sopra tutto il digitale che considero una innovazione paragonabile alla pittura a olio), anzi mi pare che la mostra selezioni bene all’interno di quei parametri. Quella tradizione è legata all’idea di “libro”, se infatti la maggior parte dei libri per ragazz* fossero ebook, probabilmente nessuno cercherebbe “originali”.

    Naturalmente fosse per me farei una mostra soprattutto con digitale 2d e 3d.
    A proposito, l’immagine di Mario Onnis potrebbe richiamare alla mente un filtro digitale che trasforma una foto in disegno; quella di Marco Bassi, un effetto di trascinamento dei pixel; quella di Leïla Chaix un motore di rendering in 3d.

  27. 27 beatrice
    3 febbraio, 2014 at 13:52

    Ciao Andrea, condivido anche io la tesi di Benjamin, ma allora bisogna capire cosa si intende per “originalità di un’immagine”! Cosa di non originale c’è in un’immagine digitale? Credo che questa tecnica sia degna di essere chiamata “originale” tanto quanto illustrazioni fatte interamente a mano. Il Computer non è una scorciatoia usata dall’artista per “fregare” i suoi avversari. Bisogna avere la stessa capacità compositiva, lo stesso gusto ed equilibrio, la stessa capacità nello scegliere colori, ecc… esattamente come quella che si deve avere per creare un’immagine così detta originale. Il Fatto quindi che il fruitore non possa percepire, di fronte all’opera, la storia di quel disegno, secondo me non dovrebbe essere rilevante nella nostra epoca.

  28. 28 Anna Castagnoli
    3 febbraio, 2014 at 15:40

    Chiara, grazie per l’interessante analisi.

    Beatrice e Andrea: sono perfettamente d’accordo con voi. Una immagine digitale richiede le stesse capacità e qualità, da parte dell’autore, di qualsiasi altra immagine.
    Infatti, da giurati, nel caso le stampe fossero buone, non abbiamo fatto nessuna differenza, e in mostra ci sono anche immagini digitali.
    Se ci fossero state in gara buone fotografie (quelle che c’erano non ci sono piaciute) le avremmo scelte nonostante la fotografia sia la riproduzione meccanica di uno sguardo sul mondo.

    Ciò nonostante, una illustrazione manuale mi emoziona di più di una digitale. E’ come se potessi immaginare, nella pressione delle linee, il peso o la leggerezza della mano dell’illustratore, e di conseguenza sentirne la vibrazione, così legata alle emozioni quanto una stretta di mano che ci lascia intuire dell’altro temperatura e carattere. Anche se so, facendo questa diferenza, di peccare di un errore teoretico madornale.
    Di sicuro, il contenuto di una lettera d’amore è lo stesso che la lettera ci giunga per mail, scritta a macchina, o scritta a mano. Ma l’emozione che ci arriva attraverso la forma di quella lettera dipenderà moltissimo dalla nostra cultura e abitudine.
    Se io non avessi mai disegnato a mano, ma solo con computer, forse non sentirei nessuna differenza tra i due tipi di immagine. Anzi, quella manuale potrebbe sembrarmi sporca o sciatta.

  29. 29 Ketty
    17 febbraio, 2014 at 12:28

    Cara Anna, i tuoi post li ho letti d’un fiato! E’ vero, con i tuoi racconti, la mostra sarà, almeno per me, vista con occhi diversi, almeno per me. Una frase la porto nel cuore: Là dove c’è un vuoto o un’assenza, il lettore (o la sua immaginazione) ha un luogo da abitare.
    Grazie davvero!

  30. 30 Anna Castagnoli
    17 febbraio, 2014 at 16:21

    Grazie a te Ketty!

  31. 31 Stefano
    19 febbraio, 2014 at 18:56

    Interessante la disputa digitale-manuale. Penso anch’io che il digitale sia innovativo come tecnica che come linguaggio, e sono convinto che bisogna esser ugualmente bravi per realizzare buone immagini con entrambe le tecniche. La sostanziale differenza penso sia che una stampa digitale esposta in mostra non aggiunga nulla rispetto alla stessa stampa su un libro, un manifesto, ecc. Mentre un originale a mano aggiunge sicuramente tantissimo rispetto ad una sua riproduzione.
    Certo questo non può ovviamente essere il criterio di esclusione di un’immagine, e sicuramente non lo sarà stato. Comunque è innegabile che vedere un originale a mano da un piacere “tattile” aggiuntivo che difficilmente anche una buona stampa digitale può riuscire a dare.

  32. […] Exhibition or on the catalogue. [My free translation from the Italian: for the original text go to Le figure dei libri – Jurga’s […]

  33. […] Nel prossimo (e ultimo) post vi parlerò nel dettaglio di alcune scelte fatte perché, a nostro parere, aprivano la strada a nuovi linguaggi dell’illustrazione. E poi concludo. Leggi il seguito… […]

  34. […] free translation from the Italian: for the original text go to Le figure dei libri – Jurgita’s […]