Selezionare la Mostra Illustratori 2014. Diario del giorno 3: la discussione

27 gennaio, 2014

READ ENGLISH TRANSLATION (thanks Sergio Ruzzier!)

Terzo giorno
La grande sala stava cambiando aspetto, i nostri movimenti erano concentrati intorno a pochi tavoli. Altri erano stati liberati per ospitare la selezione finale. In un’altra ala, in fondo, c’erano alcune persone che con grande attenzione raggruppavano i disegni scartati nei giorni precedenti e li mettevano dentro delle cartelle.
La Mostra doveva contare un’ottantina di illustratori, più o meno. Tra i 160 lavori con post-it sopravvissuti alla selezione dei giorni precedenti, dovevamo sceglierne, quindi, una settantina (una decina era già stata messa da parte perché aveva 4 post-it). Abbiamo iniziato il lavoro di discussione: il lavoro di un giurato non è avere delle preferenze ed esprimerle, ma è quello di tradurre, in un linguaggio chiaro e condivisibile, il perché e il per come di ogni sua singola idea, gusto o sensazione.

Il livello della discussione era altissimo. Avevamo argomenti convincenti e li usavamo con passione, eravamo anche un po’ agitati. Eravamo tutti e quattro così abili a difendere le nostre posizioni, che abbiamo rischiato di fare corto circuito. Dopo il terzo lavoro discusso, abbiamo deciso di fermarci per ritrovare la calma. E’ Isabel Minhos che ancora una volta ha trovato le parole giuste. Lo scopo non era far prevalere le proprie ragioni su quelle degli altri, e non era grave se qualcuno degli illustratori che piaceva a uno di noi non sarebbe passato. Non avremmo potuto avere la Mostra che sognavamo.
Credo sia stato in quel momento che è nata in me la sensazione forte che eravamo un gruppo, e che sarebbe stato quel gruppo a selezionare la Mostra, non ognuno di noi sommato agli altri. Questo significava mettere se stessi un po’ da parte. La Mostra sarebbe stata preziosa perché specchio di qualcosa che nessuno di noi avrebbe potuto prevedere prima del nostro incontro. Ed è andata così.

L’illustrazione cambia con un testo a fianco
Ci siamo ritrovati a sparpagliare illustrazioni per terra e inventare storie per capire se quelle immagini avrebbero funzionato bene dentro un libro per ragazzi, consapevoli che la presenza di un testo influenza tantissimo la percezione dell’immagine. A volte non c’era modo di capire con che storia sarebbero andate d’accordo le immagini: – Sono troppo cartoline, non momenti di una possibile storia! – diceva uno (con un po’ di rammarico se le immagini erano molto belle). – Potremmo affiancarle a delle poesie? –  Proponeva un altro, non troppo convinto. – E se le mettessimo nella categoria non-fiction? – No, non sono abbastanza descrittive, non possiamo. –  Passiamo al prossimo.


Un momento della discussione.

Un’illustrazione non è un quadro né un poster
Le immagini dovevano avere quelle caratteristiche che fanno sì che un’illustrazione sia un’illustrazione, e non: un poster, un quadro per un museo, un’immagine da rivista di tendenza. In un libro, ogni singola pagina è un momento di una storia, questo fa sì che l’immagine debba avere una certa leggerezza narrativa, essere, in qualche modo, un passaggio incompleto (sarà la sequenza di tutto il libro a completarla).

Un’illustrazione dalla Repubblica Ceca che vedrete in Mostra

Ma il linguaggio dell’illustrazione per ragazzi sta cambiando. Lo stile “nuove tendenze” di cui molti si sono lamentati nelle scorse edizioni della Mostra, non era solo responsabilità dei giurati. Era davvero difficile trovare delle modalità narrative classiche in quelle migliaia di immagini. Dovevamo trovare queste caratteristiche prestando orecchio ai linguaggi nuovi, e provando ad ascoltarli espressi in “lingue” che non conoscevamo (Iran, Giappone, Corea, Cina, Argentina…). Ci voleva tempo per capire, e lo prendevamo. A volte, leggevamo il titolo dell’opera dietro il foglio per essere aiutati maggiormente. Discutevamo moltissimo. C’era però una caratteristica che ci sembrava imprescindibile: l’abbiamo chiamata “entrare dentro“.

Una delle immagini che saranno in Mostra (non ricordo il nome dell’illustratore)

Entrare dentro un universo coerente e credibile
C’erano immagini dentro cui si aveva la sensazione di entrare (o, siccome le guardavamo dall’alto: cadere). Anche se avevano tinte piane e nessun gioco prospettico, ci chiamavano dentro e ci coinvolgevano.
Il mondo che vi era rappresentato aveva delle leggi tutte sue, magari assurde, ma coerenti. In qualche modo era un mondo credibile. Altre immagini, invece, restavano sul foglio, non ci sembrava dessero vita a un mondo. Più semplicemente, non leggevamo in esse (con l’espressione usata spesso da Kitty Crowther) un’anima.
Cosa, da un punto di vista stilistico, riusciva a contribuire a questa qualità un po’ misteriosa, è difficile dirlo; ma vi riassumo qui alcuni punti salienti che mi hanno inviato, nei giorni successivi alla selezione, Kitty, Isabel e Errol, per il brano collettivo che devo redigere per il catalogo:

  • Qualità della tecnica usata
  • Controllo dello stile: coerenza stilistica nelle diverse tavole, ritmo, capacità di mettere lo stile a servizio del messaggio
  • Ricchezza e varietà della composizione (piani, espressioni, dettagli, varietà delle espressioni emotive dei visi)
  • Onestà (non copiare stili già visti: un conto è avere referenze, altro copiare soluzioni trovate da altri ; non pretendere di essere o di dire qualcosa che non viene da un movimento profondo e sincero di sé. Scartavamo tutto quello che ci sembrava già visto, cliché)
  • Capacità di sperimentazione e ricerca di linguaggi innovativi
  • Storytelling, capacità di narrare qualcosa attraverso una o più immagini
  • Capacità di catturare il lettore: freschezza, energia; capacità di sorprendere, coinvolgere lo spettatore, financo disturbare
  • Capacità di empatia col mondo dei bambini e il loro bisogni di esagerazione, avventura, sentimenti profondi (con un’attenzione anche al genere maschile e femminile: ci siamo chiesti se i maschi hanno bisogno di illustrazioni diverse, più avventurose, forti, meno infiocchettate)
  •  Avere un contenuto “solido”: non avere la sensazione che si voglia nascondere qualcosa ai bambini, edulcorare la verità della vita
  • Attenzione alla relazione tra i personaggi
  • Abbiamo cercato di ascoltare il dialogo che ha avuto l’illustratore con la sua illustrazione, quali emozioni ha trattato, cosa voleva dire, in fin dei conti

 (Se volete, possiamo discutere e approfondire qualcuno di questi punti nei commenti a questo post).

Una delle immagini che saranno in Mostra (non ricordo il nome dell’illustratore)

Avevamo deciso che ognuno di noi aveva un Joker. Cioè, in un solo caso, avrebbe potuto far passare un illustratore anche se non piaceva a nessun altro. Ce lo tenevamo stretto e non volevamo giocarcelo subito. Era più divertente riuscire a spiegarsi e far cambiare punto di vista agli altri. Ci riuscivamo spesso. Bastava che uno di noi trovasse le parole giuste per dire perché un’immagine gli “parlava”, e zac!, capivamo. Cambiava proprio il nostro sguardo su quell’immagine. Era incredibile, per me, imparare così tanto. Anche gli altri giurati hanno avuto la stessa sensazione: di crescere, di imparare a spostare il punto di vista.
Era bello affidare i “sì” alle braccia di qualche organizzatore o di Deanna, sempre pronti dietro di noi. – E’ un sì? – Chiedevano pieni di speranza. E noi: – sì, sì,  è un sì! – , con un sospiro di sollievo, quasi porgessimo un neo-nato in salute. Piano piano, il tavolo che ospitava la Mostra si stava popolando di immagini.

Qualcosa che non stanca mai, che sfugge…
Molte immagini a cui alla fine abbiamo detto “sì” avevano questa caratteristica: non ci stancavamo di guardarle. Si ritornava volentieri, ancora e ancora, a interrogarsi su di esse. Non erano per forza perfette o bellissime, a volte avevano anche dei difetti. A volte, addirittura, non ci piacevano. Ma qualcosa come un quid che non si riusciva mai a chiarire del tutto dava loro una vibrazione, un’intensità, una forza, che non si esaurivano. Allora, dicevamo sì.

Il plagio
Un motivo di esclusione era quando si sentiva troppo presente, nell’immagine, un altro illustratore conosciuto. Abbiamo trovato: 3 falsi Géraldine Alibeu, 1 falso Maurizio Quarello, 1 falso Quentin Blake, così Quentin Blake che per un attimo ci è venuto il dubbio che fosse lui che usava uno pseudonimo per metterci alla prova, 2 falsi Beatrice Alemagna, 1 falso Isabelle Arsenault, 1 falso Jockum Nordström, e 2 falsi Wolf Erlbruch dalla Germania.
Per gli altri continenti, forse qualche falso-illustratore ci è scappato. Ma su quelli europei eravamo ferratissimi.

Ma. C’è un ma. A una tratto ci balzano davanti agli occhi 5 bambine giganti, una per foglio. Danzano, o semplicemente sono lì (non le ho fotografate). Hanno un occhio solo come dei ciclopi. Sono dolci, simpatiche, enigmatiche con quel solo occhio. Fresche. La tecnica con la quale sono realizzate è molto simile a quella di Beatrice Alemagna: simile modo di usare il collage, i colori, il segno. Ma in quelle figurine c’è qualcosa di nuovo e originale. Decidiamo che le vogliamo in Mostra. Vola la battuta: chi è poi che se la vede con Beatrice?! :)

Insomma, abbiamo pensato che non è detto che non si possa copiare un po’, se poi quello che si ha da dire è nuovo e originale.
(@ Beatrice: sii clemente!).

Il digitale
La percentuale di immagini in digitale era bassa. Forse il 10% . Per le prossime edizioni sappiate che la Fiera incoraggia la scelta di immagini originali, essendo il fine primo della selezione una mostra.  Ma, naturalmente, se la qualità era alta, non facevamo differenza. Il problema era che la maggior parte dei lavori era mal stampata, su fogli A3 sottili e stropicciati, con colori sbiaditi e pixel sgranati. Se volete partecipare con stampe digitali, stampate su carta di buona grammatura, possibilmente mat, e allegate i disegni preparatori, se ci sono. Di un’illustratrice inglese, abbiamo messo in Mostra i bozzetti preparatori che abbiamo trovato nella busta (gli organizzatori le chiederanno il permesso, ovviamente).

Gli illustratori già selezionati nelle scorse edizioni
C’erano molti illustratori che avevano già vinto nelle scorse edizioni della Mostra. In alcuni casi non ci convincevano. In altri ci convincevano ma andavamo a guardare nei vecchi cataloghi se avevano partecipato proponendo un’evoluzione nel loro stile. Se proponevano lo stesso stile identico, li scartavamo per lasciare più spazio a illustratori mai selezionati.

Il pranzo lo abbiamo saltato, abbiamo mangiato solo qualche salatino dal vassoio delle paste. C’era troppo lavoro. A me sembrava di esplodere di gioia: il lavoro critico che stavamo facendo è quanto più mi piace del mio mestiere. Il confronto e la condivisione messi a servizio di una comprensione sempre più profonda del linguaggio proprio dell’illustrazione per ragazzi, per definirlo, capirlo, venirne sedotti. Per una volta mi sono dimenticata del mio calo di zuccheri.

Nel prossimo (e ultimo) post vi parlerò nel dettaglio di alcune scelte fatte perché, a nostro parere, aprivano la strada a nuovi linguaggi dell’illustrazione. E poi concludo.
Leggi il seguito…

Leïla Chaix (Francia). Una delle immagini che saranno in Mostra

49 Risposte per “Selezionare la Mostra Illustratori 2014. Diario del giorno 3: la discussione”

  1. 1 AlmaCattleya
    27 gennaio, 2014 at 15:32

    Letto e come sempre ti ringrazio. Immagino, o almeno da quanto mi pare di leggere anche nei post precedenti, che anche per te sia stata un’esperienza formativa.

  2. 2 Anna Castagnoli
    27 gennaio, 2014 at 16:22

    Rispondo a una domanda che ha fatto una ragazza su Facebook:
    quali erano i criteri per decidere cosa era fiction e non-fiction?

    Nonostante le etcihette dietro i disegni, nelle quali l’illustratiore decideva a quale categoria apparteneva il suo lavoro, eravamo liberi di scegliere se un lavoro era da mettere nella sezione Fiction o Non Fiction. Non avevamo nessun obbligo di percentuale dell’una o dell’altra categoria. Abbiamo scelto “Non fiction” per tutti quei lavori il cui fine ci è sembrato quello di descrivere o spiegare come funziona o come è fatta una cosa (documentale). A volte la frontiera era sottile, perché si più usare uno stile narrativo anche per un libro documentale. In questo caso decidevamo per la Non-fiction.
    Un esempio: c’erano cinque tavole che raccontavano la storia di una bambina che piantava nella terra qualche mazzetto di erba e un po’ di mescolanza. L’erba e le insalatine erano correttamente disegnate nei dettagli. Per noi era Non-fiction. Tra parentesi, l’abbiamo scelta non tanto per la qualità del disegno, che non era eccezionale, quanto per la scelta del soggetto. Ci piaceva molto questa cura verso qualcosa che solitamente non ha valore: dell’erba e qualche radicetta mezze appassita.

  3. 3 Laura D
    27 gennaio, 2014 at 18:13

    Grazie mille per questo utile chiarimento

  4. 4 Yayoi
    27 gennaio, 2014 at 18:43

    Grazie per questi utilissimi e preziosi contributi! Sono curiosissima di vedere le bambine con uno occhio solo!

  5. 5 Yayoi
    27 gennaio, 2014 at 18:46

    Ho una curiosità: non sono troppo pochi (e faticosi) solo 3 giorni, visto che ultimamente il numero dei partecipanti è aumentato? Mi sembra che nel corso degli anni l’adesione sia diventata maggiore e forse andrebbe rivista la durata della selezione (o magari è una precisa scelta degli organizzatori?).

  6. 6 Davide Bisi
    27 gennaio, 2014 at 19:26

    Nel post precedente sono state usate espessioni che mi hanno dato il coraggio di riprendere la passione che pensavo di dover abbandonare: Onestà, Rischio, Immagini preziose!
    Grazie Anna di questi post, arriverò alla mostra preparato e motivato per partecipare sicuramente alla prossima.
    Visto che essere scartati significa essere valutati così seriamente è un privilegio ch emi abbiano scartato l’anno scorso!

    Anna hai mai pensato di scrivere un tuo saggio sull’illustrazione? Dopoo OCCHI APERTI e LA TRILOGIA DEL LIMITE che ci hai suggerito sarebbe un ottimo modo per prosegure la lettura.

    Attendo con ansia il nuovo appuntamento…

    un garzie di cuore
    Davide (PAVE)

  7. 7 Anna Castagnoli
    27 gennaio, 2014 at 20:03

    Yayoi:
    io personalmente, vista anche la qualità dei ristorantini che sceglievano per noi la sera, ci sarei restata un mesetto. :)
    Scherzi a parte: il tempo, e il fatto che sia limitato, è un elemento indispensabile per lavorare bene e organizzarsi. Abbiamo lavorato sodo, ma non ho sentito che abbiamo lavorato male o che avremmo potuto fare di meglio con più tempo.

    Davide: bello! Anche io ho deciso di partecipare l’anno prossimo. :)
    Per il saggio: sappi che mi tiro un accidente ogni sera allo specchio per non avere ancora avuto la costanza e il coraggio di scriverlo. Prima o poi…

  8. 8 Anna Castagnoli
    27 gennaio, 2014 at 20:24

    E’ uscito sul blog di Planeta Tangerina il post di Isabel Minhos sulla sua esperienza di giurata! Potete provare a tradurlo con google translate, o lo faccio io per voi la prossima settimana.
    http://planeta-tangerina.blogspot.pt/2014/01/em-bolonha-como-navegar-e-nao-naufragar.html

    Intanto, vi ho tradotto la parte finale, quella sui criteri:

    ““Al centro abbiamo collocato, prima di tutto, l’onestà dell’autore, vale a dire la capacità di creare un universo proprio, solido, che anche avendo le radici in altri artisti, non fosse una mera copia (anche se ben fatta); la capacità di sorprendere (rischiando, sperimentando); la coerenza delle 5 immagini; la parte tecnica (abbiamo considerato importante raggiungere un livello minimo di dominio della tecnica); la capacità di raccontare una storia/ o di trasmettere emozioni/ ambienti/ sensazioni.
    E’ chiaro che se fosse stato un altro gruppo di giurati, i criteri sarebbero stati diversi e la selezione fatta, anche.
    E una nota finale: è molto difficile giudicare un illustratore da sole 5 immagini, soprattutto, quando queste immagini sono fuori dal contesto (non esiste una storia, una nota, un libro ad accompagnarle). In molti casi abbiamo avuto dubbi… tanto che a volte ci sarebbe piaciuto lasciare un post-it all’illustratore che, nonostante un lavoro eccellente, per una ragione o l’altra non è stato selezionato. Il messaggino avrebbe detto così: Per favore, non abbandonare: Keep going!” (Isabel Minhos)

  9. 9 lucia
    27 gennaio, 2014 at 21:16

    Mi chiedevo con quale criterio vengono scelti i giudici, se si propongono oppure altro.
    Lavoro pieno di responsabilità non indifferenti!

  10. 10 Anna Castagnoli
    27 gennaio, 2014 at 21:28

    Lucia: nessunissima idea! Mi sono dimenticata di chiederlo.
    Io non mi sarei mai aspettata di essere chiamata, ma quando mi hanno chiamata sono stata felice (ho saltato per casa per due ore di seguito) e ho pensato che mi sembrava un bel riconoscimento per tutto il lavoro portato avanti con LeFiguredeLibri.

  11. 11 lucia
    27 gennaio, 2014 at 22:07

    Ma dai? Complimenti allora! Pensavo di dare risposta a una mia domanda da tempo. Diciamo meriti professionali decisi da chi organizza la mostra.
    Bene,sono curiosa di vederla, come ogni anno.

  12. 12 Elena Sartori
    27 gennaio, 2014 at 22:35

    Carissima Anna, ti seguo da un po’ e davvero ti ringrazio per questi post che stai condividendo con noi. Mi si agita tutto un fuoco dentro!!! Mi sa che l’anno prossimo mi obbligo ad inviare finalmente qualcosa che io!!
    Grazie! Elena

  13. 13 Yayoi
    28 gennaio, 2014 at 2:05

    Tu, Anna, non sei mai stata selezionata o qualche volta sì?

  14. 14 Anna Castagnoli
    28 gennaio, 2014 at 9:27

    Yayoi: ho partecipato due o tre volte 20 anni fa.
    Mai selezionata.

  15. 15 milena
    28 gennaio, 2014 at 10:26

    Cara Anna, grazie per aver riportato questa esperienza , davvero preziosa! Avrei una curiosità riguardo alle immagini che avete ricevuto, erano immagini legate ad una storia quindi che si susseguivano l’una a l’altra o estrapolate da un contesto senza una successione cronologica? Non mi è mai stata troppo chiara questa cosa.Grazie ancora.
    Milena

  16. 16 Anna Castagnoli
    28 gennaio, 2014 at 11:20

    Milena: sul regolamento trovi tutte le informazioni.
    http://www.bolognachildrensbookfair.com/mostra-degli-illustratori/regolamento-di-partecipazione/1042.html
    Una cosa e l’altra. Era richiesto che fossero legate da un tema.

  17. 17 Cate
    28 gennaio, 2014 at 11:26

    Mi sono divorata questi post come pacchetti di caramelle. Grazie Anna, quello che ci concedi è un lusso senza pari!

    Un’idea: perché non proponi alla fiera di introdurre davvero il sistema dei post-it per chi deve “keep going”? (Anche se poi in effetti il lavoro per voi giurati sarebbe ancora più tosto…)

  18. 18 Benedetta
    28 gennaio, 2014 at 11:41

    Grazie mille, perchè spiegando il vostro lavoro non solo hai consolato i perdenti, :-) , ma hai anche dato preziosissime indicazioni su cosa sia una illustrazione, su come debba essere una narrazione e non un ornamento, su quanto debba essere anche imprecisa perchè al servizio di un testo, su come imponga di mettersi in gioco, senza scuse, e l’illustratore debba essere disposto a essere giudicato anche per quello che ha da dire e non solo per come lo dice. Mi hai dato moltissimi spunti su come indirizzare il mio lavoro, grazie. Spero solo di riuscire a rompere il muro delle mie difese e giocarmi nelle tavole.

  19. 19 Anna Castagnoli
    28 gennaio, 2014 at 11:52

    Cate: io il post-it lo avrei messo a 3112 illustratori (tutti meno i 75 selezionati, meno uno)!
    Davvero, lo dico sempre anche ai miei corsi: non importa il livello da cui si parte, quello che importa è sentire che attraverso l’illustrazione si esprime qualcosa di importante di noi. In un solo caso non lo avrei proprio messo: era una mera provocazione: uno scarabocchio ripetuto 5 volte con penna bic.

    Benedetta: sono contenta. Era esattamente lo scopo di questi post.

  20. 20 andrea
    28 gennaio, 2014 at 11:56

    Leggo “un’attenzione anche al genere maschile e femminile: ci siamo chiesti se i maschi hanno bisogno di illustrazioni diverse, più avventurose, forti, meno infiocchettate”.

    Questo tipo di attenzione temo sia chiamata sessismo.

  21. 21 Anna Castagnoli
    28 gennaio, 2014 at 12:30

    Andrea: sì, sì, concordo e assumo.
    Ci ho riflettuto in questi giorni. Abbiamo ripetuto più volte, in quei giorni, che eravamo contente che ci fosse Errol a farsi carico di uno sguardo maschile sull’illustrazione. Ma non ci è venuto in mente di riflettere su quello che volesse dire.
    Ci sto ancora pensando.
    Ora mi infilo in un vespaio, ma in generale sono un po’ scettica sulla nuova tendenza a non voler fare nessuna distinzione di genere nell’educazione dei bambini. L’identità maschile e femminile è un modello culturale, come qualsiasi identità dell’essere umano. Non credo in una “naturalità spontanea” dello sviluppo.
    Che poi si debba stare attentissimi a come questi modelli siano più o meno coercitivi, è palese. Ma non credo che possano “non esistere”. Cioè, per me l’assenza di un’educazione di genere è un ennesimo modello culturale, discutibile come gli altri.
    Ma non vorrei che si pensasse che sono reazionaria. Sono apertissima a tutto, anche a scuole dove ci si deve iscrivere senza dichiarare il sesso dei bambini. E’ solo una posizione filosofica e una domanda aperta, la mia.

  22. 22 Davide Bisi
    28 gennaio, 2014 at 14:19

    In merito al genere ho postato un dibattito nel forum se volete dire la vostra lì c’è spazio.

    Davide /PAVE

  23. 23 Anna Castagnoli
    28 gennaio, 2014 at 14:58

    Grazie Davide, ho risposto sul forum!
    http://forum.lefiguredeilibri.com/viewtopic.php?f=15&t=691&p=4632#p4631

  24. 24 andrea
    28 gennaio, 2014 at 16:35

    L’idea che l’identità di genere sia prodotta dall’educazione, cioè il modello interazionista, risale ai primi anni settanta, opera dello psicologo John Money.
    Il drammatico caso di Devid Reimar (http://en.wikipedia.org/wiki/David_Reimer) ha smentito la teoria interazionista suggerendo che l’identità di genere sia per l’individuo una consapevolezza che gli si impone indipendentemente dall’educazione “di genere”, che mi pare meglio chiamare “genderizzazione” cioè l’insegnamento normativo (sanzionato dai genitori, dalla società) di una serie di comportamenti che socialmente si attribuiscono a due stereotipi sessuali opposti di f e m. Un modello interazionista è anche quello dell’edipo psicoanalitico.

    Quindi, mentre la genderizzazione non costruisce l’identità di genere, può però diventare un grosso problema per tutti quei bambini che non corrispondono alle aspettative sociali quanto all’espressione del genere costringendoli ad attraversare una sofferenza grave sicché da adolescenti magari si impiccano come il caso del “ragazzo dai pantaloni rosa”.
    Detto questo, se la genderizzazione non costruisce l’identità, e stigmatizza le persone non conformi devastando la loro vita, è però straordinariamente efficace nel costruire un ordine simbolico per assicurare il dominio maschile, quello di cui parlano il sociologo Bourdieu e il femminismo.(Quindi mi stupisco sempre quando sono le donne a spingere per gli stereotipi di genere perché inevitabilmente sono loro le prime ad esserne umiliate).

    A mio parere un buon modello educativo – ma anche sociale – è quello dell’ascolto dell’individualità, della valorizzazione della diversità, dello spettro di genere (al posto del binarismo sessuale), della libertà nell’espressione del genere. E siccome questo modello non è normativo ma descrittivo della realtà umana, mi aspetto che sia patrimonio degli artisti.

  25. 25 Nicky
    28 gennaio, 2014 at 18:12

    Anna… mi hai mandata in tilt..(non è che ci voglia molto eh, ma….)
    Mi sono inchiodata qui: “Un’illustrazione non è un quadro né un poster…deve essere, in qualche modo, un PASSAGGIO INCOMPLETO (sarà la sequenza di tutto il libro a completarla).”

    E’ una definizione potente. La leggo e la rileggo… Come se non avessi mai pensato veramente a cos’è DAVVERO un’illustrazione.
    E forse è così, non ci ho mai riflettuto seriamente.

    Torno a riflettere.

  26. 26 Anna Castagnoli
    28 gennaio, 2014 at 19:38

    Andrea, che interessante, appena ho un secondo stidio tutto quello che hai postato e educo meglio le mie idee.
    Hai voglia di copiare la tua risposta sul forum, per alimentare la discussione?

    Nicky ma come! Ti strozzo! Sei stata mia allieva e non sono riuscita a spiegarti cosa è un’illustrazione?! Era il sole troppo forte di Martina Franca? Che figure mi fai fare?! :)

  27. 27 lucia
    28 gennaio, 2014 at 22:14

    Anna, tu scrivi: Per le prossime edizioni sappiate che la Fiera incoraggia la scelta di immagini originali, essendo il fine primo della selezione una mostra.

    Non mi è chiaro come fai a saperlo e il perchè. Lo trovo poco corretto come pensiero. Capisco che molti inviano stampe scarse, ma non ti sembra che sia una cosa curiosa visto che ormai importanti e bei lavori sono fatti in digitale?

  28. 28 Anna Castagnoli
    29 gennaio, 2014 at 9:31

    Lucia, se hai partecipato, lo sai anche tu. E’ scritto sulla modalità di partecipazione al concorso:
    ” (in caso di tecniche miste, oltre alle stampe, inviare anche i disegni non ancora elaborati al computer).”
    Accanto alle stampe c’erano i bozzetti preparatori, o il disegno quasi finito in BN poi rielaborato al computer.
    Ovvio che è identico il valore di una stampa digitale ai fini della riproduzione su un libro, ma, da giurata (e gli altri giurati avevano la stessa sensazione) l’emozione di guardare e toccare un originale è tutta un’altra. Siccome la giuria di Bologna seleziona una Mostra e non deve fare un libro, credo che inviare originali possa essere un vantaggio ai fini della selezione. Poi, su un piano teorico, hai ragione tu.
    Un buon compromesso, se lavorate in digitale, potrebbe essere quello di stampare su carta 100% cotone , satiné, lasciando un margine pulito.

  29. 29 fran
    29 gennaio, 2014 at 10:30

    da dilettante
    l’illustrazione di Leila Chaix non mi dice niente di niente, anzi no, mi respinge praticamente mi innervosisce. commento d’acchito senza riflessione alcuna

  30. 30 fran
    29 gennaio, 2014 at 10:33

    il disegno della piscina mi piace da matti

  31. 31 lucia
    29 gennaio, 2014 at 10:49

    Certo Anna, ma una cosa è dire (per una mostra di questo tipo)i lavori digitali devono essere stampati in un certo modo e una cosa è preferire le tecniche classiche per motivi di “antico” piacere. Anzi, certa grandi illustratori e artisti lavorano esclusivamente in digitale senza neanche fare su cartaceo; altri lavorano in un secondo momento sul digitale stampato con interventi pittorici.Forse è meglio aggiornare la visione della mostra che ha fini editoriali.

  32. 32 andrea
    29 gennaio, 2014 at 11:03

    I miei due cent sul digitale: c’è un vantaggio, uno svantaggio e una peculiarità.
    1. Lo svantaggio sta nella stampa (o nello schermo) che serve per renderlo visibile. Il problema è che gli inchiostri di una stampante (o il range di colore di uno schermo) non hanno la ricchezza dei colori chiamiamoli “materiali” (non so se è una buona parola). E’ una questione di luce che colpisce la materia, c’è poco da fare. Lo stesso discorso vale per la ricchezza della texture.

    2. Il vantaggio è nella riproducibilità, quindi nell’accessibilità. E’ lo stesso discorso che si può fare per un quadro tradizionale: non posso permettermi il mandorlo in fiore di Van Gogh ma posso permettermi una riproduzione. Poiché la riproduzione ha questa possibilità di raggiungere tutti, ha un basso valore economico, ma un inestimabile (chiamiamolo così) “valore culturale”. Il valore economico non mi interessa, quello culturale sì.

    3. La peculiarità. Possiamo fare una analogia tra gli strumenti di pittura digitale (nei quali includo anche i programmi di modellazione 3D) e gli strumenti musicali elettrificati. Una chitarra acustica non suona come una chitarra elettrica, ma certamente esistono capolavori specifici per l’una o per l’altra. A mio parere questa cosa della peculiarità del digitale non è ben chiara e si cerca di imitare la pittura tradizionale. Penso per esempio alla retorica del programma Painter sui pennelli naturali. Tanto per fare un esempio la pretesa di ottenere degli acquerelli digitali che mi sembra assolutamente folle. La chitarra elettrica è bella proprio perché ha un suono elettrico, se fosse costruita per imitare una chitarra acustica sarebbe brutta e inutile.
    Credo anche che manchi a oggi un “occhio” per la pittura digitale, come per un certo tempo è mancato un “orecchio” per la musica che usciva da strumenti di amplificazione elettrica. (Ovviamente c’è anche un pregiudizio sul digitale, ma quello se lo mangia il tempo).

    @ Anna. Scusa non intendo portare avanti la discussione sul forum. L’idea di collegare il destino di una persona alla sua biologia sessuale, è una pessima idea. Non c’è da discutere nulla.

  33. 33 sara
    29 gennaio, 2014 at 11:11

    Di nuovo, grazie mille per questi preziosissimi pensieri e riflessioni!!

  34. 34 lucia
    29 gennaio, 2014 at 11:45

    Alberto Cerriteno, Blanca Gomez.. sono due illustratori-artisti che usano bene il digitale che mi vengono ora in mente. Non credo che le loro stampe siano inferiori a certi originali mandati e scelti per la mostra. Qui bisogna decidere quale è il senso vero dell’esposizione della Fiera: cercare nuove idee ed espressioni forse è il senso primario, spero.

  35. 35 Nicky
    29 gennaio, 2014 at 11:51

    Ma nooooo ANNA!!! Non volevo dire quello!! Tu sei l’insegnante migliore del mondo!! Sono io che sono lenta…lentissima… Sono la peggior allieva che si possa avere :)

    Volevo solo dire che a volte mi spalanchi la mente… Mi perdo spesso in mezzo al mare infinito di se, ma, no, forse, sto sbagliando tutto, forse è meglio così, ma che sto facendo, non ce la farò mai, non lo so fare, poi arrivi tu…e con due parole mi riporti all’essenza e al senso, apri una finestrella nel mio cervello ottuso e fai cambiare aria.
    Aria fresca…

    Era solo questo.. Era un “grazie” :)

  36. 36 Anna Castagnoli
    29 gennaio, 2014 at 13:45

    Sul digitale:
    verissimo quello che scrive Andrea. Aggiungo solo che ai fini della riproduzione, avere un originale in digitale, forse, è anche meglio. Nel senso che il prodotto finale di un’illustrazione è un libro stampato, quindi poter controllarlo dalle prime fasi in digitale è più pratico.
    Non ho nessuna preferenza nostalgica per il disegno a mano, vedo il digitale come un ennesimo strumento per esprimere delle cose. Ma come giustamente dice Andrea bisogna capire come usarlo. Comunque la presenza massiva di disegni (fatti a mano) con tinte piatte dà la misura di quanto il digitale abbia già cambiato gusti e stili.
    Allo stesso modo di qualsiasi avanzamento tecnico (si pensi a Gustave Doré e all’incisione su legno, o Nathalie Parain e la litografia).
    Noi come giurati abbiamo sentito la diferenza di emozione, ma forse un giurato di 20 anni, cresciuto col digitale, se ne sarebbe fregato della differenza tra disegni fatti a mano o in digitale, chissà.

    Nicky: grazie!
    Andrea sui generi: peccato non discutere se altri hanno opinioni diverse. Pensare che la ragione possa essere da una sola parte è sempre un errore di prospettiva :)

  37. 37 lucia
    29 gennaio, 2014 at 14:21

    mhhh.. non mi convince questo ultimo pensiero ma va bene, ci mancherebbe.
    Comincio a capire cosa è della mostra che taglia via gran parte di belle espressività, ma speriamo di trovare una soluzione a questa pecca.

  38. 38 andrea
    29 gennaio, 2014 at 14:30

    Anna, scrivi:
    “Pensare che la ragione possa essere da una sola parte è sempre un errore di prospettiva”

    è un’asserzione che allo stesso tempo enuncia un argomento di scetticismo radicale parafrasabile così: “nessuna asserzione è certa”. Ma allo stesso tempo pretende di “essere dalla parte della ragione”.

    Insomma, è autocontraddittorio.

    Se invece tu mi chiedessi qualcosa di significativo da leggere sull’argomento, risponderei: “Myths Of Gender: Biological Theories About Women And Men” di Anne Fausto Sterling, che è il testo di riferimento per questi problemi (ma non è tradotto). In italiano c’è un bel lavoro di Raffaella Rumiati “Donne e uomini. Si nasce o si diventa?”, che analogamente a Fausto Sterling propone una critica di teorie scientifiche sessiste (è un libretto agile). Sono a mio parere lavori con una certa autorevolezza.

  39. 39 lucia
    29 gennaio, 2014 at 15:03

    Anna:”Comunque la presenza massiva di disegni (fatti a mano) con tinte piatte dà la misura di quanto il digitale abbia già cambiato gusti e stili.”

    Col digitale non si fanno solo tinte piatte! e non credo che la presenza di lavori a tinte piatte sia dovuto a questo, sarebbe un pò pensarla in modo poco realistico e molto semplicistico.

  40. 40 Anna Castagnoli
    29 gennaio, 2014 at 15:11

    Andrea: leggerò, promesso.

    “Comincio a capire cosa è del la mostra che taglia via gran parte di belle espressività, ma speriamo di trovare una soluzione a questa pecca.”

    Lucia: il gusto delle Mostre Illustratori degli ultimi anni era ben in asse con le migliaia di opere che arrivano da tutto il mondo. Per cui forse c’è da interrogarsi su questo cambio di gusto in generale, piuttosto che sulla Mostra in particolare, che è solo un campionario.

  41. 41 CRI
    29 gennaio, 2014 at 15:58

    Mostra degli illustratori ok. Tanta importanza a questa selezione mi sembra poco utile per tutti gli illustratori giovani che si devono mettere in gara a chi è il più efficace per non dire Figo. La mostra degli illustratori deve cambiare. Io metterei una giuria popolare e una di soli grandi artisti. Ne premierei tre e ne metterei in mostra 50 con piccole esposizioni personali in giro per Bologna con punto di partenza in fiera. E poi non solo nei giorni di fiera ma per un mese a seguire. Insomma meno prestazione e più selezione ferrei dei “veramente indispensabili”.

  42. 42 Andrea Alemanno
    29 gennaio, 2014 at 16:51

    Sul digitale non posso commentare. Sarei di parte, mi piace e rende al meglio quello che mi frulla in testa.
    Credo però che non si debba indicare su quale supporto si debba stampare perchè ci sono tavole che vanno bene su una cotone, altre su una usomano e altre su una patinata. Credo che questo ricada di più sulla consapevolezza dell’autore che non dal bando del concorso.

    Sul concorso poi dividerei tra i “grandi”, illustratori che hanno anni di carriera e semmai stra premiati, e i “giovani”. Questo secondo me permetterebbe di avere un’ottica più omogenea sullo stile che cambia. De Conno o D’Altan che usano il digitale sono diversi da un Rocchetti, Somà (o anche io) eppure è lo stesso strumento.
    Secondo me renderebbe più chiara la linea che il settore dell’illustrazione sta solcando.

    Sempre sul concorso riguardo il problema delle immagini e la loro sequenzialità credo che forse andrebbe inserita una brevissima sinossi. Perchè i giurati devono inventarsi una storia che funzioni nelle loro teste quando forse un testo già esiste?

  43. 43 Nicky
    29 gennaio, 2014 at 17:43

    Ah Anna, ma sei riuscita a scoprire come mai delle illustrazioni in Mostra non si mette nemmeno il “titolo”?? E’ un dubbio che ho da sempre… Non solo non c’è un testo a cui ricondurre le immagini, nè un cenno al soggetto, e nè il titolo.. che noi (voi) illustratori mettiamo dietro i disegni.
    C’è una motivazione valida?!

  44. 44 ila
    29 gennaio, 2014 at 18:48

    Ho una curiosità: perché non fare una sezione dedicata solo agli esordienti, cioè coloro che come me sono ancora alle loro prime armi? Inoltre mi piacerebbe che a tutti i partecipanti venisse recapitato un giudizio scritto dai giudici,sarebbe bello e utile avere l’opinione di un esperto del campo!

  45. 45 Anna Castagnoli
    29 gennaio, 2014 at 21:35

    L’anno scorso, qui e e in altri post collegati, avevo fatto un enorme lavoro di analisi critica della Mostra Illustratori.
    Proponendo anche alcune delle cose proposte da voi. Due sezioni distinte, pubblicati / debuttanti, la problematica del testo. etc.
    Da giurata, ho capito che è proprio questa diversità e ricchezza che permette di costruire un discorso (che è poi il discorso della giuria).
    Questo messaggio è completamente aleatorio, e relativo al gusto di 5 giurati in croce. Ma il fatto che ogni anno questi giurati siano diversi, e che vengono dalle parti più diverse del mondo, assicura una diversità e una varietà nelle scelte. Questo non significa nulla. Né che la Mostra Illustratori rappresenta il meglio, né che i giurati “c’hanno preso” sui linguaggi dell’illustrazione di domani. E’ solo un punto di vista, personale, di ogni giuria.

    La necessità di avere un testo a fianco delle immagini, che prima consideravo fondamentale, cambierebbe completamente il senso della mostra. Un testo parziale, allegato a sole 5 immagini, o una sinossi, direbbe poco di una delle caratteristiche fondamentali dell’illustrazione: il rapporto testo-immagine. Se testo ci deve essere, deve essere quello dell’intero libro, ma in questo caso diventerebbe un concorso per libri, come quello coreano. Cioè, un’altra cosa.
    Non pensate che gli editori, quando ricevono decine di immagini e link e pdf di libri al giorno, facciano la stessa cosa che fanno i giurati a Bologna? Cioè chiedersi se in quella diversità di immagini (ne basta anche solo una, a volte) c’è n’è qualcuna che potrebbe dar vita a un libro che rientra nel gusto e nella linea di quell’editore?

    Ila: 3188 messaggi personalizzati? Era uno scherzo? :)

    Nicky: lo chiedo!

  46. 46 lucia
    29 gennaio, 2014 at 21:42

    Anna:”il gusto delle Mostre Illustratori degli ultimi anni era ben in asse con le migliaia di opere che arrivano da tutto il mondo. Per cui forse c’è da interrogarsi su questo cambio di gusto in generale, piuttosto che sulla Mostra in particolare, che è solo un campionario.^

    Giusto, arrivano migliaia di immagini, ma secondo me già una buona e potenziale presenza si autoelimina proprio perchè l’esposizione è da cambiare in qualche modo! Non saprei , ma già qualche spunto è stato scritto qui sopra…non è bene dire che verranno selezionate opere “originali”perchè non è propriamente così

  47. 47 anna
    29 gennaio, 2014 at 22:10

    continuo a pensare che le tavole di Leïla Chaix siano sublimi.

  48. 48 Eugi
    6 febbraio, 2014 at 15:31

    E’ la prima volta che lascio un commento qua su Le figure dei libri… e per prima cosa vorrei ringraziare Anna Castagnoli perché fa un lavoro spettacolare, e questo blog è una fonte pressoché inesauribile di spunti di conoscenza e di riflessione (e ci sono dei post che mi sono letta decine di volte.. post che a volte ritiro fuori per leggerli quando sono di cattivo umore). Detto questo volevo esprimere il mio dissenso rispetto a uno dei punti individuati come caratteristica di immagini che riescono ad “entrare dentro un universo coerente e credibile”:

    “Capacità di empatia col mondo dei bambini e il loro bisogni di esagerazione, avventura, sentimenti profondi (con un’attenzione anche al genere maschile e femminile: ci siamo chiesti se i maschi hanno bisogno di illustrazioni diverse, più avventurose, forti, meno infiocchettate)”

    Il discorso di genere, e di quello che di cui i bambini hanno bisogno in funzione del loro presunto genere di appartenenza, mi sembra una questione piuttosto scivolosa, e non inserirei questa chiave di lettura così binaria.. Non per fare polemica, o aprire un dibattito sui gender studies in questa sede, ma mi sono accorta che molto spesso si tendono a dare per scontate cose che invece vanno problematizzate, e si riproducono degli automatismi che rischiano di essere costringenti. Definire “cosa è una femmina” e “cosa è un maschio”, è già di per sé abbastanza complesso, l’avanzare poi la proposta che i maschi abbiano interesse a libri meno “infiocchettati” rispetto alle femmine è quantomeno azzardata

    ps. non vedo l’ora di vedere la mostra

  49. 49 Anna Castagnoli
    7 febbraio, 2014 at 10:26

    Eugi:
    sono d’accordissimo con te. Se leggi bene, ho scritto: “ci siamo chiesti”. Cioè, è una domanda che ci siamo fatti a un certo punto, senza darci una risposta. Non è stato un criterio che abbiamo usato per selezionare i lavori, solo un punto di domanda che è emerso davanti a un certo tipo di illustrazioni. Davanti all’ennesima illustrazione un po’ decorativa, delicata, contemplativa, con fanciulla piena di spini e sogni, ci siamo chiesti se quelle immagini non fossero troppo “femminili”, e se ai bambini di sesso maschile potevano interessare.
    Ora non posso parlare a nome degli altri giurati, ma come testimone posso dire che è stata una domanda buttata lì, non problematizzata, forse per mancanza di tempo (non ne avevamo affatto parlato nella stesura dei criteri). Sono convinta come te che sia scivolosa, e che sia necessario approfondire.

    PAVE(un papà) aveva rilanciato questa discussione sul forum, sarebbe bello che qualcuno gli rispondesse per alimentare il dialogo:
    http://forum.lefiguredeilibri.com/viewtopic.php?f=15&t=691

    ps: Eugi, grazie per seguire il blog con attenzione!