Intervista a Topipittori: identità di un editore

19 aprile, 2010

Intervista a Paolo Canton, editore di Topipittori.

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Una storia guaranì, Alicia Baladan, Topipittori 2010

Perché editori e perché editori per bambini.
Perché nella nostra vita e nella nostra professione i libri e la lettura hanno avuto un ruolo centrale. Perché l’infanzia e l’adolescenza sono età interessantissime, cruciali nell’esistenza umana.

Quanti titoli in un anno?
Otto illustrati, sei di narrativa, prodotti completamente da noi. Per ora sul totale del catalogo (53 titoli) abbiamo solo due acquisizioni dall’estero, Dentro me di Alex Cousseau, Kitty Crowther, edito da MeMo e Quando sono nato di Isabel Minhos Martins e Madalena Matoso, di Planeta Tangerina. A breve, da due persone che lavorano a tempo pieno in casa editrice, diventeremo, tre: da settembre sarà con noi Valentina Colombo, e questo probabilmente ci permetterà di aumentare di qualche unità il numero dei titoli all’anno.

Nella scelta dei libri che pubblicate potreste individuare un filo conduttore? È uno stile? Un messaggio? Un’idea? Un desiderio?
Ci interessa che un libro dia la possibilità di compiere un’esperienza forte, cioè che attraverso linguaggi visivi e verbali promuova un’esperienza di pensiero, intellettuale ed estetica, avvertita come importante, sorprendente, vitale, necessaria per la conoscenza di sé e del mondo.

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Il viaggio di Adele e altre storie dal bosco, Perrine Ledan e Lotte Braüning

Quali caratteristiche deve avere un testo o un’illustrazione per sedurvi? Cosa è che vi fa dire: “questo illustratore (autore) è per noi”?
Non so se “sedurre” sia la parola giusta. Lo diciamo perché di solito non sono le immagini che puntano alla seduzione immediata del lettore quelle che ci catturano. Ci interessa un’illustrazione capace di raccontare, più che di impressionare. Quel tipo di immagine dove in controluce si legge il disegno come tecnica/arte di ragionamento sul mondo, capacità di condurre a un pensiero sulle cose. Pratica di attenzione e di osservazione.

Nella situazione culturale e politica del vostro paese vi sentite inseriti in una rete che vi sostiene? Come la definireste? Inesistente/resistente/sfibrata/bucata… Quali sono i suoi fili principali? (associazioni/biblioteche/riviste/…)
No, non parleremmo di una rete formata e solida capace di supportare in modo sistematico e coerente il lavoro editoriale. Dobbiamo però certamente moltissimo al lavoro di numerosi librai, bibliotecari, studiosi, insegnanti, giornalisti che si danno da fare, singolarmente, con passione, nel deserto delle istituzioni.

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La coda canterina, Guia Risari e Violeta Lopiz, Topipittori 2010

Le co-edizioni: che politica avete di vendita e acquisto dei titoli? Preferite creare i vostri libri, venderli e/o comprarli dall’estero? Perché? Rispetto ai titoli che comprate e/o vendete ci sono differenze di accoglienza nei diversi mercati internazionali?
Siamo orientati alla creazione e all’internazionalizzazione. Abbiamo una strategia di vendita di diritti e di coedizioni, che perseguiamo con determinazione. Acquistiamo titoli, ma molto raramente e senza una specifica strategia. La ragione è che ci divertiamo di più a “fare e negoziare” che a “comprare e vendere”. I mercati internazionali non sono molto diversi da quello interno: ci vogliono tempo e pazienza per entrare, da nuovi e piccoli, nel campo visivo di chi opera da tempo in un mercato, che si tratti di un libraio o di un editore straniero. Con tempo e pazienza, stiamo cominciando a essere visti. Ormai la circolazione della cultura è globale. Lavoriamo con autori e illustratori di tutto il mondo, quindi la diversità dell’accoglienza, più che dalla nazione dell’interlocutore, dipende dalla sua idea di libro: se è simile alla nostra, non è difficile avviare un rapporto

“Fabbricare cultura” nell’Italia di oggi, una missione, una sfida o una passione “a perdere“?
Fare cultura è una attività fondamentale nella vita di ogni nazione. Che ha un’importanza strategica per la sua vita civile e il suo sviluppo economico. In Italia questo dato spesso sembra sfuggire alla comprensione. Basti dire che un film come Natale a Beverly Hills riceve un finanziamento pubblico, e da anni scuole e biblioteche vedono assottigliarsi le risorse economiche a loro destinate, ormai ridotte a nulla. Ciò detto, diffidiamo di chi dichiara di avere una missione, non ci piace la parola “sfida”, e sappiamo che le passioni a perdere hanno vita breve, per quanto intensa, mentre i tempi di “fabbricazione” della cultura si misurano in decenni. Un editore fabbrica prodotti culturali. La cultura la fa la società nel suo complesso, quindi anche l’editore, per la piccola parte che gli spetta, in quanto cittadino.

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Vorrei avere, Giovanna Zoboli e Simona Mulazzani, Topipittori 2010

Una cosa che vi piace del vostro lavoro e una che non vi piace.
Fare l’editore è un mestiere interessante, ed è un mestiere come gli altri: è difficile, richiede molto lavoro, impegno, fatica e rigore. Alle gratificazioni alterna frustrazioni; al lavoro creativo alterna incombenze di ogni genere: questioni organizzative, amministrative, produttive. Il grande privilegio consiste nel contatto continuo con il pensiero e le idee. Ci amareggia l’indifferenza mediatica e istituzionale in cui operiamo. Ci confortano, nonostante due anni di pesante crisi, dati di vendita che riflettono l’immagine di un pubblico che premia l’impegno e la serietà, curioso e attento alla novità di scelte e linguaggi nuovi. Insomma, il mercato ci consente di continuare a fare il nostro lavoro.


Ndr: vi invito anche a leggere “La vera storia dei Topi Pittori”, un racconto appassionante su come si diventa editori.

2 Risposte per “Intervista a Topipittori: identità di un editore”

  1. 1 Silvana
    19 aprile, 2010 at 13:41

    Evviva i Topi!

  2. 2 Simone
    19 aprile, 2010 at 19:22

    Evviva anche la loro pazienza:)