intervista a A buen paso: identità di un editore (Spagna)

15 Marzo, 2010
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Vagón de aventuras, diversi autori, copertina di Valerio Vidali, A buen paso 2008

INTERVISTA AD ARIANNA SQUILLONI, EDITRICE DI A BUEN PASO

Perché editori e perché editori per bambini?
Perché mi piace fare libri più di ogni altra cosa, e allo stesso tempo perché non posso non concepire il lavoro editoriale come un lavoro politico. Ogni persona, per il fatto di essere nata nel seno di una società, è politica nella misura in cui non può evitare di entrare in relazione con le persone che la circondano. Meglio allora sarà che la persona viva come un soggetto attivo, cosciente delle sue possibilità, delle implicazioni e delle conseguenze delle sue decisioni, per poter vivere come una persona libera.
Proprio perché il linguaggio dell’album è necessariamente quello dell’arte visiva e letteraria, l’album diventa un territorio privilegiato per stimolare e mantener viva l’innata curiosità del bambino. Un territorio in cui si possono proporre quesiti e suscitare domande, senza per forza imporre al lettore il proprio punto di vista: stimolandolo così a diventare un libero pensatore.

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America, Pere Ginard, A buen Paso 2009

Quanti titoli in un anno?
Per il momento sei, anche se forse quest’anno saranno sette. Si tratta di un numero dettato dall’equilibrio fra l’esigenza di un ritmo di creazione di novità minimo perché la distribuzione abbia senso (da un punto di vista commerciale) e la disponibilità di tempo e risorse della casa editrice.

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El señor G., Gustavo Roldán, A buen paso

Nella scelta dei libri che pubblicate potreste individuare un filo conduttore? E’ uno stile? Un messaggio? Un’idea? Un desiderio?
In una casa editrice piccola come A buen paso, molto dipende dalle manie e dalle passioni dell’editore. Nel mio caso particolare amo la poesia, le relazioni sorprendenti e curiose fra i suoni, le idee e le cose, mi appassionano le persone e mi divertono i sistemi codificati. Quindi la nostra aspirazione è che i libri che pubblichiamo parlino delle persone (di desiderio, paura, speranza, ansia, inquietudine), e siano libri per lettori curiosi disposti a giocare con le parole e le immagini e a immergersi in un mondo fantastico, di cui di volta in volta bisogna trovare le chiavi di significazione. Sì, il gioco è un elemento fondamentale tanto nella creazione quanto nella disposizione alla lettura dei libri di A buen paso. Adoro giocare.

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Papà tatuado, Daniel Nesquens e Sergio Mora, A buen paso 2009 (edito in Italia da Orecchio Acerbo)

Quali caratteristiche deve avere un testo o un’illustrazione per sedurvi? Cosa è che vi fa dire: “questo illustratore (autore) è per noi”?
Quello che mi attira in uno scrittore o in un illustratore è il modo di guardare le cose, una prospettiva sufficientemente distorta o sorprendente da generare idee interessanti, e la capacità di plasmare queste idee in un testo o un’immagine la cui unica necessità risieda nella storia che si sta raccontando e/o rappresentando. Mi devono piacere ed emozionare. L’emozione, naturalmente, è piuttosto soggettiva.

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La calle del fantasma, Enric Gonzáles e Riki Blanco, A buen Paso 2009

Nella situazione culturale e politica del vostro paese vi sentite inseriti in una rete che vi sostiene? Come la definireste?
Credo che il problema fondamentale sia che al di fuori dell’ambito scolastico e didattico, le istituzioni, i mezzi di comunicazione e la società in generale non prendono sul serio la letteratura infantile, e così facendo lasciano il terreno completamente in balia dell’aggressione del marketing. Nell’ambito scolastico quello che mi preoccupa è il rischio di finire inglobati nei requisiti del piano curriculare. Ciononostante è proprio in questo ambito che credo che si debba lavorare. In Spagna esistono varie associazioni di maestri, professori, amici della letteratura infantile, reti di biblioteche… che organizzano incontri, giornate, mostre e seminari. Questa rete fa ben sperare.

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Papà Oso, cecilia Eudave e Jacobo Muñiz, A buen paso 2010

Le co-edizioni: che politica avete di vendita e acquisto dei titoli? Preferite creare i vostri libri, venderli e/o comprarli dall’estero? Perché?
In generale preferiamo creare i nostri libri. Anche se non escludiamo la possibilità di comprare i diritti di un libro straniero. L’acquisto di diritti è un’incombenza che assumiamo con calma per non correre il rischio di cedere all’entusiasmo. Dato che A buen paso pubblica pochi libri all’anno, credo che sia fondamentale mantenere una coerenza nello stile, nei temi e, nel limite delle possibilità, nel formato dei libri. Quindi non possiamo proprio tradurre tutti i libri che ci piacciono. In quanto alla vendita: sì, aspiriamo a vendere i libri di A buen paso all’estero. Credo che un aspetto importante della coedizione sia il fatto che permette di creare un libro che altrimenti per un solo editore sarebbe troppo caro. Questo è l’aspetto che più mi interessa, unito alla possibilità di collaborare creativamente con un altro editore. Non è facile, ma sarebbe bello e utile poterlo fare.

Una cosa che vi piace del vostro lavoro e una che non vi piace.
Mi piace l’emozione della creazione. Non mi piace per niente dover convincere i mezzi di comunicazione che bisogna parlare dei libri per bambini e parlarne con la stessa serietà (?) con cui si parla dei romanzi o del cinema o dell’arte.

8_lafabricadenubesLa fábrica de nubes, Arianne Faber, A buen paso 2010
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Pequeña Parka, Arianna Squilloni e Arianne Faber, A buen paso 2009

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