Il plagio, parte II

22 ottobre, 2009

Torna alla prima parte dell’articolo…

E’ di Esopo, poi ripresa da Fedro, la favola della cornacchia e del pavone. Una cornacchia ruba delle piume di pavone e si adorna con esse per essere accolta tra i pavoni. I pavoni, scoperto il gioco, le strappano le piume a beccate. Umiliata la cornacchia torna dai suoi simili, ma questi la sberleffano e l’allontanano dicendole: “Se ti fossi accontentato di stare con noi e avessi sopportato ciò che la Natura ti aveva dato, né avresti subito questo affronto né proveresti la disgrazia di questo allontanamento”.

A.Helle
André Hellé, Le Geai Pare des Plumes du Paon (The Jackdaw and the Peacocks), Berger-Levrault, 1922

Molti secoli dopo, Jean de La Fontaine riscrive la favola e appone una chiosa:

Il est assez de geais à deux pieds comme lui,
Qui se parent souvent des dépouilles d’autrui,
Et que l’on nomme plagiaires.
Je m’en tais ; et ne veux leur causer nul ennui :

Ce ne sont pas là mes affaires.

(Oh quante son le Gazze come questa al mondo che le altrui penne si vestono, che de’ plagiari formano la casta! Potrei scaldarmi contro lor la testa, ma ciò che ho detto basta).

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Kano Tomo-nobou, Le Geai Pare des Plumes du Paon, Parigi, Stamperia di Tsoukidji-Tokio, 1894

Ma vediamo quanta strada ha fatto il termine plagio prima di vestirsi di piume di pavone.
In greco plaghios vuol dire traverso, ambiguo, sghembo (nel senso di sotterfugio). Nel diritto romano plagium indicava il delitto di colui che comprava o vendeva come schiavo una persona che sapeva invece essere libera. Plagiarius era il venditore o il compratore, quando effettuava il commercio consapevole della sua frode. Il primo riferimento al termine plagio inteso in senso moderno lo abbiamo con il poeta Marziale, nel primo secolo d.c:

Veglia, o Quinziano, sui miei versi;
se miei posso ancora chiamarli,
quelli che recita il tuo poeta:
se si dolgono della loro servitù,
fatti avanti a difenderli e a pagarne il riscatto,
e, qualora colui se ne proclami padrone,
tu dì che sono miei, e da me fatti liberti.
Se quello insiste una terza, una quarta volta a gridarlo,
svergognalo, allora, questo plagiario.

La parola plagiarius passa quindi dal campo della compravendita di schiavi a quello dell’arte, conservando però il suo senso originario. Marziale sembra indicare che l’autore ha creato l’opera per darle la libertà, mentre il plagiario, approppiandosene, la ha indebitamente assoggetta a sé, rendendola schiava.

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Nella Roma antica, un liberto era uno schiavo affrancato, ma che conservava verso il padrone un dovere di rispetto e di tributi economici.
Parodiando Marziale si può affermare che un’opera può girare liberamente per le strade della cultura come un cittadino libero, appartenere al mondo, solo a patto che le venga riconosciuto il suo valore di soggetto libero, che continui cioè ad appartenere a tutti e a nessuno.
Implicito in questa libertà, (come una forma di eleganza o buon costume) è che l’opera continui ad avere un rapporto di rispettoso tributo (economico e/o affettivo) verso chi l’ha liberata, il suo autore, e questo rispetto deve essere condiviso dalla collettività. I fruitori dell’opera devono poter individuare in essa il magnanimo gesto del suo autore, la generosità di affrancarla da sé, di liberarla e donarla al mondo. La fama di un autore è infatti il riconoscimento sociale del suo dono,  una sorta di “grazie” che i fruitori restituiscono all’autore.
Il plagiario si appropria di quel grazie in modo illecito, ingannando il fruitore e non dando niente di suo. Quello che lo motiva è l’invidia verso il successo dell’opera o l’interesse economico derivato. (Vuole vestirsi come il pavone, ma se il pavone è bello naturalmente, il plagiario invece, smascherato, fa una figura ridicola).

“se si dolgono della loro servitù,
fatti avanti a difenderli e a pagarne il riscatto”

Marziale non si lamenta per sé, per il suo orgoglio ferito, soffre per i versi stessi, per la loro libertà perduta. Trovo seducente questo connubio tra libertà e valore di un’opera.

duchamp
Marcel Duchamp, La fontana, 1917

Duemila anni di storia dell’arte permettono a Marcel Duchamp di ribaltare completamente, in modo provocatorio, il concetto di plagio. L’artista è colui che pone una firma, che dichiara: questo oggetto che prima apparteneva al patrimonio collettivo ora è mio solo perché l’ho deciso, anzi, qualsiasi oggetto, anche il più brutto, se ha la mia firma, è arte (vedi Ready-made). L’artista dunque diventa il plagiario per eccellenza.
L’idea esaltata di autore del romanticismo, che come abbiamo visto nel post precedente, apre la strada  alla nascita del copyright, arriva al paradosso. L’autarchia dell’artista è totale, egli può appropriarsi di qualsiasi cosa e farla sua, tanto che persino la Gioconda, con un piccolo ritocco, smette di essere la Gioconda di Leonardo e diventa la Gioconda di Duchamp.

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Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q, 1919

Non credo che verrebbe in mente a nessuno di accusare di plagio Duchamp per la sua Gioconda rubata, perché?
Perché non è la qualità o la quantità di oggetto rubato che misura il plagio, ma l’intenzione che sta dietro l’atto. Duchamp non vuole rubare la fama a Leonardo, spacciando per sua la Gioconda, vuole imporre un nuovo sentimento dell’arte, s-borghesizzarla. E’ esattamente in questa sottile differenza che si muove l’idea di “proprietà intellettuale”. Duchamp crea un’idea, e per farlo ruba a Leonardo la Gioconda. Ma la sua idea è di nuovo un oggetto libero. Non l’ha rubata per un interesse personale, l’ha rubata per metterla di nuovo in circolo re-inventata.

Invece Duchamp avrebbe potuto essere tranquillamente denunciato di plagio da Sapeck (Eugène Bataille), per avergli rubato l’idea della sua Gioconda che fuma la pipa, se il meno fortunato Sapeck  non fosse morto in un ospedale psichiatrico ben 28 anni prima della creazione della Giconda coi baffi di Duchamp, solo e presto dimenticato.

Sapeck
Eugène Bataille (Sapeck), Monna Lisa fumant la pipe, esposta alla mostra delle Arts Incohérents nell’ottobre del 1883, Parigi, Gallerie Vivienne

Ma, ahimè, quasi mai la storia dell’arte è un sentiero pulito.

Segue…

30 Risposte per “Il plagio, parte II”

  1. 1 giovanna
    22 ottobre, 2009 at 13:59

    Libera finalmente da incombenze postali, posso parlare del libro a cui ho accennato questa mattina. E’ un saggio di Paola Pallottino che fa parte del volume “Dall’atlante delle immagini”, ed. Ilisso 1992, (titolo che mi sembra già di per sé significativo, sul tema ), e si intitola “Il riuso delle immagini”. Cito l’attacco perché mi sembra che più di qualsiasi mia parola centri il tema che tu, Anna, stai trattando in questi post:

    “Gran parte della storia dell’evoluzione delle arti e delle comunicazioni visive, si fonda sul continuo intrecciarsi dell’invenzione delle immagini e della loro permanenza attraverso vari generi di rielaborazione di tipo interpretativo, traduttivo e divulgativo. Nel corso dei secoli questo ha finito per generare una fitta rete di imprestiti e di ipoteche che si sono intrecciate e sedimentate fra loro, rimbalzando da una zona all’altra, da una mano all’altra, da un’epoca all’altra, in maniera così inestricabile da rendere pressoché impossibile stabilire paternità attendibili o risalire a fonti decisive di influenza, all’interno della totalità dell’universo iconografico conosciuto…”

    La studiosa affronta poi l’argomento, descrivendo e definendo la modalità diverse di riutilizzo delle immagini nel corso del tempo, e stabilendo tipologie quali “Riuso proprio, analogico, creativo, di citazione” eccetera. Il tutto corredato da meravigliosi esempi dai quali veniamo a sapere, fra le altre cose, che “Nel carcere di Newgate” di Gustave Doré, del 1872, è stata “clonata” prima da Van Gogh (La ronda dei prigionieri, 1890), e poi da George Grosz (Liberté, Egalité, Freternité, 1920). Oppure che l’icona del celeberrimo Struwwlpeter (Pierino Porcospino) con unghioni e capelli irti sul capo (1876) fu presa dal suo creatore, Heinrich Hoffmann, da una litografia di Gavarni della serie “Les enfants terribles” (1842). E cosa dire dell’immagine dei quattro conigli neri che portano la bara a Pinocchio, nell’illustrazione di Mazzanti 1883), straordinariamente simile alla foto dei Fratelli Alinari, “I Fratelli della Misericordia che trasportano un malato”? Il libro della Pallottino è interessantissimo e direi, imprescindibile, parlando di illustrazione.

  2. 2 alicia
    22 ottobre, 2009 at 16:42

    “…lavorare a mano libera, lavorare, lavorare, riempire risme di carta, impossessarsi di un mezzo al punto di dimenticarlo, per far avvicinare la propria idea al risultato, lavorare, lavorare, lavorare, è l’unico modo per scoprire il proprio universo, che forse non sarà bello, ma sarà il tuo”, diceva il professore. Più che preoccuparsi dell’essere plagiato, bisognerebbe scoprirsi, pareva dire. Ma qui il tema è il plagio, e chi di noi non è anche fatto di ciò che vede, che sente, che ha studiato, approfondito, ecc? In ogni caso, come difendersi dall’eventualità dell’essere plagiati?, impossibile secondo me, forse bisogna lavorare male. Si può solo evitare di copiare, anche inconsapevolmente sperando di essere uno spirito libero e difendere il proprio lavoro là dove c’è un evidente furto, come dice plumers, sperando in una confessione.
    ( mi risulta che le costruzioni a piramide sono sorte in Egitto così come in centro America senza che ci fosse internet ) Questo per dire che molte volte c’è intenzione, altre no.
    Guardate il caso intenzionale, se vogliamo necessario di Van Gongh con “il seminatore”, copiato a modo suo da “il seminatore” originale di Millet.

  3. 3 Villard
    22 ottobre, 2009 at 17:17

    Credo che su questo argomento siano utili le esperienze sul campo, il resto è cultura generale.
    Ho individuato 2 categorie di plagio: plagio positivo, plagio negativo.
    Positivo perchè entrambi hanno vantaggi e/o la “vittima” non è in vita.
    Negativo quando danneggia la fonte, ovvio che deve essere documentato il fatto. SE NO entriamo nella sfera dei sentimenti, delle intenzioni.
    Ha senso tutto ciò? Io, almeno in parte, credo di sì.
    Aspetto esperienze di plagio.

  4. 4 carola
    22 ottobre, 2009 at 17:19

    Ciao Anna, come mi ha fatto notare Andrea i miei commenti cadono sempre a sproposito, ma non lo faccio apposta è soltanto il desiderio di comunicare un pensiero con te e tutta la banda alla quale ormai sono affezionata. Beh, sono stata a Francoforte, ho visto finalmente delle belle novità, persino tra gli inglesi ed i tedeschi! Quest’anno a Bologna vedremo dei bei libri, plagiati e non per riallacciarmi almeno alla fine al post odierno!Un caro saluto

  5. 5 plumers
    22 ottobre, 2009 at 18:34

    Detto come lo dice lei, caro Villard, sembra che la cultura generale sia cosa da poco.
    Temo, invece, che sia uno strumento imprescindibile per capire e valutare la realtà.

    Quanto alla sua proposta classificazione, le chiederei di spiegare:
    a) nel plagio positivo, come si stabilisce se entrambi hanno vantaggi;
    b) che differenza fa se la “vittima” è in vita o meno: giuridicamente, i diritti d’autore sono in capo agli eredi per 75 anni dopo la morte del titolare originario; e nel caso delle opere d’arte figurativa, i diritti di riproduzione appartengono a chi possiede fisicamente l’opera (collezionista privato, museo o altra istituzione), che possono essere danneggiati anche da un plagio post mortem.

    Mi rendo conto di averle attribuito il genere maschile, pensando a Villard de Honnecourt. Se mi sono sbagliato, mi scuso.
    Guasti della cultura generale, dirà lei.

  6. 6 Villard
    23 ottobre, 2009 at 9:19

    Plumerson non si permetta di darmi del Lei, solo del tu.
    A riguardo le do del Voi se mi riesce.
    Credo che la faccenda del plagio sia più utile in termini pragmatici: cosa posso fare se ne sono vittima? (loser). Ci si può accordare (winwin). Si può prevenire il plagio? Ha senso?
    Azioni concrete insomma, che credo si potranno leggere nel terzo capitolo.

  7. 7 giovanna
    23 ottobre, 2009 at 10:30

    Esempi concreti? Una casa editrice riceve quintali di aspiranti Mattotti, Scarabottoli, Anne Laure Cantone, Octavie Monaco, Chiare Carrer.
    Adesso impera la Dautremer. Ogni volta mi chiedo cosa spinga una persona a fare una figura così barbina, a dare un’immagine di sé così povera e umiliante. Mi chiedo anche come sia possibile che un illustratore che propone un lavoro troppo sfacciatamente “alla maniera di…” non si renda conto che un editore specializzato si rende immediatamente conto se qualcuno sta cercando di imitare qualcun altro e non trae certo una gran impressione.
    Direi che la vittima, in questo caso, è l’imitatore, più che l’imitato.
    Fra l’altro devo dire una cosa, secondo me, molto interessante: guardando le tavole plagiarie, ci si rende conto che chi imita, assume sempre i tratti più evidenti e superficiali del lavoro altrui. Come se cogliesse l’aspetto più spettacolare e mai la sostanza: insomma ne fa una caricatura, una brutta copia.
    Quando invece ci si ispira al lavoro di qualcuno, si fa l’operazione opposta: se ne indagano e colgono gli aspetti più profondi, meno evidenti, più sottili. E si lavora proprio su questo. Quindi poi di solito il risultato è del tutto originale.

  8. 8 marta
    23 ottobre, 2009 at 11:30

    tutto vero per carità, ma poi ci sono anche casi come i primi libri di Roberta Gorni (Gino non vuole mangiare la minestra, Elia non vuole andare a letto e altri) in cui tutte le illustrazioni e non solo una sono “troppo simili” a quelle di Anne Herbauts.. (che probabilmente è conosciuta meno di Beatrice Alemagna)
    Certo adesso lo stile della Gorni è molto diverso e probabilmente maturato ma io riguardando i primi libri (e sono tanti non uno e pubblicati da Fatatrac non da chissachì) vedo delle belle repliche (per non usare la parola plagio)

  9. 9 Michela
    23 ottobre, 2009 at 11:37

    Concordo con tutto il discorso di Giovanna: la vittima è l’imitatore, più che l’imitato.

  10. 10 giovanna
    23 ottobre, 2009 at 12:26

    Anche Vidali è molto imitato, ultimamente, dai giovanissimi…

  11. 11 Lucia
    23 ottobre, 2009 at 13:14

    buongiorno…
    una mia piccola curiosità.. ma un editore (deve per forza essere una risposta generalizzata), preferisce pubblicare lavori “imitanti”? oppure rischia fidandosi del proprio fiuto e gusto?

  12. 12 giovanna
    23 ottobre, 2009 at 13:38

    C’è stato ultimamente un caso clamoroso di un illustratore che ha lavorato “alla maniera di…” su richiesta dell’editore. Generalmente non accade. Che vantaggio ha un editore a pubblicare la copia e non l’originale? Oltretutto rischiando una denuncia, se il plagio è marchiano. A volte può sfuggire, la somiglianza. E’ pur sempre un fatto soggettivo, riscontrarla o meno, quando non ha un’evidenza assoluta.

    Però, faccio una domanda: non è più interessante anziché fissarsi sui richiesti “casi concreti” parlare di questo tema partendo dalle riflessioni e dalle informazioni offerte da Anna: cioè come un fenomeno che alimenta da sempre l’immaginario e che riguarda la storia stessa della cultura, come indica anche la Pallottino? Questo ci riguarda forse meno?
    Non credo: a volta mi sembra che quello che manca a tanti degli sprovveduti imitatori che ci mandano i loro lavori, andando così allo sbaraglio, è proprio una solida cultura visiva di base, a tenere in piedi, fare da fondamento e dare spessore a un lavoro che altrimenti sarà sempre, inevitabilmente, esile.

  13. 13 plumers
    23 ottobre, 2009 at 15:04

    Cara Lucia,
    pretendere che sia possibile dare una risposta generalizzata mi sembra chiedere troppo.
    Gli editori hanno approcci molto diversi all’attività che intraprendono e questo approccio genera forzatamente una produzione altrettanto variegata.
    Credo che la soluzione sia farsi un giro in libreria o in biblioteca e valutare con i propri occhi, stilare liste, eventuali classifiche.
    Io, per quello che vedo e che so, riscontro che ci sono alcuni editori che tendono a sperimentare e alcuni che tendono a percorrere strade battute. Questo non significa dividere il mondo dell’editoria in buoni e cattivi, ma solo dare un’indicazione di carattere generale.
    Se ci fermiamo all’Italia, è perfino troppo facile mettere fra i primi Corraini, Orecchio Acerbo, Topipittori e Zoolibri (in ordine alfabetico, veh!). Ma, cercando bene, non si può non notare che “Dalle Ande agli Appennini”, di Orecchio Acerbo, ha una somiglianza molto forte, nello stile di illustrazione, all’Hugo Cabret di Selznick; che “La Bambina di neve” dei Topipittori ha dei riferimenti davvero forti a Edward Gorey; e che forse si può riscontrare un raro caso di “auto-plagio” in due libri di Harriet Russell, pubblicati l’uno da Topipittori e l’altro da Corraini (rispettivamente “Il nostro libro dei colori” e “Un libro da colorare per pigri”).
    Questi sono, evidentemente incidenti e non escludo che gli editori fossero ben consapevoli di fare quello che stavano facendo. Né credo che questo tolga qualcosa al loro lavoro.
    Dall’altra parte, ci sono editori di atteggiamento più conservatore, che rischiano spesso di pubblicare illustratori che lei definisce “imitanti”, convinti che il mercato sia meglio disposto nei confronti del noto piuttosto che dell’ignoto. Questo non significa che facciano un cattivo lavoro. Né che sia loro inibito di fare qualcosa di veramente innovativo. Per esempio, è mia opinione che fra le case editrici conservatrici ci sia Arka (innovativa in passato, ma oggi ancorata a un immaginario consolidato). Eppure, uno dei libri più interessanti degli ultimi anni è senza ombra di dubbio l'”Ulisse” di Bimba Landmann.
    Poi ci sono i disinvolti, i lestofanti, i mistificatori. Ce ne sono per ideologia e programma. E ce ne sono per occasione e comodità.
    In questo senso, mi sembra particolarmente calzante e utile l’invito di Giovanna a tenere la discussione, nei limiti del possibile, nel generale ambito delle riflessioni che Anna ci propone. Invece di cercare facili ricette di auto-aiuto, vale la pena percorrere la più difficile strada della conoscenza e fabbricarsi da soli i propri, personalissimi strumenti per affrontare con serenità un mestiere, come tutti, difficile e impegnativo.

  14. 14 daniela
    23 ottobre, 2009 at 17:06

    Non c’è niente da fare, Plumers c’ha una marcia in piu’.
    Lo voglio.

  15. 15 daniela
    23 ottobre, 2009 at 17:11

    p.s. Lucido, sistematico, pragmatico, apparentemente onnivoro… stringente e ficcante al punto che se anche gli sfugge un’inezia di saccenteria non puoi che perdonargliela.

  16. 16 Annina
    23 ottobre, 2009 at 18:46

    E il collage?

    Se n’è già parlato in qualche commento, ma mi è rimasto un punto di domanda.
    Non sono un’illustratrice professionista, percui parlo da un punto di vista forse un po’ ingenuo e inesperto.
    Uso molto il collage quando disegno: non mi permetterei mai di ritagliare o copiare un’intera figura, sia chiaro. Lavoro molto intensamente ad ogni illustrazione; poi, in fase di realizzazione, ai miei segni e colori unisco ritagli di giornali e altri materiali, cartacei e non. Scansiono tessuti e oggetti. Fotocopio e utilizzo fotografie di cui l’autore sono io.

    Ogni tanto però mi chiedo: ho fatto un vestito con ritagli di carta velina e di varie riviste. Ci ho passato sopra del colore. Mi sono dimenticata da dove ho preso i ritagli. E se un giorno Christian Dior riconoscesse in una mia illustrazione un centimetro quadrato della sua collezione autunno-inverno 2005? (tanto per fare un esempio)

    Mi sono posta una domanda simile guardando i più bei libri di illustrazione contemporanea che possiedo, dove del collage si fa molto uso e dai cui sicuramente il mio immaginario incosciamente attinge. Un esempio per tutti: Un lion à Paris. Beatrice Alemagna ha usato ben più di un ritagliuzzo. Ci sono volti, tessuti, interi palazzi, una vecchia pianta di Parigi…

    Per concludere: come fotografa bravina e dilettante, sono iscritta e registrata ad un sito che raccoglie immagini “royalty free”. Funziona così: carichi le foto che vorresti mettere a disposizione di eventuali clienti, loro ne fanno una valutazione tecnica e commerciale e poi ti comunicano quali hanno acettato e quali no. In questo modo tu affini il tuo criterio di scelta, e loro si creano fitti archivi di ogni sorta. Il punto a cui volevo arrivare è questo: mi sono state rifiutate alcune fotografie che avevo scattato a Hong Kong e Shanghai perchè alcuni edifici erano troppo riconoscibili e si sarebbero potuti creare dei problemi di copyright. Una di queste era la skyline di Hong Kong al crepuscolo. Praticamente una shilouette.

    Tornando all’illustrazione, non mi è chiaro dove sta il limite, e mi rende insicura non riuscire a distinguerlo.

  17. 17 georgia
    23 ottobre, 2009 at 20:00

    trovo le cose che giovanna dice negli ultimi 3 post molto importanti, da imparare a memoria…purtroppo però chi ‘copia’ è talmente ‘ignorante’ o ‘scaltro’ che è perfettamente inutile farglielo notare, o non lo vede, o ne è consapevole ma non lo confesserà mai. dunque se sei uno che copia, sei un cretino, se sei uno che viene copiato, sei sicuramente uno bravo, e questo ti tira un pò su, ma sei uno sfigato alla fine perchè le tue cose copiate fanno schifo ma ricordano te…una tragedia pessima. detto ciò mi è tornata proprio stasera in mano una pagina, sul venerdi di repubblica, pag 83, se è necessario si può scansionare per vederla…è la pubblicità degli eventi del friuli venezia giulia…

  18. 18 georgia
    23 ottobre, 2009 at 20:04

    l’avevo già vista e mi ero già posta le seguenti domande: a colpo d’occhio sembrava mattotti, (e magari lo è??!) sono andata a vedermi il nome ma non c’era, dunque mi pare difficile che sia sua, in tutte le sue immagini c’è…compare solo il nome di un’agenzia. sono andata sul sito dell’agenzia, non compare il nome di mattotti, etc etc
    dunque, o è sua e appunto non c’è il nome, o è un plagio clamoroso, ma già metter un’immagine omettendo un nome non è gravissimo???

  19. 19 georgia
    23 ottobre, 2009 at 21:45

    ecco dopo una serata di ricerche giungo a un sito dove leggo il nome di mattotti che ha firmato il poster, (nella pubblicità era stato tagliato e si vedeva dunque uno scorcio), dunque è suo….ma appunto, il nome di chi l’ha fatto, sul disegno o laterale su una pagina non è naturale che ci sia??

  20. 20 Anna Castagnoli
    23 ottobre, 2009 at 22:30

    Io utilizzo molto il collage nei miei disegni, ma ritaglio sempre riviste vecchissime, degli anni 50 o 60, che colleziono (tipo Paris Match).
    Non lo so, ma credo che Beatrice Alemagna faccia lo stesso.

    Linda Wolfsgruber mi raccontò di un libro di una sua amica illustratrice, che era stato fermato già in libreria e ritirato perché in un collage compariva una marca di un prodotto, con tanto di logo. Bisogna stare attenti. Vi consiglio di inziare la collezione di vecchie riviste!

    Ora voglio chiedere a Susanne Janssen se ha chiesto il permesso per usare la foto con Hansel e Gretel. La prossima sett. le scrivo.

    Grazie a tutti dei preziosissimi interventi. Non credo si possa mettere un punto a queste domande.

  21. 21 alicia
    24 ottobre, 2009 at 8:33

    non so se può interessare a chi fa collage…
    ho un amico che lavora con questa tecnica nell’ambito dell’arte contemporanea, lui fotografa ogni cosa, anche pezzi di giornale, con una digitale, stampa, ritagli e riutilizza. e’ un po costoso, ma lui sostiene che fin dall’inizio ha attuato uno stile. Non fa questo per paura di essere accusato di plagio ma per scelta stilistica, …ora stà seguendo il blog. (le ho chiesto il permesso di parlare della su tecnica)

  22. 22 daniela
    24 ottobre, 2009 at 14:19

    anna/janssen: sai che da subito mi ero chiesta come si regolasse nell’utilizzo delle foto? chiaramente la sua “rielaborazione” ha un enorme valore aggiunto (e, tra l’altro, pagherei letteralmente per vederla lavorare), pero’ non c’è dubbio che lei utilizza immagini di partenza molto definite…

  23. 23 Anonimo
    26 ottobre, 2009 at 22:20

    plumers, se il libro al quale attribuisce “una somiglianza molto forte”all’Hugo Cabret è quello della Attanasio, mi duole correggerla, ma non si intitola “Dalle Ande agli Appennini”, bensì “Dall’Atlante agli Appennini”… si sarà sicuramente trattato di un lapsus. ad ogni modo trovo che le illustrazioni della Attanasio abbiano puntato in alto, per non arrivare, però, molto lontano. non posso pensare che Selznick si senta plagiato, in questo caso: trovo che il tentativo (evidente) sia fallito del tutto!

  24. 24 plumers
    27 ottobre, 2009 at 10:02

    gentile anonimo,
    grazie per la correzione.
    Non è un lapsus, ma un vero errore.
    Non si dolga nel correggermi: mi rende, invero, un servizio.
    Per altro, non ho mai parlato di plagio, ma di “una somiglianza molto forte, nello stile di illustrazione”. E questo a titolo di esempio con il fine di specificare che è difficile generalizzare (come invece richiedeva Lucia) l’atteggiamento degli editori.
    Puntualizzo perché credo che quella di plagio sia un’accusa gravissima e che vada mossa soltanto sulla base di considerazioni e informazioni estremamente accurate e meditate, e possibilmente da parte di chi ha un interesse diretto nella vicenda. Io non ho né le une né l’altro.

  25. 25 Silvia
    27 ottobre, 2009 at 13:25

    La mia è forse una considerazione un po’ sciocca ma…spesso nei corsi fatti dagli illustratori questi stessi tendono a creare dei loro cloni…o sbaglio? A me è capitato spesso di constatare questo.

  26. 26 Francesca
    1 dicembre, 2009 at 17:37

    Ho letto con interesse il vostro scambio di opinioni e ho pensato di approfittare delle vostre conoscenze per farvi una domanda a proprosito del plagio ma visto da un lato leggermente differente da quello da voi trattato fino a ora. Se si volesse creare un opera caratterizzata da una serie di tavole a scopo pubblicitario, utilizzando come tema quello dei supereroi più celebri e facendone una reinterpretazione vera e propria dove il super eroe in questione sarebbe riconoscibile solo da alcuni particolari del costume che storicamente lo distingue, e non una riprodizione dell’originale, si andrebbe a ledere i diritti dei colossi che hanno la paternità o i diritti di riproduzione dei suddetti eroi?Ovviamente oltre alla reinterpretazione sarebbe specificato nel tema del lavoro che si tratta di un omaggio agli eroi che hanno fatto la storia dela fumetto o della televisione. Si tratta di plagio in questo caso o di un omaggio?

  27. 27 Anna Castagnoli
    1 dicembre, 2009 at 19:05

    Io non so risponderti. A naso direi che puoi farlo tranquillamente, ma non sono un’esperta in questo campo.

  28. 28 Alex
    31 maggio, 2010 at 20:36

    Salve, mi piacerebbe sottoporvi questa piccola ricerca visuale che ho effettuato personalmente circa i prodotti IKEA, i quali si “ispirano liberamente” (quando non copiano spudoratamente) a molti classici del design d’autore. Il link è il seguente: http://erasmuskit.weebly.com/ikea-fakes.html

    Mi chiamo Alex, sono product designer e blogger (designedby.wordpress.com)
    Grazie, a presto.

  29. 29 Anna Castagnoli
    31 maggio, 2010 at 21:38

    Molto interessante Alex, grazie!

  30. […] Castagnoli invece ha ben pensato ad una trilogia (Plagio 1, Plagio 2, Plagio 3), qui riproposta. Come sempre esaustiva e ricca di spunti su cui riflettere, consiglio di […]