“Figure” per l’infanzia. Intervista a Riccardo Falcinelli

1 Aprile, 2021

Riccardo Falcinelli, Figure, Einaudi, Torino 2020; a destra, un’illustrazione di Simone Rea

Riccardo Falcinelli, grafico, lavora da molti anni come critico per raccontare al pubblico come funzionano le immagini. 
Dopo alcuni titoli imperdibili come Guardare, pensare, progettare, neuroscienze per il design e Cromorama, pochi mesi fa è uscito Figure. Come funzionano le immagini dal Rinascimento a Instagram (Einaudi), un testo imprescindibile, anche per chi non si interessa alle immagini per lavoro.
Dal momento che troviamo in
Figure molta attenzione all’illustrazione per bambini, ho deciso di invitare Riccardo su questo blog.

Intervista a Riccardo Falcinelli
di Anna Castagnoli

A.C. Figure è una sequenza di colpi di genio in tema di didattica. Come l’idea di iniziare molti capitoli con i tuoi ricordi di infanzia. 
Un giro in macchina per andare al mare, una passeggiata sotto i portici che incorniciano il paesaggio, il presepe tirato fuori dalla scatola e “composto” secondo un certo ordine…
Ricordi quotidiani, quasi banali, ma così inscritti nella memoria di ognuno che permettono al lettore di entrare immediatamente in intimità con te e seguirti con un senso di fiducia anche quando spieghi concetti più complessi. Terminata la lettura del libro, viene proprio voglia di scriverti per dirti “grazie”.
Voglio sapere tutto del tuo metodo di lavoro per arrivare a questa chiarezza espressiva. Come alterni studio, elaborazione delle idee e scrittura?

R.F. Prendo tonnellate di appunti, di note, di scarabocchi, di promemoria, di disegni, di post attaccati dentro ai libri e dentro ai quaderni. Ogni volta che qualcosa mi colpisce lo appunto, e su quell’argomento ci scrivo sopra due tre righe. Lo faccio quotidianamente. È il mio modo di studiare, di capire, di memorizzare. 

Appunti di Riccardo Falcinelli per “Figure”

Dentro ogni libro della mia biblioteca, nell’ultima pagina, segno sempre i punti che mi hanno interessato di più (una specie di catalogazione personale), uso perfino una specie di stenografia inventata ai tempi dell’università con cui indico le ragione dell’interesse, per esempio accanto a un paragrafo posso mettere un asterisco, oppure due, o segnare DB o DBB (non ti dico cosa significa, è un mio segreto).
Questo mi permette di recuperare concetti studiati vent’anni fa e tornarci sopra. Ecco, io penso il mio studio e la mia biblioteca non come un museo ma come una barca o un peschereccio: un luogo vivo, dove accadono mille cose, che ogni giorno se va in giro per pensare il mondo, per esplorarlo e per sopravvivere.

Appunti di Riccardo Falcinelli

E poi considera che ogni giorno per mestiere mi occupo senza sosta di immagini e di composizione, per me teoria e pratica sono un tutt’uno. Così, quando arrivo a dare forma a un libro, di fatto ci sono dietro anche dieci anni di appunti e di studio. A questo punto ragiono come un regista: penso alla struttura, alla narrazione, all’ordine in cui esporre i concetti. Credo che anche la saggistica debba avere una “trama”, serve al lettore per non perdersi e magari per divertirsi pure. Quanto alla chiarezza: ci sono paragrafi o capitoli che ho riscritto anche venti volte, sono convinto che la bellezza e la chiarezza siano il frutto di un lavoro, non bisogna accontentarsi. Come dicono gli inglesi “practice makes perfect”. Naturalmente per fare questo bisogna essere un po’ nevrotici: se uno è in pace col mondo non ha bisogno di scriverci sopra.

Appunti di Riccardo Falcinelli

A.C. Il tuo libro è una festa da libro di fiabe dove tutte le immagini sono invitate a banchetto, anche le più povere.
Ti iscrivi in una corrente critica che da Barthes a Eco è sempre stata altrettanto democratica, ma nessuno aveva mai dato tanto spazio all’illustrazione per bambini, arte minore tra le minori.

Immagino i capelli dritti sulla testa di certi critici nel vedere messe insieme su una sola doppia pagina : un frame di Biancaneve di Disney, un’incisione del 1700 per Le streghe di Macbeth e una cromolitografia ottocentesca di Cappuccetto rosso. Un ready made critico, molto tuo. Cosa ti stimola in queste giustapposizioni di generi? Non hai mai paura di forzare alcune immagini per far dire loro quello che ti interessa portandole troppo lontano dal loro contesto e senso originario? 

Riccardo Falcinelli, Figure, Einaudi, Torino 2020

R.F. Intanto non lo faccio per spirito pop o postmoderno. Questo è semplicemente il mondo in cui viviamo: Biancaneve sta già accanto al Rembrandt e alla pubblicità del detersivo, non sono io a mettercela, basta guardare cosa accade sui social: la nostra è la società del sincretismo. Queste giustapposizioni però, sia chiaro, mi servono per ragionare, per capire davvero bene certi nodi strutturali, non sono spiegazioni di tipo storico ma logico. “Figure” è il tentativo di raccontare la pittura dal punto del vista del design, cioè le immagini come cose concrete, come oggetti smontabili. Detto questo: ogni epoca tenta uno sforzo di ricostruzione storica (sacrosanto) ma, alla fine, ogni epoca si inventa il suo Shakespeare in base a quello che crede sia vero. La Biancaneve che ha visto mia madre al cinema (quando tutto era in bianco e nero) non è la Biancaneve che ha visto mio figlio sullo schermo del computer: e per mio figlio quell’esperienza estetica del film in sala è forse irrecuperabile, come per noi è irrecuperabile lo sguardo di un uomo quattrocentesco su Botticelli.

A.C. Dove raccogli nel quotidiano le immagini che ti colpiscono?
Scusa il voyeurismo, ma voglio sapere che forma ha, nel quotidiano, il tuo paradiso warburghiano :)

R.F. Quaderni, quaderni, quaderni. E una cartella sul PC. Più ritagli da giornali e riviste e qualche cartolina.

La scrivania di Riccardo Falcinelli

A.C. Dedichi un capitolo intero a Gustave Doré, forse il più importante illustratore del 1800.
Spieghi come ha inventato quello che tu chiami il “fulcro”.
Il fulcro è qualcosa che, nell’immagine, indica chiaramente dove bisogna guardare. Colpo di luce, isolamento del personaggio, centro: trucchi un po’ facili (tu dici: “gridati”) ma che funzionano bene, soprattutto nella pubblicità e nel libro illustrato, dove è importante attirare l’attenzione sul soggetto.
Pensi che l’illustrazione per bambini in generale sia caratterizzata, più di altre arti applicate, da questo fulcro?

Riccardo Falcinelli, Figure, Einaudi, Torino 2020

R.F. No tutt’altro. Il fulcro funziona sul colpo d’occhio, lo troviamo più al cinema, sulle copertine dei libri o in pubblicità. I bambini mi sembrano piuttosto degli esploratori (almeno guardando mio figlio e i suoi coetanei di quattro anni) e molti libri per l’infanzia assecondano questa tendenza a centellinare lo spazio della pagina, penso a Richard Scarry e a tutte quelle storie basate sull’accumulo di dettagli. L’errore di molti adulti è credere che davanti alla pagina le attività siano due: guardare e leggere. Al contrario sono molte di più: esplorare, navigare, elaborare, osservare, confrontare, compilare, muoversi, saltare, girare, tornare indietro, capovolgere, ascoltare, e così via. Tutto questo è “leggere”. E tutto questo lo fa funzionare la grafica.

Riccardo Falcinelli, Figure, Einaudi, Torino 2020, a destra, un’illustrazione di Beatrice Alemagna
Riccardo Falcinelli, Figure, Einaudi, Torino 2020, dettaglio (Beatrice Alemagna)

A.C. A proposito di un’immagine senza fulcro di Beatrice Alemagna scrivi:


“I bambini traggono un enorme piacere da illustrazioni di questo tipo piene di dettagli, godono dell’attività di decifrare ogni singolo particolare né più né meno di un monaco cinese che si avventura per sentieri montani”. 

Ho il ricordo preciso di come esploravo le immagini prima di imparare a leggere. So che il nostro cervello è fin dalla nascita un cervello programmato per l’apprendimento della struttura di una lingua, ma mi affascina pensare a modi di guardare le immagini che non siano, usando una parola cara a Barthes, “ancorati” al linguaggio.
Ti sembra che l’immagine con fulcro appartenga di più al linguaggio (ha un soggetto) e quelle senza fulcro a una visione più infantile, pre-linguistica? Quel modo di esplorare l’immagine senza uno scopo, un soggetto… proprio come il tuo monaco cinese…

R.F. No, credo siano solo aspetti diversi del guardare. Il colpo d’occhio in fondo è l’atto meno “linguistico” che ci sia.

A.C. Come recuperare da adulti (adulti occidentali, moderni, assuefatti al senso e alla logica), questa visione da primi esploratori? 

R.F. Il piacere per le immagini non si insegna. E credo si debba partire appunto dal “piacere”, dal godimento: il gusto di un rosso ruvido accanto a un rosso lucido o ti appassiona in sé, oppure non è insegnabile. È una faccenda sensibile, anche sensuale: il piacere che traiamo dalle immagini è lo stesso di una pietanza ben studiata o di una bevanda complessa. Certo, il gusto si può educare, ma la scintilla ci deve essere stata da bambini. 

A.C. Mi regali un tuo ricordo antichissimo, infantile, di percezione di un’immagine?

R.F. Quando mi sono accorto che le immagini se le guardavi da vicino erano fatte di puntini. Rimasi sconvolto e affascinato, anche se ancora non sapevo che era una necessità grafica. Avrò avuto sei anni.

Una pagina stampata in offset, vista con una lente, è una tessitura di punti colorati

A.C. I libri di immagini che sfogliavi da bambino erano libri “per bambini”?

R.F. Sì. Tutto Barbapapà (per me fondamentale), molto Disney e poi la “Scala d’Oro” che stava a casa di mia nonna, tutta, completa. Già a sette anni ero (inconsapevolmente) un po’ bibliofilo e mi dava la vertigine l’idea di leggere quei libri antichi (erano degli anni ’40), mi piaceva la carta e i disegni polverosi e la lingua desueta, erano una cosa un po’ magica.
Ho sempre trovato conforto nel passato e nella memoria, mi piace tutto ciò che ha una storia. Libri e fumetti erano importanti anche perché erano una passione di mia madre, la vera spregiudicata di famiglia: passava da Topolino a Borges da Agatha Christie a Kafka senza graduatorie, cercando solo il piacere della lettura.
È stato il suo esempio che mi ha reso tollerabili le tassonomie scolastiche che sono sempre un po’ ottuse. 

Barbapapà, Mondadori, Milano 1974
La Scala d’Oro, collana editoriale per ragazzi pubblicata dalla UTET tra il 1932 e il 1945

A.C. Nel 1900 si è inventato (con poche prove di validità scientifica) tutto un universo visuale “per bambini”, organizzato per fasce di età. Chi lavora nel mio settore ha sentito infinite volta la frase “questa immagine non è adatta ai bambini”, riferita a immagini dal contenuto del tutto innocuo, ma dalla forma artistica troppo sofisticata. 

Paul Faucher, editore di Père Castor, uno dei pioneri degli studi sulle reazioni dei bambini alle immagini
William Steig, copertina per il The New Yorker

Frasi e immagini semplici, figure scontornate e chiare, colori nitidi e squillanti, una leggera caricatura nei tratti dei personaggi. L’illustrazione “per bambini”, nonostante la pluralità degli stili, è ben caratterizzata come genere. Non era così all’epoca di Doré, che illustrava con lo stesso stile le fiabe dei Grimm e la Divina Commedia.
Cosa pensi di questo “baby talk” visuale? È necessario o è frutto del pensiero di un’epoca?

R.F. L’editoria ha le sue logiche culturali e commerciali. E anche le sue mode. Non è sbagliata in assoluto, in fondo serve un “sistema” in un mondo in cui si pubblicano centinaia di libri. Però poi i bambini dovrebbero comprarli da loro, portarli in libreria e farli scegliere da sé.


A.C. Scrivi che grazie alla storia dell’arte moderna oggi siamo in grado di capire la bellezza di un disegno realizzato da un bambino, anche quando non ha un contenuto figurativo. Possiamo giudicarne le armonie compositive e cromatiche in modo astratto. Non sono così sicura che molti ne siano capaci… È ancora così comune sentire un adulto disprezzare un quadro moderno e i disegni dei bambini in un colpo solo dicendo: “potrebbe averlo disegnato mio figlio”.
Ti sei mai chiesto perché questa supponenza degli adulti verso la creatività infantile? 

R.F. Per la maggior parte delle persone l’idea di arte coincide con quella di verosimiglianza figurativa. Tutto qui. Non è supponenza verso i bambini spesso è incomprensione dei linguaggi moderni.

Disegno di bambino in una scuola della pedagogia Freinet, Francia, anni ’50
Paul Klee, Angelus Novus, 1920

A.C. Ad esempio, non è curioso che i libri per bambini non siano fatti dai bambini? Che non abbiamo nei musei per grandi quadri di bambini?

R.F. No, su questo non sono d’accordo. I bambini hanno una grande creatività ma non sono artisti (a meno che non stiamo usando “artista” in senso metaforico). Un artista, un vero artista, non è chi ha un talento ma chi sa esercitarlo all’interno del suo momento storico. La storia è il nodo cruciale: senza coscienza storica non c’è arte. Ci può essere creatività, fantasia, ma non arte. È solo nel momento in cui il bambino percepisce la sua posizione nella storia umana che può diventare un artista, ma quando questo accade, di solito, gli uomini diventano semplicemente adulti. Ed è giusto così: se tutti fossero artisti, nessuno lo sarebbe davvero. Usare le pratiche artistiche come forme di didattica è stata la grande invenzione della modernità, ma confondere la creatività (che riguarda tutti) con l’arte (che riguarda pochi) è stato uno dei grandi malintesi del xx secolo. I bambini possono essere dei grandi creatori, dei meravigliosi artigiani ma non possono essere artisti perché vivono fuori dalla storia in un presente eterno, glorioso e senza fine. 

A.C: Grazie Riccardo.

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2 Risposte per ““Figure” per l’infanzia. Intervista a Riccardo Falcinelli”

  1. 1 Valentina
    5 Aprile, 2021 at 10:32

    Interessantissimo. Sto leggendo il libro in questo periodo e, per me che conosco poco il mondo dell’arte, da chiavi di lettura incredibili. Il verticale e l’orizzontale, la prospettiva centrale legata alla posizione sociale, ma anche, come si evidenzia nell’intervista, la totale apertura verso ogni immagine, lo rendono un testo illuminante. Molto interessante anche l’ultima riflessione di questa intervista. Grazie a entrambi!

  2. 2 Anna Castagnoli
    6 Aprile, 2021 at 13:05

    Grazie Valentina e buona lettura!