“Greta la Matta” di Carll Cneut è un libro per bambini? / 2, conclusioni

22 Maggio, 2008

Rileggi: Greta la Matta” di Carll Cneut è un libro per bambini? / parte 1
(Leggi “Carll Cneut, parte I)
(Leggi “Carll Cneut, parte II)

(Leggi l’intervista a Carll Cneut)


Eccomi di ritorno!
Vi ringrazio tantissimo, di cuore, per la pazienza e la voglia di spiegare il vostro punto di vista (post 90), portando esempi e materiale e articoli per difendere una posizione o l’altra. Credo che questa discussione sia preziosissima, e non credo si possa esaurirla facilmente. Cosa non è adatto ai bambini, cosa è adatto?

Geert De Kockere e Carll Cneut, Greta la Matta, Adelphi 2005

Partendo dal dato di fatto che oggi i bambini vivono in un mondo NON-ADATTO a loro, è di fondamentale importanza restare vigili su quello che offriamo loro a livello culturale. Ciò nonostante la censura è, a mio avviso, operazione pericolosissima, più pericolosa di uno sporadico libro dai contenuti inadatti.

Non dico non debba esistere un filtro, ma dovrebbe sempre essere frutto di una accuratissima e impietosa riflessione. Noi con il nostro sapere ci sentiamo adatti a giudicare cosa è adatto ai bambini? Questi giudizi e questa sicumera mi sembrano molto più “a rischio” di ledere l’infanzia che la presenza di qualche libro inadatto in un reparto infantile. In modo particolare se il libro è frutto della fantasia di un autore (dunque un prodotto dell’inconscio) e non di un’operazione commerciale (come molti bruttissimi libri che popolano come baldanzosi impuniti assassini i reparti per bimbi). Ma questa è una mia personalissima opinione.

Where the Wild Things Are, Maurice Sendak, Harper & Row 1963

“Where the Wild Things Are” (Max nel paese dei mostri selvaggi) di Maurice Sendak negli anni ‘60 era stato oggetto di un dibattito furibondo e interminabile in Francia perché tacciato di essere pericoloso per le menti dei bambini. Ci furono librai che lo vendettero con note tipo “non lasciare i bambini soli con questo libro”, psicologi per l’infanzia che pubblicarono articoli in cui veniva dimostrata la pericolosità del libro per la psiche dei bambini, etc. Oggi, conoscendo il libro, ci rendiamo conto di quanto questo disagio fosse un problema degli adulti, e uno specchio della morale del tempo, che faceva ancora fatica a misurarsi con la verità delle pulsioni del bambino.

Geert De Kockere e Carll Cneut, Greta la Matta, Adelphi 2005

La storia di Greta è un caso ancora più estremo. E’ una storia “vera”. E’ la storia di una bambina che crescendo diventa folle e, rifiutata dagli altri, si uccide. Si possono trovare storie simili, altrettanto violente, in tutte le nostre città. Quando passiamo vicino ad un senza-dimora sdraiato per terra, senza regalargli né un sorriso né una parola, magari coi nostri bambini per mano, o quando non abbassiamo il vetro del finestrino per non essere infastiditi dall’ennesimo lavavetri, non siamo molto diversi dalla gente che se ne infischiava di Greta e della sua follia. I bambini riconoscono Greta (e la nostra indifferenza) meglio di noi, in un’innocente passeggiata quotidiana per le strade delle nostre città.
Si vorrebbe che l’arte ci consolasse del male del mondo. Vorremmo almeno in un libro “salvare Greta”. Invece il libro in questione ci scaraventa davanti una storia, raccontandocela nuda e cruda nella sua realtà atroce. E’ un documentario. Il messaggio che dà il libro, se proprio è necessario trovarne uno, è quello della verità della cronaca: l’esclusione del diverso provoca la morte.

Immagine presa sul blog Interet General-Info

Mi sembra che nei commenti abbiamo fatto un giro piuttosto ricco delle argomentazioni possibili. Provo a sintetizzare le diverse posizioni:

Contro:
РUna storia come quella di Greta non incarna i requisiti necessari affinch̩ il bambino possa, attraverso la lettura, compiere una parabola emotiva capace di aiutarlo a dominare le sue ansie. Non ci sono n̩ buoni n̩ cattivi in cui identificarsi. Non vincono i buoni. (Bettelheim citato da Cristina).
– Il libro non è per bambini perché è sprovvisto di un messaggio adatto a loro, e non avrebbero dovuto pubblicarlo in una collana per l’infanzia (mancano collane in cui pubblicare album per adulti).
РIl libro ̬ troppo angosciante per essere letto dai bambini, come conseguenze possibili:

  • I bambini possono leggerlo lo stesso, ma se accompagnati.
  • I bambini non possono leggerlo, ne verrebbero inutilmente angosciati.

Pro:
– E’ importante che nel panorama editoriale ci siano anche libri come Greta la Matta, in cui alcuni bambini possano ritrovare una storia che somiglia alla disperazione che sentono dentro di loro (quanti bambini esclusi e soli desiderano morire?). Ritrovando la loro angoscia in forma di storia, possono esternarla e dare all’adulto l’occasione di aiutarli.
– Un libro come Greta ci è scomodo perché ci obbliga a dare al bambino una spiegazione sul male che abita le nostre città, le nostre televisioni, i nostri quotidiani. Qui sta la sua importanza. Possiamo, insieme al bambino, usarlo come punto di partenza per una discussione sull’indifferenza contemporanea verso chi è diverso (straniero?).
– Sono libri-eccezione, rappresentano una minoranza nel panorama editoriale, un adulto può scegliere se comprarlo per i suoi bambini o meno (il filtro è posto al momento dell’acquisto e non durante la produzione editoriale. Per cui il bambino è comunque protetto).

– L’educazione culturale può essere un modo per accompagnare il bambino alla scoperta del mondo, anche nei suoi aspetti più tragici. Il libro angosciante come veicolo omeopatico per questa educazione alla realtà del mondo.
– Ai bambini piacciono le storie di paura.
-La produzione di un libro (l’attività creatrice di scrivere una storia) non deve farsi influenzare da problemi morali.

Geert De Kockere e Carll Cneut, Greta la Matta, Adelphi 2005

Tutte queste opinioni sono condivisibili e rispettabili. Per quanto abbia trovato alcune posizioni “contro” un filino esagerate, sono d’accordo sul fatto che forse il libro non è pensato esattamente per i bambini. Resto in ogni caso convinta che sia prezioso che un libro così sia presente, con la sua provocazione, in un reparto di libri per l’infanzia (là dove vorremmo che tutto fosse lieve e giusto). Perché è forte. Perché è diverso. Perché è tutto al contrario. Perché, proprio come Greta, il libro ci obbliga a fare i conti con la nostra paura del diverso, del non addomesticato, del nuovo. E perché penso che la creatività non debba porsi quesiti del tipo: che messaggio voglio dare. Soprattutto se rivolta ai bambini. Dubito che un libro qualsivoglia possa realmente traumatizzare un bambino, o angosciarlo più di quanto l’angoscia non sia già acquattata in lui.

Mi piacerebbe molto ora sentire “i bambini”. Questo popolo silenzioso e sconosciuto. Per la qual ragione faccio appello a librai, bibliotecari, educatori, babysitter, amici di librai e amici di mamme che hanno comprato il libro, mamme, zie, maestre… perché indaghino: che reazioni hanno avuto i bambini alla lettura di Greta la Matta? Vi pregherei di non fare esperimenti mirati e di cercare di essere “neutri”. I bambini quando sono “osservati” non sono gli stessi liberi pensatori di quando nascosti in un angolo inventano meravigliosi giochi o assassinano formiche.

Geert De Kockere e Carll Cneut, Greta la Matta, Adelphi 2005

NB: Non possono venir pubblicati i numeri di vendita del libro in Europa. Ma è importante che sappiate che in Italia il libro ha venduto sì bene, ma meno bene che in tutte le altre nazioni. Nelle statistiche di vendita di Greta la Matta, l’Italia è un caso a parte. Credo dunque che in queste nostre discussioni conti molto l’atteggiamento che abbiamo come italiani verso l’infanzia. Purtroppo capire come entra in gioco nei nostri giudizi significherebbe capire il contesto culturale di cui siamo imbevuti. Operazione quanto mai ardua.

19 Risposte per ““Greta la Matta” di Carll Cneut è un libro per bambini? / 2, conclusioni”

  1. 1 carola
    23 Maggio, 2008 at 12:31

    Ciao Anna,
    che bello! Finalmente è arrivato il mio libro preferito WTWR di Sendak.

    Mi piacerebbe analizzare con te e gli amici del blog, tutti i significati del mondo infanzia che questo libro contiene, secondo me ce ne sono molti (dalla fuga dei bambini verso un mondo adatto, all’infanzia malinconica, alla ripetitività del gioco) che Sendak tenta di mostrarci come dei flash luminosi, usando soltanto 300 parole o poco più.
    E poi mi chiedo, perchè Max torna a casa, e trova addirittura la zuppa ancora calda?
    E’ un lieto fine per i bambini o per i genitori?

  2. 2 Anna Castagnoli
    23 Maggio, 2008 at 12:42

    (Cara Carola, sto preparando il post su Max da settimane, abbi fede abbi fede!!)

    Secondo me il discorso è: o decidiamo che non si può parlare di un tema come quello della follia e del suicidio in un libro per bambini, o, se decidiamo che sì, scriviamo un libro come Greta la Matta.
    Mettiamo che il tema sia:la scelta del suicidio, che finale avreste trovato??

    Ma perché non ci sono sul banco degli imputati libri come:
    “Spotty vuol bene alla nonna”
    “Spotty vuol bene al nonno”
    “Carlino si è tolto il pannolino”
    “Il magico arcobaleno”
    “Asinello va per il mondo”
    “L’orso Bubo si è punto il pollicione”

    ????

    L’80% (per essere generosi) dei libri per l’infanzia in Italia è costituito da libri con titoli di questo calibro. Per poveri futuri bambini col diabete. Trovo che questo sia uno scandalo ben più imbarazzante di Greta la Matta. Una dichiarata e commercializzata mancanza di conoscenza dell’infanzia, e di rispetto. Eppure nessuno ne parla.

  3. 3 Giovanna
    23 Maggio, 2008 at 14:57

    Cara Anna, non posso riportarti la mia esperienza in merito a una lettura da parte di bambini del libro “Greta la matta”. Però posso raccontarti un episodio di cui sono stata testimone qualche mese fa, sulla metropolitana di Parigi e che è legato al tema della devianza. Stavamo viaggiando, e a fianco a noi, c’erano due giovani mamme, molto simpatiche e informali nei modi e nell’aspetto, con una piccola truppa di bambini: saranno stati cinque o sei, diciamo dai tre ai sei anni, maschi e femmine. Tutti ridevano e vociavano, allegri come fringuelli. A un certo punto sale sulla carrozza una donna, direi rom, con un bambino molto piccolo per mano: sporca, molto magra e dall’aspetto sofferente e malato. Questa donna, con una sorta di lamentosa litania di parole, comincia a chiedere l’elemosina e intanto percorre lentamente la carrozza. Ognuno dei presenti se ne sta tranquillo a chiacchierare o a leggere o a guardare chissà dove, immerso nei propri pensieri, finché non arriva il suo turno: cioè finché la donna non gli si avvicina e gli si rivolge direttamente, protendendo mani e volto. A questo punto la persona, e tutti fanno così, mette in atto un processo di temporanea sospensione della propria presenza: si irrigidisce impercettibilmente, attimo dopo attimo, fino a raggiungere uno sguardo vitreo e una totale paralisi di tutte le sue facoltà. Preso atto del congelamento del suo interlocutore, la donna si allontana e prosegue il suo giro. I bambini appena avvistano la donna, che dal fondo della carrozza si avvicina progressivamente, pian piano sospendono le loro attività, i giochi, il chiacchiericcio e si fanno immobili, attentissimi. Tutti quanti e tutti insieme drizzano le antenne: occhi orecchie, tutti i cinque sensi protesi verso l’oggetto del loro interesse, come fossero rapiti dal medesimo sortilegio. Alla fine, la donna è vicina, e loro tacciono, gli occhi sgranati. L’intensità del loro sguardo è tangibile. È uno sguardo profondo e impudico che si fissa proprio dove tutti gli adulti l’hanno distolto in una sorta di improvvisa autoprocurata cecità. I bambini guardano la pelle sporca, i vestiti laceri, i volti smagriti e malati, le croste del bambino. I bambini guardano il bambino. Poi guardano la donna e si chiedono, lo si capisce che lo stanno facendo, chi sono quei due e perché sono così mal messi e perché la gente intorno sta così ferma e zitta e come si fa a essere così poveri e come è la vita da poveri e quel bambino sembra malato, chissà cosa ha, forse muore, e anche sua madre forse è malata. E forse è una mamma cattiva, se lo tiene così. Forse un giorno potrebbe capitare anche a loro, se la povertà è una cosa che si può vedere sul metro in un giorno qualunque. I loro occhi sono dilatati da tutte queste domande e da tutto quello che vedono. Lo rimangono per un po’ quando ormai la donna se ne è già andata. I bambini continuano anche a stare zitti. Le mamme, allora, dallo stato di congelamento, tornano alla vita: imbarazzate, nervosamente, girano qua e là la testa e riprendono a parlare, come per riportare la situazione alla normalità, come se nulla fosse accaduto, e senza fare il minimo acceno alla donna. È perfettamente coerente che non ne parlino, perché loro non hanno visto niente: cioè, mentre il fatto accadeva, erano lì, ma non veramente vive, erano temporaneamente morte, assenti, perciò non erano veramente accanto alla donna.
    Ma nemmeno accanto ai loro bambini: mentre quel fatto accadeva, infatti, i bambini erano perfettamente soli. Intorno a loro non c’erano adulti. Al contrario degli adulti con gli occhi morti, però, loro hanno visto tutto. Hanno voluto vedere tutto.
    Io penso che non dimenticherò mai questa scena. Non dimenticherò mai quegli occhi dei bambini, così fissi, implacabili. La qualità e la concretezza della loro attenzione. C’era tutta l’infanzia, in quegli sguardi. E la tremenda lontananza della mia età dalla loro era nella precisa, terrificante coscienza che la nostra pretesa lontananza dal dolore ci rende perfettamente morti alla vita.

  4. 4 Andrea
    23 Maggio, 2008 at 15:49

    Cara Giovanna, la descrizione e la conclusione che hai tratto da questo aneddoto vissuto direttamente, valgono 1000 volte più di tutte le citazioni filosofiche e psicologiche che si sono utilizzate in questi giorni, per descrivere il rapporto dell’infanzia con la realtà.
    Sublime.
    Grazie.

  5. 5 Michela
    23 Maggio, 2008 at 17:37

    Tra “Spotty vuol bene alla nonna” e “Greta la matta”
    c’è un mondo ! E’ possibile che in Italia possa andare più di moda la prima proposta, ma esistono (vi assicuro!) educatori e genitori che propongono ai bambini letteratura meravigliosa, ironica e anticonvenzionale…

    per Giovanna:
    non hai assistito a una bella scena nella metro. Ti garantisco che molte mamme avrebbere spiegato tutto ai loro bambini. Io stessa l’ho fatto più di una volta con mio figlio.Essere temporaneamente morti davanti agli eventi “scomodi” della vita è sbagliato, si pùo parlare tranquillamente della morte con i figli, anche piccoli, la morte fa parte della vita. Affrontare il complesso tema del suicidio è un’altra cosa, ci vuole qualche anno in più…

  6. 6 Lalla
    23 Maggio, 2008 at 20:17

    commento random: cosa c’è di male in Spotty? Io e mia sorella siamo cresciute leggendo Spotty e lo adoravamo… non mi sento nè particolarmente traumatizzata nè partciolarmente diabetica. Forse non susciterà riflessioni filosofiche e esistenziali ma non vedo dove sia il male in questo…

    A questo punto sono curiosa… chi è favorevole ad un libro come Greta e addita questo tipo di “censura” come un male terribile… dove pone allora il limite… o meglio, ne pone uno? I bambini hanno diritto a fruire di qualsiasi forma di così detta arte?

  7. 7 Anna Castagnoli
    23 Maggio, 2008 at 22:23

    (Per Luisa: povero Spotty! Non ce l’avevo con lui. Era per caricaturare il tipo di libri. Io guardavo Hello Kitty alla televisione, peggio di così!!)

    Lalla hai fatto una bella domanda. Che limiti deve avere l’arte per bambini (considerando che per alcuni di voi, ad esempio, Greta li ha già sorpassati di un pezzo).
    Non lo so. Ci penso.
    Su due piedi mi viene da dire che un limite lo pone già il processo editoriale. Uno scrittore scrive un libro e ha voglia di scriverlo per bambini, mettiamo pure che possa essere uno scrittore squilibrato, l’editore vaglia il libro e i suoi contenuti e decide di pubblicarlo, e già gli squilibrati devono essere due…
    Poi i distributori e librai decidono della sua vendita, e già il numero di squilibrati dovrebbe essere altissimo….Insomma. Io penso che se un libro come Greta la Matta è stato pubblicato e venduto, consigliato per fasce d’età… significa che una qualche riflessione c’è stata. Non credete?

    Non dico che non ci debba essere una riflessione sull’opportunità di pubblicare un libro. Dico che la censura è pericolosa. Può riflettere ideologie politiche, morali, fobie sociali, forme di razzismo, fanatismi religiosi.
    Noi ragioniamo come liberi pensatori di un paese teoricamente democratico. Ma pensate a paesi dove la censura è all’ordine del giorno, sia per gli adulti, sia per i bambini.
    O pensate ad altre epoche storiche non troppo lontane dall’attuale, dove “scrivere liberamente” era un lusso che si poteva pagare con la vita.
    L’editore, lo scrittore, certo che sono tenuti ad essere responsabili di quello che fanno per i bambini. Ma secondo me deve rimanere un discorso soggettivo. Più o meno condivisibile. Sentirei come terribile l’esistenza di un organo esterno che giudica e approva la pubblicazione dei libri. Potete immaginare come sarebbe facile strumentalizzarlo…
    Se siete d’accordo con me su questo, allora si deve tollerare che gli editori possano fare scelte che non sono condivisibili da tutti. O anche, se capita, sbagliate. E che questo sarebbe comunque il male minore. (Un mondo perfetto non esiste).

    Vi vorrei ricordare che molte persone che sono intervenute nei commenti erano d’accordo sul fatto che Greta potesse essere un libro anche per bambini.
    Io parlerei con mio figlio del suicidio. Ci sono bambini (ne ho conosciuti purtroppo) che hanno avuto a che fare col suicidio malgrado loro.
    Mio padre (appassionato di filosofia) a 7 anni mi leggeva della morte di Socrate, del suo suicidio e del fatto che disse “dobbiamo un gallo ad Asclepio”, che significava forse che la morte era una guarigione dalla vita.
    Mi cantava ninna nanne cinesi dove concubine facevano l’amore per intere settimane in torri di porcellana. Quello che capivo mi affascinava, quello che non capivo restava come una sciarada, un suono incantato.

    Un proverbio indiano dice: la verità quando cade sul mondo si rompe in mille pezzi. Uno per ciascuno.

  8. 8 Pois
    25 Maggio, 2008 at 20:31

    Cara Anna,

    oggi ho passeggiato per la campagna torinese con un amico illustratore sotto la pioggia.. per due ore..e per due ore abbiamo parlato del tuo blog e dell’ultimo argomento di discussione in corso. Ho già raccontato della mia esperienza di bambina a contatto con terribili racconti biblici di diavoli e maligni fatti dalle suore. Con il mio amico siamo giunti alla conclusione che questo testo di Greata la matta secondo noi non è da censurare per un pubblico di piccoli. Va letto con loro. Va compreso. Saremmo in verità molto più titubanti nel darlo ad un adolescente. Che ne potrebbe rimanere più turbato. Dipende certo anche dal periodo di maggiore sensibilità del bimbo o del giovane o dei pensieri che può avere in quel momento. Credo che proprio non parlando di argomenti forti come la morte, il suicidio o il sesso possano nascere poi successive morbosità o stranimenti. Sapere che ci si può togliere la vita, volendo, può essere un trauma da piccoli…ma io credo che l’inconscio vada codificato, anche da piccoli, per avere gli strumenti per potere affrontare la vita “vera” da adulti. Una vita in cui non si legge più su un libro di cose tremende..ma le si vive sulla nostra pelle.
    Il suicidio è la conseguenza della solitudine e della emarginazione di una persona in difficoltà. Questo è il messaggio più importante da dare ai bambini.
    Complimenti a Giovanna per il suo racconto. Mi ha rapita. E’ stato molto toccante leggere le sue parole.

  9. 9 giovanna
    27 Maggio, 2008 at 15:52

    In questi giorni sto leggendo “Le ceneri Angela” di Frank McCourt. Si tratta di uno splendido romanzo che ha il merito di raccontare l’infanzia in modo mirabilmente onesto. L’ambiente è quello del sottoproletariato irlandese, vessato da una miseria nera, ma i terrori, le euforie, i tormenti, le estasi, i dubbi, le curiosità, la grande forza e fragilità dell’infanzia, come stato esistenziale, sono descritte in modo perfetto e universalmente valido. In questo periodo della vita, mette in chiaro McCourt senza fare sconti a nessuno, tutto, ma proprio tutto è problematico. Del resto si sa: è in questo momento che si decide ogni cosa del futuro. E i bambini questo lo sentono, lo sanno. Ancor più lo sanno gli adulti. La loro tremenda ansia, difficile da contenere, verso i bambini deriva proprio da questo.

    Se riflettiamo onestamente su quello che eravamo a quell’epoca della nostra vita, con un po’ di sforzo possiamo ricordare ogni cosa con chiarezza. Per l’adulto questo è spesso un ricordo penoso: e la memoria si sa, tende a eliminare le cose negative o a trasformarle in positive.

    Gli adulti parlano dell’infanzia spesso in modo improprio: o afasico o lezioso o superficiale o convenzionale o falso. Farlo in modo autentico è tremendamente difficile, perché significa aver accettato tante parti di sé e della propria storia non propriamente gradevoli, e spesso molto dolorose. Ma il ruolo che hanno gli adulti verso l’infanzia non è importante, è molto di più: è fondamentale. Sappiamo tutti quanto un adulto che è stato capace di essere un vero punto di riferimento per noi, da piccoli (un maestro, un genitore, un parente, un amico eccetera) abbia contato per aiutarci in questa fase così complessa della vita, per capire noi stessi e il mondo, per darci calore, fiducia, coraggio. Perché nelle nostre vite ricordiamo pochi adulti come veri punti di riferimento, spesso non più di uno o due? Perché non sono tanti gli adulti che sono capaci di stare accanto ai bambini: il che, ben inteso, non significa non essere capaci di voler loro bene. Tutti, o quasi, i genitori e i parenti amano i loro figli o nipoti. Essere capaci di stare con i bambini, però, condividere la vita e l’esperienza con loro, è molto diverso. E anche questo, lo sappiamo tutti.

    La scena che ho descritto, accaduta nel metro di Parigi, dice questo. Di bambini che sono quotidianamente esposti al mondo, nel bene e nel male, e che spesso non trovano risposte all’altezza della loro profonda, vitale necessità di capirlo. Ogni giorno, mi accorgo di quanto oggi gli adulti siano latitanti. Più che mai oggi il ruolo adulto sembra aver abdicato all’educazione unicamente in favore dell’accudimento. E spesso sembra esaurirsi fra i poli opposti di un controllo ossessivo e di un abbandono totale. Quello di cui più necessitano i bambini, però, è fare esperienza di sé e del mondo. Di uno spazio vero di libertà dove sperimentarsi e crescere. Di adulti non terrorizzati, e non ansiosi, che sappiano rispettare i bambini e non li usurpino dei loro tempi e modi, ma che anche sappiano assumersi la responsabilità di dire ciò che è giusto e sbagliato e di insegnare ai bambini a scegliere ciò che ancora i bambini non possono o non sanno scegliere. Quindi anche i libri. Così come si sceglie un giocattolo, un cibo, un abito: scegliendo quello che sembra migliore per quel bambino lì, proprio lui: quel bambino che si conosce bene, e non un bambino immaginario, e non la categoria astratta, per esempio, dei bambini dai tre ai sei anni. E sempre tenendo ben presente che un libro è particolarmente prezioso perché spesso sa dare, fra montagne di cose futili e vane, strumenti all’altezza della grande intelligenza dei bambini.
    Un libro serve a divertire, a formare il pensiero, il gusto, la capacità di espressione.

    Frank McCourt racconta di aver letto i primi due versi di Shakespeare della sua vita, per caso, da bambino, in ospedale, in un libro sulla storia d’Inghilterra. Non lo aveva mai sentito nominare e non capì nulla: c’erano parole troppo antiche e difficili per un sottoproletario. Ma sussurrarle fra sé e sé, a mezza voce, era come “avere in bocca pietre preziose”. Questo, l’aveva capito benissimo anche lui, piccolo, spaurito, ignorante, mezzo morto di fame e di tifo, solo in una camerata dove gli era stato detto che erano morti tanti bambini come lui. Fu un incontro per la vita.

  10. 10 Anna Castagnoli
    29 Maggio, 2008 at 15:46

    Grazie Pois e grazie Giovanna per i vostri preziosi interventi. E’ forse impossibile arrivare ad una posizione definitiva. Ogni genitore/operatore ha un’idea su quali messaggi sono adatti a un bambino e quali no.
    L’unica riflessione da tenere in conto veramente è quella che ha citato Cristina, a proposito di Bettelheim. Ma. Pur non togliendo nessun merito al grande lavoro che ha fatto con le fiabe (inestimabile), bisogna dire che Bettelhiem era contrario all’album illustrato, che non permette una libera interpretazione visiva del bambino. Dunque già dovremmo cancellare gli album illustrati come non-adatti. Inoltre l’epoca in cui scriveva la Psicanalisi delle Fiabe era un’altra (1976). La violenza visiva della televisione, di certi cartoni animati, delle città, era molto ma molto più soft, e un bambino di 8 o 9 anni di oggi è ben più smaliziato di un bimbo della stessa età negli anni 70 (pur restando fermi sul fatto che la grazia, la delicatezza e la fragilità dell’infanzia è identica in ogni epoca). Nel suo libro più famoso Bettelheim ha analizzato la versione delle fiabe che meglio si prestava alla sua teoria.
    Ma vorrei sapere se ci sono stati sviluppi. Se altri psicanalisti hanno continuato la sua opera. Se altre forme del racconto sono state analizzate. O se qualcuno si è chiesto il valore psicologico del finale tragico o triste del racconto, così presente nella tradizione narrativa di ogni epoca (per bambini e non). Molti album illustrati di oggi non rispondono ai requisiti di Bettelheim…

    Nell’antica Grecia i bambini erano ammessi a teatro. Eschilo, Sofocle, Euripide erano in quell’epoca (per nulla buia) anche per bambini.

  11. 11 Anonimo
    29 Maggio, 2008 at 16:03

    Pur non avendo letto il libro, mi permetto di fare qualche ragionamento. Credo che “Greta la matta” sia adatto ai bambini, ma soprattutto a bambini che abbiano genitori adatti a questo libro. Qui c’è arte perchè l’autore l’ha assorbita crescendo, e crescendo ha creato la sua. Ma in Italia una troppo esigua minoranza di adulti, e genitori, ha gli strumenti giusti per riconoscerla. Penso che certi temi mettano a disagio solo noi adulti perchè spesso non sappiamo come affrontarli nè spiegarli, e non ce la sentiamo di prenderci questa responsabilità con i nostri bambini.
    L’episodio raccontato da Giovanna mi fa sembrare che loro vogliano assorbire, con tutti i loro sensi, ciò che li sgomenta, per poi poterlo elaborare e attraversare, arrivando probabilmente all’accettazione.
    Voglio raccontare anch’io un piccolo episodio:mia figlia di 7 anni ha voluto vedersi tutta la saga di Guerre stellari (che avevo acquistato per me) ; avevo molti dubbi perchè mi sembrava piccola per una struttura narrativa e una mole di immagini così complessa. Alla fine ho accettato e l’abbiamo vista insieme, e lei ha recepito la storia di un bambino che da adulto, per molti motivi, diventa cattivo. All’improvviso mi ha detto: “Allora anche il mio compagno di classe è cattivo perchè soffre?”. E la conversazione è andata avanti su questo tema.
    Questo per dire, in generale, come i bambini siano molto più pronti di quanto noi immaginiamo, e sta a noi prepararci.

    Grazia

  12. 12 cinzia
    3 Giugno, 2008 at 17:04

    Mi sono perfettamente ritrovata nelle parole di Giovanna sulla latitanza degli adulti di oggi rispetto ai bambini,così come sull’importanza di scegliere per un bambino specifico,che si conosce bene.Onestamente mi sembra proprio questo il punto:Greta o Hansel e Gretel,con le illustrazioni di un artista o di un altro,sono scelte che si fanno per qualcuno,a volte con qualcuno.A volte una storia è nell’aria in un rapporto tra adulto e bambino,a volte l’adulto vuole fare un regalo preciso,delle precise parole,immagini.A volte è il bambino che scopre o mostra qualcosa.Ma dietro e dentro ognuno di questi gesti c’è un rapporto.C’è una storia di affetto e rispetto fra due persone.
    A partire da questo ogni cosa è possibile,può essere detta e guardata.
    Anche la morte,la malattia,la follia.

  13. 13 Gaia
    5 Giugno, 2008 at 19:44

    Anche se non è strettamente pertinente a questa bella e intensa discussione sull’infanzia, il ruolo degli adulti come mediatori e i temi dei libri per bambini, vorrei segnalarvi una lettera che ho letto in questi giorni qui
    http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2008/05/22/la-mail-piu-bella/
    E’scritta da chi per lavoro si occupa di riviste per bambini. (Da chi Spotty è super!)ed è rivolta a un’autrice, giornalista, intellettuale che si occupa di immaginario (anche di genere), media e infanzia.
    La lettera mi ha colpito, perché,oltre a essere buffa, rispecchia senza filtri alcune dinamiche tristemente note a chi abbia un minimo di frequentazione nel mondo dell’editoria, anche quella dell’infanzia…
    Con questo link non intendo giustificare nessuno, né ‘abbassare’ la comunicazione, o rassegnarmi a considerare i prodotti mass-market entusiasmanti, ma fare una piccola incursione nella realtà…
    Grazie della pazienza
    [e mille auguri ad Anna!]

  14. 14 Michela
    6 Giugno, 2008 at 20:52

    grazie per la segnalazione Gaia, la mail in questione fa molto riflettere…

  15. 15 Anna Castagnoli
    7 Giugno, 2008 at 22:17

    Gaia grazie anche da parte mia. Davvero molto interessante l’articolo (l’e-mail). Molto limpida la sincerità dell’autrice. Fa venire i brividi. Speriamo di non essere inghiottiti sempre di più dal “si deve vendere” :-/

    (Grazia e Cinzia grazie mille anche a voi per aver arricchito col vostro pensiero la discussione).

  16. 16 Isabella
    13 Maggio, 2010 at 20:49

    Mi hanno regalato il libro e sono stata entusiasta dalla prima lettura, finalmente qualcosa di veramente originale. I vostri commenti me lo hanno fatto apprezzare ancora di più e penso che lo regalerò a mia volta!
    Se posso aggiungere qualcosa a una discussione già chiusa da tempo è la mia esperienza.
    Lavoro in ospedale e spesso mi capita di essere accolta con un sorriso dai bambini che si mettono a piangere appena mamma o papà mi avvertono terrorizzati che il piccolo ha paura dei clown!!
    Credo che Greta possa avere effetti catastrofici solo se letta da un adulto che si porta dentro paura o angoscia!

  17. 17 Anna Castagnoli
    14 Maggio, 2010 at 9:24

    Bella e vera la tua riflessione Isabella! Grazie.

    Nel penultimo numero della rivista Andersen, Walter Fochesato analizza il lavoro di Carll Cneut. Rispetto a Greta la Matta, Fochesato afferma di aver cambiato “posizione”. Nella prima critica che aveva fatto, quando uscì il libro, aveva detto che era un libri per adulti. Nell’ultima dice che è un libro anche per bambini.
    Mi piace che la critica italiana si apra!

  18. 18 Laura38
    29 Dicembre, 2011 at 14:14

    Ho trovato interessante il dibattito pro vs contro “Greta la matta” in quanto libro per bambini oppure no.

    Come mamma e come amante delle storie e di quelle illustrate in particolare sento la voglia di esprimere la mia personale opinione anche se parecchio in ritardo dall’inizio della discussione.

    Sono d’accordo con Anna Castagnoli quando afferma che l’arte non va frenata dalla morale, e più in generale penso che le storie debbano essere libere da vincoli del tipo “per ragazzi” oppure “non per ragazzi”.
    Nel senso che dopo che le si è scritte con onestà (e mi riferisco all’onestà di cui parlava Carver) si può decidere a posteriori se sono per ragazzi oppure no, non prima, facendo magari un plot ad hoc, di tipo educativo, di tipo mirato insomma a dare o non dare un certo tipo di messaggio al giovane lettore.

    Però su storie forti, che possono spaventare, invece che stare tanto a discutere io lascerei decidere ai singoli bambini. E per decidere non intendo quando si trovano in un contesto di laboratorio creativo.

    Leggere di laboratori in cui viene presentato “l’orrido, il grottesco” a dei bambini che “si divertono come dei matti” mi fa storcere il naso.
    Se l’orrido te lo presento io mamma, che ti conosco, ok, e magari ti diverti tantissimo, ma se arriva l’estraneo che crede di farti divertire e mentre non se ne accorge (perchè c’è un gran casino e i tuoi compagni più smaliziati si stanno sbracando dalle risate) ti spaventa, allora non ci siamo proprio.

    Un libro innocuo come “denti di ferro” (della editrice logos mi pare) ha spaventato a morte mia figlia di 4 anni e mezzo. E gliel’ho letto io, ridendoci su tra l’altro (c’è una frase della strega che era troppo forte, quando lei dice che porterà anche il pane oltre all’uovo così il bambino potrà fare anche la scarpetta).
    Anche se la storia va a finire bene perchè la strega non si pappa i bambini, il commento finale di mia figlia è stato “non voglio leggerlo mai più”. Idem con il film Kung fu panda 2 dove si vede mamma panda costretta a abbandonare il piccolo panda Po. Lei sceglie, io mi adeguo.

    E’ chiaro che non è pronta a affrontare certi tipi di paura. Tra tre, cinque, dieci anni probabilmente se le capiterà di rileggere denti di ferro ci riderà su come me e non piangerà più vedendo kung fu panda 2.

    E’ anche un fatto di tempi, insomma. I “bambini” non sono una categoria di bestie rare, sono persone (persone piccole
    direbbe la Alemagna) e come tali sono tutte diverse tra loro anche nei tempi in cui raggiungono certi stadi del loro sviluppo interiore.

    Io tutt’ora non guardo horror, né sento il bisogno di guardarli. Mio marito li vede e non fa una piega. Non siamo tutti uguali, non ci piacciono per forza le stesse cose. Coi bambini è uguale.
    Stiamo attenti a non forzar loro la mano in nome dell’arte o di una presunta arretratezza dell’italia di fronte all’europa quando si tratta di smaliziare i bambini.

    Perchè è un fatto che esistano i suicidi, ma lo è altrettanto che un bambino (che non abbia subito abusi o maltrattamenti) fino a una certa età non prenda troppo bene che qualcuno possa aver voglia di morire e appena ci riesce metta fine alla sua vita.

  19. 19 Anna Castagnoli
    29 Dicembre, 2011 at 17:40

    Carissima Laura 38, è molto lucida e sensata la sua argomentazione.

    Sarei d’accordo se non fosse che oggi è molto molto difficile isolare un bambino da fatti e avvenimenti (reali, purtroppo) del mondo cche lo circonda. Mio nipote, a 6 anni, sa già fare da solo ricerche su google… gioca vicino ai genitori mentre guardano il telegiornale… etc

    Forse, un laboratorio scolastico su un libro (uno sguardo di gruppo, dunque),toglie al libro molta della sua drammaticità e permette al bambino di elaborare insieme agli altri paure e dubbi su argomenti anche molto forti, che magari non ha il coraggio di affrontare a casa.
    Non so se sia vero, ma è un’ipotesi plausibile.

    Comunque, questo stesso suo dubbio mi è venuto in mente poche settimane fa, quando ho visto a teatro, in Francia, la Cenerentola di Joël Pommerat. Sulla locandina erano invitati bambini dai 4 anni in su, e in effetti il teatro era pieno di bambini. Lo spettacolo era bellissimo, ma davvero, davvero, molto drammatico.
    Mi sono chiesta anche io fino a che punto la libertà dell’arte vada imposta ai bambini…

    Grazie per il suo contributo.
    Anna