Au pays de Titus (Editions du Rouergue)

28 settembre, 2009

Au pays de Titus, illustrato dalla belga Goele Dewanckel, edizioni Rouergue, è un libro che ho trovato l’anno scorso in Francia, in occasione del Salon du Montreuil. Un grandissimo formato, alto 42 cm, per una storia di emozioni impalpabili, segrete: la storia di Titus, un bambino che non parla, chiuso nel suo mondo di fantasia. Il testo è una confessione delle emozioni che abitano questo mondo (che è poi il mondo di tutti i bambini), e della rabbia per l’incomprensione degli adulti.

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Au pays de Titus, di Claudine Galéa, Goele Dewanckel, Ed. du Rouergue 2008
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Au pays de Titus, di Claudine Galéa, Goele Dewanckel, Ed. du Rouergue 2008

Il mondo degli adulti è tradotto dall’illustratrice con un grafismo nero, duro, fatto di parole urlate e affastellate, di figure rigide, di punti esclamativi aggressivi, ed è contrapposto al mondo colorato del bambino, fatto di linee morbide, sognanti.
Titus, studia. Titus non correre. Titus smetti di sognare. Titus mangia bene. Titus non lasciare la porta aperta... Titus, scappa da una finestra immaginaria e dice costernato:  I grandi ripetono tutto il tempo la stessa cosa. Hanno paura che non li sentiamo. Vogliono essere sicuri. Cercano tutto il tempo di prendermi.

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Au pays de Titus, di Claudine Galéa, Goele Dewanckel, Ed. du Rouergue 2008

Titus innervosisce i grandi perché al posto di mangiare i piselli si mette a contarli, perché non riesce a concentrarsi sugli studi, perché passa troppo tempo perso nei suoi pensieri, perché arriva sempre tardi, perché perde tempo. Ma lui (solo il lettore è messo a parte di questo segreto di bambino) è molto occupato. Molto, molto occupato. Occupato come un esercito di formiche laboriose. Ecco alcuni esempi del “lavoro” quotidiano di Titus (il testo è davvero stupendo):

Io ondo Io luccico Io lucertolo Io ranocchio Io nottambulo Io nevico Io coccinello Io mille-piedo Io scoiattolo Io silenzio

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Au pays de Titus, di Claudine Galéa, Goele Dewanckel, Ed. du Rouergue 2008
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Au pays de Titus, di Claudine Galéa, Goele Dewanckel, Ed. du Rouergue 2008

Io non ho mai abbastanza tempo per pensare a tutto quello che voglio. Da dove viene la pioggia? Dove va il sole? Perché il cielo non cade? Le onde si fanno male contro le rocce?

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Au pays de Titus, di Claudine Galéa, Goele Dewanckel, Ed. du Rouergue 2008

Il mondo degli adulti va sempre più veloce. Spiccati Titus! Saremo in ritardo Titus! Ti lascio ancora 5 minuti e poi basta. Mi stai facendo perdere tempo Titus! Il mondo di Titus va sempre più lento: Io aspetto che la cioccolata diventi tiepida, poi fredda. Faccio lentamente il giro del viso di mamma con le mie labbra. Mangio i piselli ad uno ad uno. Come trovare un dialogo tra questi due mondi?

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Au pays de Titus, di Claudine Galéa, Goele Dewanckel, Ed. du Rouergue 2008

Il libro è una denuncia alla fretta degli adulti, al loro continuo urlare parole “educative” ed inutili, riprendere, correggere, sgridare, non capire, al loro non sapersi fermare, stare in silenzio. Forse è un pochino troppo netta (facile) la contrapposizione adulti/bambino, nero/colore, ma quando l’ho letto mi sono ricordata con chiarezza inossidabile che anche l’infanzia ha confini così netti. Sentimenti così assoluti. Mi sono ricordata leggendolo, l’odio che provavo per il mondo degli adulti quando ero arrabbiata, quando li vedevo occupati dalle loro responsabilità e dimentichi delle “cose importanti”: i fiori, il silenzio della notte, la pioggia che scivola sui vetri, i germogli, una pigna nana trovata per terra… Ed è stata un’emozione fortissima.

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NB: le immagini presenti in questo post sono state pubblicate con il permesso delle Editions du Rouergue, ogni riproduzione è vietata dalla legge sul diritto d’autore.

41 Risposte per “Au pays de Titus (Editions du Rouergue)”

  1. 1 giulia
    28 settembre, 2009 at 13:29

    caaaspita!
    interessante..

    grazie!

  2. 2 diletta
    28 settembre, 2009 at 13:53

    Di questo libro mi fa letteralmente impazzire come venga sottolineata la capacità dei bambini di vedere, ascoltare, sentire. E’ un inno alla loro ampia intelligenza. E’ anche una drammatica, estrema e reale finestra sulla frequente incomunicabilità tra Grandi e piccoli. “Ils sont serrurouillées, les Grandes Leur bouche a mangé leurs oreilles. Et leur yeux. Et leurs mains. Et leurs coeur. Et leur temps. Les Grandes sont trop Grands pour habiter dans mon pays à moi”.
    Quando chiusi il libro per la prima volta mi chiesi: come colmare il divario?

  3. 3 giulia sagramola
    28 settembre, 2009 at 18:50

    bellissimo libro che non conoscevo e bellissima la tua analisi cara Anna. Spero di vederti presto!

  4. 4 daniela
    28 settembre, 2009 at 19:02

    Cara Diletta, ma il divario, la frattura, il punto stesso di rottura, il punto di non ritorno… in realtà, non sono allo stesso tempo un patrimonio di disagio ed un appannaggio della crescita? Non sono funzionali ad essa? Lo straniamento del bambino non è forse la sua prima e autentica ricchezza? Ma lo straniamento passa sempre per cupe stazioni di dolore, se non cupe… mute e desolate, per quanto passeggere. Anche l’abbandono in cui talvolta versano, comunque sempre percepito dai bambini (anche quando non “agito” dai grandi, voglio dire) è un potenziale enorme di sviluppo delle facoltà percettive e creative. Molto piu’ delle cure troppo dappresso, dell’appoggio costante, dell’alleanza. Tutto cio’ che è troppo rassicurante mistifica, soprattutto a proposito dei bambini. Che covino le loro solitudini è normale ed è, quasi sempre, la fonte primaria dei loro talenti… Credo che nessun bambino possa essere “salvato” dalle sue desolazioni o davvero accompagnato, non fino in fondo alle pieghe del suo segreto. Ma credo che possa essere molto amato e, semprechè questo avvenga con grande equilibrio, bè, questo si’, gli sarà di grande aiuto.

  5. 5 Anna Castagnoli
    28 settembre, 2009 at 21:27

    Daniela cara grazie, bellissima la tua riflessione. Sono d’accordo in pieno.

  6. 6 daniela
    29 settembre, 2009 at 7:28

    Grazie a te Anna, per la cura e la lena con cui alimenti questo blog. Spero ci sia occasione d’incontrarci prima o poi, magari a Bologna 2010…

  7. 7 diletta
    29 settembre, 2009 at 7:34

    Ciao, il punto chiave della mia (generica) riflessione è proprio la mancanza d’amore, che è il punto di equilibrio tra iperprotezionismo e abbandono.
    Il dolore e lo straniamento fanno parte della crescita, aprono porte e aumentano la sensibilità e la creatività di tutti. Ma se manca l’amore dei “grandi” e il loro interesse per le “cose dei piccoli” lo straniemento non è ricchezza ma rimane vuoto e ferita. Quindi sono d’accordo con te, Daniela, ma apprezzo che il libro sottolinea non solo il segreto dei bambini (un mistero dell’infanzia che è bello non svelare o mistificare) ma soprattutto l’eccessiva lontananza degli adulti che spesso non accompagnano i loro figli, pur avendo dato loro la vita. Accompagnare nel senso di ascoltare, capire, raccontare, prendersi cura. Il libro mette in evidenza una frattura che cresce nella mancanza di amore. Come sarà Titus da grande? Cosa si porterà dentro di quella mancanza di relazione? Magari sarà un genio, magari troverà altre cose che gli riempiano la vita, magari, nonostante tutto, non colmerà mai quel vuoto di RELAZIONE che è fondamentale per crescere sereni.

  8. 8 diletta
    29 settembre, 2009 at 7:36

    Accompagnare anche nel senso di lasciare liberi.

  9. 9 Andrea
    29 settembre, 2009 at 8:20

    Davvero un libro interessante sotto molti punti di vista. Concordo pienamente con le riflessioni sui contenuti del testo sinora pubblicate.
    La sequenza delle pagine che hai caricato è davvero coinvolgente.
    Personalmente non mi convince molto la copertina: non rispecchia l’intensità e la qualità grafica delle immagini interne, frutto di una ricerca compositiva non indifferente.
    Comunque rimane un’opera importante… ce ne fossero di libri così!
    Andrea

  10. 10 Cinzia
    29 settembre, 2009 at 8:48

    Sarebbe interessante sviluppare un libro “al contrario”, ossia come si sente un genitore che deve guerreggiare tutti i giorni con le tempistiche imposte dalla società, che deve a malincuore chiamare i figli all’ordine, nonostante sia ben chiaro nella sua mente,il ricordo di come ci si sente ad essere strappati da un piacevolissimo momento di “straniamento” che fa crescere la personalità e la fantasia di un bambino. Quanti conflitti nascono nella testa di un genitore che cerca di far crescere un bimbo, lasciadolo bimbo fin che può, comprendendo il più possibile le sue esigenze fichè poi, si scontra con il tempo che passa e si rende conto che il bimbo per crescere ha bisogno di regole?
    Questo credo sia un argomento interessante che, trasformato in illustrazioni per un libro può sostituire mille tentativi di comunicazione tra genitori e figli. I genitori si chiedono ogni secondo, come stanno i propri figli, se stanno facendo le cose giuste per loro e via dicendo… sono altrattanto convinta che anche i bambini osservino come stanno i loro genitori, il problema è come comunicarsi questi stati d’animo.
    Complimenti per il blog.

  11. 11 Maria Adelaide
    29 settembre, 2009 at 9:42

    L’apporto di Cinzia è fondamentale, si sente quel qualcosa in più, più realtà, più verità. Mi verrebbe da pensare che si tratta di una mamma, che affronta ogni giorno queste situazioni. Le sue indicazioni mi sembrano notevoli.

    Quanto al libro, è interessante. Sono bellissime le pagine interne, un po’ deludente rispetto al resto la copertina, che però è bilanciata dalla meravigliosamente gialla quarta di copertina.

  12. 12 alfonso
    29 settembre, 2009 at 10:05

    nessuno dovrebbe far morire il bambino che ognuno ha dentro di se.

    io ho 24 anni ma mi fermo ancora ad ascoltare il silenzio la notte, parlo con il mio cane guardandolo negli occhi e credendolo iperpensante, mi faccio icuriosire dai grilli e da tutti gli altri insettucoli che riesco a fotografare e tocco i ragni come i bimbi “privi di paura”.

    no non sono pazzo ok!?

    ahah

  13. 13 Anna Castagnoli
    29 settembre, 2009 at 10:07

    Cinzia tu parli, mi sembra, di una normale discrepanza. Il mondo degli adulti ha, ovviamente, tempistiche e necessità diverse. E tra genitori ambasciati dalle mille incombenze e figli sognanti, in questo caso si troverà sempre un minuto fatto di un tempo diverso per incontrarsi.

    Ma sai quante TONNNELLATE di genitori oltre ad avere le “normali” incombenze lavorative/pratiche, sono malati di horror vacui? (quando il bambino abitualmente passeggia nel vuoto). Sai quanti adulti (anche tra insegnanti e maestre) hanno TERRORE dell’infanzia? Dell’abisso che è l’infanzia?
    Non c’è colpa. Molti hanno dovuto rimuovere l’infanzia per sopravvivere, e questa “sopravvivenza mutilata” è spesso utile all’economia sociale e dunque incoraggiata. Tutta l’età adulta è sancita dal patto di questa rimozione (si concede solo alla categoria sociale “artista” il vezzo di poter avere a che fare con le proprie parti infantili).

    Questa rimozione si tramuta spesso in invidia per il bambino (tu, fin che puoi, gioca, bambino caro, poi vedrai quando…), oppure in cattiveria (si pensi a quanto sadismo mascherato da buone intenzioni educative gironzola tra i banchi di scuola o nelle corsie di ospedale…), o
    in una forma (altrettanto nociva) di idealizzazione dell’infanzia come “età d’oro”, dove ogni tensione è bandita, ogni “cosa brutta” epurata (il bambino non è forse buono? Oh! Ha infilato una matita nell’occhio al fratellino!).
    Questo accanimento sociale verso il bambino, perfettamente organizzato socialmente e utile (un adulto lobotomizzato è il miglior elettore del mondo, il miglior lavoratore del mondo, etc…), è “la noma”.

    Quello che tutti temono e che sarebbe invece così “rivoluzionario” è un mondo dove ogni individuo viene incoraggiato e spinto verso la direzione delle sue ricchezze, della sua creatività, della sua “unicità”, in armonia con il rispetto degli altri. Ma perché questo mondo abbia inizio ci vorrebbero adulti che hanno coltivato a loro volta la loro personale ricchezza interiore, la loro creatività esistenziale, adulti in cui la fiducia ha permesso lo sviluppo di quella componente psichica che si sviluppa naturalmente nel bambino “amato per quello che è”, cioè: il rispetto degli altri e il senso della giustizia.

    A quando un mondo nuovo?

  14. 14 georgia
    29 settembre, 2009 at 10:18

    è tutto verissimo,ma la cosa che penso sempre è che sarebbe importante alimentare i momenti d’incontro tra illustratori, scrittori, artefici dei libri e i bambini. Tanti lab sono condotti da operatori, senz’altro bravissimi, ma ‘ignari’ delle spinte e viaggi mentali e libertà apparenti o reali che muovono chi fa quel disegno o quel libro o quel testo. Questa secondo me è per il bambino una grande ricchezza che va incentivata, perchè il bambino possa comprendere un libro come qualcosa di fisico, artistico, metafisico, infinito. A Bologna ad artelibro ho assistito a diversi incontri ed era bellissimo vedere come sanna, junakovich, tessaro trasportassero loro stessi e il loro mondo ai bambini e anche ai grandi, perchè alla fine siamo tutti grandi e tutti bambini. in italia ci sono diverse occasioni che promuovono questo, ma credo ci vorrebbe più impegno da parte di tutti. mi ha colpito come parlavano les troi ourses (bibliotecarie francesi che riportano in vita libri splendidi e promuovono in francia tutto il lavoro di munari, e komagata, e altro) raccontando che loro sono sempre dietro a parlare, promuovere, far conoscere, appassionare, che questo è un lavoro ‘impegnativo’, faticoso, ma indispensabile….

  15. 15 Anonimo
    29 settembre, 2009 at 10:26

    bellissimo il libro, interessanti tutti i commenti..
    un solo appunto secondo me da non sottovalutare.. l’infanzia di titus è comunque un’infanzia felice.. è questa felicità di fondo che lo porta a “lamentarsi” degli adulti nel modo in cui fa..
    i bambini infelici e maltrattati non si pongono queste questioni.
    Non vorrei porre delle questioni troppo pesanti, è una riflessione personale a cui ho pensato leggendo le vostre parole.
    saluti a tutti

  16. 16 Anonimo
    29 settembre, 2009 at 10:44

    Anna, quindi mi stai dicendo che nella società (leggi anche scuola e ospedali, oltre che famiglia) c’è un finto occuparsi/preoccuparsi dell’istruzione, dell’educazione del bambino. C’è una sorta di quinta dietro la quale si lavora per il bambino ma non come si dovrebbe (anche se magari inconsapevolmente perchè lobotomizzati)e quindi sul palcosenico viene poi rappresentata una finta realtà benpensante che a sua volta continua il lavoro di lobotizzazione dell’adulto.La domanda è: come si può iniziare “la rivoluzione”?

  17. 17 Cinzia
    29 settembre, 2009 at 10:45

    P.S. scusate, il commento “anonimo” è stato fatto da me..

  18. 18 giovanna
    29 settembre, 2009 at 10:55

    Penso che una frase chiave del libro sia: “I grandi vogliono essere sicuri.” A questo proposito, quello della sicurezza, secondo me la polarità che giustamente individua Diletta è fra controllo e abbandono, più che fra iperprotezionismo e abbandono. Dove il controllo si esercita ben oltre la protezione, diventando totale idetnificazione fra genitore e figlio, fusione totale annullando ogni presa di distanza. Quella distanza che sola permette la crescita.
    Del resto l’equilibrio fra l’istanza della sicurezza e quella della libertà, fra sé e l’altro è credo uno degli obiettivi più difficili da raggiungere dal punto di vista esistenziale. I bambini per crescere hanno necessità di un mondo sicuro e regolato. Altrimenti precipitano nel caos. D’altra parte per evolversi hanno anche l’assoluta necessità di fare un’esperienza personale del mondo, con tutto ciò che questo comporta in fatto di rischi. Mi ricordo un film di Krzysztof Kieslowski, il primo episodio del Decalogo, in cui un bambino chiede al padre di andare a pattinare su un laghetto ghiacciato. Il padre, scienziato e professore universitario, dapprima glielo vieta, pensando che sia troppo pericoloso. A causa delle insistenze del bambino torna sui suoi passi, e decide di accordargli il permesso solo dopo aver fatto una serie di complicati calcoli e di prove empiriche sulla tenuta del ghiaccio. Il film finisce in tragedia: Kieslowski in modo molto duro ci pone davanti alla fatalità della vita e all’impossibilità di controllarne il corso. A volte il ricorso alla razionalità è un tentativo, irrazionale, di dominare e controllare eventi che nessuno è effettivamente in grado di prevedere e dominare. Si tratta della vita stessa. Crescere è parte della vita e comporta grossi rischi. Ognuno di noi, diventato adulto, sa benissimo quanto poco sarebbe bastato, a perdere la strada, a smarrirsi, a farsi male. Il rischio, all’eliminazione del quale l’uomo contemporaneo aspira ossessivamente, è in realtà intrinseco al fatto stesso di essere al mondo, all’esperienza stessa della vita umana, e della crescita in particolare modo. Credo che il tentativo costante, a cui oggi assistiamo, di eliminare questa componente dell’esistenza attraverso escamotage e scorciatoie, senza mai assumerla responsabilmente e consapevolmente come parte integrante della realtà, stia avendo conseguenze molto gravi sul modo in cui le generazioni più giovani stanno crescendo.

  19. 19 papepi
    29 settembre, 2009 at 12:35

    devo dire che l’intervento n.13 di Anna lo trovo molto rivoluzionario.. ed è da tempo che non condivido così in pieno un sentimento col quale mi sento in piena sintonia .. che bello!… il discorso della “rimozione dell’infanzia” lo trovo fantastico

  20. 20 illa87
    29 settembre, 2009 at 13:30

    …e ovviamente questo libro non lo troveremo mai in italia…
    affascinante, profondo, bello! e interessanti tutti i commenti!
    ottimi spunti di riflessione come sempre.

  21. 21 Anna Castagnoli
    29 settembre, 2009 at 13:32

    Confermo quanto detto sulla rimozione, ovviamente lasciando ampio spazio alle eccezioni (che per fortuna ci sono, lo vedremo nel prossimo post).

    Ma mi sembra essenziale collegare la riflessione di Giovanna a questa rimozione. Per essere più precisi e capire cosa esattamente dei bambini fa paura agli adulti.
    Oggi la società dei consumi (che ci rimbambisce con immagini e pensieri “semplici”, con libri di “istruzioni per l’uso” alla americana: pensa positivo e il mondo ti sorriderà, che come sottolinea Giovanna rimuove ossessivamente il rischio, l’ambiguo, il paradosso incontrollabile della vita) ha come unico nemico da annientare l’individuo “pensante”, non omologabile, originale nel suo modo di percepire il mondo, curioso e attento alla realtà che lo circonda.
    E chi per eccellenza incarna questo pericolo? Il bambino.

    Il bambino è, senza poterci fare niente, immerso nella scoperta del senso più profondo dell’esistenza, interroga e mette in discussione il mondo in modo nuovo, anzi, il mondo inizia con lui, non c’è angolo del mondo o pensiero già pensato che non inizia con lui, da capo, per la prima volta. Se un adulto, genitore, o maestro che sia, ha abbandonato la tensione faticosa che ogni giorno (ogni giorno!) ci interroga sul senso più profondo della nostra esistenza. Di più, se questa tensione lo spaventa, se mette in discussione una vita di “compromessi” a cui ha dovuto adattarsi, se (peggio) il suo sé è un architettura costruita sul vuoto (un falso sé) e la verità di se stesso se l’è dimenticata per strada…
    Allora non potrà mettersi sinceramente ad ascolatre un bambino. Lo farà “per finta”, come si ascolta un piccolo clown che ci dice che il re è nudo. Ridendo, non facendoci troppo caso.

    ps: concordo con chi ha detto che Titus è un bambino felice, e che qui stiamo parlando di bambini “normalmente infelici”. L’infanzia violata è la cancrena di questa condizione di normale rimozione dell’infanzia di cui staimo parlando. Il suo corollario più triste.

  22. 22 plumers
    29 settembre, 2009 at 14:57

    La discussione è affascinante ma ha preso una piega che l’ha allontanata dal libro.
    E al libro vorrei tornare.
    Au pays de titus, è affascinante sotto molti aspetti, primo fra tutti il formato. Il libro è grande quasi come il bambino. È un libro che si può facilmente leggere insieme, bambino e adulto, e questo mi piace, aiuta la costruzione e la manutenzione della relazione.
    C’è un ottimo bilanciamento di pesi nella sequenza di illustrazioni – ora semplici, ora più articolate – nero e colore, pieno e vuoto.
    Mi piace la carta, è stampato bene e, nonostante il formato pericoloso, la legatura non si imbarca, nemmeno a casa mia, che ha qualche problema di umidità.
    La copertina, per quanto concordi con le cose che ne sono state dette, ha un potere irresistibile, quasi diabolico. titus è San Francesco: gli crescono erbe sulla maglia e gli si posano uccellini sulla spalla. È un moderno Emile, archetipo di uno stato di natura che impone l’identificazione: io sono titus, titus è me. L’evidente ambiguità di genere permette di non escludere nessuno. titus è ecumenico, ed è ecumenicamente scritto minuscolo, perché ciascuno possa mettere la propria maiuscola, appropriandosi del genere titus.
    Da qui comincio a leggere. E qui comincio a vacillare.
    Io sono titus, titus è me, e io e titus siamo buoni, sensibili, delicati, pieni di attenzioni per un mondo pronto ad accoglierci e a diventare con noi buono. E saremmo anche meglio, se non fosse per gli adulti, cattivi, che ci ingabbiano nelle regole, che si lasciano legare alla catena dell’orologio e alla stessa catena ci vogliono legare, per invidia, paura, desiderio di sicurezza, avversione al rischio, progetto politico.
    in fondo, poveretti, non è nemmeno colpa loro.
    Nemmeno sanno il male che ci fanno, a me e a titus.
    Ma, si sa, la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.
    In questo attribuire ruoli così precisi, nel suo mancare della sfumatura, del dubbio, della complessità, dell’articolazione, in fondo in fondo nel mancare proprio di narrare la relazione (perché c’è relazione) fra il bambino e l’adulto mi pare che questo libro risponda più all’esigenza di auto-compiaciento degli adulti (di alcuni adulti) che non a quelle dei bambini che invece, lo sappiamo bene, di complessità, contraddizioni, paradossi e dialettiche si nutrono quotidianamente.
    Da questo punto di vista, mi pare, il libro tradisce la promessa iniziale: poter stare, almeno un po’, insieme, adulto e bambino, così, semplicemente, come accade da milioni di anni. Liberi di essere, eventualmente, felici.

  23. 23 Anna Castagnoli
    29 settembre, 2009 at 15:20

    Bellissima Plumers la tua analisi, sono d’accordo, infatti non avevo mancato di sottolineare nel post che il libro è un po’ “tranciante” (come si direbbe in francese).
    Però però… un libro che rispetti la relazione complessa tra adulto e bambino… non sarebbe un po’ propedeutico/educativo, più che “autentico”?
    Un libro deve essere onesto?
    Un libro deve tradurre onestamente la complessità?
    Titus, come libro, è un manifesto, più che uno spaccato di realtà.
    E la componente di amore di Titus per gli adulti è presente, infatti dice: “a me piace fare piano piano il giro del viso di mamma con le labbra”,e la mamma nell’illustrazione è a colori e sorride.

    Io mi ricordo che per almeno due o tre anni, verso gli 8/11 vivevo delle fantasie di titus, Il suo rancore era il mio, esattamente, senza sconti (anzi, io gli adulti, genitori inclusi, li facevo bruciare vivi in un incendio che avrebbe salvato solo me e il mio orso). Che poi questo mi portasse sensi di colpa (anche se non me ne ricordo) è possibile. Che poi la mia relazione agli adulti fosse più complessa, è ovvio.
    Ma quello che c’era a livello “conscio” era questo sguardo di commiserazione per il mondo dei grandi, e questa esalatazione onnipotente-narcisita del mio mondo (più ricco, più sensibile, più rispettoso della natura, etc…).
    A me Titus è piaciuto perché non incarna un conflitto, ma un manifesto che molti bambini hanno condiviso con la stessa tranciante violenza.
    E se avessi avuto Titus tra le mani da piccola sarei, ne sono sicura, impazzita di gioia.

  24. 24 giovanna
    29 settembre, 2009 at 15:38

    Nel film di Kieslowski di cui ho parlato nel commento precedente ciò che è interessante è l’atteggiamento del padre. In sostanza il padre rifiuta la responsabilità della scelta relativamente alla risposta da dare al figlio, delegandola alle “certezze” inoppugnabili della scienza. In sostanza, è nello stesso tempo un comportamento che tendendo al massimo del controllo ha come conseguenza il massimo dell’abbandono. Incapace di assumere la responsabilità adulta di permettere o vietare, con le relative conseguenze, il padre cosegna paradossalmente il figlio alla morte. Kieslowski ci dice, con questo, che l’unica salvezza per l’uomo sta nell’accettare le difficoltà della condizione e della relazione umana, con i suoi conflitti, e nell’assumersene la responsabilità: farci carico dell’altro e della distanza che ci separa da lui. Anche di coloro che amiamo di più. Credo sia una indicazione molto importante su cui riflettere. Ribadisco questo perché ho l’impressione che la mancanza di relazione fra la dimensione infantile e quella adulta avvenga oggi nel segno di una assenza radicale di responsabilità, di una incapacità individuale di operare scelte, quindi di una sostanziale immaturità rispetto alle decisioni che la vita adulta comporta. Forse, paradossalmente, oggi gli adulti non sanno essere all’altezza dell’educazione dei bambini perché troppo compromessi con un’infanzia, la propria, che non ha mai smesso di gettare le proprie ombre. E non si tratta di ombre positive: onnipotenza, incapacità di accettare i propri limiti, la propria finitezza, difficoltà di confronto… E’ un discorso molto complesso, credo.

  25. 25 Anna Castagnoli
    29 settembre, 2009 at 16:10

    Giovanna grazie per questi spunti così preziosi, ho ben presente il capitolo del decalogo di cui parli. E’ ardita la tua interpretazione e molto interessante. Però non so quanto Kieslowski l’avrebbe condivisa. Il capitolo è “Non avrai altro Dio all’infuori di me” ed era una critica di Kieslowski all’intelligenza artificiale (non è il computer, per quanto preciso, che decide, né l’uomo, ma Dio).
    Non ne farei una colpa di non-amore al padre, se non nella misura in cui si affida con troppa fiducia all’infallibilità della scienza. (E’ un padre adorlabile nel film! E quale padre non vorrebbe proteggere in modo “scientificamente assoluto” il proprio figlio?). Kieslowski ci dice solo: non si può.

    Ma siamo fuori tema! Poi Plumers ci tira le orecchie :-)

  26. 26 plumers
    29 settembre, 2009 at 16:19

    Touché, Anna cara.
    Prometto che farò quanto in mio potere per smettere di fare il vecchio brontolone.
    Come si diceva in un vecchio film americano:
    Sacro onore!
    Frigge l’olio,
    Fischia il vento,
    Muoio subito se mento
    Non garantisco il risultato, ma il tentativo, quello sì.

  27. 27 Anonimo
    29 settembre, 2009 at 19:38

    Delle stesse autrici è interessante anche Sans toi che racconta come una bambina viva l’assenza del padre. Nei loro libri c’è sempre un misto di felicità e dolore, di ricerca di attenzione e mancanza di relazione, di desiderio e di delusione, di consapevolezza e straniamento. Nei loro libri (cfr anche La fille sans coeur) però non trovo mai la felicità piena dell’infanzia e la lontananza tra grandi e piccoli è sempre fonte di dolore (non solo del dolore che aiuta a crescere ma di quello che rimane come ferita). Perciò non avverto solo meraviglia verso le immagini che aprono una finestra sul mondo interiore dei bambini, ma anche una vena di tristezza per un mondo che rimane scollegato e invisibile. Ciò che nei loro libri mi colpisce di più è la messa in evidenza (a tratti esasperata) della mancanza di curiosità degli adulti verso i bambini. Verso i loro pensieri, emozioni, reazioni, invenzioni, desideri, bisogni. Grandi e piccoli nei loro libri non si incontrano mai. Non esiste nessuna tavola in cui le due figure appaiano insieme nella stessa pagina.

  28. 28 diletta
    29 settembre, 2009 at 19:39

    ero io prima..scusate.

  29. 29 daniela
    29 settembre, 2009 at 22:21

    Certo Plumers è irresistibile… Leggo a fine giornata tutti i commenti che si sono succeduti. Mi piacciono molto la sua concretezza per un verso, la sua sagacia per un altro.
    Penso anche: ma non sarà che ci arrovelliamo troppo a disquisire di bambini e di relazione? Non sarà che le cose vanno esattamente come devono andare – grandi e piccini tutti mescolati nella scia lattigginosa della galassia, un po’ persi e po’ no – e che questo è davvero il migliore dei mondi possibili? Forse sì, se in definitiva è quel che ci è dato (e quel che ci diamo).
    Va da sè che, mentre fluttuo anch’io nel vortice affollato, una cosa l’ho ben chiara in testa: OGNUNO DEVE COLTIVARE IL PROPRIO GIARDINO.

  30. 30 costanza
    30 settembre, 2009 at 6:57

    ma in italia nn è arrivato? sembra un gran libro e potrebe darmi una mano in più di un caso. mi fai sapere, perfavore? grazie.

  31. 31 Anna Castagnoli
    30 settembre, 2009 at 7:59

    @ Costanza:
    Non, in Italia non è stato tradotto.

    @Daniela:
    anch’io penso che sia il migliore dei mondi possibili, ma si può sempre migliorarlo, no?!
    Penso che “pensare troppo” non faccia mai male, è pensare male che fa male.
    Non condivido troppo chi ha a che fare coi bambini e non legge, non studia, non riflette, in virtù di un “istinto all’educazione” che con presunzione si ritiene “il migliore possibile”. Non mi fido degli istinti dell’uomo, mi fido però della sua intelligenza. Che poi i bambini si adattino e vengano su lo stesso come persone più o meno intere, questo sì. Il bambino ha una capacità d’adattamento micidiale.

    Pensate, in questo quadro, che grande risorsa sono gli album illustrati. Che responsabilità grande farli, pensarli, farli arrivare nelle case dei bambini.

  32. 32 daniela
    30 settembre, 2009 at 9:17

    Certo Anna.
    Io volevo forse suggerire che ad un certo punto, quando si ha a che fare con la creatività, con la libera espressione dell’uomo, c’è una GRAZIA che soccorre, oppure no… c’è un coacervo d’intelligenza e d’istinto, appunto, che si sprigionano e fioriscono oppure no. Aldilà delle congetture, dello studio, dell’applicazione. E, anche, che la conflittualità che ci permea, lo scontro tra opposti e la stessa mediocrità che a volte impera, sono ingredienti di sintesi all’interno di un processo. Insomma, invecchiando mi scopro a tratti più fiduciosa, molto piu’ insofferente in realtà, ma fiduciosa nel fatto che il buono ed il bello (uso categorie semplicistiche ed arbitrarie, ma tu capirai che cosa voglio dire) hanno un posto certo nel tutto, lo hanno eccome. E che aldilà delle nostre teorie, dei nostri dialoghi anche appassionati… quello che importa è soprattutto il raccoglimento e la sintesi a cui ognuno di noi, zappettando il suo orticello, riuscirà ad approdare. E che quello zappettare, anche oltre ogni sforzo di comprendonio e di sistematicizzazione dei dati, è principio e fine.
    Di problemi concreti – volendo rimettere i piedi a terra – nel mondo dell’editoria per l’infanzia ne rimangono molti invero e ieri mi è sembrato utile anche il richiamo di Georgia. Zappettando zappettando, è fondamentale che ciascuno di noi si adoperi per la causa comune e che la sostenga al suo meglio. Naturalmente stabilendo ponti ed alleanze, perchè insieme si puo’ fare un piccolo esercito.

  33. 33 giovanna
    30 settembre, 2009 at 9:40

    Anna, mi scuso se ho detto cose fuori tema sia sulle questioni dibattute a proposito di Titus sia sul film.
    Preciso però che non ho mai detto o lasciato intendere né che il padre del film non ami il figlio né che si tratti di una persona spiacevole. Se così fosse il film non sarebbe una parabola ma la storia di un povero disgraziato, il che certamente non è.

  34. 34 Anna Castagnoli
    30 settembre, 2009 at 10:13

    Giovanna cara, ma ci mancherebbe altro che ti scusi!
    Ci ho pensato stanotte alla tua interpretazione ma non riesco a metterla a fuoco.

    Il padre non ha comunque preso la responsabilità di una decisione? Ha fatto dei calcoli aiutato da un computer e ha detto: sì, puoi.
    Tu intendi dire che ha delegato al computer la sua risposta e che in realtà non ha preso una responsabilità?

    (… scherzavo col fuori tema!)

  35. 35 alicia
    30 settembre, 2009 at 10:29

    Un libro è, questa conversazione lo dimostra ancora una volta, molto più di quanto spera di essere. La creatività, secondo me, è coerente all’uomo che è l’autore, alla sua etica alla sua filosofia oltre che al suo talento. Ci sono milioni di esempi creativi d’ individualità che mirano a risolvere i propri casini, l’arte è una grande sublimazione per fortuna, ma in certi casi ha solo tolto lavoro agli strizzacervelli. Succede anche in libri per bambini, ce ne sono moltissimi fine a se stessi. Spesso l’autore è concentrato sulla sua vanità e molti editori non sono in grado di individuare la differenza; qualche volta sono solo noiosi, altre volte sono pericolosi.
    Che poi, un bambino cresciuto in pessime condizioni, diventi una persona “sana” (chi sa da chi o da dove trova la forza), oppure un creativo faccia un capolavoro, è un mistero. Sono curiosa di vedere il prossimo libro che proporrà Anna.

  36. 36 alicia
    30 settembre, 2009 at 10:56

    Rimanendo fuori tema,?, mi ha colpito l’esempio di Giovanna perché in verità un genitore responsabile cerca sempre e comunque delle certezze, anche quando ha già deciso. A me da mamma è capitato, pur essendo convinta della decisione, di avere una vocina che mi dice, sei sicura?.Sono certa che altre mamme o papà partecipanti al forum conoscono quella certa frustrazione, nessuno vorrebbe farsi odiare dal proprio figlio nemmeno per un secondo, ma capita che sia necessario. Il padre del film ha diffidato del suo istinto e ha cercato una risposta logica dai calcoli (se non sbaglio era un matematico o uno scienziato) Da non dimenticare che il film è il decalogo e questo per Kieslowski è il primo dei comandamenti, Non avrai altro Dio al di fuori di me.

    …adesso si che siamo del tutto fuori tema

  37. 37 dedo
    30 settembre, 2009 at 11:53

    Buongiorno Alicia,
    il lavoro del genitore responsabile è fatto di costante attenzione e di infinito rispetto per i figli.
    Le ricadute dei nostri comportamenti genitoriali vanno monitorati di continuo, anche perché ogni figlio è diverso da un altro e non sempre si può essere certi di ottenere gli effetti voluti.
    Seguire il decalogo, anche da parte di un agnostico come me, trovo che sia un valido aiuto per ottenere un equilibrio generale, che favorisce indubbiamente la crescita dei figli.
    Siamo andati fuori tema?
    Complimenti per il blog.

  38. 38 alicia
    30 settembre, 2009 at 12:13

    Il mio commento era legato all’interpretazione che Kieslowski vuole dare (secondo me). Lui è categorico e molto religioso. Non approfondisco altrimenti plumers mi fa cacciare!

    Vorrei chiarire una cosa: quando parlo di libri fine a se stessi o autori vanitosi, non intendo dire che sono tali perche sono belli. Il bello nell’arte non è un aspetto negativo. Mi riferisco a quando nei libri si racconta con le immagini, con le parole o con tutte e due delle verità assolute che sembrano inconfutabili .

  39. 39 dedo
    30 settembre, 2009 at 17:35

    Sacro onore!
    Alicia, il mio commento intendeva dire che è decisivo per la crescita di un bambino l’equilibrio dell’ambiente in cui vive ( io lo ottengo, fra l’altro, seguendo quel decalogo che Kieslowski ci ha ricordato ). Spesso però l’ambiente è malato ( cattivi esempi, tanta e volgare televisione, pochi e spesso insulsi libri ecc. ).Non so, in questo quadro, quanto possano aiutare gli album illustrati. Mi auguro che possano valere più di tanta stupida televisione, quella che secondo me è una delle cause del nostro degrado.

  40. 40 Stel.la
    30 settembre, 2009 at 19:02

    Gracias por esta reseña…Me parece genial.

    Sorry that I can´t write in Italian…but I´ll keep in mind this precious picture book, because my 25 little students aged 6 need stories like that to hear!
    love,
    stel.la

  41. 41 nurela
    6 ottobre, 2011 at 15:35

    ce l’hanno letto oggi a lezione. sorprendente, geniale.