Davide Calì: il mestiere di scrivere per bambini

25 maggio, 2009

Davide Calì è uno scrittore per bambini che nel giro di pochissimi anni ha avuto un successo internazionale inusitato, i suoi libri sono tradotti e distribuiti in: Austria, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Corea del Sud, Danimarca, Egitto, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Italia, Libano, Messico, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna, Stati Uniti, Taiwan, Tailandia, Israele. Ha vinto numerosissimi premi, tra cui il più importante premio francese per album illustrato, il prix Baobab. Mi sembrava importante scoprire attraverso una lunga intervista quale “segreta ricetta” aveva contribuito a tanto successo, e come sospettavo… non ci sono ricette. Dietro le quinte c’è solo una persona intelligente, capace di riflettere sul proprio lavoro con profondità e maturità.

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Davide Calì

INTERVISTA A DAVIDE CALI’

Scrittori si nasce o si diventa? Ci racconti come è iniziata?
Io lo sono diventato. Fin da bambino io volevo fare i fumetti. Al massimo i cartoni animati. Quando ci sono riuscito per qualche anno ho fatto il fumettista, poi da un lato con il mio stile non avevo abbastanza lavoro dall’altro mi sono lasciato incuriosire dai libri per bambini che conoscevo piuttosto bene per aver passato il servizio civile in una biblioteca specializzata per bambini e poi circa un anno nella redazione di una rivista che recensiva letteratura per l’infanzia.
A raccontare tutta la verità la prima volta che mi hanno chiesto di fare libri per bambini sono inorridito. Mi piacevano molti autori/illustratori per l’infanzia ma io ero un fumettista!
Dopo un po’ è successo qualcosa. Credo sia stata soprattutto una mostra a convincermi che potevo fare libri per bambini. Era una selezione di album francesi che girava con il contributo del ministero francese della cultura. Lì ho scoperto che ai bambini si poteva raccontare anche storie assurde e che alcune cose che avevo in testa e che mi sembrano piuttosto informi (e che comunque non erano fumetti), beh, erano già libri per bambini. Attraverso quella mostra ho scoperto una nuova vocazione e diversi degli editori con cui, in seguito, avrei cercato di lavorare.

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Un papa sur mesure, Davide Calì e Anna Laura Cantone, Sarbacane 2005 (traduzione italiana: Arka)

I tuoi primissimi libri sfogliati e preferiti?
Da bambino non ho avuto moltissimi libri. Non che i miei genitori non me ne comprassero, anzi. Diciamo che all’epoca c’era meno scelta di adesso nei libri di narrativa. Ricordo ancora con dispiacere alcune riduzioni dei classici di Salgari con orrende illustrazioni, che per altro nel libro non erano mai alla pagina giusta. In compenso ho avuto moltissimi libri sugli animali, la mia grande passione di quando ero piccolo. E poi libri di astronomia, qualcuno sugli alberi. E un’enciclopedia ricchissima. L’ho studiata tantissimo, appassionandomi a materie come la mitologia o l’anatomia. Da piccolo avevo molti interessi scientifici, che poi, soprattutto per quel che riguarda la zoologia, ho continuato a coltivare crescendo.
Naturalmente ho letto anche moltissimi fumetti. Sono cresciuto con il rito domenicale di Topolino e con le strips di Sturmtruppen di Bonvi e poi quelle americane di Beetle Bailey, Wizard of Id, Bristow e B.C.

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L’orso con la spada, Davide Calì e Gianluca Folì, Zoolibri 2008

La qualità narrativa e stilistica dei tuoi testi fa sì che non siano solo “per bambini”, preferisco parlare di testi per un “pubblico bambino”, senza distinzioni di età, target che dovrebbe sempre essere ambito da ogni scrittore per bambini. Perché la tua scrittura ha cercato questo pubblico particolare e non uno più adulto?
Non lo so. Quando ho iniziato a scrivere per bambini mi sono imposto alcune regole. Una di queste era concedermi la libertà e il diritto di parlare ai bambini di qualsiasi cosa, senza pormi limiti.
I bambini non sono degli idioti. Mi meraviglia sempre constatare quanto spesso gli adulti ne siano invece sinceramente convinti. Nello scrivere ho cercato di ricordare come ero io da bambino. L’unico limite che ho accettato è che talvolta i bambini possono non capire certe cose. Allora basta spiegargliele.
In realtà ho tentato anche di scrivere per adulti, ma il mercato letterario per adulti è molto rigido, io scrivevo racconti brevi e nessuno li voleva. “Perché non scrivi invece un bel romanzo?” – mi dicevano.
Scrivere per bambini mi ha offerto la possibilità di scrivere storie brevi, continuando per altro a farlo con parole e immagini come facevo con i fumetti (anche se in un modo diverso). Credo inoltre che fare album per bambini mi dia il modo di raggiungere gli adulti in un modo privilegiato. Negli anni mi sono convinto che certe cose che gli adulti leggono nei miei libri per i loro figli, non accetterebbero di leggerle se i libri fossero indirizzati direttamente a loro.

Scrivere per un pubblico adulto e scrivere per un pubblico bambino, una faccenda di stile? Di cuore? Di temi? Se esistono, sapresti raccontarci che differenze ci sono tra una scrittura per adulti ed una per bambini?
Per quello che mi riguarda nei racconti che ho scritto per adulti mi sono sempre permesso di dare cose per scontate, cosa che invece mi sono proibito scrivendo per bambini. Detesto quando nei libri per bambini il testo ammicca a situazioni che i bambini non conoscono e danno per scontate cose che lo sono solo per i grandi.
Quasi tutti i miei racconti per adulti partono da situazioni già conosciute e vissute, di solito sono dei piccoli deragliamenti dalla realtà così come la conosciamo. Per quel che riguarda i temi se scrivo per adulti parlo della vita degli adulti, quindi matrimonio, delusione, sesso, ufficio, tradimento, tasse, ambizione, tutte cose abituali per noi ma non ancora per loro. Diciamo che quando scrivo per bambini parlo più di grandi temi della vita, l’amicizia, l’amore, il viaggio.

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Spaghetti, Davide Calì, Pequeño Editor 2008

Tu sei anche illustratore. Quando pensi e scrivi un testo, l’album che sarà, è già presente nei tuoi processi creativi? Te lo chiedo perché a differenza di altri scrittori per bambini, la tua scrittura sembra fatta su misura per l’oggetto album, come se nascesse consapevole dello spazio che avrà intorno, del ritmo delle pagine che l’accompagnerà (che lei stessa creerà), insomma, di tutti quei sottili meccanismi che fanno sì che un album non sia solo una storia illustrata, ma un complesso meccanismo semantico, con una sua precisa sintassi.
Quando mi chiamano scrittore mi fa ancora uno strano effetto. Io dentro di me credo di essere rimasto disegnatore. In effetti pensare le storie per immagini è una deformazione che mi è rimasta dall’essere un fumettista. E’ vero che i miei album nascono sempre completi: anche se non disegno quasi più faccio sempre uno storyboard da presentare all’editore, quindi la storia con degli schizzi. Talvolta imito lo stile dell’illustratore che vorrei lavorasse sulla mia storia o quello dell’illustratore che è già stato scelto. Spesso penso la storia in funzione di un illustratore ma poi dobbiamo cambiarlo. In ogni caso nella mia testa quando scrivo una storia c’è sempre il film completo.
Quando scrivo album a fumetti il film è ancora più preciso. Lo riguardo più volte nella mia testa prima di iniziare a disegnare, perché il fumetto è dialogato e nella mia mente i personaggi continuano a parlare. Forse parlano troppo. Se faccio una storia a fumetti in 24 pagine più o meno ne taglio altrettante!

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L’ennemie, Davide Calì e Serge Bloch, Sarbacane 2007

La tua carriera è stata velocissima ed esuberante. Nel giro di pochi anni i tuoi testi sono stati tradotti in moltissime lingue, e ovunque hanno ricevuto premi, successo, grande affetto di pubblico. Oltre alla altissima qualità del tuo lavoro, c’è qualche ingrediente che hai saputo aggiungere?
Credo che a differenza di altri colleghi, ho voluto studiare. Mi piace pensare a quello che faccio come a un mestiere più che a un arte e se anche può essere vero che qualcosa è innato in me, è altrettanto vero che lo scrivere e il disegnare va coltivato.
Per passare dal fumetto, mia passione primaria e mio primo mestiere, al libro illustrato, ho letto centinaia di album. In principio non l’ho fatto di proposito, è capitato. Mi sono lasciato incuriosire e ho iniziato a leggere. Poi però ho continuato.

Credo che leggere sia sempre fondamentale, per divertirsi, per istruirsi, e poi per non avere l’illusione di aver inventato qualcosa che in realtà hanno già inventato altri e ancora, parlando in termini più commerciali, per studiare il mercato. Quando faccio i miei atelier di scrittura una delle cose che insegno è sempre a leggere, oltre ai libri, i cataloghi. Io l’ho fatto per anni. I cataloghi dicono tutto di un editore e di quel che fa. Se non conosci il suo catalogo a memoria è difficile che tu possa proporgli il tuo lavoro e indovinare i suoi gusti.
Per il resto un’altra cosa che ho cercato di fare è stato essere una persona disponibile. Non ho mai considerato sacri e intoccabili i miei testi. Con gli editori di solito ci si lavora molto, si cambiano tante cose, perché ognuno fa le sue proposte dettate dalle ragioni più svariate: opportunismo commerciale, esperienza, gusto personale. Non è facile lasciare mettere agli altri le mani nelle proprie storie. In principio mi sembrava un abuso, poi ho imparato ad accettarlo se dall’altra parte ci sono persone che lavorano con onestà intellettuale e ho scoperto un modo di lavorare diverso.
In effetti spesso dico che fare libri è un lavoro di gruppo. Noi autori e illustratori siamo le star, quelli che ricevono i premi e che vengono invitati ai saloni del libro, ma dietro ogni volume ci sono decine di persone che lavorano e condividere le scelte con loro riconoscendone le competenze mi sembra una cosa giusta.

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Moi j’attends, Davide Calì e Serge Bloch, Sarbacane 2005 (traduzione italiana: Io aspetto, Emme)

Entriamo dietro le quinte della creazione di un capolavoro: Moi j’attends. Il libro, oltre ad aver commosso migliaia di persone (non ne conosco una che non abbia versato lacrime copiose sull’ultima pagina!) ha vinto numerosi premi, tra cui il più prestigioso: il prix Baobab al migliore album dell’anno (Francia, 2005). Sapresti ricordarti del giorno in cui ti è venuta l’idea del libro? Le prime note…?
Sì, ricordo bene il giorno. E’ successo in modo strano, voglio dire, ero in coda alla posta e aspettavo il mio turno. Ci sono stato decine di volte in coda alla posta ma quel giorno chissà perché, ho cominciato a pensare a tutte le cose che aspetti nella vita. Se ci rifletti, aspettiamo sempre qualcosa, no? Arrivato a casa ho pensato che forse questo poteva essere un libro. Ho iniziato prima a fare una semplice lista, poi a metterla in ordine, da ciò che aspetti quando sei piccolo a ciò che aspetti quando cresci e poi da adulto.
Quando ho scritto Moi, j’attends non me ne rendevo conto ma da tempo avevo bisogno di scrivere qualcosa sulla morte e sul senso della vita. I miei primi libri erano stati divertenti, ma dovevo scrivere qualcosa di diverso. Fino all’età di trent’anni più o meno intorno a me non era mai morto nessuno. Un compagno di giochi quando ero piccolo, e i nonni, qualche zia, ma non so perché non mi aveva fatto mai tanta impressione. Improvvisamente mi sono morte vicino diverse persone. L’ultimo nonno, poi l’ultimo della mia ragazza, poi una vicina di casa che si è suicidata buttandosi dalla finestra. Un ragazzo che conoscevo solo di vista è morto di tumore in un mese. Aveva qualche anno meno di me. Un altro è stato ucciso dalla polizia proprio nella città dove vivo durante una manifestazione. Qualche ora prima camminavo nella stessa strada dove gli hanno sparato.
In principio alla Sarbacane erano un po’ spaventati dal finale, abbiamo anche provato una versione più leggera. Poi però hanno scelto quella originaria, cosa che ci ha premiato. Ai bambini piace molto, anche se è un po’ triste. In una classe francese dove sono stato lo hanno riassunto così: “Il libro parla della nostra vita. Per noi racconta il futuro, per i nostri genitori il presente, per i nostri nonni il passato.”

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Die Geschichte der Roten Nasen und der Roten Ohren, Davide Calì e Aure?lie Guillerey, Betz Annette 2007

Due parole sul panorama internazionale dell’editoria per ragazzi? Preferenze per alcune nazioni? Per alcune correnti? Soddisfatto del panorama attuale?
Da qualche anno lavoro soprattutto in Francia. In Italia continuo a lavorare con Zoolibri con cui ormai abbiamo un rapporto che va oltre il fare libri. Abbiamo cominciato tante cose insieme e ne faremo altre. Poi forse farò ancora qualcosa con Arka. Gli altri editori italiani invece sono stati perlopiù delle delusioni.
In Francia mi trovo bene. Con Sarbacane ho fatto parecchi album e quando propongo qualcosa di diverso dal mio solito non si tirano indietro. Ora lavoro anche per Mes premiers j’aime lire, un giornalino mensile di Bayard per il quale scrivo brevi storie a fumetti, e l’Echo des Savanes (è uno storico mensile a fumetti) che invece ha acquistato una mia serie per adulti (Adam et Eve). Ho lavorato anche in Austria con Annette Betz e sto cercando un nuovo editore in Germania. Mi piacerebbe lavorare anche in America ma, in generale, fanno storie molto classiche e le mie non vanno troppo bene. Sto cercando anche di lavorare in Giappone.
Il panorama più interessante, per quanto risenta di una certa crisi intellettuale già da qualche anno, rimane quello francese. Quello coreano mi affascina molto, ma là non credo lavorerò direttamente, stanno già traducendo molti miei album (dall’italiano, dal tedesco e dal francese). Parlando di illustratori sono interessanti i coreani e gli iraniani, anche i tedeschi qualche volta. A me continuano a piacere anche gli inglesi pubblicati da Andersen Press: le storie sono molto classiche ma Satoshi Kitamura, David McKee e Tony Ross sono sempre divertenti!

Davide Calì tiene spesso corsi e laboratori di scrittura per ragazzi, per informazioni sui prossimi corsi tenete d’occhio il programma della libreria L’albero delle lettere (Genova).

6 Risposte per “Davide Calì: il mestiere di scrivere per bambini”

  1. 1 Riccardo
    25 maggio, 2009 at 9:54

    Bella intervista, grazie Anna e grazie Davide Calì. Mi ci metto anche io fra le persone affogate nelle prorpie lacrime dopo aver letto Moi J’Attends, ed è diventato un mio regalo ricorrente per amici e parenti, stupendo.

  2. 2 Gianluca
    25 maggio, 2009 at 13:26

    Davide mi commuove. Sempre. E’ speciale. Ed io senza parole.

  3. 3 Mirko
    25 maggio, 2009 at 15:23

    In che senso: “crisi intelettuale” riguardo la Francia.

  4. 4 wasp
    25 maggio, 2009 at 15:51

    Ho adorato Moi j’attends!
    La scelta del file rouge che nasce cresce si spezza è geniale. matrimonio fantastico di stili!!!

  5. 5 sebastiano milardo
    14 aprile, 2010 at 18:54

    Bella storia…per un uomo che ama le storie..

  6. […] apprezzati nel panorama della narrativa per l’infanzia potete leggere qui una piacevole intervista all’autore. Questa è la sua pagina facebook. Qui invece potete ammirare il lavoro di Gianluca […]