Bimbi, di Albertine. Le mille espressioni dell’infanzia

10 Marzo, 2014

 

Bimbi, Albertine, La Joie de Lire 2014

Bimbi, di Albertine, è un libro che, più che un libro, sembra un grande quaderno di schizzi. E’ tutto bianco. Non ha un solo frammento di testo a parte il titolo Bimbi e il colophon, ed è disegnato solo a matita. Invece, è esattamente un libro, perché racconta tantissime storie. O meglio, solo una, la più segreta e intraducibile: quella dell’infanzia.
Protagonisti del libro – soli, in gruppo, contro un genitore, tra le braccia di un nonno, arrabbiati, stanchi, contenti, in fase di coccolite acuta, curiosi, impudichi, di corsa, addormentati, insonni, svegli, timidi… sono, infatti, i bambini.

A volte, un’intera pagina, tutta bianca, accoglie la solitudine di un bambino, altre si trasforma in grande arena dove giocare a rincorrersi in gruppo; in altre ancora una sottile linea di matita traccia un confine sufficiente a diventare nascondiglio. Oppure capita, come se ci fosse bisogno di ancora più bianco, che la pagina sia, senza una ragione apparente, intonsa.
(Durante la selezione della Mostra Illustratori avevamo parlato della necessità, in questo mondo saturato di immagini e parole, del vuoto).

La cosa straordinaria del bianco di Bimbi è la profondità di campo e la sua duttilità spaziale. Sfogliando il libro sembra davvero di avere a che fare con una materia che cambia e si adatta ai giochi dei bambini. A trasformarla basta un semplice accenno d’ombra o una linea che marca lo spazio.
Albertine è bravissima a giocare con il lettore attraverso gli sguardi dei personaggi. A volte i personaggi sono rivolti al lettore con intensità interrogante. A volte si dimenticano di lui perché stanno giocando. Altre gli rivolgono volutamente la schiena, come qualcuno che cerca intimità, per voltarsi verso abissi di bianco che il lettore sente appartenere solo a loro (come nell’esempio qui sotto, che è anche l’ultima pagina del libro).

Nel seminario di psicanalisi su La lettera rubata, del 1955, Jacques Lacan rivoluziona l’idea freudiana del luogo dell’inconscio: l’inconscio non è invisibile perché nascosto, è invisibile per eccesso di evidenza. Per dirla in modo semplice, è così sotto gli occhi di tutti che finiamo per non vederlo.


Il corpo dei bambini, così libero nelle sue espressioni, parla. Tiene un discorso sull’essere. E’ questo che sembra volerci dire Albertine.
Quando ho sfogliato il libro, superata la prima sensazione di un album facile, ispirato ai personaggi di Edward Gorey, sono stata catapultata dentro  il ricordo esatto di cosa significhi essere bambini: avere un corpo.
Non solo tutto era corpo in me, quando ero bambina. Il mondo stesso era corpo. Il suo significato era tattile, fisico, binario. Non metaforico, non simbolico.
I simboli, insieme alla parola, sono venuti dopo. Il mondo era tutto cosa, spazio, superfici. Era un turbinio di luci e sangue dietro le palpebre chiuse. Quando le aprivo, lo misuravo in spanne: era mondo da percorrere, da scalare, da sfidare, da spostare. Era spazio. Non so se è così per tutti i bambini, ma per me non c’era nulla di più interessante degli spazi: dall’interstizio tra letto e armadio, da quello tra dita e dita del piede,  fino a quello aperto, vasto, oltre le cime degli alberi. Era calore: quello rassicurante del letto dei miei genitori, o del giubbotto che veniva a posarsi come una carezza sulle braccia infreddolite dai giochi della sera. Era odore: quello del profumo di mia madre, del cuscino sbausato di saliva di dito succhiato, della notte fuori dalla finestra, della polvere, delle cose assolate.

Ed ero curiosa. Di un oggetto che smontavo, del rapporto tra l’ombra che si muove e il sole, del mio corpo, del corpo degli altri. Il senso che mi costruivo del mondo avanzava per sensazioni fisiche.

Era fisico il rapporto con i grandi. Pesanti da spostare quando la loro grande altezza stava per un no; faticosi da trascinare quando si fermavano a parlare con gli amici; minacciosi quando erano arrabbiati; comodi quando ti portavano in spalla; rassicuranti quando ti guardavano sorridendo; scudi ben robusti quando, al di là di loro, qualcosa faceva paura. Lontani e imperscrutabili quando la loro attenzione non era rivolta a noi bambini.


 

Più tardi, sono venute le parole. E con le parole i segreti, i malintesi, il lungo filo del senso. Il mondo si è complicato di relazioni, fraintendimenti, note scolastiche, voti, silenzi che ferivano.
E’ stato un sublime tuffo nella memoria, sfogliando le moltissime pagine del libro, ritrovare com’era il mondo prima che le parole diventassero importanti.

Bimbi
Albertine
Le espressioni dell’infanzia
28,50