Natalia Ginzburg: Senza fate e senza maghi

2 giugno, 2014

Della collana «Tantibambini», edita da Einaudi dal 1972 al 1978 e diretta da Bruno Munari, in molti hanno scritto sottolineandone, perlopiù, il carattere innovativo.
Quella che potete leggere qui è la testimonianza di Natalia Ginzburg, che, con l’acume e il senso critico che le sono propri, opponendosi fortemente al manifesto pedagogico della collana, ne analizza il senso profondo, che è anche il senso profondo di tutta una letteratura.

Senza fate e senza maghi
di Natalia Ginzburg

post curato da Anna Martinucci

“L’editore Giulio Einaudi ha cominciato una nuova collana per bambini. Si chiama «Tantibambini» e la dirige Bruno Munari. Ne sono usciti quattro libri. Li ho avuti. Ho pensato che erano carini. Che costavano poco. Che erano piacevoli a vedersi e maneggevoli. Le illustrazioni più belle, mi sono sembrate quelle che accompagnano una scelta delle Poesie senza senso di Edward Lear. C’è inoltre un libro di Gianni Rodari, un racconto in prosa, che si chiama Gli affari del signor Gatto. L’ho letto subito e l’ho trovato carino. Gianni Rodari è uno dei pochissimi scrittori per bambini che ci siano in Italia. È molto amato dai bambini. Di lui, a dire il vero, io preferisco le poesie alle prose, ma i bambini amano anche i suoi racconti in prosa (o almeno i bambini che conosco io). Dunque fino a qui tutto bene. C’era però qualcosa che mi irritava e non capivo cos’era. Un altro libro si chiama L’uccellino Tic Tic. L’autore si chiama Poi. Non so chi sia questo Poi. Anche questo l’ho letto subito, si legge d’altronde in due minuti. È la storia d’un bambino che ha paura del lupo, ma l’uccellino Tic Tic dà da mangiare al lupo, gli dà molte cipolle, teste di sardine e scarpe vecchie, il lupo non ha più fame e diventa buono, il bambino non ha più paura. Una storia graziosa. A un certo punto mi sono accorta che quello che mi irritava erano le parole scritte sul retro di ogni volume. Queste parole dicono: «Fiabe e storie semplici, senza fate e senza streghe, senza castelli lussuosissimi e principi bellissimi, senza maghi misteriosi, per una nuova generazione di individui senza inibizioni, senza sottomissioni, liberi e coscienti delle loro forze». A poco a poco ho capito che queste parole non solo mi sembravano irritanti, ma le detestavo. Esse mi sembravano piene di una presunzione suprema. Ho pensato che se veniva offerto L’uccellino Tic Tic sbadatamente e senza attribuirgli importanza, e se era lecito aspettarsi da questa collana per l’infanzia libri di ogni natura e di ogni specie, bene, ma se veniva presentato L’uccellino Tic Tic con dietro un programma pedagogico e come bibbia delle nuove generazioni, allora L’uccellino Tic Tic io lo trovavo rivoltante.

Alla luce di questa irritazione, ho guardato ancora L’uccellino Tic Tic e non mi è sembrato niente affatto grazioso. La morale dell’Uccellino Tic Tic è che bisogna dar da mangiare ai lupi perché così diventano buoni. Non è vero. Chi l’ha scritto ha pensato che è bene demistificare agli occhi dei bambini l’idea del lupo. Però i lupi esistono. Si possono sfamare quanto si vuole, restano lupi e usano mangiare gli uomini. Oltre ai lupi, esistono persone che assomigliano ai lupi e il mondo ne è pieno. Non vedo quale vantaggio abbiano i bambini a pensare che i lupi diventano miti se gli si dà da mangiare. Non vedo nemmeno quale vantaggio abbiano i bambini a non aver più paura dei lupi. È un errore credere che la paura sia un male. La paura, è necessario soffrirla e imparare a sopportarla. Inoltre i lupi non mangiano le cipolle. Ora un lupo che mangia cipolle e scarpe vecchie, è lontano dal vero non meno che le streghe o le fate. Così vorrei sapere perché le streghe e le fate sono tenute al bando in questa collana, come superate e retrograde, e destinate ad antiche generazioni che si abbeveravano di fantasie e illusioni, e invece si lascia il passo a questo lupo che mangia le cipolle.

Alla luce di questa irritazione, ho riguardato tutti e quattro i libri di questa collana e ho pensato che se ciascuno di questi libri in sé andava benissimo, la prospettiva di altri libri simili dava la sensazione di asfissiare. Tutto era prevedibile e predisposto. Una collana per l’infanzia dovrebbe essere avventurosa e libera come un bosco. Questa era invece come un’impalcatura di legno.

Non riesco a sentire una vera irritazione contro Bruno Munari, direttore di questa collana, perché non lo conosco di persona. Ma l’editore Giulio Einaudi è un mio amico e mi è carissimo. Nulla di quello che lui fa o pensa mi è mai indifferente. Perciò tutta l’irritazione la provo in verità contro di lui. Egli ha pubblicato anni fa il più bello fra i libri per bambini che siano stati scritti nel nostro tempo: Le fiabe italiane di Italo Calvino. È un libro stupendo. È pieno di fate, di maghi, di principi lussuosissimi e di castelli bellissimi. È pieno anche di contadini e di pescatori. Vi si respira l’aria libera della fantasia e insieme l’aria aspra e libera della realtà. Non contiene insegnamenti morali se non quelli inespressi che ci offre ogni giorno la nostra vita reale. Non contiene intenzioni pedagogiche di nessuna specie. È scritto in una prosa limpida, lineare e concreta, una prosa esemplare perché è così che si deve scrivere per i bambini, una prosa totalmente priva di parole superflue. Sfido chiunque a trovarvi una sola parola superflua. Sfido chiunque anche a trovarvi una sola parola leziosa. Calvino certo non aveva in testa nessuna idea educativa, ma in verità nulla è più educativo dello stile quando è chiaro, rapido e reale. Le Fiabe italiane sono delle vere fiabe, create generosamente per la gioia del prossimo, e così è necessario che siano le fiabe per i bambini, inventate e create unicamente per la felicità. È vero che Calvino non ha propriamente inventato queste fiabe, le ha raccolte nella tradizione italiana e riscritte, ma avendole egli riscritte nella sua prosa rapida e limpida sono sue. Sulle Fiabe italiane, bambini di ogni età si estasiano e si sono estasiati. L’editore Giulio Einaudi, di questo libro ne ha vendute montagne. Non se ne è dimenticato, perché lo ristampa di continuo. Si è accorto, l’editore Giulio Einaudi, d’aver pubblicato un libro fondamentale nel campo della narrativa per l’infanzia? Lo sa o non lo sa? Se lo sa, come mai esce fuori adesso con la frase «senza fate e senza maghi»? Che è come dire «vi daremo delle ottime torte senza farina, senza zucchero e senza burro».

L’editore e il direttore di questa collana avrebbero invece dovuto dire con onestà: «Scrivere per i bambini oggi è difficilissimo. Non ci riesce quasi mai nessuno. Raduneremo i pochissimi che ci riescono. Fiabe nuove con fate e maghi non ce ne sono. È un gran peccato, ma non ce ne sono. Le Fiabe italiane di Calvino sono un capolavoro e un miracolo, ma i capolavori e i miracoli sono rari per forza di cose. Perciò faremo del nostro meglio. Avrete quello che passa il convento».

Forse questa non sarebbe stata una buona frase pubblicitaria. Non importa. Se io pubblicassi o dirigessi una collana per l’infanzia, ci scriverei sopra a grandi lettere queste parole.

Le ragioni per cui oggi scrivere per i bambini è così difficile, sono infinite, ma una certo è che è nata in noi l’idea che ai bambini tutto può far male. La fantasia (ci atterrisce perché è avventurosa, imprevedibile e forte. Noi ne abbiamo poca, e per giunta l’adoperiamo con mani parsimoniose e schifiltose. Quando si scrivono o si stampano libri per bambini, per prima cosa si sbarrano porte e finestre. No alle storie di dolore perché il dolore fa male. No alle storie di miseria perché sono patetiche. No alle lagrime. No alla commozione. No alla crudeltà. No ai cattivi, perché non bisogna che i bambini conoscano la cattiveria. No ai buoni perché la bontà è sentimentale. No al sangue perché fa impressione. No ai castelli lussuosissimi perché sono evasione. No alle fate perché non esistono. I bambini sono fragili e perciò li nutriremo con vivande lavate e disinfettate. Li educheremo alla concretezza, avendo però sterilizzato la concretezza, avendo isolato nella concretezza ciò che non manda né bagliori né lampi. Li nutriremo con sabbia, accuratamente filtrata e senza batteri. Li nutriremo col bicarbonato, col borotalco e con la carta assorbente.

Mi si dirà che ai bambini piace il bicarbonato. Può anche darsi che gli piaccia quando non hanno altro. Il problema però non è che gli piaccia o gli dispiaccia il bicarbonato. Il problema è invece come crescono con questo tipo di alimentazione i bambini. Nelle Fiabe italiane di Calvino, a cui non mi stanco di richiamarmi, ci sono teste tagliate, cadaveri, briganti, ladri, orchi, crudeltà e orrori. I bambini ne sono deliziati. Questo perché le vere e belle fiabe sono in verità inoffensive. Esse sono situate nell’unico luogo dell’universo dove non esiste offesa, cioè nei regni della vita fantastica. Quando mettono paura, è la paura salubre e liberatrice della fantasia, paura di cui lo spirito ha desiderio e alla quale si protende come a una fiamma che lo riscaldi. Della vita fantastica, i bambini hanno fame e sete, le fate e i maghi abitano nel loro pensiero e il fatto che non esistano nella realtà è per loro giustamente irrilevante, perché i regni della vita fantastica sono popolati di oggetti comunque invisibili e intangibili. Nei regni della vita fantastica, anche le immagini più crudeli generano felicità. Si sa bene che la felicità è fatta anche di spavento e di angoscia. Sopprimere lo spavento e l’angoscia, significa sopprimere anche la felicità.

Aggiungerò che quello che detesto nella frase «senza fate e senza maghi, per una nuova generazione di individui senza inibizioni, senza sottomissioni, liberi e coscienti delle loro forze» è la retorica e l’ottimismo generazionale. Auguriamoci pure che le nuove generazioni siano costituite di individui liberi. Però non ne sappiamo proprio nulla. Inoltre non sappiamo affatto se sia un bene crescere senza inibizioni. Forse fra poco si scoprirà che le inibizioni, di cui l’uomo di oggi si fa gloria di essersi sbarazzato, le inibizioni e le lotte dei singoli per superarle o vivere con esse, erano il pane e il sale dello spirito”.

aprile ’72

Ingrandisci per leggere la quarta di copertina

Natalia Ginzburg, Senza fate e senza maghi in Vita immaginaria, Mondadori, Milano 1974, pp. 160-166.

14 Risposte per “Natalia Ginzburg: Senza fate e senza maghi”

  1. 1 lucia
    2 giugno, 2014 at 11:43

    molto intrigante questo pensiero e dopo circa 40 anni noi possiamo tirarne le conclusioni e conoscere le risposte ai suoi quesiti

  2. 2 simona
    2 giugno, 2014 at 12:09

    Grazie per avermi fatto conoscere questo commento della Ginzburg,lo condivido e mi ha fatto un gran piacere leggerlo.
    La mia simpatia/stima per lei è cresciuta ancora.

  3. 3 giulia
    3 giugno, 2014 at 11:11

    Grazie per questo post. Un sollievo

  4. 4 Cristina
    3 giugno, 2014 at 11:55

    condivido Simona…grazie anche da me….

  5. 5 Annina
    3 giugno, 2014 at 13:58

    Da bimba avevo parecchi libricini della collana Tantibambini, che ora purtroppo non ho più. Ora che ho quarant’anni, non ricordo più i vari titoli, ma tre di questi non li posso dimenticare, mi sono rimasti impressi nella mente, erano i miei preferiti. Si intitolavano: “I mostri”, “Storia di due scarpe”, e “Una pipa temporalesca”. E parlavano di creature brutte e mostruose, di povertà, di ingiustizia sociale, di accadimenti misteriosi ed irrazionali. A conferma, in parte, di quanto scritto dalla Ginzburg.

  6. 6 Ramona
    3 giugno, 2014 at 21:43

    Parole potenti che esprimono il mio attuale disagio nella narrativa contemporanea per bambini e nelle smancerose trame dei nuovi film Disney firmate dal girl power.
    Grazie.

  7. 7 cristina
    4 giugno, 2014 at 17:29

    Stiamo parlando degli anni 70 io in quel periodo iniziavo le elementari ed erano pochi i bambini che conoscevano Munari , i più fortunati avevano i genitori o insegnanti lungimiranti che facevano leggere Rodari e Calvino ma per lo più si leggevano i “classici” senza nulla togliere a questi ultimi ci si nutriva di cartoni di Tom e Jerry , Braccio di Ferro , Yoghi e Bubu , Titti e gatto silvestro etc.. dove si rideva dei cazzotti e delle disgrazie dei vari personaggi. Per le letture ai quei tempi Topolino e il Corriere dei piccoli non erano da meno. Tutto questo per dire che i bambini sono sempre bambini c’è quello più o meno sensibile , chi ha paura del mostro e delle streghe, chi ha più o meno il senso dell’umorismo. Perciò non ne farei una questione se è giusto che ci siano i buoni i cattivi se il libro è più o meno educativo. i bambini sanno scegliere ciò che gli piace oppure no l’importante è potergli offrire tanto materiale e che quando non capiscono qualcosa ci sia un adulto in grado di spiegarglielo così da poter superare tutte le paure di questo mondo sia che siano vere o frutto della fantasia!

  8. 8 antonella
    5 giugno, 2014 at 7:04

    grazie mille per questo post che condivido a pieno.
    e grazie per averlo fatto ora

  9. 9 Chiara
    5 giugno, 2014 at 13:30

    Vivaci, calzanti e fuori dal coro (la collana è appunto del 1972) queste riflessioni critiche della Ginzburg. La questione interessante mi sembra non sia trovare chi potrebbe, oggi, darle torto ma, piuttosto, provare a valorizzarle riportandole al loro contesto. Contesto in cui, alle asciutte considerazioni della scrittrice, reazionarie agli occhi miopi di molti, si contrapponeva la “libertà”, anche un po’ tronfia, della più radicale sperimentazione (Einaudi simpatizzava per i movimenti ed è stato il più influente protagonista italiano della cultura editoriale di quegli anni). Ma “la retorica e l’ottimismo generazionale”, così lo ha brillantemente descritto lei, sono stati il pegno da pagare alla storia per essere traghettati in massa nella modernità. Come alcuni esiti, non sempre convincenti, delle innovazioni linguistiche dei “maestri” (“E. Poi” fu lo pseudonimo con cui Bruno Munari firmò alcuni dei racconti della collana). Intendo con ciò che certi passaggi storici, avvenuti, quasi inevitabilmente, portando con sé anche una sorta di furia iconoclasta e dissacratoria sono stati segnati, appunto, dalla loro volontà di essere rottura, contestazione e tabula rasa per realizzare il vuoto (il silenzio, la pagina bianca) necessario da lì in poi. E in ciò vi è sempre la spinta dirompente di un’euforica idiozia, di un entusiasmo apparentemente ingenuo da avanguardisti. Inevitabile, credo, ma malvisto da pensatori autentici del calibro della Ginzburg. Calvino, uomo di partito ma intellettuale di una lucidità senza paragoni, mise a segno quello che la stessa Ginzburg ha definito “un capolavoro e un miracolo”, le Fiabe italiane.
    E’ il caso anche di sottolineare che, diversamente dalla Ginzburg, Bruno Munari non è stato un letterato, un umanista, ma una figura poliedrica indissolubilmente legata alla téchne, maestro indiscusso e protagonista del moderno design. Quello che non sappiamo è quanto vi sia di einaudiano (di Giulio Einaudi) nell’accendere ed orchestrare i dissidi interni tra i collaboratori della Casa editrice.
    Una certa consapevolezza di cui oggi ci sentiamo forti, il nostro stesso bagaglio culturale, attraverso cui stimiamo il valore insostituibile della favolistica classica così come leggiamo con chiarezza la nostra appartenenza ai codici della contemporaneità hanno le loro radici in questo avvicendarsi di scontri e confronti tra i testimoni più autorevoli del passare del tempo.

  10. 10 Anna Castagnoli
    5 giugno, 2014 at 15:21

    Molto interessanti le vostre riflessioni. L’analisi di Chiara mi sembra lucida e corretta.
    Vorrei aggiungere qualcosa.
    Il discorso secondo me è questo: c’è un rapporto strettissimo tra idea che una società ha dell’infanzia e letteratura a questa dedicata (e viceversa, ovviamente).
    I testi (ma anche le immagini) destinate ai bambini hanno, epoca dopo epoca, seguito, confermato, rettificato, modificato, una certa idea di infanzia.
    Anche quando ci sono state delle rivoluzioni (quella degli anni 60-70 è stata abbastanza epocale), la nuova cultura (o pedagogia) che veniva a imporsi era ugualmente passibile di tutta la secolarità, arbitrarietà, che ogni cultura porta inevitabilmente con sé.
    Noi vediamo bene i passaggi e gli smottamenti delle epoche precedenti, ma, essendo cresciuti nella cultura dominante della nostra epoca, siamo ciechi (o miopi) alla cultura che ci muove pensieri, azioni, idee.
    Ad esempio, oggi è in voga l’idea che i bambini possano avere dei gusti loro, autonomi, non culturalmente influenzabili (per quanto riguarda i libri, la sessualità, la preferenza di un colore….). Che sia giusta o no, noi non vediamo l’impalcatura che sta dietro a questa idea e la sostiene: cioè, che esista una categoria sociale chiamata “infanzia”.
    L’infanzia è una categoria sociale recente nella storia dell’umanità. Non che prima non ci fossero i bambini, ovviamente, ma la categoria sociale “infanzia”, destinataria di una cultura specifica, con caratteristiche specifiche, data pochissimi secoli.
    La categoria sociale “infanzia” è nata con le esigenze di una società che da contadina si è evoluta in borghese: le manifestazioni dei bambini, la loro spontaneità espressiva, la loro mancanza di controllo e di educazione erano troppo somiglianti a quelle del popolo, ed erano quindi da correggere, eliminare, financo da ridicolizzare. La grande svolta c’è stata quando questo processo si è consolidato e si è potuto avere abbastanza distanza dal popolo da averne nostalgia. I Grimm, la grande epoca della rivalutazione delle fiabe popolari, coincide con questa fase nostalgica. (Questa tesi affascinante non è mia, ma di Richter, vedere nota qui sotto). Il bambino e la sua espressività non sono più, allora, da correggere, ma da invidiare. Di colpo si ribalta l’idea di infanzia. L’infanzia non è più uno sgradevole stato da eliminare con un’educazione rigida, ma uno “stato” simile a quello dei popoli primitivi. Innocente, puro, invidiabile da chi è costretto dalle esigenze della vita a diventare adulto.

    Con l’industrializzazione, il delinearsi della società di massa e dei consumi vengono poi, a ruota: la scolarizzazione obbligatoria, i primi libri illustrati distribuiti in formato economico su larga scala, i primi giocattoli in serie…
    E’ forse da questo passaggio storico che ereditiamo l’idea di un bambino capace di scegliere (e quindi di comparare?).

    A me sembra che la Ginzburg denunci questo, cioè che qualsiasi manifesto che ordina una produzione destinata all’infanzia, sotto qualsiasi etichetta, anche la più liberale, è per forza di cose viziato.
    La libertà creativa di cui sembra godere la produzione di oggetti e pensieri dedicati all’infanzia negli anni 70 non è libera per nulla.
    Sono d’accordo. Forse la sola cosa sulla quale la Ginzburg sbaglia è l’idea che una qualche libertà possa mai esserci stata. L’idea di un’epoca dove la creatività scorresse fluidamente e liberamente è erronea per la definizione stessa di cultura.
    I Grimm hanno scritto, nell’arco di una vita, 5 versioni delle loro fiabe, alterando gravemente le fonti originali della tradizione popolare; Calvino, ugualmente, per le sue Fiabe Italiane è stato accusato di avere tradito le fonti popolari per esigenze narrative (e di stile). A loro difesa si può dire che le stesse fiabe popolari, in millenni di tradizione orale, devono aver subito le stesse sorti.

    Non so se mi sono spiegata decentemente.
    Quello che voglio dire è che mi sembra geniale la chiosa della Ginzburg: “Auguriamoci pure che le nuove generazioni siano costituite di individui liberi. Però non ne sappiamo proprio nulla.”

    Non ne sappiamo proprio nulla!

    Nota: Imprescindibile su questo tema, da leggere obbligatoriamente: “Il bambino estraneo. La nascita dell’immagine dell’infanzia nel mondo borghese” Dieter Richter.
    Traccia tutta una storia dell’infanzia attraverso i libri ad essa destinati.
    Sono secoli che volevo recensirlo sul blog e non ci sono ancora riuscita perché non ho finito di elaborarlo dentro di me. E’ un libro che ha cambiato il mio modo di pensare. Mi sono resa conto dell’opacità ineludibile del nostro stesso pensiero.

  11. 11 Lisa Massei
    6 giugno, 2014 at 12:14

    Cara Anna e cari tutti, a me questo articolo mi è piaciuto molto. Personalmente mi ha colpito, appunto, la centratura sulla nostra idea di infanzia, come tu giustamente sottolinei. Ed è lì che ruota tutto. Lavorando con i bambini, in contesti culturalmente anche molto diversificati, mi sono sempre sorpresa di come siano facili all’omologazione. Non vedo quindi una grande capacità di libera scelta. L’omologazione, anzi, forse rispetto alla nostra generazione è assai più avanzata.

  12. 12 Roberta Favia
    6 giugno, 2014 at 14:35

    Cari tutti, innanzitutto grazie dello spunto, leggere la Ginzburg è sempre molto interessante e mi scuserete se mi permetto di dire la mia. Innanzitutto guarderei meglio la data: gli anni 70 in cui la Ginzburg scrive queste note non sono anni neutri, per lei e per la casa editrice, io contestualizzerei soprattutto perché da quegli anni ad oggi la concezione dell’infanzia e le modalità di relazione ad essa sono cambiate sostanzialmente, alcune cose che la Ginzburg scrive sono francamente belle ed in parte anche condivisibili a patto di saperle datare al suo contesto e non alla nostra epoca. Inoltre la Ginzburg quasi sempre reagisce per opposizione, è la sua bellezza e la sua grandezza di scrittrice innanzitutto nonchè di “einaudiana” doc, per così dire. Mi pare che qui mostri forse lo stesso cipiglio ostinato e contrario di quando nel 1946 ha rimandato al mittente “Se questo è un uomo” di Primo Levi dicendo che la gente era stanca di diari di guerra (il libro infatti ha avuto la sua prima edizione grazie alla Nuova Italia, se non ricordo male, e poi Einaudi se l’è ripreso quando si è reso conto del “granchio” preso nel rifiutarlo). Insomma maneggerei i contenuti di questo testo con le pinze del tempo e tenendo conto che negli stessi anni il citatissimo Calvino (le cui straordinarie Fiabe Italiane lungi dall’esser state pensate per bambini furono saggio sommo di ricerca linguistica e stilistica elaborato in un contesto molto molto intellettuale) sosteneva che la fantasia non si sviluppa dove ci sono bambini tutti colorati ma dove tutto è grigio e ordinato e i colori della fantasia nascono necessariamente per emergere dal grigio. Bello, politico e datatissimo, chi di noi manderebbe i propri figli in una scuola tutta completamente grigia con maestri iper noiosi? Mi piacerebbe sentire la controparte di Munari…che all’epoca mi pare per alcune cose guardasse molto più in là della Ginzburg.

  13. 13 Chiara
    6 giugno, 2014 at 15:44

    Grazie Anna. Hai aperto, come sempre, prospettive di lettura ampie e approfondite. Confesso che non tutti i passaggi mi sono ugualmente chiari. La definizione di “infanzia” come “categoria sociale”, per menzionare solo una tra le tematiche centrali del discorso, è una chiave di lettura che trovo di grande interesse e su cui mi piacerebbe saperne di più (Richter lo leggerò, sicuro).

    Dice la Ginzburg: “scrivere per i bambini oggi è difficilissimo… le ragioni per cui oggi scrivere per i bambini è così difficile, sono infinite, ma una certo è che è nata in noi l’idea che ai bambini tutto può far male…” Che connotazioni abbia, all’attualità, questa “categoria sociale” è, son d’accordo, sfuggente e non facile da dire. Mi sembra però che rispetto al passato recente di cui parliamo (fine anni ’60- anni ’70) ci sia una certa tendenza verso l’adultizzazione, la precocità generalizzata e pre-ordinata, e ciò anche attraverso una più o meno esplicita attribuzione ai bambini di facoltà di discernimento date per acquisite, tipiche dell’età adulta.

    @Roberta Favia: “mi piacerebbe sentire la controparte di Munari…”; anche a me, moltissimo.

  14. 14 Anna Castagnoli
    6 giugno, 2014 at 17:43

    Roberta: interessante punto di vista (anche se non farei di tutta un’erba un fascio mettendo dentro anche Levi).
    Non mi sembra che gli anni 70 fossero così neutri, soprattutto per quanto riguarda l’educazione e la letteratura per ragazzi.
    C’era un enorme cambio di registro nel modo di trattare l’infanzia e il manifesto sulla quarta di copertina di Tantibambini è eloquente (come anche il titolo della collana).

    Chiara: anche a me sembra sempre più precoce “l’adultizzazione” dei bambini (come, dall’altra parte, l’infantilizzazione degli adulti). I confini si assottigliano, c’è una negazione della differenza generazionale (lo si vede anche nel rispetto dei bambini o dei ragazzi verso gli adulti). Se si segue la tesi di Richter potrebbe non essere un male: la società integra l’infanzia come un corpus non distinto, quindi non estraneo, non altro.
    Io non ho giudizi, mi accodo alla Ginzburg. Non sappiamo cosa è meglio.
    C’è un bellissimo libro francese che si intitola:
    Enfants de tous les temps de tous les mondes“, tratta alcuni aspetti della cura e dell’educazione dei bambini in diverse epoche e in diverse parti del mondo di oggi. E’ pazzesco come non ci sia una norma.