La prima versione delle fiabe dei Grimm, a cura di J. Zipes: due versioni di Biancaneve a confronto

21 gennaio, 2013

Fabian Negrin, Bianceneve, da Principessa pel di topo e altre 42 storie da scoprire, Donzelli 2012

La raccolta di fiabe Principessa Pel di topo, da poco pubblicata da Donzelli, raccoglie le 42 fiabe della primissima edizione dei fratelli Grimm, pubblicata nel 1812 e presto dimenticata dal pubblico a vantaggio delle edizioni successive. La raccolta è curata dal germanista americano Jack Zipes, uno dei massimi esperti viventi sulle fiabe.


E’ stupefacente, conoscendo la versione più edulcorata delle fiabe, scoprire quanto di magnifico, illogico, perverso, pulsava nelle vene delle fiabe popolari prima che venissero “sterilizzate”.
In questo post mi sono divertita a comparare la prima versione di Biancaneve, contenuta in questa raccolta curata da Zipes, e quella riscritta dai Grimm nel 1857, contenuta nell’edizione Mondadori “Grimm. Fiabe”.


Kinder und Hausmarchen, Frontespizio dell’edizione del 1819, illustrato da Ludwig Emil Grimm, L. Haas

PREMESSA

 Principessa Pel di Topo e altre 41 fiabe, illustrato superbamente da Fabian Negrin, prima di essere una raccolta di fiabe, è un documento storico eccezionale. Le 42 fiabe sono infatti quelle della versione dei Grimm pubblicata a Berlino da Georg Andress Reimer nel 1812, sconosciute al pubblico moderno. Le fiabe che tutti noi conosciamo, invece, sono quelle della settima edizione, pubblicata nel 1857, dopo decenni di limature e modifiche operate dai Grimm per accontentare critica e pubblico. Le prime versioni erano state accusate di essere troppo crude, violente, non raffinate da un punto di vista letterario e non adatte ai bambini. Eppure, erano proprio quelle prime stesure che riportavano con più autenticità le fiabe della tradizione orale!

Vi avevo già raccontato nel post Le fiabe sono un genere per bambini? E chi sono i bambini?, di come le fiabe non siano nate come “genere per bambini”. E’ solo con il consolidamento della classe borghese e dell’infanzia come categoria sociale vera e propria, che le fiabe vengono modificate per adattarsi – non tanto ai bambini, quanto all’idea che avevano gli adulti dei bambini e della loro educazione.


Frontespizio dell’edizione bolognese del Pentamerone di Giambattista Basile, 1742

L’ottocento tedesco ospitava le prime discussioni intorno a quale forma di letteratura fosse più adatta ai bambini. Nell’introduzione di Jack Zipes a Principessa Pel di topo (imperdibile: Zipes raccontata tutta la storia della famiglia Grimm), viene riportato l’estratto di una lettera di Jacob Grimm davvero interessante:

«La differenza tra le fiabe per bambini e quelle del focolare e il rimprovero che ci viene mosso di avere utilizzato questa combinazione nel nostro titolo è più una questione di lana caprina che di sostanza. Altrimenti bisognerebbe letteralmente allontanare i bambini dal focolare dove sono sempre stati e confinarli in una stanza. Le fiabe per bambini sono mai state concepite e inventate per bambini? Io non lo credo affatto e non sottoscrivo il principio generale che si debba creare qualcosa di specifico appositamente per loro. Ciò che fa parte delle cognizioni e dei precetti tradizionali da tutti condivisi viene accettato da grandi e piccoli, e quello che i bambini non afferrano e che scivola via dalla loro mente, lo capiranno in seguito quando saranno pronti ad apprenderlo. È così che avviene con ogni vero insegnamento che innesca e illumina tutto ciò che era già presente e noto, a differenza degli insegnamenti che richiedono l’apporto della legna e al contempo della fiamma».

Curioso come questa questione sollevata da Jacob nel gennaio 1813 sia ancora attuale ai nostri giorni, e che invece di spaccare il capello in due per decidere quali libri siano adatti ai bambini e quali no, non sia stato fatto ancora nulla (o poco) per riflettere su quale sia l’immagine di infanzia implicita dietro la questione annosa.

Immagine tratta da una traduzione islandese delle fiabe dei Grimm, 1852

COMPARAZIONE DI BIANCANEVE NELLA PRIMA VERSIONE DEI GRIMM del 1812, IN “PRINCIPESSA PEL DI TOPO”, Donzelli, E NELL’ULTIMA VERSIONE DEI GRIMM del 1857, IN “FIABE”, Mondadori.

In generale, lo stile della prima versione di Biancaneve, rispetto a quello della settima, è molto più diretto, meno ricamato, meno poetico, e vengono saltati molti passaggi logici che invece si ritrovano nell’ultima versione. Italo Calvino avrebbe adorato la prima versione per efficacia e forza di sintesi narrativa: il ritmo è veloce, scarno, essenziale.
Ecco come cambiano alcuni cardini narrativi della fiaba:

Prima versione, 1812: Dopo essersi punta un dito e aver visto una goccia di sangue cadere sulla neve, una regina sogna di avere una bambina bianca come la neve, nera come l’ebano, rossa come il sangue; quando le nasce una figlia, la chiama Biancaneve.
Ultima versione, 1857: …la regina sogna di avere un bambino bianco come la neve, nero come l’ebano, rosso come il sangue; quando le nasce una figlia, la chiama Biancaneve.

Cambi effettuati: La madre sogna di avere un figlio maschio, non femmina.

Fabian Negrin, Bianceneve, da Principessa Pel di topo, Donzelli 2012

LA MADRE DIVENTA UNA MATRIGNA
Prima versione, 1812:
  La regina è vanitosa, quando Biancaneve compie sette anni, diventa gelosa della sua bellezza e chiede a un cacciatore di ucciderla e di portarle polmone e fegato della bambina, che li vuole cucinare con sale e pepe.
Ultima versione, 1857:  La regina muore alla nascita della bambina. Il Re sceglie un’altra sposa, ma la nuova matrigna è vanitosa e cattiva. Quando Biancaneve compie sette anni, diventa gelosa della sua bellezza e chiede a un cacciatore di ucciderla e di portarle polmone e fegato, a prova della sua morte.

Cambi effettuati: Non è la madre a diventare invidiosa ma la matrigna: questa sostituzione della madre con una matrigna cattiva avverrà in tutte le fiabe dei Grimm dove compaiono invidia della madre e istinti infanticidi.
E’ censurato il desiderio cannibale di divorare la figlia: polmone e fegato diventano, nella settima versione, una semplice prova della morte. Nella settima edizione, la matrigna finisce comunque per cucinare e mangiare polmone e fegato di un cucciolo di animale credendoli della figlia, conditi di sale e pepe.


Angela Barrett, Blanche-Neige, Kaleidoscope, 1991

UN DESIDERIO NECROFILO VIENE CENSURATO

Prima versione, 1812: …la regina madre riesce a far mangiare la mela avvelenata a Biancaneve e ucciderla.
I sette nani provano a rianimarla ma niente, è morta. Vedendo che anche da morta Biancaneve continua ad essere florida e bella, decidono di metterla in una bara di vetro e tenerla in casa. «Così Biancaneve restò molto, molto a lungo nella bara senza deperire». Un principe chiede ospitalità ai nani, vede la bara, leggendo l’iscrizione d’argento sulla bara scopre che la bambina è figlia di re, se ne innamora. Vuole comparare la bara, i nani non la vendono, la chiede allora in dono e i nani gliela cedono. Porta la bara al castello e la tiene nella sua stanza per contemplare ogni giorno Biancaneve. Quando non può guardarla perché deve uscire di casa, viene colto da umore nero. I servitori, stufi di trasportare la bara su e giù per il palazzo, aprono la bara, scuotono Biancaneve arrabbiati, dicendole che per causa sua sono costretti a portare il peso della bara a destra e manca. Scuotendola, le fanno uscire il boccone di mela dalla gola, e Biancaneve ritorna in vita. Si organizzano le nozze, la madre viene invitata. Vengono date delle scarpe roventi alla madre, la quale balla fino a morire.

Ultima versione, 1857: …la matrigna riesce a far mangiare la mela avvelenata a Biancaneve e ucciderla.. I sette nani non trovano modo di rianimarla, allora le slacciano il corpetto, la lavano con acqua e vino, le pettinano i capelli e la mettono in una bara. La piangono tre giorni, poi decidono di seppellirla. Vedendo che anche da morta continua ad essere florida e bella, non hanno il coraggio di interrarla nella terra scura. Sostituiscono allora la bara con una bara di vetro, scrivono sulla bara nome e origine della bambina a lettere d’oro, e lasciano la bara di vetro sul monte, all’aperto. A turno un nano le fa da guardia per non lasciarla sola. Anche gli animali vengono a contemplarla. Passa di lì un principe, vede dall’iscrizione che è figlia di Re, si innamora della bambina. Vuole comparare la bara, i nani non la vendono, la chiede allora in dono e i nani gliela cedono. Nel tragitto verso il castello i servitori lasciano cadere la bara. Biancaneve si rianima, il principe le dichiara il suo amore e si organizzano le nozze. La matrigna viene invitata. Vengono date delle scarpe roventi alla matrigna, la quale balla fino a morire.

Cambi effettuati: Nell’ultima versione viene censurato il desiderio necrofilo. Molto più dettagliati i riti di sepoltura (lavaggio del corpo, vestizione) e limitato il tempo concesso alla veglia del cadavere: tre giorni contro molto, molto tempo. Il cadavere della bambina non viene più tenuto in casa, ma viene portato all’aperto, il principe non fa in tempo a portare la bara a castello perché i servi la fanno cadere prima; non si fa cenno al desiderio di contemplare la bambina morta. L’iscrizione del nome sulla bara nella prima versione è d’argento, nella settima, d’oro.

Ecco, questi sono i cambi principali apportati alla trama nell’ultima versione della fiaba. E’ necessario che vi dica quale delle due versioni è la mia preferita? E comunque vorrei farvi notare che in entrambe le versioni la principessa di cui si innamora il principe, e che sposa, ha 7 anni!
Va bene che 7 è un numero simbolico nelle fiabe, ma diciamo che… come dire, siamo ancora lontani dalla versione di Disney del 1937, ottant’anni dopo.

Forse vi possono interessare i miei articoli:
Le fiabe sono un genere per bambini? E chi sono i bambini?

E sulla morte come simbolo di rigenerazione:
Seguendo le briciole nel bosco. Storia di una fiaba.
La vera morte di Cock Robin, la simbologia del pettirosso
The babes in the wood, cronaca di una leggenda

Per Donzelli è da poco uscito La fiaba irresistibile, storia culturale e sociale di un genere, sempre di Jack Zipes. Con copertina di Kiki Smith! Irresistibile, tanto che l’ho già ordinato. Ve ne parlerò presto.

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23 Risposte per “La prima versione delle fiabe dei Grimm, a cura di J. Zipes: due versioni di Biancaneve a confronto”

  1. 1 AlmaCattleya
    21 gennaio, 2013 at 8:25

    io adoro le fiabe tanto da dedicare spesso dei post nel mio blog. Il libro della Principessa Pel di topo lo si trova in libreria?

  2. 2 elillisa
    21 gennaio, 2013 at 11:56

    @AlmaC: sì si trova in libreria. Io l’ho comperato prima di Natale (in una libreria indipendente e fornita, sempre per rimanere in tema dei giorni scorsi ;)

  3. 3 AlmaCattleya
    21 gennaio, 2013 at 14:19

    @ elillisa:
    Ho chiamato subito una libreria indipendente e l’ho trovato subito. oggi andrò a prenderlo e quando avrò finito credo che realizzerò un post ovviamente mettendo prima il link a questo post.
    grazie mille per il libro segnalato, Anna

    P.S.: c’è un manga Ludwig di Kaori Yuki che reinterpreta le fiabe dei Grimm inserendo Ludwig che è un principe alla ricerca di principesse e la prima è Biancaneve. Il bello è che alcune cose appartengono ai Grimm come il finale macabro delle calzature roventi.

    ecco il link del post: http://almacattleya.blogspot.it/2012/07/biancaneve-di-kaori-yuki-manga.html

  4. 4 Anna B.
    21 gennaio, 2013 at 16:22

    Chissà cosa succederebbe se i genitori di oggi iniziassero a leggere le favole originali. Se sarebbe tanto scioccante (vista l’abitudine alle versioni Disney) e se lo sarebbe più per i figli o per i genitori…
    Quando ho scoperto che le versioni originali delle fiabe classiche sono molto più “forti” di come le conoscevo ne sono rimasta stupefatta: perchè modificarle? Non potevano rimanere originali e convivere con altre, scritte per altre sensibilità, invece di essere decapitate?
    Ricordo che da piccola, quando mi capitava di trovare una “vena horror”, in un racconto o filastrocca, ne rimanevo affascinata. Storie scoperte magari scollando quelle pagine che mia mamma aveva sigillato visto che anni prima, la mia sorella maggiore, ne era rimasta scioccata…
    Tante sensibilità, tante possibilità!

  5. 5 Anna Castagnoli
    21 gennaio, 2013 at 17:22

    Sono d’accordo.
    Se da una parte è normale che le favole seguano l’evolversi di una cultura o di una società, dall’altra trovo che la direzione che ha preso la nostra cultura sia veramente troppo asettica, disinfettata, logica.
    Non c’è più spazio, sembra, per un inconscio disordinato, misterioso, perverso, abissale. Notte e giorno sono ben ripartiti. Sogno e veglia non si devono mischiare.

    Una delle mie illustrazioni preferita, da bambina, era tratta da un libro sulle leggende dei monti pallidi. Una ragazza stava riversa su una roccia, morta, in mezzo a un fiume vorticoso. Un elfo o nano la guardava dalla riva. Mi inquietava e affascinava, e tornavo sempre a guardarla. Era un brandello di sogno in pieno giorno. Scintillava.

  6. 6 Lorenzo M
    21 gennaio, 2013 at 18:55

    eh, lo sanno anche i bambini che si è grandi quando si “attravera” da soli, qualsiasi cosa ci sia da attraversare e incontrare

  7. 7 melchisedec
    21 gennaio, 2013 at 19:54

    Lo sguardo della matrigna nella prima immagine è perturbante: la matrigna non si specchia, ma volge gli occhi in direzione della bambina; quasi incapace di vedere se stessa, si specchia nella bellezza della piccola.

    Grazie per le varianti dell’intreccio fiabesco.

  8. 8 monicavannucchi
    21 gennaio, 2013 at 22:56

    Mmh, qui la faccenda comincia a diventare complicata perché letto un tuo post mi viene subito una voglia tremenda di avere il libro e correre a ordinarlo… inoltre, questo ultimo articolo in particolare ha scatenato (nel senso letterale di togliere le catene che li tenevano imbrigliati da qualche parte nella mia testa) ricordi di bambina confusa e impaurita dal racconto di Biancaneve; e doveva essere la versione originale, in un libro illustrato che mi metteva i brividi. Che dire ancora? come sempre merci anna. m.

  9. 9 elillisa
    21 gennaio, 2013 at 23:04

    Scusate, scrivo un’altra cosa:

    @AnnaB… mi hai fatto ricordare una cosa (una sensazione) di quando avevo 6-7 che avevo completamente dimenticata.
    Al tempo avevo due libroni con le favole dei fratelli Grimm, regalati dalle zie (quindi, con finali edulcorati, illustrazioni stucchevoli ed epurazione da particolari macabri). Un giorno trovai in biblioteca un volumetto con le versioni originali delle favole. Li lessi quasi tutti e mi ricordo che mi sentii, come dire?, … tradita: mi chiesi perchè mai mi avessero raccontato fino ad allora cose non vere e storie “delicate”, perchè non avessero avuto il coraggio di dirmi come erano andate veramente le cose (a me, poi, che rubavo i volumi di medicina a mio padre per vedermi le foto di malformazioni e arti purulenti). Al tempo non sapevo quale delle due fosse la versione originale, ma fin da subito mi sembrò di sapere che sicuramente Biancaneve non si era svegliata per un bacio del principe e che le sorellastre di Cenerentola le dita dei piedi se le erano veramente tagliate pur di entrare nella scarpetta.

    Grazie per questa madeleine!

    PS: da quando ho saputo che Anna riesce ad avere un piccolo ritorno con i link su amazon (e che lo usa per sostenere le spese del dominio di questo sito ;) che per me è come una seconda casa) ho deciso che farò a metà gli acquisti. Metà qui e metà nelle librerie indipendenti di fiducia! :)

  10. 10 Anna Castagnoli
    21 gennaio, 2013 at 23:27

    Elillisa grazie per contribuire alle spese di affitto del locale LFdL! :)

    Sapete che non mi ricordo di aver avuto nessun libro dei Grimm da piccola? Possibile?
    Ce le raccontavano a voce. Di Biancaneve ricordo con precisione l’effetto che mi faceva l’idea (l’immagine nella mia testa) della goccia di sangue sulla neve e il pensiero che dal rapporto di quel rosso con il bianco potesse nascere una bambina.

  11. 11 miguel
    22 gennaio, 2013 at 9:52

    Bellissimo post! l’ho letto ieri sul kindle, (ultimamente non riesco a leggere tanto sullo schermo)
    Quello che mi affascina di piu’ è la modernità dei dibattiti allora. È evidente che attraverso gli anni quell dibattito si é fermato e adesso ci sembra attuale.

  12. 12 Anna B.
    22 gennaio, 2013 at 11:14

    @ elillisa: esatto, la sensazione è di avere fino a quel momento letto un sacco di non verità!
    Mi viene in mente ora un’altra cosa: avevo trovato, da piccola, una versione di Biancaneve scritta e illustrata in modo diverso da quella che conoscevo. Ero praticamente certa che la nuova scoperta fosse un falso: la storia non mi convinceva e poi qualche dettaglio delle illustrazioni non corrispondeva al testo (mica sono cretini i bambini). Ma a quel punto si era insinuato il dubbio: quante versioni ci sono? Quali sono quelle “VERE”? E anche sui disegni: quale rappresentazione di Biancaneve era quella più “GIUSTA”? …forse a quel punto ha iniziato a girarmi per la testa che le favole potevo ridisegnarle anche io!
    P.S. Chi, da piccolo, non ha curiosato almeno un libro di medicina con illustrazioni/fotografie schifose? Eh eh eh, fascino macabro!

    @ Anna Castagnoli: io invece ho pochi ricordi del “raccontato” senza il supporto di un libro! A parte una storia tutta inventata da mamma. E Pollicino, raccontata da nonna e da una vicina di casa… Ah già, anche in questo caso due versioni! Purtroppo non ricordo in cosa differivano ma non mi annoiavo a sentire la stessa favola raccontata da due persone. Anzi, forse risentirla in continuazione era un modo per giocare a capire quale potesse essere la versione “VERA”! Però in questo caso non mi arrabbiavo, perchè erano racconti basati sulla memoria e quindi non pensavo che una delle due mentisse ma solo che, col passare degli anni, ricordasse male… Ma sui libri no, lì esigevo che ci fosse la versione originale!

  13. 13 Anna Castagnoli
    22 gennaio, 2013 at 11:19

    AnnaB:
    che divertente questa tua ricerca della fiaba VERA!

    “P.S. Chi, da piccolo, non ha curiosato almeno un libro di medicina con illustrazioni/fotografie schifose? Eh eh eh, fascino macabro!”

    Nessuno! Il mio era un libro di educazione domestica con le malattie esantematiche dei bambini. C’era un bambino paffuto e rubicondo tutto coperto di croste di varicella, bleah, mi piaceva molto.

  14. 14 Ila
    22 gennaio, 2013 at 12:04

    Bellissimi post!
    Libri già i nordine anche per me ;)

    Ila

  15. 15 laura
    22 gennaio, 2013 at 15:20

    Articolo molto interessante come sempre! “La principessa pel di topo” è sicuramente da leggere, peccato per la grafica che lascia molto a desiderare, a parte l’illustrazione molto bella il testo mi sembra ingombrante e il carattere inappropriato, per non parlare del filetto arancione che taglia l’immagine. Peccato perchè il mondo della grafica e quello dell’illustrazione dovrebbero camminare di pari passo.

  16. 16 ag
    23 gennaio, 2013 at 15:03

    ciao anna, mi sono permessa di includere un link a questo tuo articolo nel ultimo post sul mio blog, sfortunatamente questa volta ho scritto tutto nella mia lingua, ma credo che la tua é una voce molto importante nella questione di cui ho parlato. cari saluti :) ag

  17. 17 Anna Castagnoli
    23 gennaio, 2013 at 15:08

    Per Ag: hai fatto benissimo!
    Per Laura: concordo sulla grafica del libro. Le lettere grandi dentro, ancora ancora, se sono rivolte a un pubblico di bambini… Ma la copertina secondo il mio gusto è davvero pesantuccia. Sia per la scelta del carattere simil greco che per il rapporto tra arancione e blu. Il viso di Pel di Topo di Negrin è così bello, forse su fondo chiaro o bianco sarebbe stato meglio?
    Ma non sono grafica.
    Comunque so che la collana necessita di una linea grafica uniforme e che alcune scelte sono state fatte per ragioni di riconoscibilità della collana.

  18. 18 semola
    23 gennaio, 2013 at 15:41

    Ma la copertina non è progettata dall’illustratore stesso?Il quale dovrebbe già tenere conto della grafica che rende riconoscibile la collana.O no? Scusate, pura curiosità.
    Quello che volevo dire era altro.
    Bellissimo il post, che mi apre un mondo sconosciuto. Pur avendo sentito vagamente che la vera storia di biancaneve era un’altra, molto più cruenta e crudele, la mia conoscenza della cosa era ferma più o meno a Walt-Disney. Però, è vero che da piccola, ascoltando mia nonna che raccontava storie orride nelle quali spesso comparivano particolari macabri ( giurando di essere stata presente e di averli visti con i propri occhi ) più che spaventata ne ero profondamente affascinata e tutt’ora ricordo immagini prodotte dalla mia fantasia, ascoltando quelle storie, che non potrei definire adatte a bambini. Eppure ero proprio una bambina , e anche piccola.
    Ricordo anche una fiaba che mi raccontava spesso ( ma sono passati talmente tanti anni che ho in mente solo qualche flash ), parlava di una principessa che tutte le notti usciva dalla sua camera per andare non si sa dove. Chi cercava di scoprirlo veniva trovato morto lungo le rive del fiume e, la mattina, le scarpine di seta della principessa, avevano le suole tutte rovinate. Un giovane e furbo pretendente, una notte riesce a seguirla e attraverso percorsi misteriosi entra nelle viscere della terra dove incontra la mamma del diavolo ( non è fantastico che il diavolo abbia una mamma? ) che decide di aiutarlo e gli dona un unguento magico da spalmare sotto le scarpe.Ciò gli permette di attraversare un ponte fatto di spine e arrivare così all’accampamento del diavolo in persona ( tale e quale un accampamento di zingari del secolo scorso ) dove la principessa balla tutta la notte fino a sfinirsi. Da qui in poi non ricordo più niente. A qualcuno ricorda qualcosa ? Qualcuno la conosce? Ricordo che la ascoltavo trepidante e affascinata. Scusate la lunghezza.

  19. 19 Anna Castagnoli
    23 gennaio, 2013 at 16:32

    E’ fantastico che il diavolo abbia una mamma!
    Sarà stata una buona mamma? Vi immaginate i dialoghi? -Diavolo di un figlio, ma perché hai bruciato solo le code e non le teste?- Ma mamma, mi fa impressione! – Non fare lo schizzinoso!…

    Semola non conosco la tua affascinante fiaba.
    Invece a qualcuno cantavano le ninna nanne tragiche?
    Io ne ricordo due:
    In una, una ragazza usciva con dei corteggiatori (… me ne andavo una mattina ‘compagnata dai miei amator/ se ne accorsero i miei genitor /monachella mi fecero far…), allora le tagliavano i capelli per punizione (…al vederli si biondi e si belli, giovanotti piangete con me…) e la rinchiudevano in un convento (…se io fossi una formica per quel buco vudria scappar…).
    L’altra era la storia di una dama ricca e sola che si sveglia in piena notte per un rumore, trova un ladro:
    …”nella lotta nel cipiglio gli strappò un gingillo al col / diede un grido: tu! Mio figlio! Pianse e poi lo strinse al cor/)… al che il ladro le risponde: “mamma, mammina sei senza pietà, non si abbandonano i figli in tenera età…”. E finiva.
    Mi prendevano le budella, per dirla con finezza. Non mi stancavo mai di cercare di capirle. Fascinazione pura.

  20. 20 Nicky
    23 gennaio, 2013 at 17:03

    @Semola nemmeno a me viene in mente che storia sia.. ma mi hai ricordato una fiaba che mi terrorizzava alquanto.. “I tre capelli d’oro del diavolo”..sentir raccontare di questa nonna che teneva in braccio il diavolo mentre dormiva mi ha sempre impressionato.. o credo che mi impressionasse l’idea che si potesse arrivare così vicino al diavolo.

    @Annaaaa quella ninna nanna della monachella me la cantava sempre mia nonna!!! Che ricordi!! :D

  21. 21 angela
    23 gennaio, 2013 at 17:38

    Bellissimo post, davvero! :)
    La materia in fatto di fiabe, favole e racconti è talmente affascinante e ampia che non può che far scaturire interessanti dibattiti come questo.
    Personalmente, non riesco a demonizzare una cosa piuttosto che un’altra. E’ vero che da un certo punto in poi, il racconto si è alleggerito di alcuni aspetti considerati, forse un po’ avventatamente, inappropriati per i più piccoli dando vita ad una serie di storie progressivamente sempre più stucchevoli, ma penso che nel tempo anche quello che all’inizio è stato un processo di “pulitura”, abbia acquisito una propria dignità, diventando a sua volta un altro genere di racconto quasi autonomo. Personalmente, non ho vissuto la scoperta , a suo tempo, delle fiabe originarie come un trauma, ma piuttosto è stato il momento in cui si è scatenata una curiosità irrefrenabile di scoperta. E’ stato come scoprire una nuova terra senza andare troppo lontano. Il fatto che fosse stata sempre lì lo rendeva ancora più entusiasmante. Nella mia testa entrambi ( se solo di due vogliamo parlare) i modi di presentare le storie ha la sua valenza e funzione. :)
    Anzi penso che proprio perchè la verità più diffusa sia quella delle fiabe alla disney, la voglia di scoprire la verità originaria diventava più forte e rende ancora oggi il processo più interessante…proprio tramite strumenti come quello della comparazione che ha utilizzato Anna :)! Un’ultima cosa e poi concludo questo papiro :P : azzardo una riflessione, forse adesso siamo passati ad un’altra era del racconto per l’infanzia. Un tipo di storia, sdoganato forse dai film alla “shrek”? dove si recuperano uno spettro di emozioni meno “per bene”, dove i personaggi sono un po’ più complessi e sfumati. I buoni hanno anche dei difetti e non sono personaggi-santi. Almeno penso…

  22. 22 Anna Castagnoli
    24 gennaio, 2013 at 22:42

    Angela, grazie: ti rispondo nel week end, questa conversazione merita attenzione e ora sono di corsa…

  23. 23 Francesca ferri
    10 febbraio, 2013 at 20:57

    Da bambina mi regalarono le fiabe classiche emiliano romagnole, senza illustrazioni divise in due volumi tascabili. Erano terrificanti: sorelle cattive che si facevano piallare dal falegname seguendo i consigli della sorella bella e buona, per diventare belle come lei… Diavoli e pentole, padri cattivissimi. Mi facevano ridere! BIsogna che lo ritrovi.