Intervista ad Alessandro Gottardo, in arte Shout

18 aprile, 2012

PRIMA DI TANTE VOLTE
PRIMA DI TANTI VOLTI
PRIMA CHE FACCIA TARDI
PRIMA CHE TU MI ASCOLTI
PRIMA DEI PRMI SARDI
E DEI BABILONESI…
PRIMA! SI’, PRIMA-PRIMA.
DI ANNI, GIORNI E MESI…
DI SEMINE E RACCOLTE…
PRIMA DI TUTTO! INTANTO
- QUESTO LO CREDO IO -
PRIMA C’ERA SOLTANTO…
C’ERA IL CUORE DI DIO.
(Alessandra Berardi, C’era una voce)

INTERVISTA AD ALESSANDRO GOTTARDO su C’ERA UNA VOCE di ALESSANDRA BERARDI
di Anna Castagnoli

Alessandro Gottardo (o Shout?), sei uno dei più quotati e famosi illustratori italiani per la stampa, lavori per le più grosse testate giornalistiche americane, e sei giovanissimo. Ci racconti in poche righe come sei arrivato a questo mestiere e perché hai scelto l’illustrazione e non un’altra forma di espressione artistica?

Alessandro va più che bene. Ti ringrazio del giovanissimo ma a giorni compio 35 anni, dici lo sono ancora?
Dunque, mi sono diplomato allo IED a 23 anni, nel 2000. Dal 2000 al 2001 mi sono creato un portfolio di immagini realizzate in digitale (photoshop e painter) che potessero soddisfare clienti quali magazine, copertine di libri, etc.
Ho scelto di lavorare in digitale per problematiche pratiche legate alle dinamiche lavorative, ad esempio cambiare un intero fondo da un momento all’altro: il digitale mi premette di farlo con un click, con le tecniche tradizionali è più complicato.
Dal 2001 al 2002 ho cominciato a mostrare in giro i miei lavori semplicemente chiamando al telefono vari art director, da quelli del Corriere della sera a Specchio della stampa, da Panorama a Tv sorrisi e canzoni e altri, la riposta è sempre stata positiva, nel senso che ho sempre ottenuto una commissione dopo un breve colloquio con ognuno di loro.
Il problema era la continuità nelle collaborazioni e i ritardi nei pagamenti.
Dopo un paio di anni scarsi di questa solfa mi trovai un agente in Canada che mi rappresentasse all’estero. Così ho cominciato ad affacciarmi al mercato oltre oceano scoprendo che le commesse erano pagate molto meglio, molto puntualmente, e che il mestiere stesso, quello dell’illustratore, era conosciuto e rispettato al massimo. Insomma, una sorta di paradiso dal mio punto di vista.
Per cui dal 2003 ho concentrato tutte le mie attenzioni sul mercato estero e sui clienti esteri.
Le collaborazione italiane che porto avanti oggi sono solo con clienti che conoscono e rispettano il mio mestiere e il mio lavoro da tempo. Poche ma buone, come si suol dire.

Illustrazione di Alessandro Gottardo

Nel 2005 poi è nato lo pseudonimo Shout, pseudonimo che celava una variante stilistica che avesse nell’idea la cosa più importante. Per cui un linguaggio, figlio – ci tengo a dirlo – di molte sperimentazioni stilistiche che ancora oggi si possono vedere al sito ice9studio.com (lo tengo ancora aperto a memoria di quel periodo) in cui far risaltare l’idea attraverso lo stile e non il contrario. Il minimalismo, gli spazi, i pochi dettagli sono stati una conseguenza logica di questa scelta.
Quella che era una mia esigenza creativa e professionale si è poi rivelata una scelta azzeccata anche in termini strettamente economici in quanto ancora oggi l’illustrazione concettuale è molto richiesta, per cui lasciai il mio agente canadese, che mi rappresentava con lo stile precedente, e continuai autonomamente con lo pseudonimo di Shout. Oggi ho un agenzia solo per il mercato britannico che si chiama Dutch Uncle, per il resto sono autonomo.
Riguardo l’espressione artistica non saprei, non mi sono mai ritenuto un artista, non riesco a considerare ciò che faccio su commissione una forma d’arte o un’espressione del mio sentire, in quanto i limiti della commessa, e le tematiche che mi trovo ad affrontare non le scelgo io ma sono dettati dal cliente. E’ un lavoro senz’altro creativo ma pur sempre un lavoro.
Certo mi fa piacere esporre le mie illustrazioni nelle gallerie ma non per questo le considero delle opere d’arte, forse in alcune immagini si intuisce un mio personale modo di vedere le cose ma credo che l’”arte” sia un’altra cosa. La frase di Gipi “gli unici artisti che conosco sono tutti morti” la condivido e la trovo molto più vera di quanto non sembri, è la storia che decide cosa è arte e cosa non lo è.
Detto questo, il linguaggio visivo è quello che prediligo e quando faccio lavori personali è sempre il disegno che utilizzo anche per motivi puramente tecnici, in quanto è lo strumento che so usare meglio.

C’era una voce è il tuo primo album illustrato. Nella tua interessantissima Guida galattica per giovani illustratori, descrivi come un illustratore dovrebbe interpretare, secondo te, un articolo di giornale o un concetto. Assonanze, campi semantici, analogie… Hai seguito gli stessi principi per illustrare il tuo primo testo per album?

No, in effetti quei consigli erano per chi fa illustrazione concettuale e lavori a tematiche di tipo “giornalistico”, per questo progetto ho seguito molto i consigli di Giovanna Zoboli. Mi sono stati molto utili in un momento in cui pensavo non ce l’avrei fatta. Rappresentare Dio era diventato un ostacolo che sembrava insormontabile, è stata lei a suggerirmi di rappresentarlo semplicemente nelle cose che ha creato. L’illustrazione che faccio, in genere, si divide in 3 micro gruppi, quella surreale, quella metafisica (passatemi la definizione), quella più concettuale e grafica.

Alessandro Gottardo, esempio di immagine che lui definisce surreale
Alessandro Gottardo, esempio di immagine che lui definisce “metafisica”

Alessandro Gottardo, esempio di immagine che lui definisce “grafica”

In genere scelgo una di queste tre vie per risolvere il progetto visivamente, quello surreale e quello concettuale lo uso molto per i giornali e per la pubblicità, quello metafisico più per le copertine dei libri. Per questo progetto ho scelto l’approccio metafisico, mi limito a suggerire situazioni dove i vuoti nell’immagine sono domande le cui risposte vengono date dal lettore stesso.

Hai sentito una sostanziale differenza nel tuo modo di pensare le immagini per il fatto che il formato era una sequenza di 13 doppie pagine? Hai lavorato su uno storyboard? Ti è piaciuta l’esperienza di questa “corsa di fondo” che è illustrare un intero libro o preferisci l’immediatezza di un’illustrazione per stampa?

E’ stata tosta…
A dire il vero non amo il formato orizzontale, ma in questo caso il testo di Alessandra Berardi non lasciava altra scelta, per dare il giusto risalto alle sue parole servivano stanze vuote cui eco rimbombasse, questo è quello che ho provato a fare.
Ho ri-disegnato tre volte le tavole del libro prima di giungere a quelle giuste. Sì, ho fatto una specie di story board, poi, però, dato che la scelta è caduta su paesaggi più che immagini legate realmente una all’altra, è venuta meno l’esigenza di una sequenza temporale e mi sono concentrato su una strofa per volta.
L’esperienza è stata molto più faticosa di quanto pensassi, per cui più bella di quanto credessi.

C’era una voce, Alessandro Gottardo e Alessandra Berardi, Topipittori 2012

Veniamo al rapporto testo-immagine. Il testo è una splendida poesia in rima che narra la creazione dell’universo. Dio crea il mondo perché si sente solo. E’ un Dio molto umano, a cui piace giocare, lanciare pianeti come biglie, impastare con la creta: suda, si stanca, si scoraggia, non si arrende fino a che non ha inventato l’uomo, e con l’uomo: la voce, la rima, la poesia.
Perché hai accettato questo testo? (so che ne avevi rifiutati altri).

Sembrava perfetto, è un testo estremamente evocativo, apre le finestre della fantasia, ho creduto fosse il battesimo perfetto.
Poi, come ho detto all’inizio, c’è stato un momento in cui ho pensato di mollare, che l’illustrazione per l’infanzia mi fosse definitivamente preclusa, poi la sensibilità e l’esperienza di Giovanna mi hanno aiutato. Ricordo che la prima volta che provammo a fare un libro insieme fu nel 2003, subito dopo aver esposto alla Mostra degli illustratori della fiera del libro di Bologna, penso lei sia stata un art director perfetto anche perché mi conosce da parecchi anni, conosce la mia evoluzione presente e passata.
La strada che mi ha indicato era l’unica possibile e io l’ho percorsa, da un cero punto in poi, con facilità.

C’era una voce, Alessandro Gottardo e Alessandra Berardi, Topipittori 2012

L’armonia tra il testo di Alessandra e le tue tavole è molto bella. C’è una tensione che si sprigiona dai tuoi disegni data da una sapiente economia di gesti e figure. Non c’è nulla di più dell’essenziale, proprio come doveva essere all’origine del tempo. Lenti millenni perché ogni cosa si formasse, trovasse il suo posto. Come si arriva a saper dire tutto con così poco? Non hai mai la tentazione di aggiungere dei dettagli?

Guido Scarabottolo la chiama “pigrizia” (Ndr: leggi il suo Elogio della pigrizia), penso sia lo stesso per me, in senso creativo, si intende. Non amo il chiasso, non amo la folla, non amo il troppo, evito le code, amo il design danese degli anni 40, 50, 60, amo la musica suonata più di quella cantata, amo gli specchi d’acqua senza niente sopra, insomma, peculiarità del mio carattere a prediligere il “semplice” mi inducono a fare certe scelte anche in senso professionale. Il testo di Alessandra comunque è così bello che serviva davvero solo una nuvola qui e la. Un pò di fard, un tocco di rossetto leggero e poi basta.

C’era una voce, Alessandro Gottardo e Alessandra Berardi, Topipittori 2012

Mi è sembrato di percepire un rapporto dialettico in ogni doppia pagina: una nuvola e la sua ombra, un albero e la sua ombra, la terra e il cielo, il vuoto e il pieno… Come se il canto di Dio avesse sempre la sua eco felice, in una corrispondenza perfetta.
Nell’ultima tavola, se interpreto bene, c’è uno zoom sull’ombra del cappello dello spaventapasseri (la presenza, finalmente, dell’uomo e del suo operato). E’ l’unica tavola dove lo spazio è limitato, ai bordi della pagina, dal profilo spigoloso dei campi coltivati. Tutto è stato creato, anche l’uomo, anche la poesia, il cerchio si chiude: eppure, percepisco un senso di malinconia in questo finale. Ora lo spazio non è più infinito. Ora la dialettica è tra una forma rotonda e la durezza degli spigoli dei campi. Mi parli dello spaventapasseri e dei campi di grano?

C’era una voce, Alessandro Gottardo e Alessandra Berardi, Topipittori 2012

Per tutto il libro ho giocato a rappresentare Dio senza disegnarlo, essendo in tutte le cose ho pensato di ritagliarlo come una presenza silenziosa, che c’è e non c’è.
Quando era l’uomo ad entrare in scena ho pensato di fare lo stesso, rappresentarlo senza disegnarlo. La forma tonda in quanto perfetta spetta a Dio, i campi di grano, che sono coltivati dall’uomo, mi pareva giusto realizzarli per contrasto in maniera molto geometrica.
La figura dello spaventapasseri è evocativa per antonomasia, ad ognuno di noi può suggerire qualcosa di diverso, per cui era la soluzione migliore a mio avviso per chiudere il testo.
Ho sempre pensato che suggerire sia un modo molto più interessante di disegnare le cose, amo l’idea che una mia immagine abbia un’interpretazione diversa a seconda di chi la guarda. Come se il lettore possa aggiungere esattamente quello che manca all’immagine, il suo ingrediente personale, facendo quell’immagine un poco anche sua.

Grazie Alessandro.
Alessandro Gottardo e Alessandra Berardi stanno per fare insieme un tour per presentare il loro libro in Sardegna. Se siete nei paraggi non perdetevi l’incontro!

giovedì, 19 aprile, alle 18, alla libreria Koinè di Sassari,
sabato 21, alle 18, a Villa Muscas di Cagliari,
lunedì 23, alle 16, alla Biblioteca Comunale di Irgoli,
e, sempre lunedì, alle 18 alla libreria Mondadori “Atene Sarda” di Nuoro.

C’era una voce
Alessandra Berardi e Alessandro Gottardo
Un libro in rima sulla creazione del mondo
17,00 euro

30 Risposte per “Intervista ad Alessandro Gottardo, in arte Shout”

  1. 1 Daniela Iride Murgia
    18 aprile, 2012 at 7:51

    A proposito dei vuoti laconici e struggenti di Alessandro, mi sono venute in mente le parole di Breton riferite alla piazze di de Chirico:
    “…dove tutto sembra così vicino ad essere ed è così poco ciò che é! E’ stato qui più che in qualunque altro luogo che abbiamo tenuto i nostri invisibili congressi! Era qui che bisognava cercarci, cercare noi e il mancamento del cuore. Era l’epoca in cui non avevamo paura delle promesse.”

    Buon viaggio nella terra vuota e bassa, porta i saluti alla mia gente, un abbraccio, Daniela

  2. 2 laura38
    18 aprile, 2012 at 8:12

    Shout:”Ho sempre pensato che suggerire sia un modo molto più interessante di disegnare le cose, amo l’idea che una mia immagine abbia un’interpretazione diversa a seconda di chi la guarda. Come se il lettore possa aggiungere esattamente quello che manca all’immagine, il suo ingrediente personale, facendo quell’immagine un poco anche sua”

    Ecco. E’ questo che vorrei riuscire a fare e ancora non riesco. Grazie per aver indicato la strada con tanta chiarezza.

    Ho sfogliato “C’era una voce” e non me ne vogliano gli amanti di “Raccontare gli alberi” ma mi è sembrato il più bello in circolazione al momento. Il testo poi è stupendo.

  3. 3 Daniela Iride Murgia
    18 aprile, 2012 at 9:32

    …si davvero, quanta bellezza anche nello scritto di Alessandra Berardi…

  4. 4 cristina
    18 aprile, 2012 at 10:05

    scusate il disturbo ma il lavoro di Gottardo lo trovo adattissimo per i magazine o la pubblicità ma il libro “c’era una voce” mi ha raggelato il sangue. Dopo le prime due pagine ho chiuso il libro sentendo un brivido lungo la schiena e ho pensato: quanta carta sprecata! Scusate se sono così estrema ma amo troppo i libri per non dire la mia su questo intelligente ma raggelante creatore di immagini. Il libro invece “raccontare gli alberi” non è un capolavoro ma mi emoziona e mi fa venire voglia di guardare e riguardare il mondo.
    Grazie Anna per far conoscere tanti modi di vedere il mondo e la vita ma questo di Gottardo dovevo dirla!
    ciao
    cri

  5. 5 laura38
    18 aprile, 2012 at 10:34

    I gusti non si discutono.

    “C’era una voce” secondo me ha un testo tale che anche conoscendo già il racconto biblico della creazione non sembra di leggere qualcosa di noto, sono parole così belle che non stancano.

    E per quanto riguarda le illustrazioni: come lo disegni Dio? O la creazione? Voglio dire, non è come disegnare un singolo tronco di betulla, un ranocchio, o un sasso. A mio modo di vedere l’estrema essenzialità per questo testo era proprio un obbligo.

    Comunque ho citato “Raccontare gli alberi” solo perchè tutti ne parlano benissimo, ma a me invece è piaciuto più “C’era una voce” che ho trovato interessante a un livello più alto.

    De gustibus…

  6. 6 iguana
    18 aprile, 2012 at 10:36

    cara cristina, lo spazio vuoto a volte dice più di quello pieno. Togliere è molto difficile. E’ difficile saperlo fare. Pensa ai silenzi… in una conversazione con una persona cara…

  7. 7 cristina
    18 aprile, 2012 at 10:42

    in effetti Laura ha ragione il testo è magnifico. Dio ha bisogno, per essere immaginato, di poco o nulla ma è la scelta di chiedere ad un illustratore così precisamente “da unica illustrazione che basta” che non condivido. Lui è giusto e geniale (anche se a me il digitale piace in rarissimi contesti come Bau o “come si chiama quell’illustratore di copertine di internazionale? Comunque alcuni libri topipittori li trovo poco riusciti perché appunto freddi e distanti, ben fatti se volete ma borghesemente raggelanti.
    gusti miei si intende…

  8. 8 cristina
    18 aprile, 2012 at 10:46

    Cara iguana,
    l’essenzialità che c’è nel testo potrebbe bastare a se stessa oppure di un autore di immagini più per libri illustrati. Gottardo, ripeto, dura lo spazio di una sola immagne mentre all’interno di un libro stanca, diventa pesante.
    Si potrebbe dire che la sua “essenzialità” è troppo piena!

  9. 9 Daniela
    18 aprile, 2012 at 10:47

    Sono d’accordo con Cristina: “borghesemente raggelanti” mi sembra proprio il termine adatto. Ovviamente i gusti non si discutono ma, è davvero così bello sfogliare un libro illustrato che illustrato non è?

  10. 10 laura38
    18 aprile, 2012 at 11:30

    Mamma mia che segone netto! Sta a vedere che adesso senza volerlo ho scatenato la caccia ai topi.

    A me i libri di topipittori (quelli che ho tra i tanti) sembrano molte cose ma non raggelanti. Non sapendo cosa si intenda precisamente con “borghese” non saprei che dire riguardo all’altro aggettivo, scusate l’ignoranza ma con me certe finezze vanno perdute.
    Anzi, alcuni dei loro libri mi divertono da morire (“Il viaggio di miss timothy” è uno spasso per esempio).

    Voi a quali vi riferite?

    A me piacciono le buone storie, in primis. E i bei disegni, soprattutto quelli che mi appaiono luminosi e intelligenti oppure di una spontanea perfezione. Quando bel testo e bei disegni si intersecano e non possono nemmeno più separarsi perchè fatti apposta per vivere insieme rinchiusi da un’unica copertina io sono a posto. Certo, a volte il testo è “facile” e “facili” sono i disegni. A volte il testo lo è più dei disegni, a volte il contrario.
    Forse voi vorreste sempre un piano di parità in questo senso? Perchè se il testo colpisce moltissimo e i disegni (un po’ difficili da leggere in effetti) sono fatti apposta per quel testo, e si riconosce che non potevano essere molto diversi, non vedo proprio dove stia il problema.

    Tra l’altro scegliere un illustratore che non ha mai fatto picture books per bambini per farci un libro come questo mi pare piuttosto coraggioso, non era mica scontato che ce la facesse e difatti ne parla nell’intervista.

  11. 11 daniela tordi
    18 aprile, 2012 at 11:43

    Un testo difficile che poteva preludere a scelte difficili quanto all’illustrazione, scelte di un tipo o di un altro, comunque coerentemente ardite. Ma qui ritengo siano, più che altro, un tantino “furbe”. Il lavoro procede per una sintesi estrema, ma al dunque è troppo – inutilmente, poichè non evoca – laconico. Nei vuoti non ho percepito suggestioni, solo campiture dilatate che, insieme, montano un’impalcatura fragile. E non mi sembra che nel complesso ci sia il valore aggiunto di un’impronta grafica, che ad ogni modo è reiterativa, poco inventiva (e non così elegante come forse la si pensava). Eppure… la premessa di un buon lavoro (che immagino si volesse d’intensa rarefazione e adamantino) c’era. Non so da che cosa sia stata tradita, ma c’era.

  12. 12 Anna Castagnoli
    18 aprile, 2012 at 11:48

    Ulà che vivace discussione è nata :)

    Tornata da Bologna ho fatto vedere il libro di Gottardo a mio marito, che ha gusti abbstanza simili ai miei. Mi ha detto sfogliandolo: è freddo, sono immagini più da rivista.
    Io gli ho risposto: è vero, ma se leggi il testo scopri che di colpo le immagini parlano e hanno una tensione (una vibrazione)che non è da rivista, ma da libro.

    Io con un testo così avrei anche sopportato 13 pagine di cieli, senza quasi nulla se non luce e colore. Come dice Gottardo molto umilmente: il testo è così bello che bastava un po’ di fard.
    Lui ha messo più di un po’ di fard. Ha creato delle scenografie metafisiche, dove vuoto e silenzio sono potentemente espressi.
    L’essenzialità delle immagini di Gottardo a mio gusto è perfetta per quell’atmosfera rarefatta, lenta, dove il tempo ancora veniva contato in millenni e milioni di anni, anziché in giorni…che è l’inizio del mondo.
    Quella del profilo della collina notturna, ad esmepio, vista dal vero, mi ha dato la stessa emozione che mi hanno dato certi cieli stellati visti dal vero.
    Ci sono tavole che mi parlano di più, altre meno.

    Ma è ovvio, i gusti sono gusti. L’unica cosa che si può fare per condividerli è
    1) non pensare che il proprio gusto sia una verità assoluta sul bello e sul brutto
    2) cercare di spiegare perché una cosa ci piace o ci parla e perché no.

    Cristina il tuo dissenso per questo libro e per altri dei Topipittori è ben accetto. Solo prova a spiegarci cosa intendi per “borghese”. Magari nasce una discussione interessante.

  13. 13 Cristina Berardi
    18 aprile, 2012 at 11:51

    In questo mondo pieno di troppo e sempre chiassoso, disturbano la semplicità e l’essenzialità?
    Trovo che case editrici come Topipittori siano coraggiose e ammirevoli perchè se non fosse per i loro albi illustrati, la produzione di libri per bambini, oggi,sarebbe tale da dare ragione a chi ritiene che i libri per bambini sono prodotti inferiori rispetto alla letteratura per adulti e incapaci di dire qualcosa di profondo sulle cose.
    “C’era una voce” dialoga con i bambini attraverso una cifra stilistica profondamente poetica, con cura e raffinatezza estetica e trovo che sia uno strumento raffinato per una vera educazione allo stupore, alla meraviglia, all’attesa, alla sorpresa, alle emozioni.
    Cristina Berardi

  14. 14 Cristina Berardi
    18 aprile, 2012 at 11:54

    Non sono la Cristina dei commenti precedenti al mio. Mi sembra che si capisca :-)
    Cristina Berardi

  15. 15 cristina
    18 aprile, 2012 at 12:25

    rispondo molto volentieri perché mi piace pensare che il dialogo porti tutti a spostarsi, poco o tanto dalle proprie convinzioni e cattedratiche prese di posizione.

    Per “borghesamente” intendo come giustamente sottolinea Daniela, “furbe”. Nel senso che mi sembra un testo molto bello che è stato dato ad un illustratore affermato ed amato dagli addetti ai lavori dell’illustrazione. Mi sembra un inchino a quel mondo, lontano dai libri per bambini, che si applaude tra esperti e raffinati amanti della grafica e dell’intellettualismo radical chic.
    Quindi, ripeto, ammiro topipittori per la buona imprenditorialità che svolge all’interno del panorama della nuova editoria italiana ed europea e bravo Gottardo che, pur confermandosi un buon illustratore internazionale da rivista, ha voluto sperimentare, rimanendo se stesso, il linguaggio della narrazione del picture books. Ci vuole tutto nell’editoria e questo libro lo dimostra anche se per me se ne poteva fare a meno.

  16. 16 maddalena sodo
    18 aprile, 2012 at 12:55

    premetto che ancora non ho avuto modo di vedere per intero il libro, per cui non me la sento di esprimere un parere, in quanto penso che finchè non l’ho tra le mani e “assaporo” testo e immagini, non posso realmente sapere quali emozioni mi trasmette. Ma mi capita spesso davati a libri illustrati di chiedermi se il vero destinatario di quei libri (spesso anche molto belli, ben fatti ecc,ecc)siano effettivamente poi i bambini….

  17. 17 Cristina Storti Gajani
    18 aprile, 2012 at 13:12

    Già che è una discussione piena di Cristine aggiungo anche il mio pensiero da due soldi.
    A me da l’idea che sia uno di quei libri che va rivisto più volte per farsene un’opinione.
    O meglio, che gli adulti avrebbero bisogno di rivederlo più volte.
    I bambini non hanno le sovrastrutture tipo “è un’illustratore da magazine, ma no invece è giustamente minimalista rispetto al testo, però…”.
    Che poi, i bambini. I bambini non sono una categoria indistinta di piccoli esseri con gli stessi caratteri, gusti, passioni. Immagino avranno reazioni diverse davanti a questo libro. Probabilmente ce ne sarà qualcuno che sarà spiazzato da tutto questo spazio :)
    Altri forse ne saranno affascinati. Banalmente credo che succeda un po’ con tutti i libri.
    Io ancora non me ne sono fatta un’idea, ma mi è capitato anche altre volte, e a volte libri che inizialmente non mi piacevano mi sono piaciuti e, più raramente, viceversa.
    Ecco, l’unico appunto (forse) è la copertina che mi fa un po’ “Strade blu” Mondadori.

  18. 18 iguana
    18 aprile, 2012 at 13:20

    Cara Cristina e cari tutti,
    è vero che molti del mondo dell’illustrazione amano Shout, come la sottoscritta, ma è vero che alcuni dei molti, come la sottoscritta, amano soprattutto i buoni libri.
    “Borghesamente”, Cristina, forse ti riferisci a qualcosa d’altro, e non è l’avverbio corretto, ma hai spiegato poi bene il tuo punto di vista. Moltisssimi libri che vediamo in giro potrebbero volentieri non nascere. Non se ne sente la necessità. Lo dico da lettore di testo e di immagini. Aggiungono noia e ignoranza. E di queste non c’è bisogno.
    A mio parere, poi, molti libri sono classificati, sì la solita vecchia storia, come libri per bambini. Questo non lo è. O almeno non lo è del tutto e i Topi hanno scelto scrittrice e illustratore a ragione, questa volta: dare un nuovo punto di vista. Se almeno non tutto è considerabile libro per bambini, almeno i Topi, per alcune cose cercano di dettare nuovi canoni per l’editoria italiana. Questo concedetelo.
    Secondo me, e questo è chiaramente un mio personale punto di vista, questo libro funziona bene. Magari da usare coi ragazzi e non coi bambini, magari per rieducare tutti a leggere alcune immagini diverse dalle solite robe in libreria. Scusate il mio essere prolisso. Un abbraccio a voi. Ho notato che nella discussione siamo tutte donne. ci sarà un perché?

  19. 19 plumers
    18 aprile, 2012 at 13:21

    @Cristina (la prima): la discussione è interessante, ma mi sfugge il nesso fra “borghese” e “furbo”. Potresti articolare meglio, per favore?

  20. 20 Cristina
    18 aprile, 2012 at 13:42

    Non chiedetemi la differenza lettere la tra i due aggettivi perchè non ho fatto le scuole troppo alte ma posso dire che c’è di mezzo quello che ritengo una organizzazione dell’impacchettamento del lavoro che trovo, a mio parere, troppo per bene, troppo poco alla portata del popolo. Bisogna anche dire che i bambini e tutte le persone intelligenti o meno, hanno bisogno di eccellenze in ogni campo e questo libro è una eccellenza di sicuro ma mi trova a limitarmi gli orizzonti spiaccicandomi una superficie che assomiglia alla carta patinata delle riviste. Io amo le riviste patinate appunto perchè usa e getta ma qui si parla di un libro che non si getta, magari non si produceva o non si metteva al mondo (penso al libro come creatura viva) ma così com’è mi sembra una bellissima poesia illustrata da immagini sbagliate. Comunque Iguana devo dirti che mi piace moltissimo come scrivi e come disegni per la carta stampata!

  21. 21 daniela tordi
    18 aprile, 2012 at 14:31

    La prima cosa che ho pensato quando ho visto questo libro è stata: è piatto. La potenza dell’idea di Dio non mi arriva attraverso le immagini, nè per un’azione di sfondamento, nè per una – più sorniona – capacità di ammiccamento. Che in verità è solo adombrata. Le tavole non sorprendono, indulgendo in una poeticità che avrebbe spessore e valore se fosse meno ovvia, più dirompente. Nell’insieme, il gioco a rimpiattino con Dio è risolto con troppa facilità. Insomma, è un libro che a mio parere non ha potenza, che non fa capriole, non dà cazzotti, non propaga scintille e, tuttavia, nemmeno sussurra in un modo tanto inquietante da contenere e restituire l’ idea forse più provocatoria, incredibile e sorprendente che la mente umana possa concepire: l’esistenza di un’ineffabile, superiore e onnipotente alterità.

  22. 22 plumers
    18 aprile, 2012 at 15:08

    Grazie per lo sforzo, Cristina. Ma c’è un’altra cosa che non capisco: che cosa significa «non abbastanza alla portata del popolo»? Che cosa è alla portata del popolo? È una valutazione oggettiva o soggettiva? E se è oggettiva, su cosa si fonda?

    Una seconda cosa. Sopra afferma: «un testo molto bello che è stato dato ad un illustratore affermato ed amato dagli addetti ai lavori dell’illustrazione.» Da cui, immagino, l’accusa di “furberia”. Mi sembra che questa asserzione contraddica quanto dice lo stesso Gottardo nell’intervista: «la prima volta che provammo a fare un libro insieme fu nel 2003,» e nel 2003 chi fosse Gottardo non lo sapeva nessuno (e i primi libri dei Topi sono usciti nel 2004, se non sbaglio).
    Può pensare e dire che un’intenzione così a lungo nutrita e alimentata avrebbe potuto produrre qualcosa di meglio: fa parte delle sue libertà. Ma non può cambiare i dati di fatto.

    Io sono convinto che le operazioni “furbe” siano quelle che strizzano demagogicamente l’occhio al popolo, non quelle che cercano (magari con un successo soggettivamente opinabile) di elevare il tono medio del pubblicato. Ma questa, certo, è un’opinione personale.

  23. 23 Anna Castagnoli
    18 aprile, 2012 at 15:38

    Io penso che sia difficile per ognuno di noi cambiare posizione, io ho davvero provato delle sensazioni bellissime sfogliando il libro, ma capisco che possa essere un libro difficile da capire o apprezzare.

    Io penso questo: ogni anno si pubblicano tonnellate di libri per bambini mal fatti, con una grafica sciatta, pagine che si scollano aprendole, illustrazioni mal stampate e spesso oggettivamente di pessima qualità compositiva cromatica e narrativa, testi di una banalità deprimente.
    Ma c’è l’orsetto. C’è il tema della “differenza” (che non si capisce mai bene cos’è, ma vende.) C’è il bambino che fa la pipì nel vasino giusto. Ci sono schiere di principesse. C’è il politicamente corretto. C’è il rosa e ci sono i brillantini che brillano.

    Quelli secondo me sono libri furbi. E purtroppo molto spesso si indirizzano al grande pubblico.

    Che il libro di Gottardo piaccia o no, è un fatto legittimo. Ma accusarlo di essere inutile mi sembra eccessivo. E’ comunque un libro di grande qualità editoriale, ben rilegato, ben stampato, graficamente pulito, e il testo è un capolavoro.
    Insomma, tra tante schifezze che circolano non si può buttare al macero un libro solo perché ci sembra “troppo alla moda”. Il fatto che un libro non ci piaccia è una buona ragione per non comprarlo, ma il”non necessario” lo indirizzerei a ben altri generi di libri.

  24. 24 cristina
    18 aprile, 2012 at 16:09

    concordo pienamente con te Anna e penso che gli eccessi quando si fanno devono essere colpi assoluti di genio e questo libro evidentemente è solo un libro ben fatto. Averne direte voi. si ma si discute su questioni filosofiche – editoriali e già per questo vale la pena divertissi e discutere.
    Alla prossima.
    cri

  25. 25 daniela tordi
    18 aprile, 2012 at 16:14

    Anna: tutto il tuo blog è concentrato nello sforzo di sviluppare, stimolare lo spirito di osservazione (ergo critico) di chi si accosta al libro illustrato. E credo che tu sia anche molto equilibrata nella continua spendita delle tue proprie capacità analitiche. E nel tenere aperto lo spazio di confronto. Credo sia importante e onesto argomentare bene e farlo con coscienza – soprattutto se ci si confronta in proprio con il mestiere dell’illustrazione. Credo anche che un libro di autori consolidati, pubblicato da un buon editore, possa cionondimeno rivelarsi un’operazione discutibile, aldilà di tutto. Le ciambelle non riescono sempre con il buco… ed un libro che si pone una sfida alta, purtroppo, rischia di scivolare molto più rovinosamente di uno che nasce da premesse mediocri in sè. Non per furberia (io comunque usavo il termine in un senso lato, in relazione al rapporto significante-significato), ma, ad esempio, per pretenziosità.

  26. 26 andrea daquino
    18 aprile, 2012 at 18:06

    Sicuramente le opinioni cosi’ forte sono molto meglio che indifferenza o apatia. Creativita’ non rispetta mai queste frontiere mentale o solo di tradizione. Maybe I am TOO American? : )

  27. 27 Cristina B.
    18 aprile, 2012 at 19:39

    L’albo illustrato, combinazione immagine/testo è un’esperienza diversa da quella del libro. Cosa capiscono i bambini quando guardano le figure non lo sapremo e non importa perchè ogni bambino come ogni persona vedrà e capirà cose diverse dagli altri e ogni volta che guarderà il libro vedrà magari cose nuove. Si è detto nei vari commenti… “Spazi vuoti nelle illustrazioni, troppa essenzialità, laconico, piatto”… La cosa pericolosa e noiosa è semmai, secondo me,quando nel libro non ci sono abbastanza “spazi” per fare immaginare la mente. Cioè tra immagini e parole ci deve essere lo spazio per l’immaginazione, più spazio c’è più forza ha l’albo illustrato. Leggere per i bambini non è necessariamente capire ma esplorare. L’albo illustrato è una forma di racconto ed è un’esperienza che per la sua brevità ha una grande intensità. E comunque un albo non dev’essere necessariamente rivolto a un pubblico bambino ma ha un target trasversale e niente impedisce di proporlo noi adulti al bambino.
    E sono d’accordo con Anna quando dice riguardo alle quantità di pubblicazioni di libri per bambini mal fatti “…Ma c’è l’orsetto. C’è il tema della “differenza” (che non si capisce mai bene cos’è, ma vende.) C’è il bambino che fa la pipì nel vasino giusto. Ci sono schiere di principesse. C’è il politicamente corretto. C’è il rosa e ci sono i brillantini che brillano.
    Quelli secondo me sono libri furbi. E purtroppo molto spesso si indirizzano al grande pubblico.”
    In questo momento storico in cui le case editrici giocano al ribasso e seguono filoni, stereotipi e mode, sono profondamente grata ai Topi e a quelle piccole grandi case editrici che mirano alla progettualità e alla qualità e ci insegnano lo stupore.
    Cristina B.

  28. 28 Simone
    20 aprile, 2012 at 11:34

    Ho questo libro e ho letto e osservato diverse volte anche l’oggetto libro. In alcuni momenti della lettura mi sono distratto guardando le campiture. In altri mi sono distratto leggendo le parole.

    Le texture mi hanno letteralmente assorbito.
    Questo grazie anche alla scelta della carta usomano, che dona profondità ai colori rendendoli molto eleganti e raffinati.

    Trovo la copertina molto accattivante e funzionale per vari motivi. Primo su tutti per il testo; la copertina è il preludio. ti dice: Questo è l’inizio!
    Poi per la funzionalità “commerciale”: forse tra tutte le copertine dello stand di Topipittori, (ma non solo) è quella che più si notava.

    Lo sguardo che Alessandro Gottardo ci ha donato è da ammirare.
    Si è messo totalmente a disposizione del testo.

    Comunque direi che se un illustratore è apprezzato (e non mi riferisco specificatamente ad Alessandro Gottardo) è per le proprie capacità: AUTOCRITICA, umiltà, consapevolezza, bravura (indubbiamente), costanza, passione, progettualità.. credo sia giusto e ovvio che continui il suo cammino pubblicando libri, riviste, copertine, manifesti.
    Dico questo perché di tanto in tanto mi sembra di leggere tra le righe di alcuni commenti (non solo in questo post) una certa demonizzazione dell’illustratore che pubblica o che a detta di alcuni ha una certa “notorietà”.
    Sarebbe molto più costruttivo capirne i meccanismi, le tecniche, spogliando questi personaggi che avrebbero molto da donare.

    Per quanto riguarda la “notorietà”, vorrei che tutti tornassero un pochino con i piedi per terra. Perché al di fuori di questi blog, o meglio del nostro piccolo mondo, non ci conosce nessuno.

    Di tanto in tanto forse servirebbe ricordarci che il momento più bello per un creativo, autore illustratore, pittore..(Fatevi chiamare pure come volete che per me è come dare un target a un libro) è quando stiamo dipingendo, scrivendo, ideando il nostro progetto.

  29. 29 Sara
    20 aprile, 2012 at 15:07

    … Testo bellissimo, le parole incantano, suonano, rapiscono. Ma dov’è, nell’illustrazione, il Dio Creatore che gioca? Che si diverte? Dove sono le biglie, le luci, i colori, il Fattore ludico che sorride delle sue Creature? l’artefice che modella, plasma, fatica? Nelle tavole c’è troppa quiete, calma, staticità. Non trovo l’enfasi del “fare”, ma solo la calma di ciò che viene dopo il “fare”: la contemplazione. Ma, ripeto, il testo è un meraviglioso brivido!

  30. 30 Alessandra Berardi
    21 aprile, 2012 at 14:14

    Toc toc… Permesso…? Può un’autrice dire la sua? Vorrei aggiungere la mia opinione a quelle espresse dalle-dagli appassionatissime-i blogger a proposito delle illustrazioni di Gottardo-Shout sul mio testo “C’era una voce”. Credo che possa essere utile, e in linea con gli scopi del blog. Allora, vado. Anzitutto, credo di avere un gusto piuttosto esigente in fatto di arti visive; e non era affatto scontato che le tavole di Shout mi piacessero. Quando le ho viste, mi hanno colpito molto; e mi hanno lasciata interdetta; erano bellissime, ma per capirle, ho dovuto darmi del tempo, fino a sapere che dovevo leggerle in successione e in completo abbandono, e lasciare che agissero – per così dire – su di me: perché raccontavano quello che io avevo scritto, ma anche dell’altro. Fino a scoprire che quelle immagini – così essenziali e pulite – concentravano i miei significati, li spiegavano, e li ampliavano. Potrei parlarvi di ciò che mi ha regalato ogni singola immagine, ma lascerò che un solo esempio parli per tutti. Quando il mio testo racconta del Dio che modella la figura umana con il fango, e poi la veglia mentre dorme, e poi la sveglia con il suo sussurro e il suo soffio… Appare uno spaventapasseri, che campeggia – solo con la sua ombra – su un paesaggio di parcelle di prati, a perdita d’occhio. Ho provato stupore e perplessità, fino a che l’immagine mi ha rivelato che… senza l’attenzione dell’Altro che ci veglia, senza il fiato-presenza dell’Altro che ci sveglia, non siamo che fantocci, simulacri di presenza, spaventapasseri somiglianti a persone, ma inerti, immobili, mera imitazione di vita. Per essere davvero umani, abbiamo bisogno di essere riconosciuti e interpellati dal nostro Altro, il nostro Simile. Così, Alessandro mi ha commosso e arricchito, svelandomi pieghe e sensi e sfumature del testo che io avevo scritto, ma di cui non ero stata, fino a quel momento, davvero cosciente. La riuscita del lavoro di Alessandro Gottardo come illustratore del poemetto, riassume ed esalta il tema per me centrale del testo: una prima voce che – per quanto alta e potente e creativa – ha bisogno di incontrare una seconda voce, per conoscere, per conoscersi. Grazie, Shout, di questo grandissimo dono che mi hai fatto. Considererò sempre il nostro come uno dei più riusciti incontri artistici – e dunque umani – della mia vita. Grazie a tutti per le belle parole che avete speso sul testo. Ora, vi invito a leggerne e rileggerne le illustrazioni: sono sicura che hanno ancora molto da rivelarvi.