Le fiabe sono un genere per bambini? E chi sono “i bambini”?

27 Ottobre, 2011

frontespiece

The Butterfly’s Ball, and the Grasshopper’s Feast by William Roscoe, 1808

FRONTESPIZIO: Incisione che si pone davanti a un titolo e il cui soggetto è analogo allo spirito dell’opera. Il soggetto di un frontespizio. Diderot, Enciclopedia

Anonimo

Miniatura, non ho trovato la fonte

Sul bellissimo blog dei Topipittori, Mauro Mongarli ha inaugurato una rubrica molto interessante (qui), che “recensirà” i diversi modi dei bambini di ascoltare storie, rapportarsi ai libri, etc.
Il tema è interessantissimo, perché c’è un rapporto strettissimo tra: fruizione dei libri da parte dei bambini/ idea che una data società ha dei bambini/ produzione di libri e oggetti a loro destinati.
Per strano che possa sembrare, le fiabe non sono sempre state un genere “per bambini”. Le fiabe nascono per intrattenere gli adulti nelle lunghe sere senza televisori che per millenni hanno preceduto la nostra epoca. Se i bambini ascoltavano, ascoltavano per caso, come membri della famiglia. Si potrebbe quasi tracciare una storia del rapporto tra bambini e fiabe attraverso i frontespizi che hanno introdotto le principali raccolte di fiabe.

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Frontespizio dell’edizione bolognese del Pentamerone di Giambattista Basile, 1742

Neanche i bambini sono una realtà che esiste da sempre. Certo, c’erano lattanti che piano piano crescevano fino a prendere la statura di adulti, ma, salvo eccezioni, per millenni i bambini sono stati considerati adulti in miniatura, che bisognava trasformare e forgiare il prima possibile. L’infanzia, come idea, come categoria sociale, come soggetto, inizia a prendere timidamente forma nel 1600 e diventare realtà nel ‘700.
Con l’Emilio di Jean-Jacque Rousseau nasce “il bambino”: creatura innocente e pura che bisogna accompagnare, proteggere, preservare affinché possano perdurare, nell’età adulta, le componenti buone che lo caratterizzano.

Le raccolte di fiabe che hanno preceduto quella di Perrault, quali Le piacevoli notti di Straparola o il Pentamerone di Basile, appartenevano a un genere di narrazione che, venuto dal popolo e da fonti disparate (Plinio, Ovidio, Virgilio, Boccaccio…), era divenuto alla moda tra i letterati borghesi e aristocratici: stanchi delle troppe regole che imbalsamavano la letteratura dell’epoca, trovavano nella fiaba una libertà di espressione e di stile più congeniale. I bambini non erano contemplati come pubblico di queste forme letterarie.

Quando Perrault, nel 1697, usando il nome del figlio per paura di rovinarsi la reputazione di letterato accademico, trascrive alcune fiabe che giravano tra i salotti dell’epoca, le lima per dare loro una forma più razionale e armonica, e aggiunge ad ogni fiaba una chiosa morale che sembra destinata ai bambini, è una novità assoluta. Se osservate il frontespizio inciso su legno del 1697, anno della prima edizione (scritta a mano) delle fiabe di Perrault, quello più raffinato di Clouzier, ad acquarello, della seconda edizione, quello di un’edizione anonima del 1808, e quello di Gustave Doré del 1862, vedrete come il bambino diventa a poco a poco destinatario privilegiato della lettura delle fiabe.

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Frontespizio della prima edizione autografa di Perrault, del 1697, copiato poi nell’edizione inglese.

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Frontespizio di Clouzier (prima edizione a stampa), 1697, Charles Perrault Histoires ou contes du temps passés, avec des moralités – Contes de ma mère l’Oye.

1698P. G. Eugene Staal,

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Les Contes des fées par Madame D**(D’Aulnoy), ill. di P. G. Eugene Staal, Paris, Claude Barbin 1698

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Frontespizio di un’edizione francese delle fiabe di Perrault del 1808

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Frontespizio delle fiabe di Perrault, illustrate da Gustave Doré, 1862

Il 1800 è il boom dell’infanzia. Un grande lavoro viene fatto (complice la Chiesa Cattolica che vedeva nella scuola uno strumento perfetto per il suo proselitismo) per rendere obbligatoria la scolarizzazione. Nasce così il bambino-allievo, e spuntano come funghi editori che vedono in questa nuova figura un target perfetto per libri pieni di figure, rime, alfabeti illustrati (nel 1826, in Francia, nasce Hachette).
Qui sotto, in un frontespizio inglese del 1829, vedete un maestro che racconta fiabe ai suoi allievi.

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Frontespizio del “Peter Parley’s winter evening tales”, Goodrich, Samuel G. (Samuel Griswold), (illustratore sconosciuto) 1829

I fratelli Grimm danno alle fiabe il colpo d’ascia finale. Scrissero diverse versioni delle stesse fiabe, produzione che coprì decenni di lavoro. Se si ha modo di poter confrontare le prime versioni con le ultime, si può assistere al lento stillicidio della componente magica, paradossale, fantastica delle fiabe. Alla parola madre viene  intenzionalmente sostituita la parola matrigna. Le insensatezze vengono censurate a vantaggio di una forma  logica degli eventi. Le fiabe che conosciamo, sono il risultato di questo lungo e consapevole lavoro di limatura. Se per millenni, a limarne la forma, erano state le necessità della narrazione e dell’estetica (per spaventare, meravigliare, sorprendere meglio), nell’ottocento è un’idea che si vuole veicolare attraverso le fiabe. Che sia per promuovere l’educazione francese, o per pubblicizzare l’antica grandezza del popolo tedesco, il narratore interviene con un’intenzione meta-narrativa.

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Il frontespizio della prima edizione del Kinder-und Hausmärchen dei fratelli Grimm, 1812

Chissà se le fiabe si sono via via razionalizzate, moralizzate, addolcite perché davvero i bambini chiedevano, con il loro ascolto, queste variazioni (si pensi alla nascita del “lieto fine”), o perché si adattavano meglio all’idea che la società aveva dei bambini in quel dato momento storico.
E chissà da dove viene l’idea di “bambino” che ogni momento storico ha forgiato. Mi chiedo se non sia nata per rispondere al bisogno degli adulti di mettere da qualche parte il piacere di sentirsi liberi, giocosi, fantasiosi, innocenti, in una società moderna che andava a poco a poco strutturando rigidamente (troppo) le sue regole di educazione e morale. Forse, così come i letterati si mettevano a scrivere fiabe per potersi sentire più liberi, la società ha inventato un paradiso perduto, un’Atlantide risorta, luogo di tutte le virtù, di libertà, di innocenza: l’infanzia.

Il bambino, dentro questo luogo inventato, ci si è trovato benissimo. Tanto che sembra impossibile, oggi, immaginare un bambino senza l’infanzia. Ed è buffo osservare come gli adulti siano diventati non più nostalgici, ma gelosi, di questo luogo fatato. Se io penso a come sono strutturate le scuole di oggi, all’obbligo di stare seduti ore, agli asili nido nella primissima infanzia, allo scarso aiuto che lo stato dà a genitori e maestri, all’indifferenza dei media per la cultura destinata all’infanzia, mi sembra che ci sia una diffusa forma di sadismo e intolleranza verso l’infanzia.

Ma chi è il bambino oltre l’idea che si ha di lui? Quali sono i suoi gusti? Esiste una possibilità di bambino fuori dal grembo sociale e culturale in cui ogni volta nasce? Probabilmente no.

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Gustave Doré, Pollicino, 1862

Fatto è, che per adattarsi all’ascolto dei bambini, secolo dopo secolo le fiabe hanno perduto la loro lucentezza surreale e meravigliosa. Chi avesse voglia di avventurarsi nella lettura di fiabe precedenti a Perrault, incontrerà immagini arcane come emblemi, lucenti come brandelli di sogno in pieno giorno. Senza togliere nulla a Collodi, la pancia del pesce che ospita il suo Pinocchio non regge il confronto con la pancia del pesce che ospita la Nennella di Basile (Lo cunto de li cunti , 1634):

Un gran pesce fatato (…) il quale, spalancando una voragine di golaccia, se li inghiottì. (…) Ma quando la fanciulla credeva di aver finito i suoi giorni, allora trovò cose da strasecolare nel ventre di quel pesce, giacché c’erano campagne bellissime, giardini meravigliosi, una casa da signori con tutte le comodità, dove stette da principessa. Il racconto dei racconti, Adelphi

Oggi quale libro illustrato, quale fiaba moderna saprebbe far “strasecolare” un bambino?
Per come la vedo io, i bambini sui frontespizi precedenti al 1600, erano bambini culturalmente più fortunati. Potevano bere direttamente alla fonte della cultura dell’uomo, senza che niente venisse alterato o semplificato per loro. Oggi ne saremmo inorriditi. Ma se si pensa alla povertà semantica, filosofica, poetica, emotiva dei ragazzi di oggi, non viene il dubbio che questo adattamento della cultura degli adulti ad una cultura a “portata di bambino” (con, come denuncia Mongarli nel suo articolo, gli adattamenti Disney delle fiabe come ultima degradazione), sia stato fatale?

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The land of lost toys, Juliena Horatia Ewing, Little Brown and Company 1900

Ho voluto pubblicare questo post come introduzione all’articolo “Seguendo le briciole nel bosco” che ho scritto per il numero 9 della rivista Hors Cadre(s), numero tutto dedicato alle fiabe. Lo pubblicherò la settimana prossima su LeFiguredeilibri. A presto!

13 Risposte per “Le fiabe sono un genere per bambini? E chi sono “i bambini”?”

  1. 1 benedetta
    27 Ottobre, 2011 at 13:54

    provo a rispondere alla tua domanda se esiste un bambino fuori dal grembo sociale e culturale in cui nasce.
    La mia risposta e la mia esperienza è che sì esiste. Ma la sua presenza è scomoda e fastidiosa, lo è ora come lo era al tempo in cui si raccontava di abbandoni nel folto del bosco, colpa della matrigna, connivente il padre.
    E tuttora li si abbandona, nelle foreste di immagini ed emozioni della televisione e del computer, senza nessuno che li guidi, senza poter buttare sassolini bianchi a tracciare una via.
    I bambini rompono e sono scomodi, mi ricordano che ho delle paure a cui non so non voglio dare risposta,dipendono da me e io vorrei bastare a me stesso. I bambini ci guardano come dei modelli, nei loro occhi ci sono molte più risposte alla nostra vita di quante non sappiamo darci noi stessi.Anche nel post di mongarli emergeva come i genitori spesso sono a disagio di fronte alle emozioni dei bambini, e per ciò meglio storie prive di qualsiasi afflato emotivo, meglio storie banali in cui non c’è da spiegare nulla. Per scoprire i bambini occorre osservarli e accettare che possano avere gusti diversi dai nostri, che possano trovare belle le winx che a noi non piacciono, perchè le ragioni per cui a loro piacciono non sono quelle che crediamo noi. Ma noi adulti non siamo più capaci di accogliere chi è diverso da noi, soprattutto se ne rivendichiamo la paternità.
    Per fortuna i bambini esistono lo stesso.

  2. 2 Anna Castagnoli
    27 Ottobre, 2011 at 19:58

    Bella la tua difesa dei bambini Benedetta, sono d’accordo.
    Quello però su cui sarebbe interessante riflettere è: gli adulti che abbandonano i bambini nel bosco, reale o metaforico, che temono le loro emozioni, etc, sono stati a loro volta bambini. Chi li ha obbligati a separarsi da quella età senza potersene affrancare in pace? E’ qualcosa di fisiologico, è la vita stessa o è come una società (scuola, educazione, etc) li ha educati a crescere?
    Una psicanalista che ha sondato molto questo aspetto è Alice Miller. Se vi interessa il tema vi consiglio uno qualsiasi dei suoi libri. Lei parla di “catena della violenza”, e l’unico modo per interromperla è spezzarla, riconoscendola e cambiando se stessi.

    Sul discorso “bisogna rispettare che ami le Winx” sono d’accordo in parte. Io credo che un bambino vada comunque educato al bello. Con rispetto del suo mondo, ma va educato. Come diceva un’editrice francese, se ai bambini venisse lasciata la libertà di scelta, si nutrirebbero di hamburger e ketchup.

  3. 3 felicita
    27 Ottobre, 2011 at 22:50

    grazie per l’approfondimento, è molto interessante questo post! mi vengono in mente tante cose a riguardo, legate anche al post precedente con il video dell’ipad, e al discorso delle winx.

    è difficile parlare di cosa sia giusto ‘mettere in mano’ a un bambino. lo è ancora di piu’ se si cerca allo stesso tempo di rispettare la sua scelta e di plasmare i suoi gusti. le domande che mi vengono in mente sono tante. per esempio:
    fino a che punto si puo’ rispettare la richiesta del bambino? e se la sua richiesta è legata a un appiattimento di gusti frutti dell’immaginario vuoto e riduttivo della pubblicità (la cultura del rosa per le bambine, per esempio.. ma qui si apre un altro capitolo!)

    e poi: puo’rimanere qualcosa di magico nell’immagine-testo del libro oggetto per un bambino che nasce e cresce con la magia tattile della storia digitale-interattiva? ci sarà spazio per questo vecchio tipo di interazione insomma?

    e poi ancora:
    nell’era della storia a lieto fine (non a caso un periodo storico nel quale il piacere, lo svago, il distrarsi acquistano un posto piu’ che mai predominante) dove le figure piu’ terribili sono quasi scomparse (morte, malattia, sofferenza sono molto meno presenti, meno opprimenti, trattate in maniera piu’ simbolica e pedagogica) come influisce la storia oggi nello sviluppo psichico, morale, esistenziale del bambino?

  4. 4 Cristina
    28 Ottobre, 2011 at 7:34

    “è difficile parlare di cosa sia giusto ‘mettere in mano’ a un bambino.”

    Partendo da questa considerazione nel commento precedente m’è venuta inevitabilmente in mente la situazione di bambini che conosco, primi tra tutti i miei.
    I miei figli hanno a disposizione un sacco di libri “belli”, illustrati in modi magari diametralmente opposti l’uno dall’altro, ma che io considero belli. Qualche volta hanno chiesto dei libri più “commerciali” e quattro o cinque gliene sono stati presi. Alle fine questi giacciono praticamente intonsi in fondo alla libreria, “Nel paese dei mostri selvaggi” (solo per citarne uno che ho qui vicino) l’ho dovuto sequestrare provvisoriamente perché sta andando in pezzi.

    M’è capitato invece di assistere ad altri madri che di fronte alla richiesta di un libro cercano di dirottare il figlio verso un libro di qualche personaggio dei cartoni animati o verso un gioco.

    Questo mi ha fatto pensare due cose.
    Come dice Anna, una certa educazione al bello non è male che ci sia, o almeno che abbiano a disposizione cose diverse.
    Poi, in generale, ho l’idea che, quando scelgono un libro delle winx o simili, sia un po’ per emulazione un po’ perchè sono persi davanti a tanta possibilità di scelta e cercano qualcosa di famigliare, di noto, magari che hanno visto alla tv. Allora a maggior ragione una guida che non imponga ma proponga sarebbe salutare.

  5. 5 Mauro Mongarli
    28 Ottobre, 2011 at 7:44

    Anna, bellissima ricerca e ancora migliori le domande e le riflessioni che poni/proponi. Soprattutto quella sull’invenzione dell’infanzia, che sposa per moltissimi aspetti molti miei pensieri sull’invenzione del cosiddetto “tempo libero”. Mi sa che le due invenzioni sono andate e vanno a braccetto, e tutti paghiamo qualcosa per questo in umanità e magia perduta.
    La tua risposta a Benedetta apre poi interrogativi davvero profondi, che secondo me fanno riferimento all’autodeterminazione personale in modo importante. Ci sono libri che mi stanno facendo porre ancora più domande, in merito. Se già non lo conoscete, è La sindrome degli antenati, di Anne Anceline Schutzenberger, una scheda sua e di altri libri interessanti qui: http://www.sindromeantenati.it/

    Ciao!

  6. 6 benedetta
    28 Ottobre, 2011 at 9:15

    ci sono mille cose da dire, comincio da una citazione di Bobin: ” c’è un tempo in cui i genitori nutrono i figli, e un tempo in cui gli impediscono di nutrirsi” a quel punto conclude, al figlio non resta che partire, perchè se lotta col padre finirà per assomigliargli.( In ” francesco e l’infinitamente piccolo)
    Sono sicura che chi è stato privato dell’infanzia non concederà l’infanzia, e non per cattiveria.
    seconda cosa, è assolutamente necessario educare i bambini al bello, così come a mangiare bene, poi ameranno le winx che vedono a scuola ai loro compagni, ( ma vogliamo trascurare i gormiti?) e l’hamburger con il ketchup e le patatine, ma magari non troveranno nulla di male se per merenda gli offri una mela, o dei finocchi crudi e se invece di wall-e gli fai vedere Il flauto magico di Luzzati.I bambini ci sorprendono. E dentro di noi risuona la nostra infanzia, e se è stata bella è una festa, se è stata brutta forse è una seconda occasione, o no?
    in ultimo, i bambini non hanno paura degli orchi o delle streghe, delle matrigne o dei draghi, forse a loro fa più paura aver paura, e per questo sentire storie paurose e vedere che le loro emozioni pian piano diventano gestibili li aiuta. E se accanto c’è la mamma, anche solo come presenza fisica, è meglio. Una delle favole che va per la maggiore a casa nostra è Alì Babà, con tutti i 40 ladroni che muoiono ustionati chiusi nelle otri, il capo ladrone sgozzato da Morgiana e il fratello di Alì Babà squartato e ricomposto dal calzolaio…
    ma i miei sono anche bambini che si alzano e vanno a leggere hanno seggioline e ripiani della libreria a loro disposizione

  7. 7 benedetta
    28 Ottobre, 2011 at 10:39

    un’ultima cosa, perdonatemi se prendo tanto spazio, credo che si debba anche tener conto di un dato storico per quanto riguarda la nascita dell’infanzia come categoria soprattutto sociale, e cioè la rivoluzione industriale e l’inurbamento che hanno spostato un sacco di persone dalla campagna, in città e lasciato i bambini ( quelli che non lavoravano) da soli per le strade con conseguenti problemi di derive delinquenziali.
    La scolarizzazione, gli asili e gli oratori sono stati gli strumenti, prima che di proselitismo ( poi si può discutere quanto si vuole sulla purezza delle intenzioni, ma è un altro argomento) avevano un fine sociale per la risoluzione di questo problema, ma siamo già nell’ottocento a questo punto, almeno per quanto riguarda l’Italia

  8. 8 sandra
    28 Ottobre, 2011 at 12:46

    Grazie Anna sei preziosa e questo blog è meglio del forziere del tesoro o della caverna di ali babà!
    ….grazie!

  9. 9 Anna Castagnoli
    28 Ottobre, 2011 at 13:31

    Che bella discussione è partita! Appena ho un momento vi rispondo. Grazie a tutti

  10. 10 Eleonora
    28 Ottobre, 2011 at 18:34

    Che bella discussione!
    Io sono ‘‘fortunata,,: ho 33 anni e mia nonna mi ha raccontato tutte le fiabe nella versione più cruda e truculenta! Improponibili direi al giorno d‘ oggi! :-)
    Mi ritengo fortunatissima anche perché ho conosciuto le fiabe oralmente prima che visivamente su immagini costruite da altri -adulti!-, l‘ illustrazione per quanto affascinante e importantissima priva il bambino di quell‘ istinto visionario e caotico di cui conservo lontanissimi e incredibili frammenti di ricordo.
    Con i contenuti ‘‘scabrosi,, della fiaba si è persa anche tutta una ritualità legata al racconto orale: mi chiedo se nelle piccole realtà rurali, come accadeva per i miti greci, esistessero personaggi particolarmente dotati per l‘ arte del racconto, in grado di coinvolgere il pubblico con la narrazione, la recitazione, l‘ improvvisazione… pagherei oro per poter assistere ad una di queste performance! Il libro mette una certa distanza tra narratore e ascoltatore. Siccome mio marito è svedese abbiamo moltissimi libri di illustratori scandinavi del secolo scorso (che adoro!) e non essendo in grado di leggere con un accento decente, spesso improvviso sulle figure e mi illudo di far rivivere un po‘ quella tradizione perduta in cui un racconto non era mai esattamente identico ad un altro: i bambini preferiscono quest‘ approccio proprio per il maggiore contatto e la maggiore possibilità di interazione. Dovrebbero fare molti più libri ‘‘muti,,! ( anche se ascoltare Astrid Lindgren in persona raccontare e recitare le sue creazioni -seppur su CD- è sempre un‘ emozione!:-)
    A proposito di illustrazione e infanzia, ai tempi dell‘ accademia realizzai uno studio con due illustratori infantili, una psicologa infantile e alcuni gruppi di bimbi tra i 3 e i 6 anni per dimostrare -con l‘ umiltà del caso, chiaro- che la maggior parte dei libri in teoria a loro dedicati erano in realtà dipinti da adulti, selezionati da adulti in base a gusto adulto, e destinati consumatori adulti influenzati da mode adulte :-)
    Ne emerse che i disegni tondeggianti e panciuti, i personaggi ‘‘testoni,, e i colori zuccherosi che all‘ epoca andavano per la maggiore, non attiravano particolarmente l‘ attenzione dei bambini che si orientavano più verso un certo realismo evocativo più che descrittivo e amavano in particolar modo gli impianti prospettici ‘‘corretti,, anziché il ‘‘superflat,,.
    Non so se sia educato farlo, in caso contrario me ne scuso, ma ho scritto un articolo in proposito su un portale di bilinguismo, se può interessare lascio il link:
    http://bilinguepergioco.com/2011/10/17/svend-otto-s-un-viaggio-nel-mondo-dei-sentimenti/
    Seguirò con estremo interesse lo sviluppo di questa discussione!
    un saluto e grazie per gli articoli sempre splendidamente scritti!
    Eleonora

  11. 11 Stefania
    30 Ottobre, 2011 at 16:01

    Molto interessante questa ricerca!
    “Tutti i bambini sono degli artisti; il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi”,
    diceva Picasso.
    I bambini sconvolgono le nostre vite e tante volte uno si dimentica di essere una guida e di trasmetterli attraverso le fiabe dei modelli!
    Complimenti Anna è sempre un piacere leggere il tuo blog :)

  12. 12 Anna Castagnoli
    31 Ottobre, 2011 at 9:45

    Ci sono così tanti punti interessanti, ed ognuno meriterebbe ben più spazio di una discussione su un post. Ci provo…

    Pochi giorni fa, su facebook, ho postato una di quelle frasi da bacio perugina che girano in rete. L’ho trovata bella, diceva: “Un adulto creativo è un bambino che è sopravvissuto”.
    Mi colpiva soprattutto la parola “sopravvivere”, così forte a cavallo di concetti come vita e morte. Perché, sì, il bambino può morire, anche restando vivo: ed è lì che nasce un adulto emotivamente spento, che non saprà riconoscersi nel “diverso da lui” .
    Ma contemporaneamente, un bambino deve morire, un po’, per diventare adulto.

    Allora come fare perché un bambino possa sopravvivere? Come gestire, da educatori, da genitori, da autori di libri, il paradosso di sperare che alcune parti del bambino, magari il suo centro più vitale e prezioso, sopravvivano, e di sapere che altre parti, invece, devono per forza essere messe da parte? Perché non si può restare bambini. E’ il rischio opposto. Il bambino deve lasciare la sua crisalide, per approfittare di un’altra fase della vita, che è quella dell’essere adulti.

    In tanti anni di lavoro per i bambini e spesso a fianco dei bambini mi sono accorta che ci sono molti modi sbagliati di rapportarsi ai bambini, e non ce n’è di giusti. Anche nel migliore dei mondi possibili, educare un bambino a crescere, è comunque chiedergli di accettare di subire delle mutilazioni fidandosi del fatto che “è per il suo bene”: lavoro faticosissimo, spesso percepito dal bambino, che ancora non sa verso cosa lo si spinge, come profondamente ingiusto.

    Detto questo, personalmente, penso che un bambino, per “sopravvivere”, abbia bisogno di adulti capaci di immergersi in quelle zone profonde dell’essere che sono comuni a qualsiasi essere vivente, adulto o cucciolo che sia, là dove pulsa il mistero della vita, la nostra inesorabile battaglia contro la morte, la fragilità della bellezza e dell’amore. Immergersi e saperne riemergere con una parola per lui, una parola vera. Il resto (lasciarlo piangere o no quando non è in braccio, lasciargli o no succhiare il dito, dargli libri rassicuranti o libri inquietanti, farlo studiare o giocare, stare seduto a tavola o per terra…) sono mode.

    Questo terzo millennio mi sembra caratterizzato dalla fobia collettiva per queste zone profonde.

  13. 13 cinzia ruggieri
    2 Novembre, 2011 at 21:57

    Sono d’accordissimo Anna! Le zone profonde dell’essere umano,della vita,sono fuggite con terrore oggi.I bambini,quando siamo aperti a loro perchè li consideriamo persone,ci portano proprio lì,insistentemente.