Mostra Illustratori, Bologna Children’s Book Fair 2011

10 aprile, 2011

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Copertina Catalogo Mostra Illustratori 2011 di Jutta Bauer, ospite d’onore alla Mostra

Prima di mostrarvi le mie illustrazioni preferite, vorrei fare un commento relativo ad un dibattito che circola tra il pubblico della Mostra Illustratori, e che è stato ripreso sul forum delle Figuredeilibri qualche giorno fa (qui): cioè, che negli ultimi anni, le opere selezionate alla Mostra Illustratori, sono troppo concettuali, grafiche, fredde, non per bambini, etc…
Sapete già come la penso a proposito (considero i bambini un pubblico onnivoro), ma lasciate che provi a giustificare la mia posizione facendo un passo indietro e cercando di gettare delle basi storiche a questo dibattito.

L’immagine d’arte è, da sempre, sintesi e interpretazione del reale. Ma cosa è il reale? Se all’epoca di Van Eyck il reale è ciò che vediamo con gli occhi (o attraverso gli specchi), all’epoca del surrealismo il reale è ciò che sta dietro ai nostri occhi: il sogno e le emozioni della psiche. Con Kandinsky e l’espressionismo astratto, il reale diventa il colore, la linea, il punto; vale a dire: il linguaggio che è stato utilizzato per dipingere nei secoli precedenti, diventa l’oggetto d’interesse dell’opera d’arte, protagonista assoluto della tela.

E l’illustrazione per bambini? L’illustrazione, proprio come la pittura e l’arte in generale, reagisce all’epoca che la circonda. Per molti secoli è stata didascalica, perché doveva raccontare e mostrare al pubblico cose che solo rari viaggiatori potevano vedere: sirene, città straniere, battaglie, il profilo dentellato di una foglia, la tigre (non c’era ancora la fotografia). A fine ‘800, (Rackham, Dulac…), l’illustrazione si interessa a un mondo fantastico: quello delle fiabe, dei folletti, dei palazzi di principesse: è realistica per convincere il suo pubblico borghese della veridicità di questi mondi irreali.

A inizio ‘900, sulla grande onda della scolarizzazione infantile obbligatoria, gli studi di pedagogia decretano che esiste una illustrazione specifica per bambini, e che deve avere precise caratteristiche morali, formali e cromatiche. Ma dal fronte russo, agitato dalle avanguardie, arrivano libri per bambini le cui immagini sembrano opere d’arte, e dove non c’è altro messaggio da comunicare ai bambini se non quello della bellezza. Si sono così formate due coalizioni, che si confrontano ancora adesso: l’illustrazione è una forma d’arte e il suo pubblico va dai 0 ai 100 anni/l’illustrazione è un linguaggio che deve avere determinate caratteristiche per interessare i bambini.

E oggi? Oggi, proprio come nell’arte contemporanea, c’è spazio per tante visioni diverse e una posizione non esclude l’altra. Siamo in un’epoca magnanima, di decadenza lenta e sonnolenta, scevra di idee forti. Ognuno cerca nel suo angolo qualcosa da dire, come un naufrago che arrotola un messaggio dentro una bottiglia.

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Chinatsu Hagino, Giappone

Se dovessi delineare con qualche parola l’epoca in cui siamo, direi che siamo in un’epoca saturata di messaggi e di immagini, violentata ogni giorno dalla ridondanza delle immagini televisive (reali, troppo), nauseata dalla cacofonia di voci che gridano, invece di parlare. I bambini sanno tutto, sanno troppo e troppo presto. Cosa può dire loro, ancora, l’illustrazione? L’illustrazione diventa allora un campo dove cercare nuovi contenuti e nuove forme, lontani da quelli ruffiani della pubblicità, o da quelli cronachistici della televisione (dove viene spacciata per realtà lo sguardo nudo di pensiero di una telecamera o apparecchio fotografico), lontani da quelli gridanti, scoppiettanti, ipercolorati (stile Winx) dei disegni animati che intervallano le pubblicità. Un campo dove cercare messaggi più silenziosi, intimi, lenti, contenuti in forme pensate. E’ concettuale l’illustrazione oggi? Se concettuale significa “pensato a lungo”, mi sembra di sì. Ma non vi sembra un bene?
Spiccano, nella selezione della Mostra Illustratori, voci fresche, gradevoli equilibri cromatici, messaggi puliti. Quasi a dire, sottovoce, che la bellezza può ancora esistere senza bisogno di gridare o sedurre a tutti i costi.

Chinatsu Hagino, Giappone. Forse il lavoro che ho amato di più in assoluto. I tagli cinematografici, che interpongono sempre un primo piano tra lo spettatore e il protagonista, mi obbligano a una curiosità discreta, silenziosa, come se assistessi di nascosto a una scena intima e preziosa a cui non sono stata invitata.

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Chinatsu Hagino

Uno dei giurati mi ha raccontato che quando sono arrivati nella sala piena di disegni, molti lavori erano già stati messi da parte dagli organizzatori, una prima scrematura necessaria. Loro hanno chiesto di visionare anche i lavori pre-scartati, e tra tante cose scartabili, c’era questa meraviglia di Emmanuelle Bastien, che hanno poi selezionato tra i vincitori.
Mi piace di questo lavoro la forza narrativa. Sembra, ad un primo sguardo, un lavoro concettuale. Invece racconta una storia semplicissima: Dentro una casa c’è un omino. Una notte l’omino fa un sogno. Sogna una città piena d’alberi, lupi, oggetti, fiori, pesci, con, al centro, una sedia rossa e una bambina minuscola, rossa anche lei. Il giorno dopo, la casa non c’è più.

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Emmanuelle Bastien, France

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Emmanuelle Bastien

Yng Fan Chen. Dolcissimo, classico e insieme moderno…

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Yng Fan Chen, Giappone

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Yng Fan Chen

Tamas Passa. Un’acrobazia perfetta nella categoria non-fiction.

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Tamas Passa, Ungheria

Qui sotto Bernardo Carvalho, Portogallo. I colori ci sono tutti, la semplicità delle linee regala un mondo rassicurante. Ciò nonostante non è banale, non è cacofonico, non è kitsch, non è già-visto.

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Bernardo Carvalho, Portogallo

Susumu Fujimoto. Un’opera che mi ha emozionata, nel vero senso del termine. Una sensazione di sospensione dal tempo (data dal gesto teatrale della bambina nel vuoto di pubblico e spazio). Anche qui, di nuovo, la sensazione di essere uno spettatore non invitato, che si ritrova a spiare il gioco segreto di questa bambina, tutta concentrata nel misurare le orecchie del coniglio, nel mimarle, con un’urgenza e una concentrazione misteriose. Questa serietà quasi drammatica del gioco della bambina è trasmessa dalle forme: essenziali, tese; e dalla scarsità dei colori. Certi giochi sono da fare ad occhi chiusi, per concentrarsi meglio.

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Susumu Fujimoto, Giappone

C’è tutto in queste tavole di Nooshin Safakhoo: millenni di arte persiana e il minimalismo della grafica contemporanea, l’eleganza dei colori e la forza di un’azione.

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Nooshin Safakhoo, Iran

Al gattino di Naomi Munakata do l’Oscar come miglior attore protagonista. A suo fratello, l’Oscar come miglior co-protagonista.

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Naomi Munakata, Giappone

Ecco qui sotto un Dulac post Guerre Stellari (e ricordiamoci che Dulac aveva rubato molto alla tradizione pittorica giapponese). Si può ancora regalare un mondo magico ai bambini, ma deve essere credibile. Qui mostri e animali di un immaginario post-moderno entrano nelle tinte sfumate dell’illustrazione inglese di inizio secolo.

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Hitoshi Nagamin, Giappone

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Hitoshi Nagamin

Tipi Camp di Satoru Suzuki è un’opera non fiction, ma è talmente divertente e dolce che io l’avrei messa nella fiction. Mi fa venir voglia di correre a comprare una tenda e montarla, per invitarci gli amici più cari.

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Satoru Suzuki, Giappone

Due immagini del prossimo libro di Valerio Vidali. Vince in questo lavoro la pulizia dei colori e il taglio dell’immagine. Campi lunghi che si alternano a piani americani con teste mozzate, quasi a indicare che centro dell’immagine non sono i protagonisti, ma l’azione di andare (il tema del libro, infatti, è il viaggio).

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Valerio Vidali, Italia

Mayuko Kuwada. Poetico ed essenziale è il sogno di una creatura felice…

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Mayuko Kuwada, Giappone

Arianna Vairo. Forte, sognante, pieno di vento, di luce, di poesia. I due complementari, arancio e blu, sono padroni dello spazio: così tutto sembra invitante, nonostante le linee incise, forti, del disegno. Bella la traiettoria degli sguardi dei due personaggi, che apre il disegno verso l’esterno.

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Arianna Vairo, Italia

Per chiudere questa carrellata di mie preferenze non poteva mancare Simone Rea, illustratore per il quale ho da sempre una grandissima ammirazione. Queste tavole, originali e inedite, sono per me il racconto dell’origine cellulare della vita, un punto nero che si divide, si moltiplica, diventa girino, fino a nuotare e diventare relazione con la mamma rana. Questa genesi poeticissima, immersa in un liquido amniotico rosso e azzurro, è resa attraverso una precisione formale che non mi imbarazza definire perfetta.

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Simone Rea, Italia

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Simone Rea

In giuria c’erano: Paolo Canton, editore italiano dei Topipittori, Sophie Van Der Linden, critica francese e redattrice di Hors Cadre(s), Carll Cneut, Illustratore belga, L’uboslav Pal’o, illustratore sloveno ed Ellen Seip, scrittrice ed editor norvegese. Vi cito alcuni passaggi della loro testimonianza di questa esperienza, riportata sul catalogo:

L’uboslav Pal’o: “Per me l’illustrazione contemporanea è fondamentalmente caratterizzata dallo stile individuale e dalla sperimentazione. Le capacità tradizionali di pittura e disegno sono in declino, anche se ne ho visti parecchi esempi interessanti in mostra.”
Carll Cneut: “A tutti coloro che non ce l’hanno fatta (N.d.r: ad essere selezionati), non scoraggiatevi. Continuate ad amare il vostro lavoro di illustratori, fate venire fuori la vostra personalità e tornate il prossimo anno più maturi, più forti e più brillanti.”
Ellen Seip: “Fin dall’inizio avevamo stabilito di ricercare l’originalità, la capacità tecnica e la particolarità dell’artista.”
Paolo Canton: “… affacciandomi alla sterminata sala che ci accoglieva (…) ho avuto la sensazione che ogni sforzo di selezione sarebbe stato inutile e che, di fronte a una tale massa di lavori, solo due cose avrebbero potuto salvarmi: il rogo accidentale o l’estrazione a sorte di ottante numeri, da 1 a 2836.” Paolo Canton ha raccontato la sua esperienza sul suo blog. E in un’intervista rilasciata a Silvia Santirosi qui.
Sophie Van der Linden: ” Abbiamo inoltre notato che il pensiero innovativo e l’originalità sono difficili da trovare e di conseguenza è stato facile individuare e selezionare le opere dotate di tali qualità.” Qui sul suo blog (in francese) trovate la sua personale selezione e i suoi commenti ad alcune opere.

26 Risposte per “Mostra Illustratori, Bologna Children’s Book Fair 2011”

  1. 1 FRAn
    11 aprile, 2011 at 7:28

    appena ho 5 minuti vorrei esporre un mio parere sulla controversia… ora purtroppo devo scappare

  2. 2 serena
    11 aprile, 2011 at 9:57

    Questo post (come tanti altri tuoi, cara Anna)
    vale più di tutti gli anni all’Accademia di Belle Arti in cui non ho incontrato NESSUN INSEGNANTE: nessuna lezione sul colore, nessuna lezione sulla composizione, nessuna lezione sui materiali, sul disegno….
    grazie mille, davvero.
    Serena

  3. 3 Manuelina
    11 aprile, 2011 at 17:00

    Grazie Anna sono d’accordo con Serena qui sopra, aiuta tantissimo leggere i tuoi post molto soppesati e onesti. Eh eh per me sarà una “never-ending story” questa del linguaggio più concettuale e quello tradizionale. Mi hanno fatto un pò intristire le parole di L’uboslav Pal’o cioè che “Le capacità tradizionali di pittura e disegno sono in declino”..suona come una riconferma del mio timore maggiore..Possibile che l’illustrazione così sia già da catalogare come ‘da Museo’? Spero di no sennò sarei finita XDD…
    Grazie ancora Anna aspetto di vedere anche le dediche per il miniconcorso della fiera del libro! Ciaooo

  4. 4 maria elena
    11 aprile, 2011 at 17:02

    Mi unisco nel ringraziare Anna. Ho ammirato e amato perlopiù le immagini da lei scelte.
    E, da adulta, non potrei non essere d’accordo su questa sua interpretazione dell’illustrazione contemporanea.
    Eppure la fatica è grande nel proporre molti di questi lavori ai loro destinatari, i bambini. Ho cinque bambini in casa e lavoro coi bambini in laboratori d’immagine; ogni anno, non potendo portare loro alla fiera, fotografo come posso tutte le opere selezionate e le mostro ai piccoli, ma la maggior parte di esse, solitamente quelle più astratte, non li attraggono.
    Inizialmente ho pensato fosse superficialità, appunto, un condizionamento da bombardamento mediatico.
    Ho vissuto gli anni dell’Accademia dipingendo opere non figurative e ho sempre pensato di poter comunicare anche ai miei figli l’amore per la bellezza in sé. In realtà, approfondendo con loro motivazioni e preferenze, ho dovuto prendere atto che effettivamente “l’illustrazione è un linguaggio che deve avere determinate caratteristiche per interessare i bambini” … Ripensando alla mia infanzia, riconosco che anche per me è stato necessario un cammino, una maturazione, un divenire adulta anche nell’amore per l’immagine. Ora impazzisco letteralmente per le illustrazioni Simone Rea, sono il mio… “ideale”, ma quando ero piccola amavo istintivamente le immagini più dettagliate. Nota bene, non pacchiane o necessariamente sgargianti, ma con tanti particolari riconoscibili e riconducibili alla realtà (o, certo, a mondi di fiaba e meravigliose creature immaginarie) su cui soffermarsi e sognare.
    Forme pur equilibratissime e per noi belle, perfette, ma estremamente essenziali come quelle di E. Bastien lasciano ahimè del tutto indifferenti la più parte dei bambini.
    Ho mentalmente suddiviso le opere selezionate a Bologna in tre categorie: illustrazioni per far sognare i bambini di adesso (poche); illustrazioni per gli stessi bambini quando saranno grandi (la maggioranza) e… illustrazioni per educare i bambini a diventare grandi.
    Tifo per la prima e la terza categoria…

  5. 5 Anna Castagnoli
    11 aprile, 2011 at 17:12

    Grazie per le vostre parole.
    Ho aggiornato il post con un’ immagine di Arianna Vario che anche mi era piaciuta e che avevo dimenticato facendo il post.

    @ Maria Elena.
    Anche io mi trovo spesso a confrontarmi coi bambini e sono arrivata alla conclusione che nell’illustrazione per bambini ci debba essere una cosa per forza: il personaggio. Con l’eccezione di bambini molto piccoli, che sono anche attirati dalle forme e dai colori puri. Un mio nipote di tre mesi, di un libro illustrato, preferisce la pagina col testo: la guarda a lungo. Io credo che veda come uno sciame di formiche o macchie in movimento.

  6. 6 maria elena
    11 aprile, 2011 at 18:10

    Nella singola illustrazione (per intenderci, quelle esposte in una mostra) sì, è vero, è fondamentale la presenza del personaggio perché per il bambino abbia un fascino e un senso. Nel contesto di un volume illustrato, ossia per il fine reale dell’illustrazione, ho visto apprezzare tantissimo dai bambini anche “semplici” paesaggi in cui il personaggio non appariva. Però, come dicevo sopra, perché i bambini vi soffermassero d’istinto (ho provato a disseminare la stanza di immagini per vedere da quali fossero attratti) dovevano avere determinate caratteristiche. Uno “stile” che ho visto essere molto amato dai piccoli, e che a noi adulti invece a volte pare stucchevole, è quello che si avvicina al cosiddetto “naïf”.

  7. 7 daniela tordi
    11 aprile, 2011 at 18:12

    Non ho potuto essere a Bologna, grazie per questa rassegna dalla mostra illustratori. Senza nulla togliere agli altri, mi commuove sempre la bravura degli autori giapponesi. La loro straordinaria perizia tecnica non è mai fredda, mai fine a se stessa. Spesso sono molto giovani, fatto sta che sono portatori di una grazia antichissima e modernissima, in egual misura. Lontani dall’oleografia, ma calati profondamente nella tradizione, che reinterpretano in modo per me assolutamente affascinante.

  8. 8 CHIARA T.
    11 aprile, 2011 at 18:43

    grazie Anna, questo post è meraviglioso, come i precedenti del resto…
    Per chi pensa che i bambini non siano poi così interessati alle immagini più “concettuali”, io credo che tutto stia nell’abituarli. Il problema è che normalmente a scuola, per televisione, nella loro vita quotidiana sono letteralmente bombardati da immagini prive di senso, tutte uguali. E’ come con la musica: se i genitori non sono appassionati di musica classica, purtroppo inizieranno ad apprezzarla soltanto in età adulta (forse)… da piccola i miei genitori ascoltavano Wagner, Bach… per me non è stato un trauma, anche perché non era obbligatorio ascoltare quel tipo di musica. Penso che anche per le immagini, si possa fare nello stesso modo.
    Per fortuna quando vado alle mostre, vedo spesso bambini particolarmente attenti.
    Tutto sta ad abituarli, educarli a quel tipo di immagini (senza obblighi o forzature ovviamente).
    ciao e grazie
    Chiara

  9. 9 Anna Castagnoli
    11 aprile, 2011 at 19:01

    Grazie Maria Elena per il tuo racconto.
    E grazie Daniela per il tuo grazie. :)

    Sono d’accordo con Chiara.
    Una volta sentii dire all’editrice di Gallimard: “se ai bambini si lasciasse scegliere il menù, mangerebbero tutte le sere hamburger e patatine. Come ai gusti del cibo, bisogna educarli al gusto per il bello”. Poi ogni bambino ha i suoi gusti, ed è giusto che sia così.

    E’ anche importante che in casa/scuola circolino libri che a loro non piacciono. E’ importante poter scegliere, preferire, dire “questo no”, è un primo passo di esercizio critico.
    Mio nipote di 5 anni, l’ho osservato passare cinque minuti di concentrazione totale davanti a un libro della Pacovska, che è molto astratta, ma anche molto colorata, l’ha sfogliato tutto. L’ho interrotto solo alla fine, per chiedergli se il libro gli era piaciuto, mi ha detto “così così”. Era critica! Ero entusiasta.

  10. 10 paloma valdivia
    11 aprile, 2011 at 19:28

    Querida Anna, traduje todo lo escrito y me impresiona la verdad de tus palabras, me han hecho mucho sentido.

    Gracias y un abrazo

  11. 11 Anna Castagnoli
    11 aprile, 2011 at 19:47

    Paloma gracias! Ha sido muy lindo veerte sabado con los niños. Un abrazo grande.
    Anna

  12. 12 francesca ferri
    11 aprile, 2011 at 20:12

    grazie Anna, per la generosa condivisione del tuo sapere. E’ una cosa rara e preziosa nel mondo intellettuale. Per quel che riguarda illustrazione/arte/pubblico-bambino, vorrei solo dire che trovo in alcune illustrazioni lo stesso limite che trovo in molta arte contemporanea: in qualche modo le opere sono congelate e cariche di psicosi dell’autore. Non portano una visione altra, non raccontano un punto di vista altro, ma poveramente sottolineano e testimoniano un dolore o una situazione non vissuta. Non so se mi son spiegata…

  13. 13 sandra
    11 aprile, 2011 at 21:50

    Anna
    …..WOW
    grazie!

  14. 14 marina
    12 aprile, 2011 at 4:14

    Questo post Anna è esaltante, un lavoro meticoloso e attento, che non lascia nulla al caso, mi tuffo nella discussione!
    Credo che ogni illustratore racconti con le sue immagini, il bambino che era. Sono storie intime e personali, esperienze singole.
    Un bambino spesso si appassiona di immagine molto dettagliate perchè la sua fantasia non è stata ancora limitata da nulla: nei dettagli egli vede mondi senza confini, personaggi senza razza ne colori… interpreta, quella che noi definiamo concretezza narrativa, come un universo parallelo al suo personale modo di rapportarsi con l’ambiente circostante. Una pianta, un prato, spesso diviene una giungla, un gatto una terribile fiera, un’ape un Pteranodon (dinosauro volante). E’ difficile che un bimbo rimanga ammaliato dai disegni di un suo coetaneo (parlo di bimbi piccoli). Gli occhi di un bimbo vedono le dimensioni deformate, ingrandite… Quindi eccesiva graficità e sintesi, secondo me, può compromettere questi viaggi fantastici di cui il bambino spesso è protagonista. Ma se vengono illustrati degli animali, con qualsiasi tecnica e forma, allora il discorso cambia: questi soggetti hanno per i bambini un valore così alto che sono in grado di apprezzarli pienamente indipendentemente dal linguaggio visivo che si è scelto per rappresentarli. (da quanti anni i bambini adorano e sfogliano lo Zoo di Munari?) Ed inoltre la storia: se a fianco delle immagini c’è una storia ironica dolce e intelligente l’apprendimento-apprezzamento delle immagini avviene naturalmente. In sintesi dico che la storia e la scelta dei soggetti siano la chiave principale, per far si che immagini molto grafiche siano accettate da parte del nostro piccolo pubblico. Le mie sono considerazioni basate su esperienze personali, con mio figlio nipoti e tanti altri bambini… ma come per tutto, ognuno di noi ha il suo punto di vista e soprattutto non ho la “presunzione” di saper leggere la fantasia di un bambino, che è e deve rimanere “segreta”.

  15. 15 Anna Castagnoli
    12 aprile, 2011 at 7:17

    Marina grazie, appena ho un momento reagisco alla tua riflessione.

    Volevo solo dirvi che Sophie Van der Linden, uno dei giurati, ha pubblicato un post sul suo blog in cui fa una personale selezione delle opere della Mostra e le commenta.
    http://blogsvdl.canalblog.com/archives/2011/04/11/20871523.html

    Poi volevo precisare che nel commento n°5, quando scrivo che in un’illustrazione, per piacere ai bambini, ci deve essere il personaggio, intendevo dire “un centro affettivo”. Il personaggio può anche essere un albero o una casa.

  16. 16 daniela tordi
    12 aprile, 2011 at 8:09

    “Un centro affettivo” mi sembra l’espressione perfetta, più ancora di “emotivo”. Pensavo ieri che l’annosa (e al dunque un po’ oziosa secondo me) questione su quanto piace o non piace (meglio, dovrebbe o non dovrebbe piacere) ai bambini non mi ha mai coinvolta. Quando disegno o scrivo una storia illustrata io non penso ad un referente, che sia piccolo o grande di età, io penso a me – come contenitore d’idee, di quella idea – e a… tutti, indistintamente. Piuttosto, è il punto da cui muovo quello che identifica il lavoro e il punto di partenza è una sorta di piccola fonte di calore, un fiotto di materia viva che io devo cercare di dipanare. Se c’è calore, proseguo, perchè capisco che esso stesso è movimento e calamita, più esattamente è un affetto che attrae affetti. Dunque il perno del lavoro e della ricerca intorno ad esso (nel mio caso spesso del tutto indisciplinata, asistematica intendo e forse inconsapevole) è questo coacervo affettivo,che normalmente diviene il cardine della storia, “incarnandosi” in un qualche modo. E quando guardo il lavoro altrui… è quello stesso che cerco e che mi motiva, talvolta anche osservando una singola tavola. Non c’è bisogno di uno sviluppo narrativo completo per intravvedere l’asse. Il centro affettivo è sempre evidente, anche quando è parzialmente inespresso, ma compiutamente suggerito. Se manca, io mi limito a dire-pensare “è un lavoro freddo” (e in questo, forse presuntuosamente, tutto sommato mi sembra di avere via via sviluppato un buon grado di comprensione).

  17. 17 Anna Castagnoli
    12 aprile, 2011 at 8:21

    Daniela è illuminante quello che scrivi, hai centrato il centro di tutto. E’ esattamente come dici ed è esattamente così anche per me, quando disegno o scrivo:

    ” il punto da cui muovo quello che identifica il lavoro e il punto di partenza è una sorta di piccola fonte di calore, un fiotto di materia viva che io devo cercare di dipanare.”

    E quello stesso fiotto più o meno dipanato, più o meno riuscito, se c’è, i bambini lo sentono.

  18. 18 daniela tordi
    12 aprile, 2011 at 8:52

    … Sai Anna chi mi fa impazzire per questa sua capacità immediata di centrare l’obiettivo? La Crowther. In realtà, figuriamoci, il mondo è pieno di gente che sa fare quanto a questo il suo mestiere, ma io con lei vado letteralmente in un brodo di giuggiole. E’ raffinata e semplice, immediata, originalissima, capace di catturare da subito l’attenzione nella sua orbita di piccole creature strambe, talvolta stralunate. Ma così vive! Piccoli eventi marginali diventano un’epopea, pochi tratti racchiudono un mondo e lo permeano di un’identità inequivocabile. Tutto in lei è guizzo, scaltrezza, movimento e pathos. Con il suo corredo di facce buffe, di dettagli pieni d’ironia, di goffaggini trasfuse in una grazia incontrovertibile. Di affetto per la vita.
    Che meraviglia.

  19. 19 Cristina
    12 aprile, 2011 at 9:08

    Sono d’accordo con gli ultimi due interventi di Anna e Daniela e vorrei aggiungere una nota laterale, forse anche un po’ scontata.
    Daniela dice che la questione su ciò che piace o non piace ai bambini non la coinvolge ed è oziosa. Io aggiungerei anche che spesso all’interno delle discussioni su questa materia si parla dei bambini come esseri tutti uguali ed immutabili: “quello che piace AI BAMBINI”, tutti indistintamente come massa informe.
    I bambini che vedo io hanno gusti diversi tra loro e anche mutabili nel tempo e riescono ad amare stili diversi contemporaneamente. Così come bambini hanno bisogno di libri rassicuranti, altri amano storie più cupe. O lo stesso bambino in un momento ha bisogno di risposte in un altro di possibilità. Insomma mi sembra che siano questioni che riguardano molto più gli adulti quelle sugli stili (visivi e verbali). Come condivido il commento dove Anna dice: “E’ importante poter scegliere, preferire, dire “questo no”, è un primo passo di esercizio critico.”

  20. 20 Anna Castagnoli
    12 aprile, 2011 at 9:08

    Sai che quando hai scritto del “fiotto di materia viva” ho pensato immediatamente alla Crowther? !
    Lei racconta che non sa mai dove andrà a parare quando inizia un libro, dice che segue, fidandosi, quella fiammella viva e quando si spegne, si ferma, fino a che non torna.

  21. 21 daniela tordi
    12 aprile, 2011 at 9:27

    Anna: non ci siamo mai conosciute di persona, ma ogni tanto mi sembra che abbiamo una matrice, in essenza, comune. Tu sei più ordinata, sistematica ed esperta, io più rozza e saltellante. Ma qualcosa al fondo ci accomuna. Spero capiti un’occasione per fare quattro chiacchere di persona prima o poi. Tra l’altro sto seriamente pensando di cambiar vita (e paese) e accarezzo l’idea, più avanti, di organizzare piccoli corsi d’illustrazione in Provenza. Mi ci vorrà ancora un po’ di tempo, però sarei molto contenta di riuscire a coinvolgerti. Se pensi che la mia meta è un villaggio di soli 500 abitanti (nel Luberon leggendaria dimora degli uomini-lupo!) dove, tuttavia, c’è una biblioteca regolarmente aperta 3 giorni a settimana… bè, fa venir voglia, no?! Chissà… Intanto buona giornata a tutti, scappo a lavorare!

  22. 22 Anna Castagnoli
    12 aprile, 2011 at 9:30

    @ Daniela: Nella campagna dove passeggiava René Char? Ci metto la firma!

    @ Cristina: sono d’accordissimo.

    @ Marina: è vero quello che dici sugli animali!

  23. 23 daniela tordi
    12 aprile, 2011 at 9:53

    … Mannaggia, lo vedi? mi apri un altro pezzettino di mondo! A quanto pare, dopo una veloce consultazione di Wikipedia… sì! E più esattamente, direi a metà strada tra il suo villaggio, Isle Sur La Sorgue, e quello di un altro grande, Jean Giono, che si chiama Manosque.
    Per l’esattezza, a Vaugines (dove furono girate alcune scene di un film cult nella Francia anni ’80, “Manon des sources”, una vera epopea della Provenza, l’hai visto?). Insomma, sono gran bei posti.
    Allora… ci conto. E mi metto sotto.
    Baci

  24. 24 Cristina
    12 aprile, 2011 at 10:59

    Sono posti meravigliosi e ce ne sono di belli anche andando verso ovest fino al confine restando nell’interno.

  25. 25 Cristina
    12 aprile, 2011 at 11:01

    volevo dire verso EST.

  26. 26 Gioia
    13 aprile, 2011 at 5:35

    Interessante discussione!
    Dopo aver visto la mostra di Bologna anche quest’anno sono rimasta un pò perplessa. Ho comprato il catalogo come sempre. Poi a casa con calma sono tornata a sfogliare le immagini. E già qualcosa mi ha colpito di piu. E già una logica, un filo conduttore rendeva la selezione più che coerente.
    Siamo in una fase particolare dell’illustrazione in cui il segno grafico e la tecnica stessa di realizzazione stanno andando in una direzione. Personalmente vengo da una formazione diversa e faccio un’illustrazione diversa, più figurativa diciamo, che tra l’altro amo molto. Eppure in questi ultimi anni in cui ho frequentato nei mei corsi di disegno tanti bambini. Ho lavorato intensamente alla ricerca di un mio linguaggio e in ultimo un laboratorio con Kveta Pakovska una settimana fa, mi confermano una cosa importante. Bisogna proporre al bambino linguaggi diversi, soprattutto diversi dal suo. Linguaggi su cui soffermarsi. Lea maggior part dei bambini di oggi sono impigriti dal fruire passivamente di immagini commerciali e mediatiche. Educare al diverso è importante in tutto. Spingerlo a provare lui stesso linguaggi diversi artistici linguistici, espressivi è importante. Bisogna accompagnarli in questo certo. Ma come d’altronde per noi adulti diventa indispensabile aprire un libro di storia dell’arte per comprendere certi movimenti artistici. E credo che ognuno di noi abbia provato il piacere di arrivare ad amare un artista sulle prime incomprensibile, dopo aver conosciuto la sua vita.
    Bologna è sempre bella e prestigiosa perchè, io credo, opera in questa direzione.