Il mondo delle cose fragili, saggio su Beatrice Alemagna, Le immagini della fantasia, Sàrmede 2010

25 ottobre, 2010

Quest’anno ho avuto l’onore di firmare l’introduzione al lavoro di Beatrice Alemagna, ospite d’onore 2010, sul catalogo della Mostra Internazionale di Illustrazione di Sàrmede. Per chi non avesse modo di trovare il catalogo, ecco qui sotto il mio articolo: buona lettura!

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Histoire courte d’une goutte, Beatrice Alemagna, Autrement Jeunesse, Parigi 2004

IL MONDO DELLE COSE FRAGILI
di
Anna Castagnoli

Le immagini della fantasia
Mostra Internazionale di Illustrazione di Sàrmede – 28ª edizione. www.sarmedemostra.it

(THE WORLD OF FRAGILE THINGS: download english text )

Tiro via dalle pagine di Mon amour, strano animale ricamato, due fili di cotone, e nelle mani mi cadono bottoni colorati, lustrini, nuvole di garza verde, pezzetti di foglie rotte, un bastoncino appiccicoso (quel che resta di un lecca-lecca amaranto), una biglia, un biglietto ferroviario scaduto, una forcina per capelli. Guardo questo bottino fatto di quasi nulla e ho la sensazione che sia stato mio da sempre. Abitava le mie tasche di bambina, ne sono sicura. Fa uno strano effetto ritrovare qui, tra le pagine di un libro, quel tesoro che solo io conoscevo.
I libri di Beatrice Alemagna hanno questo potere, li si apre e ci si ritrova col naso incollato alla finestra, a guardare le gocce di pioggia che scivolano sui vetri, dalla cucina una voce conosciuta urla: “sono pronti i biscotti !”.
Ho tutti i libri di Beatrice Alemagna sparpagliati sul tappeto davanti a me e mi rendo conto per la prima volta che, come in Un et sept, il racconto di Gianni Rodari in cui sette bambini di nazioni diverse sono lo stesso bambino, i libri di questa autrice non sono che un unico libro. Tutte le storie che Beatrice Alemagna ha scritto e illustrato, tutti i testi che ha scelto, sembrano voler rispondere a quest’unica domanda: come fare a salvare “le cose che spariscono senza che abbiamo avuto il tempo di vederle ?” (1)
Questo grande libro è popolato di personaggi delicatissimi, strani, spesso indefiniti, che sembrano avere in comune la stessa “inettitudine”; geneticamente inadatti al mondo; lacunosi, distratti, incerti, bucati, fuori posto, privi di una qualsiasi capacità di restare a galla in una vita “socialmente riuscita”; testardi però, e ostinati nella ricerca di un posto nel mondo capace di accoglierli “così come sono”.

La missione di questi fragili eroi non è facile: il mondo sembra andare a un ritmo troppo vorticoso perché loro possano starne al passo (Une maman trop pressée, Histoire courte d’une goutte, Un lion à Paris); il mondo sembra esigere da loro una carta di identità, ma queste creaturine, in tasca, non hanno che un nocciolo vecchio di pesca, interrogati, non sanno neppure dire chi sono (Mon amour, Jo singe garçon, Le secret d’Ugolin). Guardandoli guardarmi dalle pagine colorate, coi loro grandi occhi sgranati, mi vengono in mente Gli aiutanti di Giorgio Agamben: “Eppure in loro qualcosa, un gesto inconcluso, una grazia improvvisa, una certa matematica spavalderia nei giudizi e nel gusto, un’aerea scioltezza delle membra e delle parole testimonia della loro appartenenza a un mondo complementare, allude a una cittadinanza perduta o a un altrove inviolabile (…) Forse perché il bambino è un essere incompiuto, la letteratura per l’infanzia è piena di aiutanti, esseri paralleli e approssimativi, troppo piccoli o troppo grandi…”(2)

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Gisèle de verre, Beatrice Alemagna, Seuil Jeunesse, Parigi, 2002

Queste creature così incerte, hanno però un coraggio “inaudito”. Ognuna di loro affronta il proprio destino con una forza che solo la grazia della verità può dare. Una goccia, uguale a mille altre, nasce su un lavandino mentre una grande bocca si sta lavando i denti, viene inghiottita dall’acqua e dallo sputo, finisce in un groviglio di tubi, fa in tempo a scorgere la meravigliosa giungla di oggetti che popola il buio e le fogne: “macchie di colore, visi paffuti, animali selvaggi, fiori d’acqua, oceani ghiacciati” poi muore evaporando su un marciapiede, senza che nessuno l’abbia mai vista (Histoire courte d’une goutte). Una bambina nata di vetro, completamente trasparente, vive coraggiosamente l’esperienza del rifiuto degli altri: la gente è inorridita dai suoi pensieri di corvi neri, lacrime, forbici affilate. Tanto peggio per gli altri! che non avranno mai la sua grazia (Gisèle de verre).
Un leone stanco della giungla decide di visitare Parigi, in una metropoli dove nessuno si sorprende più di niente, vive l’esperienza della solitudine (Un lion à Paris). Etc… Nessuno di questi anti-eroi, però, si lascia sopraffare: il leone troverà il suo posto come statua al centro di una piazza, la bambina di vetro viaggerà instancabilmente alla ricerca di un luogo dove le persone non temono la verità…

I protagonisti dei libri di Beatrice Alemagna, nonostante le apparenze, non sono dei perdenti. Leggete una delle sue storie, in cui disegni e parole sono una sola cosa, e chiudendo il libro scoprirete che la realtà è stata capovolta: i veri perdenti, sono gli altri, i veri perdenti siamo noi, che non sappiamo più fermarci a guardare, che non sappiamo più che cosa è davvero importante. E loro lo sanno, loro: i bambini, i protagonisti dei libri di Beatrice Alemagna, le cose fragili, gli animali. Lo sanno. Sanno della nostra debolezza, sanno di essere i portatori di una verità che noi abbiamo dimenticato: questo strano viaggio vorticoso, che si conclude evaporando su  un marciapiede, ha senso solo se si ha il coraggio di essere se stessi, di esaudire i desideri più forti che ci abitano, combattendo per essi, pagando, se è il caso, anche il prezzo della solitudine; l’avventura di una vita vale la pena di essere attraversata, se qualcuno, anche per un solo momento, ci riconosce e ci ama.
Riassunta così, l’opera di questa autrice a tutto tondo, può sembrare filosofica, riflettuta e morale. Invece no. Non c’è nessun messaggio che Beatrice Alemagna cerca di comunicare intenzionalmente. Ognuno dei suoi libri, prova ne è la loro grande spontaneità, è frutto della capacità dell’autrice di recuperare dentro di sé frammenti del mondo dell’infanzia. Perché la verità per la quale i suoi protagonisti combattono, è quella che tutti i bambini portano nelle loro tasche: diamanti e rubini che solo un adulto che ha dimenticato se stesso scambierebbe per pezzi di vetro trovati sulla spiaggia. Cosa c’è di più importante al mondo, di più urgente, del poter possedere una tartaruga, o di “annusare l’erba chiudendo gli occhi, correre dietro ai piccioni gridando, ascoltare la voce lontana delle conchiglie, arricciare il naso davanti allo specchio” (3)? Chi oserebbe dire che esiste qualcosa di più importante di questo? Eppure il mondo degli adulti sembra spaventato da questa verità così bella.

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Histoire courte d’une goutte, Beatrice Alemagna, Autrement Jeunesse, Parigi 2004

Avere la verità in tasca, però, non basta. La verità che questi personaggi portano con loro, li fa forti, ma non li salva dalla loro solitudine: è essere visti che salva; trovare qualcuno capace di riconoscerci.
La piccola goccia che sparisce evaporando su un marciapiedi ce lo insegna dolorosamente: se nessuno ci guarda, si muore.
In tutti i libri di Beatrice Alemagna c’è sempre un incontro, uno sguardo, un riconoscimento reciproco, che cambia il destino dei protagonisti. In Karl Ibou è un bambino che semplicemente dice: mi piace il tuo cappello, che salva il protagonista dalla disperazione.
«Adoro il vostro cappello, signore!
– Ti piace?
– Si, signore. Me lo regali, signore?
– Certo, se lo vuoi, è tuo – risponde Karl Ibou, sorpreso che si possa amare qualcosa che gli appartiene. – Sei un bambino proprio gentile – dice Karl Ibou. – Gentile io? Grazie signore, abitualmente, sono un bambino detestabile
.» (4)
In Mon amour, è un’altra creatura abbozzata che sa riconoscere il protagonista : «Tu non vuoi sapere chi sono?», domanda lo strano animale protagonista, «Sei il mio amore», risponde il nuovo amico, insegnandoci che non c’è bisogno di sapere nient’altro.
Nell’ultima pagina di La promenade d’un distrait, è l’abbraccio della madre che ricompone Giovanni ormai in pezzi. Ed è sempre un abbraccio, questa volta dei più coraggiosi, che dà senso alla storia di Oméga et l’ourse: l’orsa dice alla bambina che la vuole mangiare e Oméga tendendo le braccia risponde: d’accordo. In Jo singe Garçon è l’incontro con le scimmie che aiuterà Jo a ritrovare la sua identità…
Quando manca questo incontro è perché Beatrice Alemagna invita noi lettori ad essere “l’altro capace di riconoscere”, i piccoli protagonisti chiedono a noi, a noi che li guardiamo, di voler loro bene. Ci chiedono di capirli, e noi capiamo che, per farlo, dobbiamo rinunciare alla nostra logica abituale.
Non c’è mai, infatti, una ragione per la quale questi personaggi sono degni d’essere amati, se non quella delle loro “mancanze”. L’autrice sembra accompagnarci per mano verso una dimensione dell’amore diversa da quella a cui veniamo educati. Non si ama l’altro per le sue qualità, lo si ama perché si è intravista la sua fragilità e questa fragilità, ci commuove.
Non voglio cadere nella retorica, ma non posso impedirmi di sottolineare quanto questo messaggio, nel mondo di oggi, sia prezioso.

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Hommage a? Andre? Franc?ois, Beatrice Alemagna, in: Un posthume sur mesure, Centre Culturel Français de Timisoara, 2005

Voglio aggiungere qualche parola sullo stile che Beatrice Alemagna utilizza per raccontarci le sue storie. Intanto avrete notato che non ho parlato, fino ad ora, di immagini o di testi. Nel mio lavoro di critica ho sempre dato una grande importanza al rapporto che si stabilisce tra testo e immagine in un libro illustrato, o alle dinamiche compositive dell’illustrazione… Stranamente, tutte le volte che leggo un libro di Beatrice Alemagna, mi dimentico di far caso a tutti questi elementi “critici” di lettura. Vengo trasportata dentro la storia, come se il mondo che mi viene offerto nelle pagine, esistesse davvero. Le emozioni sottilissime che le figure e le parole suscitano, sono di una qualità che impone il silenzio di ogni critica. È una domanda di salvezza che esce da questi libri, non c’è tempo per il superfluo, per il decoro, per considerazioni di carattere estetico.
Le immagini di Beatrice Alemagna sembrano essere state prodotte con la stessa esigenza: si tratta di raccontare una storia importante, non c’è tempo per fermarsi a “disegnare bene”, non c’è tempo per trovare stratagemmi che conquistano il lettore.
Quando un bambino disegna, – se gli adulti non hanno ancora fatto il danno di insegnargli cosa è “bello” e cosa no, di che colore va colorato il cielo, di che verde i prati –, disegna per tradurre uno stato emotivo, o l’imperativo di una storia che è dentro di lui. Le forme e i colori che escono dalle mani di questa grande illustratrice hanno la stessa armonia dei disegni dei bambini, ci comunicano la gioia istintiva dei blu di Matisse, la sicurezza delle forme di Picasso, sembrano rispondere, proprio come l’arte contemporanea, all’imperativo del sentire, più che a quello dell’apparire.

Non si può capire fino in fondo l’opera di Beatrice Alemagna, se prima non ci spogliamo di tutto quello che sappiamo, della nostra sicumera di adulti, esegeti, critici, per infilarci un costume a quadretti variopinti e incamminarci verso il mare. Non si possono amare con tenerezza i protagonisti dei suoi libri, se, troppo difesi dalle emozioni che accompagnavano la nostra infanzia, non ci fermiamo ad ascoltarli.
Vi invito a non avere paura: non sono emozioni drammatiche quelle che vibrano nei libri di Beatrice Alemagna: c’è la solitudine, è vero, c’è l’amarezza dell’essere diversi, la fatica di essere distratti e perdere pezzi di sé… ma tutta questa fatica di esistere è quella dell’infanzia: per essere consolati, c’è solo bisogno di un sorriso amico e un gelato al pistacchio. La salvezza non richiede uno sforzo più grande di un “mi piace il tuo cappello”; basta non avere fretta; basta sdraiarsi sull’erba e guardare le nuvole passare, basta imparare a guardare l’altro, diverso da noi, nei suoi grandi occhi trasparenti e non spaventarsi di quello che si vede; basta ricordarsi, almeno tra le pagine di un libro, di tutte le cose fragili che abitano il nostro mondo, e prendersene cura.

Anna Castagnoli

1)   Histoire Courte d’une goute, Beatrice Alemagna, Autrement Jeunesse, 2004

2)   Il giorno del Giudizio, Giorgio Agamben, Nottetempo 2004

3)   Che cosa è un bambino, Beatrice Alemagna, Topipittori 2008

4)   Karl Ibou, Beatrice Alemagna, Autrement 2008

16 Risposte per “Il mondo delle cose fragili, saggio su Beatrice Alemagna, Le immagini della fantasia, Sàrmede 2010”

  1. 1 Isabella C.
    26 ottobre, 2010 at 12:57

    Amo da sempre Beatrice Alemagna.

    Ho raccolto i suoi libri.
    Anno dopo anno.
    In quei libri cercavo quello che avevo perduto.
    Una briciola di pane,la mia foglia rossa chiusa in un libro,le gocce di pioggia che scivolavano sui vetri, il profumo di biscotti.
    Il dolore delle cose perdute e di una goccia d’acqua che evapora senza che nessuno l’avesse mai vista.

    Beatrice raccoglie le briciole che ci portiamo in tasca da bambini e li ricompone in gocce di memoria, di profumi, di attimi che non devono andar via.

    “Non si ama l’altro per le sue qualità, lo si ama perché si è intravista la sua fragilità e questa fragilità, ci commuove.”

    Grazie Anna, grazie davvero.

    Non aggiungerei altro,perchè Beatrice nelle sue storie parla anche dei nostri silenzi.

  2. 2 Rossana B.
    26 ottobre, 2010 at 13:26

    Grazie Anna, mi hai fatto commuovere. Pensa che sono stata a Sarmede nel week end, ho visitato la mostra e preso il catalogo ma non avevo ancora avuto tempo di sfogliarlo, così non mi ero accorta che avevi scritto tu l’introduzione. Appena ho visto il post sono corsa a leggerlo direttamente sul catalogo. Alla mostra ho sfogliato il libro di Beatrice Alemagna “La bambina di vetro” e mentre lo sfogliavo pur provando delle emozioni non riuscivo a dargli forma a renderle nitide. Grazie per aver dato voce a quelle emozioni.

  3. 3 Maral Sassouni
    26 ottobre, 2010 at 14:14

    Thank you, Anna, for this beautiful article — it shines a light on what is so appealing in Beatrice’s work: the evanescent and the fugitive, made precious because so easily lost. And of course (this does not need to be said!) the images themselves are sublime…

  4. 4 Antonio
    27 ottobre, 2010 at 8:37

    Complimenti, Anna, per questo articolo finissimo e prelibato come il lavoro di Beatrice Alemagna!

  5. 5 Silvana
    27 ottobre, 2010 at 10:14

    Una meraviglia, anzi, tante meraviglie: i lavori di beatrice Alemagna e la tua introduzione.

  6. 6 Chiara C.
    27 ottobre, 2010 at 10:48

    Ho amato Beatrice Alemagna dal momento in cui ho visto per la prima volta le sue illustrazioni… l’ho amata per avermi fatto vibrare il cuore, per aver dato forma alle sensazioni che dall’infanzia mi porto dentro. Di questo la ringrazio e ringrazio anche te Anna per saperci regalare sempre nuovi momenti di estatica emozione.

  7. 7 lucia
    27 ottobre, 2010 at 10:50

    complimenti.. è molto bella questa critica.
    Sai quante volte ho fatto conoscere i lavori di Beatrice e di bella risposta vedo storcere il naso?
    Quello che ammiro in lei è che è riuscita a far circolare l’energia dei suoi “scomodi”personaggi..così storti e antipersonaggi..
    complimenti a tutte e due

  8. 8 alicia
    27 ottobre, 2010 at 12:03

    Al ritorno da Sarmede in macchina, si parlava del bello che in più persone vediamo nel lavoro di Beatrice. Ovviamente la discussione si spostò su che cos’è il bello, dunque…un gran caos di opinioni,esempi, ecc. Se avessimo letto in quel momento il catalogo che viaggiava con noi, avremo sprecato meno parole inesatte riguardo ai libri di Beatrice Alemagna. C’è nel suo lavoro una sorta di tenerezza che in automatico si traduce in bellezza, che arriva a tutti, forse per questo siamo andati “fuori tema”. La sua grande capacità di comunicare, penso sia in lei un talento innato.

  9. 9 beatrice alemagna
    27 ottobre, 2010 at 15:01

    Non so che dire di questi commenti..;li leggo a bocca aperta. Queste parole e quelle entusiasmanti di Anna mi danno il coraggio di continuare a restare sempre me stessa, senza paure di fare quello che sento. Vi ringrazio tutti dal profondo del cuore.

  10. 10 Manuela
    28 ottobre, 2010 at 15:35

    Complimenti Anna, per il tuo saggio su Beatrice Alemagna.
    Amo tantissimo i suoi libri, spesso mi ritrovo a sfogliarne uno e subito mi sento al sicuro a casa cullata, faccio lunghi respiri che mi riportano alla mia infanzia e tutto ritorna immobile, sospeso.
    Non vedo l’ora di sfogliare”Jo singe garçon” che aspetto con ansia!

  11. 11 Gioia
    29 ottobre, 2010 at 6:54

    Avevo giusto giorni fa conservato nel mio cellulare la tua bellissima recensione Anna. COME QUALCOSA DI PREZIOSO DA CONSERVARE, proprio come sono i libri di Beatrice! Si avverte un sentimento di stima e di amicizia dalle tue parole che ci avvicina a voi,e al vostro mondo di immagini che è un vero e proprio linguaggio. Ci sono tanti linguaggi, come ben sappiamo. Ma non tutti toccano le nostre corde e ci svelano quel sentimento che come un onda pervade le pagine di un libro illustrato.
    Ogni volta che apro un libro di Beatrice ( come di tanti altri illustratori…) sento quell’onda fluire dentro di me e lasciare traccia dentro di me. Qualcosa di prezioso da conservare, appunto!
    Non posso che sperare di fare presto una bella conversazione con voi ;-)!

  12. 12 Tatieva
    30 ottobre, 2010 at 0:04

    Quelle délicatesse dans tes dessins, Anna… et beaucoup de poésie. Avec une pointe de tristesse en fond, peut-être ?
    C’est trés beau.

  13. 13 Lisa
    30 ottobre, 2010 at 8:55

    Il “mondo delle cose fragili” è un mondo immaginario e reale allo stesso tempo, difficile da capire ma facilmente raggiungibile se accompagnati da un’immagine di Beatrice Alemagna, che, con le sue “chiavi colorate” ci apre la porta che conduce ad esso.
    E’ importante, sempre, riconoscere quella fragilità che ci caratterizzava da bambini e non averne paura. Questo è possibile solo mantenedo un legame con il passato, attraverso i ricordi. L’arte di Beatrice Alemagna ci permette di creare quel legame.

  14. 14 Anna Castagnoli
    1 novembre, 2010 at 10:51

    Grazie a tutti per questi commenti così belli!

  15. 15 simoff
    3 marzo, 2014 at 13:05

    ogni volta che faccio un incontro con i genitori sulla lettura ..non posso non leggere e far vedere nel contempo le illustrazioni di “Che cos’è un bambino” ..
    Dopo aver letto questo bellissimo commento al lavoro di Beatrice spero di poter trasmettere qualcosa di più… La tua sensibilità e la tua delicatezza sono come carezze. grazie.

  16. […] i libri di Beatrice Alemagna nell’introduzione al suo lavoro sul catalogo di Sarmede, nel 2010 (Il mondo delle cose fragili). I protagonisti dei libri di Beatrice sono sempre figure incompiute, rotte, sbeccate, distratte, […]