Corso base di economia del picture book. Lezione 4

30 Luglio, 2009

Lezione n°4UN’ILLUSIONE OTTICA
di Plumers

Cara Anna,
parlando di costi unitari, rischio di creare un’illusione ottica: sembra che tutti guadagnano e che il mondo sia bello e felice. Allora, proviamo a dare un’occhiata ai valori assoluti.

L’ipotesi che un albo abbia una tiratura di 2000 copie non è affatto peregrina. È questa la tiratura media degli editori italiani. Aggiungiamo un’ulteriore ipotesi: che le 2000 copie vengano tutte vendute in un tempo ragionevole e che, quindi, il costo unitario di produzione sia uguale al costo unitario del venduto. Questo ci semplifica la vita, anche se farà arricciare il naso agli editori, che sono abituati a vendere le 2000 copie in tempi molto più lunghi di quelli che ipotizzeremo.

Per comodità, diciamo che un tempo ragionevole è 1 anno.

20 euro x 2000 copie = 40 000 euro, che per soggetto si ripartiscono così:
autore/illustratore: 4.000 euro
librai: 12.000 euro
distributore: 10.000 euro
editore: 14.000 euro

Di ciò che riguarda i librai e i distributori ci occuperemo più avanti
Ma disponendo di questi dati possiamo domandarci quanti libri da 20 euro che vendono 2000 copie bisogna produrre per campare.

Autore/illustratore
Supponiamo che la tua sia una persona modesta, senza grilli per la testa, che ti accontenti di guadagnare, come un precario di call center, i famosi 1000 euro al mese.
Stanti le imposte che devi  pagare e gli accantonamenti previdenziali che ti suggerisco di accumulare per avere in futuro una pensione, per poterti permettere di spenderne 1000 euro al mese devi incassarne almeno 20.000 l’anno. Questo significa 10 libri all’anno se sei solo autrice o illustratrice; o 5 libri all’anno se fai entrambe le cose, come peraltro sai fare. Oppure – perché no? – un solo libro. Ma da 10.000 copie vendute.

Editore
Dei 14.000 euro per titolo,  la metà se ne vanno per pagare i costi diretti di produzione. Quindi l’editore ha un margine operativo lordo di 7000 euro per titolo (date le ipotesi iniziali, delle quali non voglio qui discutere l’adeguatezza e la verosimiglianza).
Un editore ha bisogno di: un ufficio, qualche computer, un paio di linee telefoniche e un collegamento a banda larga e, se ha molta voglia di lavorare, il lavoro di due persone per fare una decina di libri (tre se ne fa una ventina, eccetera). Poi deve pagare la partecipazione alle fiere (da sola, la Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna costa 5000 euro fra stand minimo e albergo di quart’ordine), regalare copie alla stampa, inviare i libri ai premi, pagare gli interessi passivi sui soldi che si fa prestare dalla banca.
Possiamo ipotizzare che un ufficio costi 20.000 euro all’anno; che stampa,promozione e fiere costino 10.000 euro all’anno; che due persone costino 40.000 euro all’anno (sempre i soliti precari da call center) e gli interessi passivi siano trascurabili (e anche qui già sento il rombo dei mugugni degli editori).
Quindi, un editore deve fare 10 libri all’anno solo per arrivare al pareggio, date le nostre ipotesi.

Per fortuna, cara Anna, che fai ancora in tempo a cambiare mestiere. E a decidere di non diventare editore.

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28 Risposte per “Corso base di economia del picture book. Lezione 4”

  1. 1 Vaporella
    30 Luglio, 2009 at 12:41

    Tutto estremamente chiaro. Una bella doccia fredda. Credo che in molti, grazie a queste lezioni, cominceremo a capire che non solo i libri illustrati sono opere complesse per i molteplici saperi che coinvolgono e i molteplici livelli di lettura che richiedono. Ma lo sono anche dal punto di vista economico, commerciale e produttivo.

  2. 2 Riccardo
    30 Luglio, 2009 at 19:25

    Io lo dico, la quinta lezione neanche voglio leggerla, preferisco rimanere nella mia beata e spensierata ignoranza, e affrontare la povertà da moderno Oliver Twist quando verrà. :P

  3. 3 papepi
    30 Luglio, 2009 at 19:53

    certo che a leggere le voci, l’illustratore -autore è proprio l’ultimo della lista!…colui che crea alla fine è bastonato… c’è qualcosa nel sistema mercato che non funziona…beata ignoranza

  4. 4 geraldino
    30 Luglio, 2009 at 21:55

    con un lavoro così è difficile vivere. forse in altri paesi gli illustratori e gli autori hanno un peso maggiore. qui devi lavorare di corsa per raccimolare un misero compenso. e tutto a scapito della qualità. sarebbe bello riuscire a cambiare questo stato di cose. vogliamo fare qualcosa? grazie.

  5. 5 maria nina
    30 Luglio, 2009 at 22:17

    Per fortuna, come Plumers suggerisce alla cara Anna che non si è più fatta sentire, facciamo ancora in tempo a cambiare lavoro. E a decidere, direi, di diventare editori.

  6. 6 papepi
    31 Luglio, 2009 at 7:01

    a dir la verità le viene sconsigliato
    anche di fare l’editore…. ma sono curiosa di sapere se Plumers è illustratore o editore o forse nessuno dei due … ( forse mi è sfuggito..)non riesco a capire la sua posizione

  7. 7 plumers
    31 Luglio, 2009 at 8:03

    Il mondo non è fatto solo di illustratori ed editori. Infatti, plumers, alcuni anni fa, faceva il libraio.
    Mi scuserete, ma ci sono alcune cose che non capisco nei commenti a questo post:
    Mi sembra che, in generale, si proceda per eccessiva semplificazione.
    Non sono d’accordo sul fatto che la creazione sia pagata poco rispetto alle altre attività: se percepisce il 10%, lo fa a fronte della mancanza di costi diretti sensibili. Quindi, quasi tutto quello che ricava è reddito
    Chiedete al libraio (che pure si appropria della quota più grande del prezzo di copertina) quanto gli costa gestire la bottega (magari parleremo anche di questo, in futuro).
    Autori e illustratori non sono una categoria di sfigati, destinati allo sfruttamento e alla miseria. Sono una categoria di dignitosi lavoratori fra i quali, a volte, qualcuno ha successo. E che per guadagnare un reddito dignitosi devono impegnarsi a fondo, lavorare duramente, studiare e aggiornarsi, esattamente come un insegnante, un dipendente delle poste, un operaio specializzato, un manager. E il reddito che creano per sé corrisponde inevitabilmente alla ricchezza che creano per la società, in termini economici o paraeconomici (per non dire “culturali”)
    Sono, certamente, esposti al cosiddetto “fenomeno del campione”, che tende a estremizzare le situazioni del punto di vista della remunerazione. (Il fenomeno del campione, in soldoni, è quello per il quale a decine di migliaia spendono 120 euro per andare a un concerto di Keith Jarret, ma se mi metto a suonare io, non mi tirano neanche le monetine. Eppure io suono da molto più tempo di Keith Jarret.)
    Ma cosa pensate, che sia tutto più facile altrove? Qualsiasi attività è difficile ed espone al fallimento, all’insiddisfazione, alla frustrazione. e Qualsiasi attività richiede dedizione, impegno, fantasia, determinazione: un peu d’inspiration et beaucoup de transpiration.
    Per fortuna di solito, il mercato è abbastanza intelligente da selezionare il meglio.
    Non esistono genii incompresi: magari osteggiati, ma incompresi no.
    Se la risposta a questo (pomposamente nominato) “corso base di economia” è il piagnisteo o l’autocommiserazion, ho miseramente fallito, e non preparerò una sesta lezione (la quinta, purtroppo, sarà pubblicata automaticamente).

  8. 8 Vaporella
    31 Luglio, 2009 at 8:04

    Scusate, in generale mi chiedo: quando qualcuno comincia a pensare di fare il mestiere di illustratore non pensa di informarsi sul modo in cui funziona il comparto editoriale dal punto di vista economico? Sarebbe come dire che uno vuol fare il chirurgo e non si informa sul funzionamento del sistema ospedaliero. Dopo di che, a metà strada, si lamenta di quel che scopre. E invoca lo stato di precedente ignoranza che gli permetteva di compiacersi delle proprie idee, anche se non corrispondevano alla realtà. Io dico che per intraprendere qualsiasi professione ci vuole quantomeno la grinta di sapere come stanno le cose nella realtà e di affrontarle. Anche perché, se qualcuno fa questo mestiere – e ce ne sono tanti -, e magari si diverte anche nel farlo, vuol, dire che, alla fine, si può fare. Certo, non è facile, ma chi ha detto mai che fare le cose, tutte le cose, sia facile?

    Anna non si fa sentire perché, come ha scritto su questo blog, nel post precedente a queste lezioni, ora è impegnata a Leòn; dopo sarà in vacanza fino a settembre.

  9. 9 papepi
    31 Luglio, 2009 at 8:19

    io sono una illustratrice e ormai lavoro nel campo da 20 anni…. non volevo lamentarmi per il gusto di autocommiserazione, ma è una presa di coscienza… non ditemi che chi fa arte (soprattutto in italia)non è bistrattato… su questo suo pensiero Plumbers (Per fortuna di solito, il mercato è abbastanza intelligente da selezionare il meglio.)non sono per nulla d’accordo,, ma non voglio dilungarmi in ciò perchè questo è un blog e non un forum..

    lo so anche io che questo è un bel lavoro, anche se è un mondo particolare e pochi lo riescono a fare con competenza e comunque è da anni che ci si lamenta delle “tariffe” delle tavole e dello “sfruttamento” al quale si è spesso sottoposti, soprattutto nei primi anni di lavoro

  10. 10 papepi
    31 Luglio, 2009 at 9:12

    mi sono scordata di aggiungere un altro pensiero.. Plumers non si senta fallito nell’impresa come ironicamente (spero) lei dice… qui si parla e si espongono pensieri per chiarirsi.. non la giudica nessuno malamente… ci mancherebbe, ha esposto cose utilissime a tutti e la ringrazio, ma mi sembrerebbe non corretto non finire la lezione ( orsù ironia nella vita)!

  11. 11 wasp
    31 Luglio, 2009 at 9:21

    sono dacc con Papepi!
    …è interessante sapere i percorsi economici che hanno le tue illustrazioni.
    é anche vero che spesso e volentieri (…sono riuscita ad esntrare in questo mondo da poco ed è davvero difficile..) si viene pagati pochissimo (almeno chi inizia), e sinceramente mi piacerebbe poter vedere le cifre che qui vengono mensionate, se si pensa che devo fare 3 lavori per mantenermi… cip :(.
    ma questo non mi fa demordere anche perchè penso che un ‘illustratore (come qualsiasi lavoro artistico) è mosso dalla principalmente passione e non dal fattore economico, anche se purtroppo è un cavillo che bisogna risolvere perchè non si puo campare di aria soltanto!In generale però i giovani vengono sottopagati, non è un male dell’editoria soltanto…

  12. 12 Manù
    31 Luglio, 2009 at 10:59

    Plumers, lei ha ragione quando dice che bisogna impegnarsi e studiare e aggiornarsi.. L’unica differenza fra un illustratore ed un impiegato alle poste è il fatto che quest’ultimo sa per quanto lavorerà, ha una continuità, sa quando entra a lavorare la mattina e sa perfettamente quando ne uscirà la sera. Il nostro lavoro, mi ci metto in mezzo anch’io, è un lavoro discontinuo, che non offre una sicurezza. Potrei lavorare per tre mesi, poi non lavorare per il resto dell’anno. E sa perfettamente che quei tre mesi di lavoro consistono in nottate e nottate per rispettare le scadenze. Questo è quello che abbiamo scelto, è chiaro, questa è la nostra passione, ma se lei è il primo a sconsigliare ad Anna di intraprendere anche la strada dell’editoria, forse con un pò di ironia, forse con un pò di cinismo, o forse con tutta la schiettezza che ha (e che ho apprezzato da lettrice nelle precedenti lezioni), benedica il piccolo sfogo di oggi :). Magari domani torneremo alla realtà e decidere, come lei consiglia, di cambiare lavoro, di scegliere la sicurezza per noi e per la nostra famiglia, di scegliere la strada più semplice e pratica a discapito del nostro pugno di sogni.. o forse continueremo a sperare e ad arrancare in attesa di essere dei talenti compresi, non per aver fama e successo, ma per riuscire a campare come si deve.

  13. 13 geraldino
    31 Luglio, 2009 at 11:42

    tra i miei amici distinguo tre tipi di illustratori che non pensano a cambiare lavoro: quelli che hanno un altro lavoro sicuro,
    quelli che fanno solo gli illustratori lavorando in fretta, senza molta soddisfazione perchè dicono che non possono ricercare la qualità perchè devono pensare innanzitutto a campare,
    e quelli che hanno alle spalle una situazione economica molto ma molto agiata e che potrebbero vivere di rendita. a questo ultimo gruppo appartengono i più bravi che conosco e che sono quelli che studiano e approfondiscono meglio i temi e il senso del loro lavoro, partecipano a fiere e convegni in giro per il mondo, si aggiornano in continuazione.
    per tutti gli altri non saprei che dire, teniamo presenti i consigli di plumers che sembra molto saggio.

  14. 14 papepi
    31 Luglio, 2009 at 12:11

    hihihi.. Geraldino, tra i tuoi amici manca la mia categoria…non ho le spalle coperte, non lavoro in fretta e anche per la commissione meno interessante ci metto passione e cerco di realizzarla al meglio, non ho un secondo lavoro, ma anche io non ho mai pensato di lasciare questo mestiere, pur non avendo guadagni da favola, ma la libertà che mi dà è impagabile

  15. 15 Giovanna
    31 Luglio, 2009 at 12:15

    Nell’ufficio postale che frequento quotidianamente, dato che sono un editore ma non dispongo di fattorini che ci vadano al posto mio, c’è una ragazza che fa l’impiegata e vorrebbe fare l’illustratrice. Mi sembra assennata: prima di capire se riuscirà o no a fare questo lavoro, ha deciso di trovare un lavoro che le permetta di mantenersi.
    Prima di essere editore, prima di essere una scrittrice ho fatto moltissimi lavori. Che via via si avvicinavano sempre più a quello che mi interessava. I primi lavori a 20 anni erano molto lontani: mercatini di libri usati, segretaria in palestra, perfino micro impresa di pulizie di fino. Poi dopo qualche anno, ho cominciato a lavorare in case editrici, pagata male o malissimo, poi a fare collaborazioni esterne con editori. Sapevo benissimo che non avrei fatto quel mestiere per tutta la vita, ma sapevo molto bene che quello che volevo fare, scrivere, non mi avrebbe dato alcuna garanzia né in termini di guadagno né di sicurezza. Avevo ben chiaro solo che solo se fossi stata sufficientemente preparata e determinata forse avrei potuto darmele da me, le garanzie, sapendo però benissimo che molte altre persone come me stavano pensando più o meno la stessa cosa. E mi era anche chiaro che non tutti ce l’avrebbero fatta. Me compresa. E che avrei preso, come capita, alcune sonore fregature, facendo quella che si chiama “gavetta” (fatto che poi si è puntualmente verificato).
    Oggi faccio l’editore e scrivo. Per vivere devo fare, oltre a questi, un terzo lavoro: ho uno studio di comunicazione. Di tutti questi lavori, nessuno è garantito. Ogni giorno non so come andrà, posso solo ipotizzarlo, ma sono esposta al rischio: di questo sono consapevole. Perché tutto dipende da me. per questo spesso il mio lavoro non ha orari. Ed è tanto, quantitativamente, a volte tantissimo. Però di una cosa sono certa: che questo lavoro mi piace molto, e che per questo io personalmente, nonostante le notevoli difficoltà che incontro nel farlo, mi ritengo una privilegiata. Mi basta prendere il metrò o l’autobus e guardare le persone che vite fanno, molto più dure della mia, con un lavoro che non solo non è retribuito bene ma nemmeno amano, in aziende o istituzioni che non si accorgono di loro o se ne accorgono male, tutto il giorno subordinati a spazi e tempi che non hanno deciso loro, in mezzo a persone che non scelgono. I lavori “creativi” e indipendenti sono difficili e pieni di rischi, e faticosi per lo stress e l’insicurezza, ma i vantaggi che possono accordare sono incommensurabili in termini di qualità della vita. Io oggi sono in grado di dirlo, credo, con una certa cognizione di causa. Si tratta di mettere sul piatto della bilancia le proprie priorità e stabilire cosa si è disposti a sacrificare, quando si fa una scelta o un’altra. Dopo di che, questo non significa accettare passivamente lo stato delle cose, ma lavorare a fondo per cambiare in meglio quello che non va nel mercato dei libri e della cultura, che in fondo, lo ricordo, è fatto delle scelte di tutti consumatori, noi compresi, messi insieme.

  16. 16 papepi
    31 Luglio, 2009 at 12:44

    Gentile Giovanna è proprio questa sua frase (I lavori “creativi” e indipendenti sono difficili e pieni di rischi, e faticosi per lo stress e l’insicurezza, ma i vantaggi che possono accordare sono incommensurabili in termini di qualità della vita.)che mi trova pienamente in accordo.. la qualità , anche se in continuo equilibrio precario, di vita

    sarebbe bello, per noi illustratori, che l’editore non se ne approffitti del nostro operato,
    così legato ad un mondo troppo
    impalpabile quale è il sogno (parlo per me, e so bene anche che editore lei è).. quando si trovano editori comprensivi e giusti sembra di aver trovato “l’America”..è questo il paradosso

  17. 17 geraldino
    31 Luglio, 2009 at 13:04

    papepi sei speciale, anche quando dici plumbers al posto di plumers, e non credo per errore…

  18. 18 Angelo
    31 Luglio, 2009 at 13:33

    Come si può concretizzare ciò che dice Giovanna? cioè “lavorare a fondo per cambiare in meglio quello che non va nel mercato dei libri e della cultura”. Noi, illustratori, autori e altro, come possiamo incidere?

  19. 19 Anonimo
    31 Luglio, 2009 at 17:06

    Grazie infinite a Plumers per il suo corso di grande chiarezza e utilità da parte di un visitatore solitamente muto.

  20. 20 Anna Castagnoli
    31 Luglio, 2009 at 18:50

    Eccomi! Sono tornata.
    Che belle e animate discussioni. Mi rallegro!
    Era immaginabile che i post di Plumers non suscitassero entusiasmo, ma aspettate il quinto prima di demoralizzarvi… :-)

    Grazie Giovanna per il tuo generoso racconto.

    E’ vero che i giovani illustratori, come ha detto qualcuno, prendono poco (giovani nel senso di “chi è agli inizi”), ma rendetevi conto che un illustratore in erba vende infinitamente meno copie di un illustratore affermato. Farlo pubblicare è quasi un rischio, un investimento incerto.
    Se sono Rebecca Dautremer guadagnerò in anticipi sui diritti molto di più che Pincopallo, perché il mio libro sarà comprato al volo da migliaia di lettori.

    Pensate solo al mercato dell’arte o della fotografia. Quanti artisti contemporanei vengono appoggiati e
    esposti nelle gallerie e quanti in proporzione non avranno mai un quadro/foto esposto e venduto? E tra quelli che vendono, c’è il pittore della domenica che vende a 100 euro il suo quadro della domenica, c’è l’artista che vende a 100.000 euro e c’è quello che vende a 1000.000 di euro.
    E’ arte! E’ vero che il libro ha sempre lo stesso prezzo, ma il numero di copie vendute non è lo stesso se l’illustratore è sconosciuto o conosciuto. Ci sono illustratori (affermati) che prendono 15.000 euro di anticipi sui diritti!

    Io è da quando ho iniziato a fare questo mestiere che queste cose le so, e punto in alto. Non so se ci arriverò, ma non vedo altre strade. Scrivere e illustrare è la mia vita.

  21. 21 papepi
    31 Luglio, 2009 at 19:09

    Anna… forse è proprio qui il rischio che un editore deve avere.. non puntare sul sicuro, ma su quello che lui crede che sia valido per la sua linea edioriale e trattarlo ugualmente al famoso… so che non sarai in accordo, ma da qui inizia forse il cambiamento per tutto il mercato di cui tutti ci lamentiamo ( e non solo editoriale)

  22. 22 papepi
    31 Luglio, 2009 at 19:12

    un altra cosa… forse estremizzo ma .. bisogna farlo, a costo di essere antipatici e “fuori mercato”

  23. 23 Manuela
    16 Settembre, 2009 at 21:55

    Ho letto attentamente e con molto interesse tutti i commenti. Sono nuova nel forum e che dire ho gia sbagliato e pubblicato questa risposta nel dibattito sbagliato…perdonatemi:)
    da illustratrice che lavora con tanta sofferenza, senza coperte alle spalle e senza stipendio fisso, mi trovo in assoluto accordo con papepi.
    Trovo che le lezioni di Plumers sono illuminanti per chi come me, illustratore preferisce nascondersi a volte tra i colori e i pennelli, per non atterrare troppo dolorosamente nella propria reltà. Ultimamente ho avuto la possibilità di lavorare con un editore molto importante e credo di essere stata veramente fregata per quanto riguarda il lato economico ma che dire come altri miei colleghi, quando ti si presenta un occasione “unica” sei disposto a venderti e purtroppo a lavorare “gratis”, perchè se sei senza “coperte” devi assolutamente uscire e farti vedere in un modo o nell’ altro!
    Prima di entrare nel mondo lavorativo e iniziare con diverse pubblicazioni, Io come tanti altri, percorrendo le strade della gavetta (che non finiscono mai), ho partecipato a mille concorsi, Teatrio, Progetto libro, ecc…, corsi di aggiornamento, come Sarmede ancora con la Teatrio e quant’altri. Tappe fisse nella crescita di tutti noi illustratori. Mi sono spesso imbattuta in giovani disegnatori, bravi, originali che osano, magari ancora grezzi nella rappresentazione e nella tecnica ma pieni di talento e innovazione… che poi nel momento del grande passo…”sono stato contattato per un libro”…vengono castrati dall’ editore affamato dal “demone” del commerciale e delle vendite e si ritrovano a partorire libri che non sembrano nemmeno loro craezioni, ma perchè?
    Perchè nell’editoria made in italy, c’è sempre paura di rischiare, di sfidare il commerciale.
    Come dice Anna riguardo a Rebecca Dautremer, sicuramente e lei una garanzia per gli editori. Ma guarda caso lei è un illustratrice francese e gli editori stranieri osano, osano molto e investono su un tipo di illustrazione alternativa, e anche sui formati. Loro osano e vengono ripagati con le vendite, perché il lettore deve essere educato ad una tipologia di libro “non commerciale” e soprattutto anche le famiglie educate al valore di un opera d’arte come lo è l’albo illustrato per ragazzi. Forse anche io estremizzo ma credo che solamente cosi le persone cambiano, con le novità e le innovazioni artistiche tutto muta e sicuramente in meglio.

  24. 24 Anna Castagnoli
    17 Settembre, 2009 at 11:50

    Benvenuta Manuela!

  25. 25 plumers
    17 Settembre, 2009 at 15:07

    Benvenuta Manuela,
    il suo commento, pubblicato in ben due diversi post, mi fa sorgere spontanea una domanda.
    io e lei viviamo nello stesso mondo?
    Lei afferma che:
    gli editori italiani non rischiano e non investono su nuove forme di espressione grafica;
    gli editori stranieri lo fanno e sono premiati dalle vendite;
    e che i giovani illustratori di talento vengono “castrati dall’editore affamato dal demone commerciale” [sic!].
    Sul primo punto, qualche giorno fa mi è stato presentato un noto accademico inglese, studioso di letteratura per ragazzi, autore di diversi libri dedicati all’albo illustrato e all’illustrazione. Nel corso di una piacevole, anche se breve conversazione, questi mi magnificava la qualità dell’editoria italiana, che a suo avviso è una delle più innovative del mondo, in questo momento. Si sbaglia lui o è lei che non sa guardare?
    Sul secondo punto, mi risulta, dai dati pubblicati da Istat e Aie, quindi ufficiali e verificati, che l’editoria per ragazzi italiana sia in crescita (+8% nel 2008, che era già anno di crisi) e lo sia in particolar modo il segmento degli albi illustrati. La crescita non è solo sul mercato interno, ma anche nella vendita di diritti a editori esteri. Di ben diverso tenore i dati che provengono da Francia (-10%) e Germania (-7%). Quindi, delle due, l’una: o in Italia non c’è la crisi, come dice l’Egoarca, o gli editori italiani hanno una performance migliore almeno di quella di francesi e tedeschi. Ma forse lei si riferiva alla Grecia e all’Estonia?
    Non voglio qui sostenere, parafrasando Voltaire, che quella italiana sia “la migliore editoria per ragazzi possibile”. Né che il successo commerciale sia un indice di qualità assoluto. Ma i numeri sono numeri e la realtà a volte è diversa da quella che pensiamo di vedere.
    Sul terzo punto, temo che la responsabilità del fallimento di alcuni esordienti che lei riteneva promettenti ma che, alla prova dei fatti, hanno prodotto libri secondo lei insoddisfacenti sia da attribuire in buona misura allo scarso talento o alla perniciosa “ansia di pubblicare” che porta molti giovani a fare qualsiasi cosa pur di avere uno straccio di libro da mostrare alla mamma. E questo non lo dico io, ma lo diceva Italo Calvino
    Mi creda, Manuela, non ce l’ho con lei.
    Ma non sarebbe ora di smetterla di attribuire sempre la responsabilità di quello che non va agli altri, di baloccarsi con l’idea che l’erba del vicino sia sempre più verde, e di guardare solo quegli aspetti della realtà che sono funzionali a un discorso personale?
    Insomma, mio nonno Teodoro, che era più laconico di me, avrebbe detto: “se ved la paiocca in di oecch di alter e minga el trav in di soò.”

  26. 26 Anna Castagnoli
    17 Settembre, 2009 at 16:31

    Gentile Plumers, parlo da illustratrice che ha una visione abbastanza panoramica dell’illustrazione, vivendo in Spagna e viaggiando spesso a Parigi. Se non si hanno le cifre in mano che lei ha (davvero molto interessanti! Grazie per averle condivise con noi) è molto facile sposare la visione di Manuela sulla creatività delle case editrici italiane. Diciamocelo, a parte alcune case editrici (tre?quattro?) davvero spettacolari e innovative, in Italia il panorama è oggettivamente triste. Sono andata di recente alla Feltrinelli di Padova e ho stentato a trovare un album decente.
    In Francia qualsiasi libreria, anche la più commerciale, offre un ben diverso panorama.
    In Francia ho visto code di mamme e bambini in fila per avere un libro autografato da un illustratore, in Italia sfido una mamma non “nel settore” a conoscere i nomi degli illustratori dei libri che compra. Ce ne saranno, ma saranno l’eccezione. Non per lamentarsi, ma cifre a parte ed esperti a parte, la Francia ha davvero un panorama diverso da Spagna e Italia. Nel senso che la cultura generale che circonda l’album illustrato è diversa, più ricca, più colta.

    Invece non concordo Manuela con l’illustratore di talento che viene represso o non emerge, etc. Secondo me un illustratore di talento, ha il talento anche nel scegliere gli editori con cui lavorare, e un buon editore fa uscire il meglio dall’illustratore, non il più commerciale. Sempre. E buon editori ce n’è (parlo per esperienza personale) tanti.
    Poi non ho mai visto nessun illustratore “di talento” non riuscire ad emergere.

  27. 27 plumers
    17 Settembre, 2009 at 16:40

    La cara Anna mi fa notare, privatamente, alcuni passaggi del mio commento esageratamente puntuti.
    Non so darle torto.
    Me ne scuso con tutti i lettori e, soprattutto, con Manuela, che spero non si sia offesa.

  28. 28 Manuela
    18 Settembre, 2009 at 15:38

    Ciao Anna! grazie per il benvenuto, è un piacere seguire il tuo blog!
    Diciamo che plumers non è stato così caloroso nel darmi il benvenuto, non pensavo di essere stata così polemica, da generare questi grandi quesiti esistenziali: io e lei viviamo nello stesso mondo?
    Che dire, sicuramente no! Io vivo in un mondo dove i nemeri Istat e Aie, sono cosi lontani e cosi vicini da confondermi e allontanarmi da ciò che sono veramente. Vivo in un mondo fatto di passione per il mio lavoro, in un mondo dove la creazione ha preso il sopravvento.
    Con questo non voglio assolutamente denigrare il suo punto di vista e la sua conoscenza (mi scuso per questo!)
    Volevo solo farle notare che sono due visioni differenti, due tipi di passioni differenti, due modi di vivere il mondo in maniera diversa, non per questo l’uno annulla o smentisce l’altro.
    Caro Plumers, io non sono un noto accademico inglese, ma credo di saper guardare!
    Credo di aver sviluppato negli anni, una certa consapevolezza nel “Guardare le figure”, mi spiace ma forse lei non ha colto tra le righe quello che ha invece colto Anna. Quando sono in fiera a Bologna o nelle librerie italiane, sono sempre affascinata e consolata guardando gli albi di alcuni editori italiani, che produco opere d’arte e albi illustrati sorprendentemente innovativi. Degni della Francia e di molti altri paesi. Di questo ne sono onorata e ottimista!
    Ma gli altri editori quelli con la “E” maiuscola, non producono certamente numeri elevati di questi albi, e questi editori sono quelli che contribuiscono ad incrementare le cifre! Io credo!
    Io non mi sono offesa, è bello finalmente poter parlare liberamente e avere la possibilità in un bellissimo blog come questo, di interagire non solo con gli illustratori ma con tutti quelli del settore e confrontarsi.
    Dove c’è la possibilità di crescere e aprire gli occhi sulle verità di questo “mondo”di sentire le opinioni di tutti con libertà.
    Però, mi ha molto ferito questa frase: “lo straccio di libro da presentare alla mamma”.
    Lei mi parla di scarso talento, io le parlo di libertà espressiva e credo siano due cose differenti, lei mi parla di numeri, io le parlo di passione, di creatività e della possibilità di rappresentare senza limiti la propria visione così come il proprio pensiero.
    Chi sceglie questo lavoro non lo fa di certo per soddisfare i familiari, gli zii, i nonni e gli amici.
    Chi fa libri per bambini, illustratore, scrittore, o entrambi, lo fanno per se stessi.
    Ma anche per comunicare con gli altri e con la speranza di lasciare una piccola parte della propria esperienza nel mondo. Lo fanno perché è la loro vita ed è l’unico mezzo di esprimersi.
    Quindi a volte è deludente vedere il proprio lavoro trasformato per paura di non vendere. Volevo solamente dire questo senza presunzione o altro.
    Cara Anna sono in pieno accordo con te, gli illustratori talentuosi prima e poi emergono, certamente perchè credono in loro stessi , io lo faccio e molti altri lo fanno, ma questo a volte non basta.
    Però questo è un discorso personale! Come dice Plumers “Ma non sarebbe ora di smetterla di attribuire sempre la responsabilità di quello che non va agli altri” sicuramente è vero, lei ha ragione la mia non è una lamentela e solo una affermazione che faccio, nella speranza che le cose migliorino e su questo punto sono fiduciosa e positiva.
    “L’erba del vicino non è sempre più verde” sicuramente, ci sono persone che hanno grandi giardini e persone che hanno piccoli e graziosi giardinetti, dipende sempre dal modo in cui uno se ne prende cura.