Ricercare il silenzio alla Fiera di Bologna, di Ilaria Falorsi

10 Aprile, 2014

Ed ecco il secondo reportage, di Ilaria Falorsi. Con focus sul nuovo Padiglione 33 destinato ai ragazzi, le mostre presenti e la conferenza della giuria della Mostra Illustratori.
(Qui il reportage di Gloria Pizzilli)

Ricercare il silenzio
di Ilaria FALORSI

Dopo i primi due giorni caotici in Fiera, mercoledì mattina, sono sola: Gloria è ripartita e gli amici non arriveranno prima della conferenza delle 11. Approfittando di un arrivo a Bologna piuttosto mattiniero, mi precipito al Padiglione 33: la novità di quest’anno.

Per il suo 51° anno, la Children’s book Fair decide, finalmente, di organizzare un evento aperto ai giovani, incoraggiando le scuole e il pubblico a visitare il padiglione a loro dedicato al grido di “Non ditelo ai grandi” (titolo preso in prestito dal famoso saggio della scrittrice americana Alison Lurie – premio Pulitzer). Sono curiosa: dopo aver visto il Salon du Livre et de la Presse Jeunesse di Montreuil e la massiccia presenza dei ragazzi che vi partecipano ogni anno (con estrema gioia, oserei aggiungere), mi ero chiesta spesso perché la Fiera di Bologna ancora non avesse organizzato qualcosa per il pubblico, visto il sempre più crescente timore sulla formazione culturale dei giovani. Ritenevo che la Fiera di Bologna fosse già di per sé un posto dove si promuove la lettura, dove si sensibilizza e si cercano scambi culturali: ma tante di queste impressioni, una volta a casa, mi sembrava andassero perse, o venissero conservate a fatica. Montreuil ha, invece, il vantaggio (confusione a parte) di gestire professionisti e pubblico insieme, portando a casa il valore aggiunto dei ragazzi: più che invogliati alla lettura, i bambini francesi attendono il salone come un evento eccezionale, quasi un Natale in anticipo.

Potete capire quindi quanto sono curiosa: il poster disseminato per tutta la Fiera (e fuori) non ha un’aria graficamente accattivante, ma il calendario eventi all’interno del sito presenta un sacco di iniziative, mostre, incontri, laboratori e letture, di cui tanti interessanti anche per gli adulti. Mi perdo un secondo prima di trovare il padiglione giusto, ma arrivo e mi ritrovo completamente sola dentro questo spazio enorme, silenziosissimo – e con aspettative forse troppo grandi. L’allestimento è costituito da pannelli mobili (piccole librerie di cartone modulari) dove,  sul retro di ognuna, sono stampati alcuni dei disegni della Mostra Illustratori e qualche immagine dai libri selezionati per il Bologna Ragazzi Award.

Tutt’intorno grandi corridoi ancora vuoti e due file di lunghi tavoli a dividere in due la prima sala, quella di entrata. Sopra ci sono libri, per ragazzi da 0 a 16/18 anni. Un’ottima selezione, in generale, tant’è che ringrazio il bancomat di essere completamente scarico.
Mi prendo un po’ di tempo per sfogliare gli albi e vagare nella prima parte del padiglione, godendo di questo breve momento di solitudine. Mi vengono concessi 30 minuti e poi, dal corridoio centrale, iniziano ad arrivare voci e rumori di piccole persone, che a grandi passi sono pronte ad invadere la sala. In poco tempo il salone si riempie, i corridoi non sembrano più così vuoti e alcuni ragazzi iniziano anche a guardarmi con sospetto: sono un corpo estraneo in un padiglione dedicato a loro. Preparo la fuga, ma mi ricordo delle mostre: scovo il corridoio centrale, che divide e porta nell’altra metà del padiglione, quella dove sono state allestite le varie attività. Lo imbocco e il corridoio, manco a dirlo, è una bellezza: lungo tutte le pareti sono stampati disegni a tema “Alice nel paese delle meraviglie”. Trovo l’idea azzeccatissima.

La prima mostra, bellissima, è quella dei bambini del ghetto di Terezin, costituita per la maggior parte dai disegni di bambini tra i 10 e i 14 anni. Incoraggiati dall’insegnante d’arte Friedl Dicker-Brandeis a non interrompere le attività educative e artistiche durante la loro permanenza nel ghetto, i ragazzini realizzarono, tra il 1942 e il 1944, migliaia di disegni di cui la Friedl riuscì a nasconderne 4000 dentro un paio di valigie, prima di essere deportata ad Auschwitz. I disegni, oggi parte di una collezione appartenente al Museo Ebraico di Praga, raccontano scene di vita quotidiana all’interno del ghetto, con, a tratti, una umanizzazione delle condizioni di vita (alcuni personaggi qua e là sorridono), o riportano frammenti di una vita precedente, quando ancora c’era una casa e si era padroni di sé stessi. Tratti forti e decisi si alternano a delicate punteggiature di colore e a collage più adulti, ma più freddi, distaccati.

Uno dei disegni del ghetto di Terezin

A seguire, trovo la mostra dedicata al Silent Book Contest. Cito doverosamente una parte dell’introduzione scritta da Ferruccio Giromini: “…il libro senza parole, soprattutto se è ben fatto (ovviamente) ci rende più interrogativi, più investigativi, più riflessivi, in definitiva più autonomi e co-autori della narrazione contenuta in esso.”
Trovo interessante il progetto di Juan Pan, “The last goodbye”, dedicato al rapporto di separazione tra padre-figlio nel momento in cui ci si trova a dover lasciare il nido familiare. Le illustrazioni, realizzate in bianco e nero, aggiungono drammaticità al senso della storia, cosa che incuriosisce non poco la scolaresca che passa di lì, accanto a me, e con cui condividiamo questo momento insieme.


Juan Pan

In generale, l’atto di leggere è spesso solitario, e in queste occasioni illustrazioni colorate, comiche o molto intricate (come alcune di quelle presenti in questa mostra) vengono degnate appena di uno sguardo. Chi si trova davanti non si concede il tempo necessario per leggerle veramente. Quello che noto immediatamente davanti alle illustrazioni di Juan Pan, è che il bianco/nero e le emozioni tristi che ne traspaiono, attirano i ragazzi come una calamita, che si fermano rapiti, cercando di capire.

Lascio la mostra dei libri silenti e arrivo a Lettori di Carta, in cui il tema comune è l’atto della lettura. Alcune tavole della Mostra Illustratori sono presenti anche qui, ma la maggior parte delle opere sono illustrazioni escluse dalla Mostra. Alcune già viste, molti nomi conosciuti, tutte bellissime.

Davide Bonazzi
Andrea Rivola
Marta Monteiro
Page Tsou

Successivamente si apre l’ultima parte delle mostre del Pad. 33. Qui le illustrazioni selezionate per Opera Prima, il premio che mette in luce le migliori opere esordienti. Si susseguono 17 opere meritevoli per progetto grafico ed editoriale provenienti da Norvegia, Polonia, Francia, Ucraina, Inghilterra, Italia, Portogallo e Stati Uniti.

Laurent Simon
Emmanuel Fornage

Esco da quest’ultima mostra per respirare: alcuni laboratori e incontri sono già iniziati. L’entrata su strada del padiglione 33 continua a immettere scolaresche, una dietro l’altra: vedo i ragazzi che entrano, a tutti brillano gli occhi. E appena varcano la soglia, corrono. Corrono da qualche parte, eccitati, come se fossero in un luna park di carta.
Me ne vado, questo è il loro regno di diritto.
L’ora è tarda e mi dirigo velocemente al Caffè degli Illustratori, per la conferenza “Le ragioni di una scelta”, dove i giurati di quest’anno spiegheranno i criteri di selezione della Mostra illustratori.

Prendo posto in prima fila, e al di là di qualche problema tecnico iniziale, la conferenza inizia: comincia Anna Castagnoli, presentando alcune delle immagini per lei significative, guidando la platea in sala verso la comprensione di alcune scelte. In conclusione, spiega, la sensazione generale dei giudici durante la selezione è che, sempre di più, si sente il bisogno di raccontare la realtà (come nel caso delle illustrazioni di Akihiro Misaki) ma con occhi diversi, senza limitarsi all’apparenza esteriore ma riuscendo a darne un’interpretazione personale. Un tipo di illustrazione che sembra essere stato molto ricercato tra le immagini inviate alla mostra e che dimostra che questo tipo di narrativa sta diventando sempre più presente come linguaggio tra gli illustratori.

Prosegue Kitty Crowther nell’esaminare alcune immagini della Mostra che l’hanno colpita. La prima di esse non fa uso di tecnica digitale, e infatti la Crowther afferma poco dopo:
“… nell’illustrazione digitale è tutto così facile, veloce, non si dà il tempo al segno e alle cose di fluire. Qual è il tipo di impatto che intendete lasciare? State veramente mettendo voi stessi in quell’immagine? Vi state prendendo il tempo necessario per realizzare quell’illustrazione?”

(a proposito delle illustrazioni di Zhila Hodaee in cui, anche se la Crowther afferma di non sentirsi completamente affine al gusto personale dell’autrice – “d’altronde facciamo parte di culture diverse”- è comunque rapita dalla tecnica, e il risultato finale fa trasparire la cura e l’incredibile lasso di tempo che l’autrice ha deciso di dedicare).

Zhila Hodaee

Si nota, infatti, che quest’anno la mostra è in maggior parte costituita da opere realizzate con tecnica tradizionale e che il digitale è poco presente, ma non perché venga snobbato. Al contrario, il digitale, se usato come mezzo, è altrettanto efficace nell’espressione di un’immagine. Viene piuttosto discusso l’uso che ne viene fatto, quando se ne abusa e diventa una scorciatoia veloce per il bello. A questo proposito l’immagine successiva, suggerisce un’ulteriore riflessione (l’illustrazione della spiaggia di Sol Undurraga): la semplice immagine ben costruita (sia essa digitale o con tecnica tradizionale), eseguita con ottima composizione e tecnica, rischia facilmente di essere niente altro che una bella immagine. Non vi è nessun problema con la bellezza, ma la Crowther spiega che se si desidera raggiungere un livello superiore (come nel caso della selezione per la Mostra Illustratori), se si desidera creare un coinvolgimento da parte di chi vedrà quelle immagini, è necessario inserire un twist, un qualcosa in più. Un dettaglio che catturi l’occhio e dia un nuovo senso, ribaltando l’immagine e rendendola interessante, e non semplicemente bella agli occhi.

Sol Undurraga

Isabel Minhos e Errol van de Werdt proseguono parlando di come oggi sia difficile – con la quantità e la ricchezza di immagini, colori e suoni a cui siamo sottoposti ogni giorno – tornare a casa, sedersi, sgombrare la mente e riuscire a distanziarsi da quello che vediamo all’esterno per creare qualcosa di nuovo. Riscoprire il proprio silenzio interiore. Viene ribadita l’importanza di essere onesti con se stessi, di come il trovare una propria voce sia difficile ma necessario, se non si vuole finire trascinati nel flusso di qualcun altro. Qualcun altro che magari neanche ci rispecchia. E creare e mantenere la curiosità: quello che alla fine fa la differenza in alcuni casi, è la curiosità di girare il foglio e continuare a vedere come finisce la storia. Durante la selezione, se la prima illustrazione non comunicava questa sensazione, veniva messa da parte. Se si sentiva invece l’urgenza di sapere di più, si voltava immediatamente pagina.

Come nel caso di questa immagine presentata da Isabel Minhos (Katrin Coetzer, le lente d’ingrandimento che scruta le creature che vivono vicino ai cactus) che ha dichiarato di essere stata rapita e sedotta dalla tecnica, dalla sintesi e dalla composizione di questa immagine. Colpita dalla capacità di questo illustratore di creare un nuovo, affascinante mondo.

Katrin Coetzer

Ma quello che veramente l’aveva conquistata era stato il percepire la vita all’interno di quelle immagini, scrutare i dettagli e individuare una serie di particolari che la rendevano viva, raccontando una storia che andava dispiegandosi da sola.

Catarina Sobral riceve il premio SM

Si annuncia poco dopo la vincitrice del premio SM International Award for Illustration: Catarina Sobral,  che ha conquistato la giuria (costituita da Sophie van der Linden (Francia), Roger Mello (Brasile) e Pablo Nuñez (Spagna) ) per: “la grande maturità dell’opera vincitrice e la sintesi grafica della composizione, la capacità di trasmettere intime sensazioni attraverso colori primari, per l’efficacia narrativa punteggiata di umorismo, i riferimenti alla tradizione grafica degli anni 50’ interpretata in chiave contemporanea e la riuscita composizione dell’immagine basata su figure geometriche essenziali”.

Catarina Sobral

Di seguito ecco il trailer del libro realizzato da Catarina da cui sono tratte le illustrazioni vincenti ( “O meu avô” edizioni Orfeu Negro, 2014)

Si assegna anche il Grant Award-Ars in fabula, andato meritatissimo a Bruno Zocca.

Bruno Zocca

Applausi, foto e strette di mano.
La gente piano piano si alza, qualcuno rimane per la conferenza successiva, ma questa è finita e anche io mi faccio un altro giro alla Mostra: rivedo lì tutti gli amici, anche loro che se la godono con i loro occhi nuovi e un sorriso.

41 Risposte per “Ricercare il silenzio alla Fiera di Bologna, di Ilaria Falorsi”

  1. 1 andrea
    10 Aprile, 2014 at 12:27

    “… nell’illustrazione digitale è tutto così facile, veloce, non si dà il tempo al segno e alle cose di fluire. Qual è il tipo di impatto che intendete lasciare? State veramente mettendo voi stessi in quell’immagine? Vi state prendendo il tempo necessario per realizzare quell’illustrazione?” (Kitty Crowther)

    La mia impressione è che Kitty Crowther abbia una grande facilità e velocità nel dare giudizi, e talvolta, quando si ha questo spiccato talento, si dicono sbalorditive fesserie.

    Tra l’altro, ma è un giudizio assolutamente personale facile e veloce, trovo i suoi disegni orrendi.

  2. 2 lucia
    10 Aprile, 2014 at 12:47

    infatti, anche io penso che miss Kitty Crowther poteva evitare questo giudizio personale così antipatico , per giunta alla Fiera del libro.. come se il mezzo digitale sia una misteriosa ed automatica macchina infernale guidata da alieni …

  3. 3 lucia
    10 Aprile, 2014 at 12:51

    forse non sa che siste la penna grafica collegata ad un monitor e il metodo di utilizzo è molto simile ad una comune matita

  4. 4 Gloria Pizzilli
    10 Aprile, 2014 at 13:05

    Ragazzi, scusate. Tenete conto che le parole citate da Ilaria sono comunque riassunto di un discorso più ampio, che qui è, ovviamente, riportato solo in parte.

    Potete non essere d’accordo, ma prima di diventare offensivi, riflettete.

  5. 5 lucia
    10 Aprile, 2014 at 13:27

    Basta leggere queste poche righe per sentirsi spiazzati , perchè rivolgersi allora al mondo digitale ? Poteva rivolgersi a chiunque disegna.. anche con un pennello in mano o un carboncino può essere che le cose non fluiscano a meraviglia. Trovo invece che detto da una giurata di una mostra dell’illustrazione così ad ampio respiro mondiale, sia sminuente e forse rispecchi anche una stretta visione, in realtà… comunque pazienza, non è l’unica certamente.

  6. 6 laura38
    10 Aprile, 2014 at 13:36

    Andrea e Lucia, qui di gente che ha mandato giù più o meno di buon grado l’esclusione dalla mostra ce n’è tanta. Ognuno di noi “non-adatti” in cuor suo sa perché non è stato preso, e scende a patti con il no preso e ne fa tesoro per il futuro.

    Si tratta di migliorare su alcuni o tutti i fronti, punto.

    Non facciamone un problema altro, un problema dei giurati, un problema di tecnica, un problema di amicizie o che so io. Illustrazioni digitali con un certo “sugo” se ne possono produrre eccome, e le migliori finiranno anche in mostra, senza dubbio. O magari no, se quelli più bravi in concorso sono molti (e sono molti), sia che lavorino col tradizionale sia che lavorino pure loro in digitale.

    Facciamocene una ragione e cerchiamo di conservare dignità invece che dire baggianate su una delle migliori illustratrici al mondo.

  7. 7 Gloria Pizzilli
    10 Aprile, 2014 at 13:51

    Cara Lucia,

    anche io non sono totalmente d’accordo con la Crowther, sono un’illustratrice digitale al 100%, non uso la matita reale nemmeno per gli schizzi, ma questo non vuol dire che non ci sia del vero in questo giudizio.

    Il digitale può essere uno strumento meraviglioso, tanto quanto il tradizionale. Ma un difetto ce l’ha, e molto grosso: l’impossibilità di sbagliare.

    E forse è questo che vede la Crowther, quando dice che il mezzo è facile e non lascia tempo al segno.
    Col tradizionale devi assimilarlo il segno, buttare molte prove per raggiungere te stesso. Col digitale puoi tornare indietro e rattoppare all’infinito. Puoi salvare qualsiasi disegno, anche nato male, in un tempo infinitamente minore.

    Puoi negare che sia così?

    Il discorso è, ovviamente, generalizzato e non si riferiva a nessuno in particolare. Allora perché offendersi?
    Piuttosto riflettiamoci :)

    Un saluto

    Gloria

  8. 8 lucia
    10 Aprile, 2014 at 13:59

    Ma non ne faccio un discorso personale o comunque rancoroso, ci mancherebbe. Alla mostra della fiera del libro ho già partecipato e sono contenta… A me la mostra quest’anno è piaciuta; oltretutto sono molto più vicina al gusto di una illustrazione non digitale anche io, tranne rari casi molto specifici, ma tifo sempre per le nuove e sperimantali( ormai ben radicate) ricerche e scusa se sembro offensiva ma proprio no, trovo che ci siano illustratori miei conoscenti molto più interessanti dei famosi illutratori, ma solo più sfortunati o meno “vicini”al gusto editoriale corrente… e poi,cavolo, non si può essere leggermente in dissenso? .credo sia un diritto…non mi sembra di dire baggianate. Ho solo rimarcato che quel pensiero ha spiazzato molti miei colleghi illustratori che ci mettono l’anima a creare usando, visto che c’è,il digitale… fai finta che la mia voce in realtà sia molto calma e non arrabbiata, ci mancherebbe. Si fa per ciacarare!

  9. 9 laura38
    10 Aprile, 2014 at 14:28

    Lucia, tant par ciacarèr, come hai detto tu, è ovvio che il dissenso è legittimo anche quando è marcato e non solo lieve, tanto più che a tutte le mostre c’è sempre qualche immagine che ti lascia peggio che indifferente. E’ normale, no?

    Però dai, la Crowther è bravissima, sia che ti piaccia sia che non ti piaccia. Si capisce benissimo che il problema a suo dire non è tanto usare il digitale, ma usarlo come scorciatoia. Insomma, il problema è la superficialità, e anche col tradizionale si può essere superficiali (credimi, lo dico per esperienza diretta del tutto personale… purtroppo!)

    Brava che sei già finita in mostra!

  10. 10 Cate
    10 Aprile, 2014 at 15:56

    ciao, io lavoro sia in tradizionale che in digitale e penso che per poter esprimere giudizi in merito sia necessario saper utilizzare bene le tecniche di cui parliamo. Ad esempio quando si dice che nel digitale non si sbaglia, si fa un grande errore. Io conservo una meravigliosa galleria di sbagli “digitali” e ne sono fiera. Col digitale è tutto più veloce (e questo non è uno svantaggio è solo una modalità..), e non si ha paura della carta bianca. Anche io un tempo ho pensato male del digitale, ma era, fondamentalmente un pregiudizio, forse perchè non conoscevo molto bene quello di cui stavo parlando…

  11. 11 andrea
    10 Aprile, 2014 at 16:49

    Laura38, scrivi che io avrei mandato delle illustrazioni alla Fiera del libro per ragazzi, che sarei stato escluso, dunque sarei rancoroso coi giurati.

    C’è un problema: non sono un illustratore, non desidero essere un illustratore e soprattutto NON ho mai mandato nulla alla Fiera del Libro per ragazzi, nemmeno una cartolina con scritto Ciao. Pur avendo molta ammirazione per tutte le persone che hanno questo sogno di dare bellezza a piccole lettrici e lettori, non è il mio sogno.
    Quindi lasciamo perdere per favore gli argomenti personali.
    Il mio interesse recente per questo mondo dell’illustrazione, mondo che faccio molta fatica a capire perché vive in uno splendido isolamento ed è pieno di salamelecchi, viene dall’interesse per l’arte figurativa, che è diventato interesse per il fumetto perché mi sembrava più avanzato oggi il lavoro dei fumettisti, e dal fumetto all’illustrazione il passo è breve. A me piacciono le cose appese ai muri. Tutto qui.

    Kitty Crowther ottiene consenso come illustratrice?
    Non ne dubito, ma ho specificato che il mio giudizio è “assolutamente personale facile e veloce”, ed è chiaramente in antitesi al suo sul digitale, che mi pare un pregiudizio bello e buono espresso in modo particolarmente infelice. Non intendo sovvertire l’habitus dell’illustrazione per l’infanzia, però un giudizio estetico potrò darlo pure io. Allora guardando le immagini della Crowther m’è venuto spontaneo confrontarle con due fumettiste e disegnatrici: Amanda Vähämäki e Gabriella Giandelli (che non è detto lei conosca, sia chiaro). A mio personalissimo parere il confronto mostra come le immagini della Crowther non abbiano la stessa profondità artistica, per esempio perché i suoi personaggi hanno delle espressioni ridanciane stereotipate, o perché la sua natura non è meravigliosa e terribile come quella della Vähämäki, o perché non trovo il mistero stupefatto della Giandelli e così via. Il mondo poetico di una persona ha una profondità e in lei non la trovo, tutto qui. Magari è un mio limite.

    E poi la questione del digitale è uno strazio. Chi usa il digitale non ha questa ossessione nel giudicare gli strumenti tradizionali. Bruno Munari s’è messo davanti a una fotocopiatrice per tirarne fuori cose fantastiche. Mi verrebbe da dire “state sereni” se non fosse un’espressione un po’ mutata di segno. Se una cosa non piace basta dire “non mi piace” senza bisogno di farci su delle tirate moralistico-psicologiche.

  12. 12 Gloria Pizzilli
    10 Aprile, 2014 at 17:15

    Cara Cate,

    senza rancore e senza pregiudizi, ma solo per dirti che quando parlo di digitale, so di cosa parlo :)
    E quando parlo di tradizionale…anche.

    Un saluto

    Gloria

  13. 13 lucia
    10 Aprile, 2014 at 17:23

    a Gloria Pizzilli:
    non mi è chiaro il tuo discorso “Col tradizionale devi assimilarlo il segno, buttare molte prove per raggiungere te stesso. Col digitale puoi tornare indietro e rattoppare all’infinito. Puoi salvare qualsiasi disegno, anche nato male, in un tempo infinitamente minore….” what? mi sembra un discorso punitivo: non va bene il digitale perchè facilita le correzioni?.. ma non è un lavoro illustrare? vuoi anche ostacolare le facilitazioni?

  14. 14 Gloria Pizzilli
    10 Aprile, 2014 at 17:35

    a Lucia:

    Non si tratta di un discorso punitivo, ma della mia esperienza personale.

    Illustrare è senz’altro un lavoro ed è per questo che io utilizzo il digitale, per ragioni di velocità, pulizia e facilità di condivisione dei file col cliente.
    Io non sbaglio col digitale perché, almeno per me, è impossibile. E non per particolari doti mie, ma per lo strumento stesso.

    Alla mostra illustratori però, non si parla del mestiere di illustratore “comune”.
    È una mostra, e come tale l’interesse per il semplice rapporto professionista/cliente passa completamente in secondo piano.

    Si cercano illustrazioni che abbiano un qualcosa in più, che facciano un passo in avanti verso l’arte. Questo è quello che penso io e che, credo d’aver capito, pensano anche i giurati.
    E questo qualcosa in più, come per ogni traguardo raggiunto, passa dalla difficoltà.

  15. 15 lucia
    10 Aprile, 2014 at 17:39

    a Gloria:
    per nulla d’accordo con te. Questione di come vedere le cose, nulla più

  16. 16 Gloria Pizzilli
    10 Aprile, 2014 at 17:49

    Lucia, va benissimo :)
    Non tento di convincere nessuno.

    Il percorso, nell’illustrazione o nell’arte, è sempre personale.

  17. 17 Debora
    10 Aprile, 2014 at 18:10

    Premesso che penso che la cosa importante sia la creatività e l’idea,
    poi una persona la può esprimere usando le tecniche ed i mezzi a
    disposizione sia antichi che moderni.
    Detto questo,penso che la differenza sia questa,
    faccio un’analogia con la macchina fotografica.
    Una volta fotografavo con una reflex manuale dovevo impostare tutto luce tempo
    scegliere la sensibilità della pellicola..
    questo tempo è finito, ora ho una digitale reflex comoda rapida
    se impari il mega manuale fai cose splendide..
    uno mi può dire, cosa ti impedisce di usarla manuale..
    è vero, ma la vera differenza è che manca la paura dell’errore ..
    scatti senza grandi timori tanto la rifai dopo due secondi.
    prima non sapevi cosa sarebbe uscito e quindi prima di
    scattare pensavi 100 volte all’inquadratura, alla luce,attendevi
    con ansia il risultato ( pagavi lo sviluppo
    non bastava un delete).
    L’incertezza..la paura di sbagliare, doverti impegnare
    perchè dopo quello che è venuto è venuto e costa
    rifarlo..la completa gestione dello strumento senza
    nessun aiuto..e soprattutto il risultato magari che non ti aspettavi
    l’imperfezione che rende interessanti le cose..
    forse e dico forse è questa la differenza..(non per niente
    faccio incisione dove solo quando stampi hai la verità di
    quello che hai fatto)..forse e dico forse è quello che
    voleva dire…detto questo ripeto secondo me è l’idea e non la tecnica la cosa importante.

  18. 18 ilaria falorsi
    10 Aprile, 2014 at 18:19

    vedo i commenti solo adesso e quindi intervengo solo ora: voglio precisare due cose della conferenza.
    Primo: nella sua parte di conferenza Kitty Crowther ha sostenuto entrambe le tecniche, colpa mia che quindi non ho riportato per interno un discorso di 15 minuti, ma ho cercato di riportare solo il culmine dei suoi interventi, di cui uno su un’illustrazione con tecnica tradizionale e uno su una con tecnica digitale.
    Nello stesso modo con cui sembra che Kitty attacchi il digitale, nel suo successivo intervento lo difende. Perchè? perchè il digitale è uno strumento potentissimo. Può essere usato bene o male. Può essere una scorciatoia e il mezzo per mille sperimentazioni. In quanto illustratrice SOLO digitale non mi sono sentita toccata dal commento di Kitty, perchè ammetto i pregi e i difetti di questo mezzo, le sue potenzialità come le sue scorciatoie. Ecco perchè sentivo il bisogno di riportarlo,e probabilmente il tono del commento di Kitty dal vivo suonava molto meno accusatorio che scritto su due righe su internet.

    Secondo: preciso che eravamo ad una conferenza dove si sono giudicati più di 4000 lavori, e in una conferenza di appena un’ora non si poteva ri-analizzare tutto, ma sono state prese in esame solo alcune illustrazioni che potevano essere oggetto di discussione: perchè non potevano piacere, perchè erano qualcosa con uno stile vecchio o difficili.
    Per giudicare una mostra purtroppo non ci si può armare solo di 2 o 3 chiavi di lettura e poi far fede al proprio gusto. Ogni illustrazione merita uno sguardo differente. Non si può accumunare tutto in un grande sacco. Loro hanno deciso di prendere in esame solo qualcuna delle illustrazioni in mostra, probabilmente quelle su cui pensavano che ci sarebbero state forti opinioni al riguardo.
    Il commento di Kitty va quindi preso in relazione a quello che è, abbinato a quell’immagine. Perchè l’ha scelta? perchè se l’illustratrice l’avesse fatta in digitale, probabilmente non avrebbe avuto lo stesso feeling. Così come si può dire di altre illustrazioni in fiera. Erano belle perchè si vedeva la mano, la cura, la pazienza, l’errore. Così come si sono spese le lodi su altre illustrazioni digitali. Non si sono comparate le tecniche o sono stati dati dei giudizi forti su chi è buono e cattivo.
    Si sono giudicate le situazioni singolarmente, quindi il commento di Kitty era per chi probabilmente cerca di ottenere quel feeling con il digitale.
    E scusate, ma i commenti gratuiti alle illustrazioni di Kitty mi sembrano fuori luogo.

  19. 19 ilaria falorsi
    10 Aprile, 2014 at 18:23

    e comunque secondo me tutto il discorso sullo sbagliare, averne paura o meno, ecc. ecc.
    merita un discorso a parte.
    Chi disegna, qualunque tecnica usi, inizia ogni giorno con la paura del foglio bianco.
    Direi che senza dover far battaglia, ci ritroviamo tutti almeno su questo punto.

  20. 20 Anna Castagnoli
    10 Aprile, 2014 at 21:17

    Provo a intervenire nell’interessante discussione anche se non ho mai lavorato in digitale.
    Sul discorso di Kitty Crowther, Ilaria ha già spiegato bene le sfumature della sua riflessione.
    Ai fini del libro riprodotto, digitale o non digitale mi sembra sia lo stesso. Ma sul processo creativo non trovo che abbia molto senso dire che è la stessa cosa. Non lo è, ma non lo è come non lo è fare un quadro ad olio o uno ad acquarello. Nell’olio c’è più controllo, nel digitale anche, nell’acquarello una macchia non la togli più. Non si può dire che la tensione di sbagliare (e l’emozione) che si prova usando una tecnica piuttosto che un’altra sia sempre la stessa (e questo non è un giudizio di merito sul risultato, ma una constatazione).

    Per Lucia e Andrea: certo che si può dissentire, anzi, siete invitati a farlo, se no non ci sarebbero interessanti discussioni.
    Ma il modo è fondamentale.
    Chiamare un’illustratrice “miss Kitty Crowther” o dire che un disegno è orrendo non è rispettoso della persona.
    Se quella è l’idea di Kitty Crowther va rispettata, se se ne ha una diversa si può dirlo tranquillamente (e se non piace un lavoro si può dirlo senza sparare a zero con un “orrendo”).

    Per Andrea: non è la prima volta che usi un tono polemico e aggressivo su questo blog, non ne vedo la necessità. Ti invito caldamente a moderare i toni se vuoi continuare a discutere.

  21. 21 andrea
    11 Aprile, 2014 at 0:38

    Anna, ero intervenuto in questo blog scrivendo:

    *Leggo “un’attenzione anche al genere maschile e femminile: ci siamo chiesti se i maschi hanno bisogno di illustrazioni diverse, più avventurose, forti, meno infiocchettate”.

    Questo tipo di attenzione temo sia chiamata sessismo.*
    [qui: http://www.lefiguredeilibri.com/2014/01/27/selezionare-la-mostra-illustratori-2014-diario-del-giorno-3-la-discussione/#comments%5D

    Probabilmente a te era sembrato un commento polemico e aggressivo. A me invece era sembrato fin troppo continente, perché non mi capacitavo che la giuria di un’importante manifestazione di editoria per ragazzi trovasse normale quella domanda.
    Probabilmente quel commento ti è servito a ripensare la faccenda.

    Poi sono intervenuto sulla grottesca questione del digitale. E anche lì mi pare di aver detto qualcosa di utile.

    Siccome ritengo che i miei interventi siano sempre rispettosi dell’interlocutore, perché argomentati, precisi, informati, e quando uso un giudizio di valore soggettivo lo dichiaro, colgo il tuo invito alla moderazione come occasione per levare le tende.

  22. 22 lucia
    11 Aprile, 2014 at 1:00

    non lo so ma si sta arrivando a parlare del disegno come fatto psicologico gestuale e del senso della macchia del non ritorno.. forse sono fuori fase ma mi sembra che in realtà questi due mondi li sentiate troppo lontani. Trovo che la tensione sia la medesima e il fatto che con il digitale cancelli l’errore irrimediabile della macchia sia solo un bene… e Andrea nun ci lasciar

  23. 23 laura38
    11 Aprile, 2014 at 9:05

    Lucia dipende dai punti di vista. Ci sono errori irreversibili che possono diventare punti di partenza per cose molto belle. E personalmente la trovo una cosa salutare: mi serve a ricordare che la perfezione non è che sia poi tutta ‘sta gran conquista.

    Questo discorso mi fa pensare che in mostra quest’anno c’era Manon Gauthier, che io seguo già da un po’. Le tavole erano mezze piegate, come se avessero fatto da copertina a dei libri. E c’erano degli sbaffi di matita qui e là. Ma le figure di bambini di quelle immagini erano vive e piene di gioia.

    Avrei voluto baciare il vetro! Non perchè i miei disegni siano sempre spiegazzati e sporchi, quanto perché è stato riconosciuto a quelle illustrazioni il loro aspetto più importante, più della pulizia e dell’impeccabilità, cioè il fatto che comunicassero un mondo e dei personaggi in modo limpido e vivo, che è uno dei grandi traguardi che vorrei riuscire, un giorno, a tagliare io.

  24. 24 lucia
    11 Aprile, 2014 at 10:34

    certo Laura, ma facendo un discorso terra terra, mettiamo un acquerello fatto classicamente ( si può realizzare anche in digitale uguale come realizzazione), dicevo l’acquerello con tutta la sua involontaria casualità, puoi fartelo piacere ma forse anche no e con un semplice gesto puoi eliminare il quasi no per andare a lavorare su quello che non va e mi sembra stupendo, lasciando il tuo lavoro sporco dove invece non vuoi toccarlo. Proprio non riesco a seguire. Insomma mi sembra che ci siano dei freni e pregiudizi curiosi, oppure trattasi solo del farsi piacere una cosa che chissà perchè non volevo? Direi che è una evoluzione e non una devoluzione.

  25. 25 lucia
    11 Aprile, 2014 at 10:35

    .. direi che è una evoluzione e non una devoluzione riuscire a cambiare lo stato degli eventi casuali

  26. 26 Gloria Pizzilli
    11 Aprile, 2014 at 10:45

    @ Andrea: non ti avevo mai risposto direttamente in questa discussione, perché ritengo i tuoi commenti fuori tema e generici. Mettersi a fare paragoni tra artisti per tentare di dimostrare l’inadeguatezza di qualcuno, lo trovo del tutto fuori luogo e puerile. Lo stesso vale per la visione che hai sul “mondo dell’illustrazione”: quella dello “splendido isolamento”, così come “il sogno di dare bellezza” e i “salamelecchi”, sono luoghi comuni che solo uno che si dice esterno può tirare fuori. Dal mio punto di vista, vedo solo persone, illustratori, scrittori ed editori, che si incontrano, trovano intesa e progettano. C’è della magia, è vero, ma è molto meno sdolcinata di come la dipingi.
    In tutta sincerità, l’idea che tu abbia pensato di aver controbattuto in maniera precisa e inattaccabile, mi strappa un sorriso.

    @ Lucia: leggendoti, mi viene in mente una metafora molto cara alla semiotica: il coltellino svizzero VS il coltello Opinel. Il coltellino svizzero ha un sacco di “tools”, si possono fare mille cose, estrarre strumenti adatti ad ogni evenienza. Col coltellino svizzero hai cavatappi, limaunghie, lama per tagliare e chi più ne ha più ne metta, tutto in un solo strumento. Con l’Opinel hai una lama tagliente, dall’elegante curvatura: tutto qui.
    Qual è la differenza tra i due? Col coltello svizzero hai la potenzialità di fare tutte le operazioni previste dai diversi “tools”, quante saranno? 5? 8? 10? Con l’Opinel hai una sola lama con cui fai tutto. Stappi la bottiglia, tagli una corda o intagli un pezzo di legno, ruotando il polso, impugnando diversamente il coltello, inclinando in maniera differente la mano. Quante operazioni puoi fare? 10, 100, o 1000. È questa la differenza che vedo io tra digitale e tradizionale. Con un software hai i tuoi “tools”, puoi combinarli in moltissimi modi, diciamo che hai 100.000 possibilità. Sono tantissime, puoi ottenere risultati splendidi. La stragrande maggioranza degli artisti digitali (me compresa) non arriva a scoprirne 100 delle possibilità che il software ti mette davanti.
    Ma quante sono le possibilità che ti aprono gli strumenti tradizionali? Un fantastiliardo.
    E allora proprio io, che amo il digitale, semplicemente penso che chiunque voglia lavorare con le mani, debba evitare di chiudersi al tradizionale, fosse anche semplicemente in un quadernino nascosto al mondo. Tutto qui.

    @ Anna: la tua riflessione sull’approccio differente non solo tra tradizionale e digitale, ma anche tra i vari strumenti tradizionali, mi ha fatto venire in mente un post un po’ datato sul blog di Yuko Shimizu, nel quale lei spronava i giovani illustratori ad evitare strumenti “semplificati” come matite colorate, pennarelli, penne a sfera e brushpen. Secondo la Shimizu le matite colorate sono uno strumento “debole” che impedisce la crescita. Allo stesso modo la biro, nata per sostituire il pennino, non va bene per disegnare. Così come la brushpen non è un vero pennello e andrebbe usata solo ed esclusivamente per schizzi veloci sull’autobus. Lo scopo dell’articolo era quello di invitare i suoi studenti a imparare da subito gli strumenti complessi: pennelli giapponesi e colori ad acqua. Partire dal difficile permette di aprirsi subito ad un mondo infinito di possibilità. L’ho trovato molto interessante.

    @ Laura38: molto interessante quello che scrivi, la penso come te su tutti i fronti :)

    L’ultimo pensiero, per chiudere, dopodiché non commenterò più per lasciare spazio agli altri.
    Una tavola digitale può essere meravigliosa, ma a Bologna ho visto la maquette del prossimo libro di Carll Cneut, quelle tavole erano molto più che meravigliose, facevano male agli occhi.

  27. 27 laura38
    11 Aprile, 2014 at 10:46

    “.. direi che è una evoluzione e non una devoluzione riuscire a cambiare lo stato degli eventi casuali”

    Dipende dai punti di vista, io non lo trovo così evolutivo, ma adesso non sto parlando di disegno. Tornando a quello, invece, di certo è comodo, e quindi chi si trova bene per questo e altri motivi con le tecniche digitali fa bene a usarle, così come chi si trova bene con i medium tradizionali inclusi i loro difetti, fa bene a usare quelli.

    Non lo dico per fare l’accomodante, sia chiaro, è che siamo tutti diversi e ognuno deve decidere per sé in base ai suoi di motivi.

  28. 28 lucia
    11 Aprile, 2014 at 11:00

    ma si possono unire le due cose… usarle insieme.. giocarci!Continuo a trovare muri volontari che credo siano inutili. Comunque non siate troppo rigidi e inflessibili su questo discorso, non serve a nessuno è solo un bel mezzo da usare in totale libertà ma nessuno obbliga nessuno. Continuo a pensare che non si possa comunque dire a un plotone di illustratori”nell’illustrazione digitale è tutto così facile, veloce, non si dà il tempo al segno e alle cose di fluire.”è un errore di comunicazione .. anzi si, si può dire ma erroneamente.

  29. 29 laura38
    11 Aprile, 2014 at 11:13

    Difatti sbagliare è umano… alè, l’ho detto.
    E vabé, io la penso così.

    Comunque Bruno Zocca, il vincitore dell’ars in fabula award, usa tradizionale e digitale insieme, e le sue immagini sono uno spettacolo.

  30. 30 lucia
    11 Aprile, 2014 at 11:26

    Laura, ho guardato i tuoi lavori e non mi sembra che usi il digitale.. secondo me ti divertiresti e ti si aprirebbero mondi nuovi!…a volte è una pigrizia mentale non provarci perchè sembra meno immediato, ti assicuro

  31. 31 lucia
    11 Aprile, 2014 at 11:35

    per Laura:
    forse dovrei scriverlo nel tuo blog ma lo scrivo qua perchè mi ha scioccato e mi sembra che si leghi un pò a questo post “punitivo”, quello che scrivi del corso di Cneut:punizione, piangere, soffrire”Oggi e domani lavoreremo su uno storyboard, mercoledì inizierà la crisi per tutti, e va benissimo quando qualcuno piange, poi venerdì e sabato spero che sarete tutti felicissimi”… ma mi sembra di sognare! che è..illustrare o cosa?piangere?faticare?

  32. 32 Alessandro
    11 Aprile, 2014 at 11:40

    Mi permetto una riflessione ulteriore su tecniche manuali e digitali.
    Il digitale è nato da poco e ancora poco lo si conosce, però ci sono molti modi di usarlo e alcuni sono molto complessi.
    E anche nel digitale è previsto l’errore. Magari non capiterà nelle stesure di colore, oppure per un pennello rovinato, ma per altri motivi:
    una sovrapposizione con risultati inaspettati, l’errore del segno, imperfezioni, velature: insomma dipende da come lo si usa, perché si può lavorare anche nel digitale senza correggersi, lasciando andare che le cose vadano come stanno andando. Senza fare mela-z…

    Ci sono esempi di digitali molto pittorici e complessi che hanno bisogno della “casualità” della pittura (e spesso anche dei suoi tempi): penso al metodo di Tatsuro Kiuchi (che “gratta” via il colore) oppure alla complessità di segno del metodo misto di Victo Ngai.

    Insomma ne farei più una questione sull’uso veloce o semplificato di alcune tecniche: anche l’acquerello in fondo (o meglio la tempera) , usato in un certo modo, facilita le cose rispetto all’olio e all’acrilico e rende abbordabile una buona pittura a più persone.
    Come l’aerografo di trent’anni fa, o le Ecoline o le matite acquerellabili (che comunque a me piacciono:)).
    Le cose stanno un po’ come dice @Gloria citando Yuko Shimizu.

    La cosa migliore è sperimentare sempre, fregandosene ogni tanto degli strumenti e pensando anche ad allenare la nostra mente.

    Grazie a tutti per la gustosa discussione.

  33. 33 laura38
    11 Aprile, 2014 at 11:48

    Cara Lucia, sul fatto di usare il digitale per illustrare, al momento non voglio. Un po’ perché lavoro col computer ogni santo giorno e mi va di spegnerlo più che di accenderlo. Un po’ perché quando uso strumenti tradizionali provo già una gioia e un divertimento così grandi (quando non mi viene la voglia di bruciare tutto quanto) che non sento il bisogno di altro.

    Riguardo a Cneut, a quanto pare che si pianga ai suoi corsi è normale. Sono pianti di liberazione, di solito suscitati dal fatto che tutte le imperfezioni che l’allievo vedeva nei suoi lavori sono invece il punto di forza secondo Cneut, e quando lui lo fa notare e dice “questo e belissimo” (ha un po’ d’accento) le ragazze piangono.

    Riguardo al soffrire, non so tu, ma io quando faccio delle illustrazioni brutte soffro. Cercare me stessa, un mio stile, una onestà espressiva, un personaggio efficace, rifuggire la sciapa banalità, è faticoso e la fatica per me diventa sofferenza quando la soluzione tarda a manifestarsi. La chiamano anche “la crisi”, se non ci sei mai passata mi sembra davvero strano. Tutti gli illustratori con cui ho parlato io (sconosciuti e famosi, incluso Cneut) la crisi la conoscono benissimo.

    Non so da dove ti venga l’impressione di punitività estrema del mondo illustrativo tradizionale, ma t’assicuro che qui l’unico masochismo risiede nel fatto che non si molla mai nonostante le grandi difficoltà e spesso le poche soddisfazioni. Ma non è vero masochismo, volendo dirla tutta, sotto c’è molto molto amore.

  34. 34 lucia
    11 Aprile, 2014 at 11:56

    sarà!.. io lavoro nel mondo dell’illustrazione dagli inizi del 90 e devo dire che ho lavorato tosto sempre e divertendomi. Magari mi hanno fatto piangere i clienti e le loro paranoie… ma non è la prima volta che leggo di corsi dove si piange e si va in crisi! sarò in errore ma mi sembra curioso!

  35. 35 Debora
    11 Aprile, 2014 at 12:01

    ..perchè no l’arte nasce anche da una sofferenza..
    nella pittura nella scrittura se leggi le storie dei grandi artisti sono piuttosto tormentate..probabilmente è nel DNA degli artisti

  36. 36 lucia
    11 Aprile, 2014 at 12:05

    non lo so, la parola artista è usata un pò troppo in modo esagerato. Comunque bene così, piangere e soffrire in gruppo fa sempre bene… va bè, ora finisco anche io perchè siete tutti molto seriosi( scherzo!)

  37. 37 luisa
    11 Aprile, 2014 at 14:13

    Mammamia! Mi sembra una storia già sentita, mi ricorda infatti il combattimento per un’immagine tra fotografia e pittura nel 900…

  38. 38 Anna Castagnoli
    11 Aprile, 2014 at 18:11

    Ci siano diversi modi di sentire e vivere il processo creativo.
    Io personalmente lo vivo in modo abbastanza faticoso, ma so che ci sono illustratori chi si diverte no un sacco (invidia!).
    Ai corsi di illustrazione – e non ne ho fatti pochi – c’è sempre qualcuno che piange un po’. I corsi di Carll Cneut non sono diversi da tutti gli altri (mi fa anche un po’ sorridere questa leggenda nata intorno a Carll, che è la persona più squisita che conosco :)

    Volevo dire anche un’altra cosa sul tema delle tecniche, una cosa che viene trattata nel libro “l’ordre caché de l’art”.
    Ehrenzweig sostiene che quando la tecnica è dominata, conosciuta, l’inconscio alza i livelli di difesa perché inizia a sentirsi a suo agio: il disegno diventa così uno specchio fedele della nostra struttura abituale. Ma se cambiamo tecnica, o se limitiamo gli strumenti per darci delle sfide (esempio: realizzo questo disegno solo con tre colori) l’inconscio si trova davanti a un nuovo problema, si distrae dalle sue paure abituali e permette al nuovo di emergere.

    Non vi è mai capitato che una nuova tecnica vi permettesse di far uscire una nuova forza espressiva? come se in quel dato pennino o data matita o dato strumento ci fosse un potere quasi magico? A me capita spesso, ma appena comincio a dominare la tecnica, a capire bene come funziona, ecco che il disegno non esce più così fluido. Questo meccanismo è spiegato molto bene nel libro sopracitato di Ehrenzweig (c’è anche in inglese), che è un libro che tratta i processi creativi da un punto di vista psicanalitico, e l’arte come se fosse una gestalt di strutture psichiche.
    E’ molto interessante.

  39. 39 lucia
    12 Aprile, 2014 at 18:25

    Anna, cercherò di leggere il libro, mi incuriosisce la sua teoria.. ma mi interessa anche la dinamica del pianto nei corsi di illustrazione. Certamente capisco il perchè accade ma non vorrei capitarci in mezzo e sono curiosa di sapere cosa gli insegnanti pensano di ciò! Anche ai tuoi corsi c’è la liberazione del pianto?

  40. 40 Anna Castagnoli
    12 Aprile, 2014 at 19:38

    Lucia sì, anche ai miei corsi mi è capitato che qualcuno frignasse. Ma non lo chiamerei pianto, non è una roba drammatica, è una frignata per un lavoro che non viene, poi il giorno dopo viene. Insomma, non immaginare chissà quale catarsi!

  41. 41 lucia
    12 Aprile, 2014 at 20:00

    certo,immagino.Evidentemente ci sono molte aspettative da se stessi rispetto all’insegnante.. non credo che da soli, mentre si fanno le prove in studio, ci si mette a piangere per quello che non riesci a esprimere