Kalandraka Italia: identità di un editore

 La casetta di cioccolatto, fratelli Grimm, Pablo Auladell, Kalandraka Italia, 2008

Intervista a Lola Barcelò direttrice di Kalandraka Italia (KLK Italia)

Perché editori e perché editori per bambini.
La casa editrice spagnola Kalandraka Editora è nata il 2 aprile 1998, Giornata Internazionale del Libro per i Ragazzi, nella città di Pontevedra nell’estremo nordovest della Penisola Ibérica. Lo scopo iniziale di Kalandraka Editora è stato pubblicare degli albi illustrati per ragazzi in gallego (una delle quattro lingue ufficiali nella Spagna) perché non esisteva niente del genere fino a quel momento. Fu così come è nata la collana “Libri per sognare†che subito dopo ha iniziato a pubblicare i libri anche in castigliano e a distribuire il catalogo per tutto il territorio spagnolo.


L’ombrello giallo, Joel Franz  Rosell e Giulia Campoli, Firenze, Kalandraka Italia 2012

KLK ha avuto uno stand alla BFR dal 2001. Il crescente interesse dei visitatori, degli operatori e degli artisti italiani nel nostro catalogo sommato alla proposta di un gruppo nazionale di distribuzione ci ha fatto considerare l’apertura di una sede in Italia visto che, invece, nessuna casa editrice nazionale era interessata ad acquistare i diritti dei nostri libri.

Kalandraka Italia ha iniziato il suo itinerario nel mese di gennaio del 2008, sostenuta dall’esperienza della casa madre spagnola che in quel momento aveva consolidato un catalogo di più d’un centinaio di titoli in castigliano, catalano, gallego, basco e portoghese.

L’ombrello giallo, Joel Franz  Rosell e Giulia Campoli, Firenze, Kalandraka Italia 2012

Quanti titoli in un anno?
Mai più di 10.

Nella scelta dei libri che pubblicate potreste individuare un filo conduttore? E’ uno stile? Un messaggio? Un’idea? Un desiderio?
Il progetto editoriale di Kalandraka è imperniato sul libro illustrato allo scopo di avvicinare la creazione artistica contemporanea ai lettori di qualunque età. Questo obiettivo viene perseguito principalmente in due modi, da un canto attraverso una cura particolare all’adattamento di racconti tradizionali e dall’altro con la proposizione di testi di autori attuali. Kalandraka ha uno speciale interesse nella ristampa dei libri illustrati classici il cui valore intrinseco influenza la costruzione intellettuale ed estetica dei piccoli.


Chi vorresti essere? Arianna Papini, Kalandraka Italia 2011

Il nome della collana principale di Kalandraka, “Libri per sognareâ€, è anche il nostro motto. I libri sono l’alimento dell’immaginazione e contribuiscono a svegliare la curiosità e l’ingegno dei bambini, oltreché a educare loro dal punto di vista affettivo, estetico e visivo. Le parole chiave sono, sempre e in qualunque situazione, dormire, sognare, svegliarsi. Senza il sonno non c’è il risveglio, senza il risveglio non c’è il sogno.

Quali caratteristiche deve avere un testo o un’illustrazione per sedurvi? Che cosa vi fa dire: “questo illustratore (autore) è per noi�
Non lo so. Quando mi chiedono delle tendenze di moda mi mettono in imbarazzo. Frequento lo stesso la biblioteca delle librerie. Posso dire quali emozioni mi piace individuare in una tavola: ironia, ricerca, amore alla tecnica svolta e onestà. Quando sento un groppo alla gola oppure una grande voglia di ridere e condividere sono sicura di essere davanti un lavoro che mi sveglia le quattro emozioni. Questo non significa che sia un capolavoro per il resto dell’umanità, ma in genere è un bellissimo libro per sognare.


  Nonni, Chema Heras e Rosa Osuna, Kalandraka Italia 2012

Nella situazione culturale e politica del vostro paese vi sentite inseriti in una rete che vi sostiene? Come la definireste? Quali sono i suoi fili principali? (associazioni/biblioteche/riviste/fondi alla cultura…)
Per rispondere a questa domanda rischierei di cadere in una facile polemica e di perdere di vista cosa sia Kalandraka Italia. Penso che possano rispondere in un modo molto meno approssimativo le case editrici con un percorso di una decina di anni e più. Dal punto di vista imprenditoriale e settoriale, noi siamo appena sbarcati in Italia, e quindi ancora c’è tanto da fare a livello della diffusione. D’altro canto abbiamo aperto bottega proprio in un momento di crisi seguito di una forte recessione. Credo sia un momento ottimo per l’autogestione e per le organizzazioni alternative dei cittadini, in tutti i sensi.


Non è una scatola, Antoinette Portis, Firenze, Kalandraka Italia 2011

Le co-edizioni: che politica avete di vendita e acquisto dei titoli? Preferite creare i vostri libri, venderli e/o comprarli dall’estero? Perché? Rispetto ai titoli che comprate e/o vendete ci sono differenze di accoglienza nei diversi mercati internazionali?
KLK Italia ha pubblicato in coedizione tre titoli: “Discorso dell’orso†(Libros del Zorro Rojo) e i due titoli della collana della lirica, “Turandot†e “L’elisir d’amore†(Edicions Hipòtesi). KLK Editora pubblica in coedizione in Spagna i titoli in catalano e in euskera. Condividiamo con les case editrici Pamiela e Hipòtesi un certo modo di guardare il mondo basato sul diritto alla diversità e all’armonia e i rapporti sono di amicizia, ovvio.

A noi della KLK ci piace creare i nostri libri, vendere i diritti all’estero e anche comprarli quando si tratta di libri che consideriamo classici (quindi imprescindibili).

Abbiamo individuato che i titoli che hanno avuto un riscontro positivo all’estero (anche nei paesi dell’estremo oriente) sono gli stessi che si vendono di più in Europa. Sono titoli che parlano di argomenti universali come “Nonniâ€, “Il piccolo coniglio bianco†o “Quelli di sopra e quelli di sottoâ€.


Achille il puntino, Mark Taeger e Guia Risari, Firenze, Kalandraka Italia 2008

Una cosa che vi piace del vostro lavoro e una che non vi piace.
La cosa che più mi piace del mio lavoro è la possibilità che mi danno gli autori di condividere emozioni che non sono effimere ma che si ripetono sempre quando apro un libro. [questa potrebbe anche essere la risposta di una lettrice ma io sono e rimarrò sempre una lettrice]. La cosa che non mi piace è dovere dire a tante persone che le loro proposte non seguono le linee editoriali della collana Libri per Sognare. Mi dispiace perché se soltanto guardassero con occhio critico e non meravigliato il nostro catalogo, al meno un 50% ci ripenserebbe.


Appuntamento Le Figuredeilibri alla Fiera di Bologna 2012

Carissimi lettori, come ogni anno ci incontriamo alla Fiera del Libro per un incontro informale, dove scambiarsi domande, dubbi, e piani di battaglia. Quest’anno la Fiera ci offre gentilmente una sala, e avremo come ospite Simone Rea che ci racconterà la sua carriera di illustratore.

Quando e dove:
Alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna, martedì 20, dalle 11 alle 12. Sala Minuetto (Blocco B Centro Servizi). Potremo poi fare insieme un giro alla Mostra Illustratori. Alla sala Minuetta si accede per una delle scale (blocco B) intorno alla zona caffé-illustratori).
Per chi: chiunque sia interessato a conoscere altri appassionati di libri per ragazzi (professionisti e non) e ascoltare qualche consiglio professionale.

Descrizione evento:
La vivace comunità di illustratori e autori creatasi intorno al blog Le Figure dei Libri si incontra per confrontarsi sugli aspetti professionali e affettivi del proprio lavoro. Gli illustratori Anna Castagnoli e Simone Rea condurranno l’incontro.
L’incontro è aperto a tutte le persone interessate a uno scambio sui principali strumenti di questo mestiere: come presentare un progetto, come trovare un editore, come difendere i propri diritti al momento della stesura di un contratto, come creare una rete per non sentirsi isolati. Seguirà una visita guidata alla Mostra Illustratori.
Il lavoro di illustratore o autore di libri per ragazzi è spesso un lavoro solitario. Oggi, grazie ai social media, l’accesso all’informazione e allo scambio è molto più facile e permette a chi comincia questo lavoro una crescita professionalmente più efficace. Il blog Le Figure dei libri, creato nel 2008 dall’autrice-illustratrice Anna Castagnoli è nato con l’idea di diffondere una cultura approfondita sul libro illustrato e sul mestiere di illustratore.

Intorno al blog, e al forum associato, si è creata in questi anni una vivace comunità di illustratori, autori, editori, librai, bibliotecari, semplici appassionati, che oggi vanta più di 35.000 visitatori al mese.
Ogni anno al Salone del libro di Bologna viene organizzato un incontro informale tra i lettori del blog Le Figure dei libri: un momento per confrontarsi sugli stili che il mercato richiede, sulle modalità con cui presentare il proprio lavoro agli editori, sulle trappole contrattuali in cui non cadere, sulle novità editoriali dell’anno, sui propri progetti, o sui sogni ancora nei cassetti…
La riunione è aperta a chiunque sia interessato a conoscere nuovi o futuri colleghi, informarsi su come “gira il vento†in campo editoriale e ricevere qualche consiglio su come sfruttare al meglio la Fiera del libro. Quest’anno a ricevere chi vorrà partecipare saranno la redattrice del blog Anna Castagnoli e l’illustratore Simone Rea. Seguirà all’incontro una visita guidata della Mostra Illustratori.

CONSIGLIO IMPORTANTE: la Fiera è immensa e il numero di conferenze/mostre/incontri/editori, da capogiro. Se non volete finire come anime perse, vaganti nel vuoto con occhi spauriti e grandi, preparatevi con calma, prima di partire, la lista delle cose che volete vedere e ascoltare.
Qui trovate il programma degli incontri.

Articoli su Le Figure dei Libri che potrebbero interessare i giovani illustratori :

Il portfolio, il book, la cartellina: come presentare il proprio lavoro?
Diventare illustratori, un percorso formativo è necessario? 
Come pubblicare il primo album illustrato.
Racconta la tua fiera (brevi e divertenti racconti della Fiera vista da giovani illustratori).
5 non-consigli ai giovani illustratori (sul colloquio con gli editori: erano per Montreuil ma valgono anche per la Fiera).

 


La leggerezza. Una riflessione.

Quello che esattamente mi incanta nel libri per bambini è la leggerezza.
Ma come spiegarvi che cosa significa per me la leggerezza? Italo Clavino le ha dedicato un meraviglioso saggio nelle sue Lezioni americane: leggerezza versus pesantezza. La leggerezza è la capacità di sottrarsi alla gravità del mondo e il linguaggio poetico è lo strumento che più di ogni altro sa sottrarre gravità. La leggerezza della poesia (dell’arte) si eleva oltre la pesantezza e l’opacità del mondo, oppure ne illumina la impalpabile filigrana.

Ma non ritrovo nella leggerezza descritta da Calvino quello che è per me la leggerezza. Per me la leggerezza è il luogo dove si condensa tutta la gravità del mondo. Il nostro essere mortali, lo struggente sentimento per tutti i gesti, i momenti, i visi, le cose che il tempo inghiotte e cancella senza lasciarne traccia, il tentativo dell’arte e della nostra cura di salvarli… si incontrano, a volte, con la semplicità di un gesto, una fotografia, un disegno in un libro di fiabe, un frammento di pellicola cinematografica, un fiore secco tra le pagine di un libro, la corsa incosciente di un bambino… Il peso quasi insostenibile della loro gravità, a contatto di queste figure così delicate, crea una sorta di contrasto insostenibile: e lì, scocca la scintilla. Assistiamo allora a un’esplosione atomica in cui  tempo e morte e spazio vengono assorbiti in un lampo. Resta solo, baluginante sul nulla, la leggerezza. Provate a fissare per qualche secondo questa fotografia di Sergio Larrain.

Sergio Larrain, Cile

La leggerezza scaturisce dalla collisione dei pesi che abitualmente tengono insieme il mondo con qualcosa di fragile. Ma non è fatta di un’altra materia, non è antitetica alle forze che l’hanno creata, è, invece, il punto di tensione massima della loro gravità.
Nel volo di queste due bambine la gravità (rubo un’immagine al poeta Donne) è “come oro battuto fino alla più aerea lama”.
C’è, condensato nel gesto assoluto del loro salto infantile, la futura caduta (sappiamo, noi adulti, che un salto così non si ripete) e tutta la gravità del tempo che passa: l’infanzia è un momento.

Henri Cartier Bresson

Perché  ci sia leggerezza (e con essa, una delle forme più nobili della bellezza: la grazia) bisogna che la gravità del mondo entri in collisione con qualcuna delle figure qui di seguito descritte:

La delicatezza, la fragilità: ciò che non è forte, non è solido, non è robusto (i bambini, i malati, alcuni animali, gli oggetti fragili, i fiori, le piante).
La cura: ogni forma di cura, carezza, amore, verso chi -o cosa- ne ha bisogno (Rilke: “e queste cose, che vivon di morire/ lo sanno che tu le celebri. / Passano, ma ci credono capaci di salvarle/ noi, che passiamo più di tutto).
Qualcosa di leggero in senso fisico: la neve, una piuma, una farfalla, un seme di soffione.
L’inutile: ciò che non è produttivo, non è funzionale, non ha scopo, non fa guadagnare (le cose rotte, la noia, il gioco, la danza, l’arte del perder tempo, il pasticciare, il bighellonare, il saltare).
L’effimero:  tutto ciò che, più palesemente del resto, ci comunica la fugacità del tempo (una vecchia fotografia, le farfalle, una fiammella di candela, i riflessi, l’autunno, gli anziani, i bambini, le cose segnate dal tempo. (E fra le pagine essiccata la viola, monumento di una sera di certo inobliabile e obliata Borges).
L’assurdo: ciò che non ha senso, non produce senso, fa ridere, fa fare un salto, ciò che è impensabile (il non-sense, il comico, il battito di una sola mano, la fede in senso kierkegaardiano).

Nabokov e sua moglie a caccia di farfalle

Se ci pensiamo bene, non bisogna aspettare che la gravità si incontri con queste figure perché si produca la leggerezza: basta che una di queste figure sia, perché il corto circuito avvenga e segua l’esplosione. La gravità scorre ininterrottamente nelle vene del mondo e nelle nostre: se scendiamo di poco sotto la superficie del nostro sentire, possiamo ascoltarne il rombo doloroso.
La cosa incredibile è che non c’è gravità capace di schiacciare queste figure o annichilirle. Sempre, anche nella più terribile delle circostanze, queste figure sono capaci di far esplodere la gravità.
Una delle cose più commoventi, più belle, dei campi di sterminio nazisti, per prendere uno degli esempi di gravità più gravi, è sapere che di nascosto, nel buio, al centro esatto del male, qualche piccola candela veniva accesa e un canto intonato, per onorare una festa.

Nella delicatezza di certi libri per bambini (oh un’illustrazione di Nathalie Parain stagliata sullo sfondo della storia del ’900!),

Nathalie Parain
Nathalie Parain

o di certe fotografie (non fa quasi male agli occhi vedere Nabokov, ormai anziano, cacciare farfalle?), nei versi di una filastrocca, o in un frammento di nastro adesivo che protegge la ferita di una pagina ingiallita, ritrovo la leggerezza. Non si fa più leggero il mondo, non meno doloroso, solo risplende como oro battuto fino alla più aerea lama.

Ora che ho finito il mio maldestro tentativo di descrivervi cosa è la leggerezza per me, lasciatemi chiudere con una chiosa noiosa.
Oggi molti (troppi) temi e libri dedicati ad un pubblico infantile non sono più capaci di portare la gravità alla sua più aerea lama. Italo Calvino ci sarebbe rimasto male affacciandosi in questo terzo millennio, lui che sperava ci avremmo portato più leggerezza ancora. La gravità del mondo, il suo peso, la sua crisi, la sua ingiustizia, sono combattuti con armi altrettanto pesanti: temi e immagini funzionali (alla vendita, ad avere ragione, a dare una risposta confezionata, a piacere, a dire come fare, a indignarsi) che non sanno accendere nessuna scintilla. Temi e immagini politicamente corretti, utili alla difesa dei diritti dei più deboli, utili al brand “siamo dalla parte dei giusti” che non sanno far brillare nessuna scintilla. O ancora (peggio)… libri abili a far sentire il diversamente abile riabilitato, il diverso uguale, lo storpio dritto, il grasso magro, il differente di genere, degenerato.
Ditemi: ma quale bambino, quale malato, quale animale, quale di tutte le fragili cose che popolano questo mondo, che costantemente bruciano e vivono nella leggerezza come fuochi imperituri, può riconoscersi in simili figure?


Alice Guy, 1897


L’arte per educare i bambini di strada: il racconto di un progetto educativo

Crediti progetto Axa

Mentre disegno mi scarico sempre qualche podcast di Radio tre, e ascolto. Romanzi, racconti, interviste, testimonianze, musica. Voci che mi fanno compagnia e mi nutrono. Oggi stavo ascoltando qualche episodio di Chiodo Fisso (sempre interessantissimi) e inciampo in questa toccante testimonianza:

SULLE STRADE DEL BRASILE L’ARTE E’ EDUCAZIONE. Cesare De Florio La Rocca, fondatore del progetto Axe, vive a Salvador di Bahia e racconta la sua radicale scelta di vita quando 40 anni fa decise di dedicarsi all’educazione dei ragazzi di strada in Brasile, fondando  la sua idea di recupero sulla psicologia del desiderio e soprattutto sulla convinzione che l’arte è educazione.

Ho pensato immediatamente di condividerla con voi, per la forza, la semplicità e la bellezza delle parole che pronuncia il fondatore di questo progetto educativo. Bambini senza desiderio a cui si accende di nuovo il desiderio di esistere dopo aver visto, per la prima volta, Il lago dei cigni di Tchaikovsky. E’ impossibile, dice La Rocca, educare senza arte: etica ed estetica non si possono separare.

Potete ascoltare la trasmissione (spero) cliccando qui:
http://www.radio.rai.it/podcast/A42423257.mp3
Qui potete leggere un’intervista a Cesare De Florio La Rocca
Qui , in un’altra puntata sulla povertà, potete ascoltare le statistiche di povertà infantile in Italia. Nel sud il 28% dei bambini è sotto la soglia di povertà. E’ importante capire cosa questo significa.


IL “GRAPHIC-NOVELIST†ACCIDENTALE di Shaun Tan – Parte 3 (ultima)

 IL GRAPHIC-NOVELIST ACCIDENTALE
di
Shaun Tan

Articolo pubblicato sul numero 49 della rivista Bookbird (Ibby) nell’ottobre 2011
(TERZA PARTE)

Traduzione di Federica Viti

Shaun Tan at the Subiaco Library (photo: Frances Andrijich).
Crediti: The University of Western Australia in Second Life

(Rileggi la prima parte di questo saggio).
(rileggi la seconda parte di questo saggio).

Un’identità sconosciuta

La nozione di viaggio non scritto/inedito è stata a volte una preoccupazione nelle storie dei miei libri illustrati, storie caratterizzate da personaggi e luoghi senza nome, temi di disorientamento e alienazione. Naturalmente mi sono chiesto spesso se questo fosse il mio personale vissuto: la risposta è sì, ma non in un modo semplice e ovvio. Sono cresciuto nella periferia urbana di una lontana città: Perth, nell’Australia dell’Ovest, uno dei due figli di una famiglia mista: mio padre cinese malesiano, mia madre anglo australiana. In quel tempo e quello spazio, essere mezzo cinese era insolito e mi faceva sentire abbastanza outsider, anche se è facile esagerare gli effetti del razzismo, è ancora più facile farlo con la benevolenza della medio bassa borghesia. Più criticamente, per quanto riguarda la mia immaginazione artistica, c’è qualcosa di interessante nel vivere in un posto isolato, con genitori dai passati tanto diversi, in un paese con una storia culturale di rimozione breve ma intensa. Tutto ciò tende a marcare questioni filosofiche sull’identità e l’appartenenza. Queste domande appaiono anche in scala minore, tipo come quando sono al parco a fare i miei disegni, o guido nella città, o visito un supermarket di periferia, o ricordo la costa della mia prima infanzia, correndo parallelamente alla linea dell’oceano indiano. Cosa significa appartenere ad un luogo, capire un particolare mondo, sentire che molti aspetti di questo mondo vanno oltre la tua comprensione e c’è qualcosa che non riesce ad esprimersi pienamente? Penso che questa sia una domanda che ognuno si fa nella propria vita, al di là dell’età, provenienza o educazione. È una domanda esistenziale fondamentale.

Shaun Tan, Oggetti smarriti

The Lost Thing è la storia di un ragazzo (che ricorda me stesso adolescente) e il suo incontro con una strana creatura abbandonata, che non è neanche possibile identificare. Così come noi seguiamo degli strani viaggi, in posti e popoli veramente strani, così il lettore può gradualmente diventare consapevole che la Lost Thing è più di un singolo personaggio, oggetto o idea. Rappresenta qualcosa che sta dietro alla portata della comprensione convenzionale, qualcosa che non può essere nominata o collocata, che just don’t belong (semplicemente, non gli appartengo). È un concetto che ho sentito di poter esprimere soltanto con immagini dettagliate ma inspiegabili, dove un soggetto è chiaro e ovvio, ma non può essere spiegato direttamente.

Bizzarra, senza nome e incapace di comunicare, la creatura rossa viene accompagnata nella città grigia, un luogo ossessionato da codici e misure, e può essere capita solo in silenzio attraverso qualche tipo di metafora sui problemi sociali, politici o personali. Anche quando pensiamo di aver capito bene, lì resta una costante necessità di reinterpretare l’immaginario. Questo desiderio continuo di meditare (to keep speculating) è in sé un necessario atto di comprensione creativa: come una idea immaginaria, la cosa perduta è liberata dall’attenzione e dall’immaginazione del lettore. Sono queste le cose che alla fine danno senso alla storia e ci ricordano quanto sia importante accettare positivamente le ambiguità quotidiane con mente aperta. Facendo così liberiamo/salviamo noi stessi dall’oblio dei significati chiusi: un fallimento letterario.

Verità senza nome

Dai libri illustrati ai graphic novel, l’impulso dello scrittore e dell’illustratore è lo stesso, trovare una forma per qualcosa che solitamente è elusiva o difficile da rappresentare direttamente. Ironicamente una buona illustrazione narrativa non è per niente “illustrazioneâ€, nel senso della chiarezza visiva, della definizione o osservazione empirica. È qualcosa di incerto, dal finale aperto, sfuggente e vago. C’è un tacito accordo in molta graphic fiction per cui alcune cose non possono essere adeguatamente espresse attraverso le parole: un’idea può essere davvero sconosciuta, un’emozione così ambivalente, un concetto così innominabile che è meglio rappresentarlo non a parole, non con immagini che invertono parole, neppure usando una contrasto che allarga il significato. Le graphic stories sono spesso interessanti consapevolmente di per sé a livello comunicativo, si sa bene che ciò interessa lo spazio che c’è tra suono e parola, e tra la vista e le immagini. Spesso c’è dell’incompletezza tra queste due espressioni, qualcosa rimasto senza risposta, che invita, o anche costringe ogni lettore a dare forma ai propri ricordi e fare collegamenti in modo da trovare il proprio significato. Alla fine, questo è tutto sulla lettura. Sopra e dietro ogni singola storia o Medium penso che questa riflessione personale del lettore sia molto più importante dello stile o della categorizzazione del proprio lavoro.

Shaun Tan, Oggetti smarriti

La mia pratica come artista, autore, illustratore, graphic novelist – qualsiasi nome può essere dato all’impulso di disegnare storie per renderle poi disponibili pubblicamente -  mi coinvolge davvero nel creare uno spazio in cui i pensieri di un’altra persona possono fiorire, precisamente nei modi impossibili da concepire fino a quando non si inizia a leggere, scrivere o disegnare. Perché leggere o creare una graphic novel? Perché c’è sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno ha mai visto: un mai detto alla ricerca di una forma, una texture, un colore, una voce.

Shaun Tan

Oggetti smarriti
Shaun Tan
L’amicizia con una cosa dimenticata e spersa
14,03 euro

IL “GRAPHIC-NOVELIST†ACCIDENTALE di Shaun Tan – Parte 2

 IL GRAPHIC-NOVELIST ACCIDENTALE
di
Shaun Tan

Articolo pubblicato sul numero 49 della rivista Bookbird (Ibby) nell’ottobre 2011
(SECONDA PARTE)

Traduzione di Federica Viti


The red tree, Shaun tan

(Trovate qui la prima parte di questo saggio).

Una voce per i senza voce

Ho detto che questa vivacità (N.d.r: nella prima parte: “Questo è qualcosa che quasi definisce la graphic novel: un esperimento vivace (playfulness), anche irriverente quando giunge a un equilibrio di forme e stile.”) ha qualcosa a che fare con un semplice dilemma: come raccontare storie su soggetti silenziosi. Intanto, noto che sia le mie pictures stories, e quelle degli altri graphic novelist, spesso parlano di personaggi che hanno difficoltà ad esprimere loro stessi, dai giovani “tribolati†di minoranze perseguitate, a quelli che soffrono per problemi emotivi, intellettuali o spirituali. Ho bisogno di dare soltanto un’occhiata alla mia libreria per trovare molti esempi. In Blankets, Craig Thompson esamina le restrizioni della sua rigida educazione tradizionale: il divieto di leggere molto da bambino. Persepolis della Satrapi esplora le repressioni della libertà in Iran, Pyongyang di Guy Delisle e Palestine di Joe Sacco usano disegni stilizzati per raccontare le vite di persone che vivono nascoste o oppresse,  per proteggere le loro identità.

Skim, Mariko e Jilliam Tomaki

Skim di Mariko e Jilliam Tomaki e American Born Chinese di Gene Luen Yang offrono dettagli molto intimi sulle vite di adolescenti che si  delineano come outsiders per ragioni di sessualità o razza. Stitches di David Small è particolarmente centrato tra silenzio letterario e senso metafisico. A volte l’autore disegna se stesso intrappolato nella sua stessa bocca chiusa, e segue la rimozione chirurgica delle corde vocali – è il più profondo trauma di crescere in una famiglia anaffettiva.

Stitches, di David Small

 


The red tree, Shaun Tan

L’immaginario di Smell mi ricorda il mio disegno introduttivo di The Red Tree, dove una ragazza cerca di parlare con un megafono ma le sue parole crollano in confuse o indecifrabili lettere; illustrare un aspetto della depressione, una perdita di volontà o la capacità di articolare sentimenti: “questo è il luogo senza paroleâ€. Ci sono poi temi che sembrano muti in un altro modo, dovuto all’orrore e alla violenza come Waltz With Bashir, una storia della guerra libanese di Ari Folman e David Polonsky, o dovuta a segeti familiari come in Fun Home di Alison Bechdel, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick (dove l’idea della silent story è il tema chiave) e la meravigliosa divertente e triste My Mommy di Jean Regnaud e Émile Bravo, su una verità rimossa. In ultimo dobbiamo ricordare che molte idee e sentimenti restano taciuti, ma che occasionalmente si mostrano in altri modi, e questo è sempre una rivelazione rinnovata. È ciò che guida così molti di noi a leggere, scrivere, e disegnare, spesso senza sapere perché.

La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick

Mentre molti di questi esempi possono sembrare tristi (forse riflettono il mio umore personale come nessun’altra cosa), è interessante anche notare il gioco bilanciato di humor e seriosità che compare in così tanti affermati graphic novelist. Sembra andare mano nella mano con un forte interesse per l’ironia, qualcosa che emerge naturalmente dalla discrepanza tra immagine e parola nel medium del comic stesso. Spesso i personaggi possono dire una cosa mentre l’immagine mostra il suo vero sentimento o pensano qualcosa di completamente diverso, o il punto di vista del lettore è contemporaneamente diviso in un modo che stimola molto la riflessione, oppure lasciato completamente indefinito. Questo si potrebbe interpretare come un cenno d’avvertimento dell’artista al lettore: non credere sempre a ciò che si vede o legge – almeno, non prenderlo alla lettera. Anche la rappresentazione più veritiera ha un elemento di congiuntura fittizia, in quanto è la natura stessa del disegno che lo vuole.

L’uso della scrittura a mano (un altro elemento persistente nei graphic novel, anche quando è facilmente disponibile un typesetting digitale) sottolinea costantemente questa idea, come anche il frequente impegno di ricordi autobiografi in cui lo scrittore disegna letteralmente le sue opinioni nella storia (questo in quasi tutti i comics citati sopra). Suggerisco che questo abbia qualcosa a che fare con il problema della fallibilità del linguaggio scritto e con l’invitare il lettore ad interpretare creativamente quello che vede. I migliori autori di graphic novels sono molto autoriflessivi, si confessano tanto sulle proprie abilità quanto sui loro soggetti.

L’approdo, Shaun Tan

Mi piace pensare che The Arrival (L’approdo) si trovi a suo agio in questa giocosa esplorazione del linguaggio visuale e l’esame di un argomento/soggetto senza voce, seguendo il viaggio di un immigrato illetterato (che causalmente è modellato sul mio aspetto). È un tema che chiede un approccio inusuale e alternativo, dato che i nuovi immigrati sono così spesso rappresentati nei media, specialmente qui in Australia, come qualcosa di anonimo e sono spesso de-umanizzati nei denigratori dibattiti politici. Mi sono chiesto se lo stesso anonimato potesse essere usato positivamente per generare empatia piuttosto che pregiudizio, dal semplice narrare nel singolo dettaglio la vita di un migrante e permettere al lettore di vedere le cose dalla prospettiva personale e generale allo stesso tempo, di camminare in scarpe sconosciute, e, più importante, evitare un dato linguaggio convenzionale per permettere un’interpretazione davvero aperta. Solo un calmo scorrere di immagini prive di commenti, pregiudizi o ideologia (political noise), come un albero, una nuvola o un’ombra. E’ disegno e basta.

Continua…

L’approdo
Shaun Tan
Un lungo emozionante graphic novel sul tema dell’emigrazione
18,70 euro
The red tree
Shaun tan
Una sequenza di immagini surreali
8,36 euro

 

Luca ci dice nei “commenti” che il graphic novel L’albero rosso, in Italia, lo si trova  in appendice al libro Oggetti Smarriti, che potete ordinare qui:

Oggetti smarriti (+ Lalbero rosso)
Sahun Tan
Due capolavori di Shaun Tan
15,30 Euro

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