Il piccolo pompiere: un album fulminante

Ricevo molti album per il blog, sempre belli o interessanti. Ogni tanto, poi, ne arriva uno che mi fa fare un salto: lo capisco dalle prime pagine, lo sfoglio con la salivazione aumentata, lo chiudo con il cuore in gola. Mi è successo ieri con Le petit pompier (Il piccolo pompiere), un libro del 1938 appena riedito da Loïc Boyer nella collezione Cligne Cligne (dall’omonimo sito) di Didier Jeunesse.

Le petit pompier, Margaret Wise Brown, Esphyr Slobodkina, Didier Jeunesse 2013

Era il 1938, Ethel e William R. Scott, due editori di New York, decisero di dar vita a una collana per bambini con un’idea inedita: associare un autore con un’esperienza nel campo della pedagogia con un pittore che non avesse mai illustrato un libro per bambini. Fu così che l’insegnante Margaret Wise Brown (che divenne poi una delle più famose e prolifiche scrittrici americane per ragazzi) e Esphyr Slobodkina, pittrice astratta di origini russe, diedero vita a questo piccolo capolavoro a collage.

Protagonisti del libro sono un pompiere grande, molto grande, e un pompiere piccolo, molto piccolo.
I due vivono in due caserme vicine, una grande e un piccola, e hanno due cuccioli di cani dalmata, uno molto grande e uno molto piccolo.
I due protagonisti e le cose che li circondano sono identici: stesso cappello, stessi stivali, stessa divisa blu, stesso furgoncino, stessa caserma; solo la misura è diversa.

Nella grande caserma, una notte, suona la campana d’allarme dolon! dolon! E subito, anche nella piccola caserma suona l’allarme: dilin-dilin!. Il grande cane abbaia: wouf-wouf!. Il piccolo, anche: ouhu-ouhu! Suoni. Ma non gli stessi.
Quest’inizio di libro è reboante: con una velocità fulminea siamo entrati in un mondo che ha leggi tutte sue, dove ci sono due mondi e nei due mondi accade allo stesso tempo la stessa cosa.


L’astrattismo geometrico e semplice delle forme, la mancanza di definizione dei visi e delle scene, rendono le tavole illustrate passive, come se le immagini fossero un corpo dormiente, un codice muto che ha bisogno del testo per essere attivato. Non si potrebbe capire quasi nulla della storia se non ci fosse il testo. Un testo rumoroso, vivace, pieno di suoni.
Solo nella loro attivazione sonora (il suono delle campane e l’abbaiare dei cani) i due mondi iniziano a separarsi, ad avere un’identità autonoma.

Il testo descrive le azioni dei due pompieri, come nei libri di stampo pedagogico dove, passo passo, si segue cosa fa il bambino. Il grande pompiere è uscito dalla sua caserma nel suo grande camion e il piccolo pompiere è uscito dalla sua caserma nel suo piccolo camion. Ding-ding-dong! Derelin-derelin! Fanno i due camion (ancora suoni diversi).

Due pagine dopo, una mappa che aiuta i due pompieri a trovare la casa in fiamme. (Sembra davvero di essere lì, leggendo il libro, di seguire l’azione precipitosa, la ricerca dell’incendio).

Ecco che, arrivati davanti alla casa, le voci dei due pompieri dicono qualcosa di diverso. Il grande pompiere dice: Ah! che bell’incendio! Il piccolo pompiere dice: Oh là là! E’ un incendio troppo grosso per me!
E’ la prima volta che i due personaggi non sono nella stessa posizione. Si sono differenziati: da adesso in poi prenderanno strade diverse, per poi ricongiungersi nel finale.

Il piccolo pompiere riparte con il suo camionicino. Un’altra mappa. Un’altra casa in fiamme: piccola piccola.
Nella piccola casa ci sono quindici donnine che gridano Aiuto! Aiuto! e saltano dalla finestra nella piccola rete che il piccolo pompiere tende loro.

Nella pagina successiva vediamo il grande pompiere che tende la grande rete perché ci saltino dentro quindici grosse signore.
In entrambe le case, infatti, c’erano quindici donnine spavenate: ovviamente, di taglia diversa.

Spenti i rispettivi incendi, i due pompieri ritornano nelle loro caserme vicine e per cena mangiano le stesse cose: il grande, una grande costoletta di agnello e un enorme gelato alla fragola, il piccolo, una piccola costoletta di agnello e un piccolo gelato alla fragola. Poi si addormentano.
Sembra finito il libro, ma c’è ancora una pagina.
I due pompieri fanno un sogno. Il grande pompiere fa un piccolissimo sogno, un sogno da nulla (lo vediamo in camicia da notte spegnere un gelato in fiamme). Il piccolo pompiere, lui, invece, fa un sogno enorme, veramente enorme! Vediamo nel suo sogno diverse azioni capovolte, come da perfetto manuale freudiano sui sogni (il pompiere che si getta nella rete e viene salvato dalle donnine), e altre scene oniriche, surreali. Un sogno agitatissimo, molto grande. Fine.
Non è bello da lacrime?

Il tema del molto-grande / molto-piccolo è un topos della letteratura per ragazzi; in questo album è trattato con una grazia meravigliosa. Notate che non viene mai detto che uno dei pompieri è un bambino e l’altro un adulto, né c’è alcuna relazione di importanza o predominanza tra i due. Come in un enunciato strutturalista, la loro identità viene definita solo dalla relazione con un terzo elemento. Pensate a come il bambino percepisce se stesso: il suo nucleo identitario non è più piccolo di quello dell’adulto per il fatto che la sua dimensione corporea è più piccola. Anzi, di solito è il contrario per via dell’onnipotenza infantile (forse il bambino che legge questo libro si identifica con entrambi i pompieri). Il messaggio finale è chiaro: non importa quanto grandi o quanto piccoli siamo, ci sono problemi di tutte le misure, l’importante è trovare la propria.

Ciò che mi fa impazzire di quest’album è che oltre al perfetto meccanismo, ritmato e preciso come un orologio svizzero, ci sono qua e là sprazzi di sogno puro: le quindici donnine (perché quindici?), il cane dalamata (perché dalmata?), il sogno finale.
Si chiude il libro con la sensazione che alle due autrici, come per caso, sia riuscita un’acrobazia perfetta.

Su questa pagina Flickr trovate altre immagini.

Le petit pompier
Margaret Wise Brown, Esphyr Slobodkina
Un pompiere grande e uno piccolo spengono due incendi
11,78

Aiuto, mi sono perso – La provincia di Cremona illustrata

 

Sarà inaugurata il prossimo 19 aprile, presso il Museo del Violino di Cremona, la mostra di illustrazione “Aiuto, mi sono perso”. Curata da Tapirulan  e commissionata dal  Distretto Culturale della provincia di Cremona nell’ambito del proprio piano di comunicazione, la mostra sarà visitabile in questa sede fino al 18 maggio 2014, per poi essere allestita a giugno a Crema (CR), in collaborazione con la Rete bibliotecaria provinciale, ed in autunno a Casalmaggiore (CR).

Julia Binfield

Grazie alla fantasia dei cinquantadue illustratori in mostra, grandi autori nel panorama italiano ed internazionale, le opere esposte percorrono, con tutti i mezzi dell’arte, cento chilometri di territorio, ricordandoci che strumenti ad arco ed eccellenti artigiani vivevano in una terra ricca di storia e tradizioni secolari, le cui testimonianze parlano attraverso monumenti, cattedrali, piccole pievi di campagna, palazzi, nomi di strade che rievocano uomini e battaglie.

Franco Matticchio, Rivolta d’Adda

Le manifatture dei cordai quasi estinti sono ora nuvole nel cielo serale, i meloni hanno la dimensione dell’universo, l’emisfero australe è occupato da mucche al pascolo, i maiali danzano sulle punte dentro la padella rovente, animali e ancora animali, dentro castelli gaudenti, pesci in un mare al contrario, centri storici immobili e surreali come il minuscolo attacchino nero che li tiene vivi con la colla e l’affissione di un evento che chissà quando accadrà.

Dimitri Fogolin, Castelponzone

Guido Scarabottolo, Cremona

Immagini surreali, grottesche o realistiche, tanti stili ed altrettante tecniche per rivivere i luoghi in maniera inusuale, lasciando spazio all’immaginazione.

Francesco Chiacchio, Pandino

Gianni De Conno, Isola Dovarese

Shout, Pescarolo

Il giorno dell’inaugurazione verrà presentata anche la nuova guida della provincia di Cremona (che rappresenta il catalogo della mostra), in cui le illustrazioni sono affiancate da testi che, in chiave semiseria, descrivono tutte le tappe più significative delle mete turistiche in provincia di Cremona.

Erika Pittis, Soresina

Siete pronti a partire per questo viaggio illustrato alla scoperta della provincia cremonese?

Allora scaricate l’invito per la mostra, munitevi di bussola o navigatore (chi si presenterà all’inaugurazione con uno di questi due oggetti potrà essere sorteggiato e vincere un premio a sorpresa!) e dirigetevi il 19 aprile alle ore 17.00 verso il Museo del Violino di Cremona (per chi non fosse del luogo, qui trovate le indicazioni per raggiungerlo!).

Ecco l’elenco degli illustratori che potrete ammirare:
Sylvie Bello, Julia Binfield, Giuseppe Braghiroli, Franco Brambilla, Chiara Carrer, Anna Castagnoli, Francesco Chiacchio, Paolo D’Altan, Chiara Dattola, Gianni De Conno, Fabio De Donno, Toni Demuro, Paolo Domeniconi, Faber, Rino Ferrari, Dimitri Fogolin, Beppe Giacobbe, Riccardo Guasco, Federico Maggioni, Marina Marcolin, Franco Matticchio, Giulia Orecchia, Barbara Petris, Valeria Petrone, David Pintor, Erika Pittis, Andrea Rivola, Alberto Ruggieri, Guido Scarabottolo, Shout, Antonello Silverini, Marco Somà, Michele Tranquillini, Joao Vaz De Carvalho, Olimpia Zagnoli, Margherita Allegri, Andrea Andolina, Claudio Arisi, Giuseppe Castellani, Marta Farina, Giorgio Fratini, Sara Gavioli, Andrea Gualandri, Matteo Gubellini, Agostino Iacurci, Alberto Ipsilanti, Arianna Papini, Elena Prette, Sergio Tarquinio, Lucio Villani, Daniela Volpari, Tony Wolf.

BUON VIAGGIO!


Ricercare il silenzio alla Fiera di Bologna, di Ilaria Falorsi

Ed ecco il secondo reportage, di Ilaria Falorsi. Con focus sul nuovo Padiglione 33 destinato ai ragazzi, le mostre presenti e la conferenza della giuria della Mostra Illustratori.
(Qui il reportage di Gloria Pizzilli)

Ricercare il silenzio
di Ilaria FALORSI

Dopo i primi due giorni caotici in Fiera, mercoledì mattina, sono sola: Gloria è ripartita e gli amici non arriveranno prima della conferenza delle 11. Approfittando di un arrivo a Bologna piuttosto mattiniero, mi precipito al Padiglione 33: la novità di quest’anno.

Per il suo 51° anno, la Children’s book Fair decide, finalmente, di organizzare un evento aperto ai giovani, incoraggiando le scuole e il pubblico a visitare il padiglione a loro dedicato al grido di “Non ditelo ai grandi” (titolo preso in prestito dal famoso saggio della scrittrice americana Alison Lurie – premio Pulitzer). Sono curiosa: dopo aver visto il Salon du Livre et de la Presse Jeunesse di Montreuil e la massiccia presenza dei ragazzi che vi partecipano ogni anno (con estrema gioia, oserei aggiungere), mi ero chiesta spesso perché la Fiera di Bologna ancora non avesse organizzato qualcosa per il pubblico, visto il sempre più crescente timore sulla formazione culturale dei giovani. Ritenevo che la Fiera di Bologna fosse già di per sé un posto dove si promuove la lettura, dove si sensibilizza e si cercano scambi culturali: ma tante di queste impressioni, una volta a casa, mi sembrava andassero perse, o venissero conservate a fatica. Montreuil ha, invece, il vantaggio (confusione a parte) di gestire professionisti e pubblico insieme, portando a casa il valore aggiunto dei ragazzi: più che invogliati alla lettura, i bambini francesi attendono il salone come un evento eccezionale, quasi un Natale in anticipo.

Potete capire quindi quanto sono curiosa: il poster disseminato per tutta la Fiera (e fuori) non ha un’aria graficamente accattivante, ma il calendario eventi all’interno del sito presenta un sacco di iniziative, mostre, incontri, laboratori e letture, di cui tanti interessanti anche per gli adulti. Mi perdo un secondo prima di trovare il padiglione giusto, ma arrivo e mi ritrovo completamente sola dentro questo spazio enorme, silenziosissimo – e con aspettative forse troppo grandi. L’allestimento è costituito da pannelli mobili (piccole librerie di cartone modulari) dove,  sul retro di ognuna, sono stampati alcuni dei disegni della Mostra Illustratori e qualche immagine dai libri selezionati per il Bologna Ragazzi Award.

Tutt’intorno grandi corridoi ancora vuoti e due file di lunghi tavoli a dividere in due la prima sala, quella di entrata. Sopra ci sono libri, per ragazzi da 0 a 16/18 anni. Un’ottima selezione, in generale, tant’è che ringrazio il bancomat di essere completamente scarico.
Mi prendo un po’ di tempo per sfogliare gli albi e vagare nella prima parte del padiglione, godendo di questo breve momento di solitudine. Mi vengono concessi 30 minuti e poi, dal corridoio centrale, iniziano ad arrivare voci e rumori di piccole persone, che a grandi passi sono pronte ad invadere la sala. In poco tempo il salone si riempie, i corridoi non sembrano più così vuoti e alcuni ragazzi iniziano anche a guardarmi con sospetto: sono un corpo estraneo in un padiglione dedicato a loro. Preparo la fuga, ma mi ricordo delle mostre: scovo il corridoio centrale, che divide e porta nell’altra metà del padiglione, quella dove sono state allestite le varie attività. Lo imbocco e il corridoio, manco a dirlo, è una bellezza: lungo tutte le pareti sono stampati disegni a tema “Alice nel paese delle meraviglie”. Trovo l’idea azzeccatissima.

La prima mostra, bellissima, è quella dei bambini del ghetto di Terezin, costituita per la maggior parte dai disegni di bambini tra i 10 e i 14 anni. Incoraggiati dall’insegnante d’arte Friedl Dicker-Brandeis a non interrompere le attività educative e artistiche durante la loro permanenza nel ghetto, i ragazzini realizzarono, tra il 1942 e il 1944, migliaia di disegni di cui la Friedl riuscì a nasconderne 4000 dentro un paio di valigie, prima di essere deportata ad Auschwitz. I disegni, oggi parte di una collezione appartenente al Museo Ebraico di Praga, raccontano scene di vita quotidiana all’interno del ghetto, con, a tratti, una umanizzazione delle condizioni di vita (alcuni personaggi qua e là sorridono), o riportano frammenti di una vita precedente, quando ancora c’era una casa e si era padroni di sé stessi. Tratti forti e decisi si alternano a delicate punteggiature di colore e a collage più adulti, ma più freddi, distaccati.

Uno dei disegni del ghetto di Terezin

A seguire, trovo la mostra dedicata al Silent Book Contest. Cito doverosamente una parte dell’introduzione scritta da Ferruccio Giromini: “…il libro senza parole, soprattutto se è ben fatto (ovviamente) ci rende più interrogativi, più investigativi, più riflessivi, in definitiva più autonomi e co-autori della narrazione contenuta in esso.”
Trovo interessante il progetto di Juan Pan, “The last goodbye”, dedicato al rapporto di separazione tra padre-figlio nel momento in cui ci si trova a dover lasciare il nido familiare. Le illustrazioni, realizzate in bianco e nero, aggiungono drammaticità al senso della storia, cosa che incuriosisce non poco la scolaresca che passa di lì, accanto a me, e con cui condividiamo questo momento insieme.


Juan Pan

In generale, l’atto di leggere è spesso solitario, e in queste occasioni illustrazioni colorate, comiche o molto intricate (come alcune di quelle presenti in questa mostra) vengono degnate appena di uno sguardo. Chi si trova davanti non si concede il tempo necessario per leggerle veramente. Quello che noto immediatamente davanti alle illustrazioni di Juan Pan, è che il bianco/nero e le emozioni tristi che ne traspaiono, attirano i ragazzi come una calamita, che si fermano rapiti, cercando di capire.

Lascio la mostra dei libri silenti e arrivo a Lettori di Carta, in cui il tema comune è l’atto della lettura. Alcune tavole della Mostra Illustratori sono presenti anche qui, ma la maggior parte delle opere sono illustrazioni escluse dalla Mostra. Alcune già viste, molti nomi conosciuti, tutte bellissime.

Davide Bonazzi
Andrea Rivola
Marta Monteiro
Page Tsou

Successivamente si apre l’ultima parte delle mostre del Pad. 33. Qui le illustrazioni selezionate per Opera Prima, il premio che mette in luce le migliori opere esordienti. Si susseguono 17 opere meritevoli per progetto grafico ed editoriale provenienti da Norvegia, Polonia, Francia, Ucraina, Inghilterra, Italia, Portogallo e Stati Uniti.

Laurent Simon
Emmanuel Fornage

Esco da quest’ultima mostra per respirare: alcuni laboratori e incontri sono già iniziati. L’entrata su strada del padiglione 33 continua a immettere scolaresche, una dietro l’altra: vedo i ragazzi che entrano, a tutti brillano gli occhi. E appena varcano la soglia, corrono. Corrono da qualche parte, eccitati, come se fossero in un luna park di carta.
Me ne vado, questo è il loro regno di diritto.
L’ora è tarda e mi dirigo velocemente al Caffè degli Illustratori, per la conferenza “Le ragioni di una scelta”, dove i giurati di quest’anno spiegheranno i criteri di selezione della Mostra illustratori.

Prendo posto in prima fila, e al di là di qualche problema tecnico iniziale, la conferenza inizia: comincia Anna Castagnoli, presentando alcune delle immagini per lei significative, guidando la platea in sala verso la comprensione di alcune scelte. In conclusione, spiega, la sensazione generale dei giudici durante la selezione è che, sempre di più, si sente il bisogno di raccontare la realtà (come nel caso delle illustrazioni di Akihiro Misaki) ma con occhi diversi, senza limitarsi all’apparenza esteriore ma riuscendo a darne un’interpretazione personale. Un tipo di illustrazione che sembra essere stato molto ricercato tra le immagini inviate alla mostra e che dimostra che questo tipo di narrativa sta diventando sempre più presente come linguaggio tra gli illustratori.

Prosegue Kitty Crowther nell’esaminare alcune immagini della Mostra che l’hanno colpita. La prima di esse non fa uso di tecnica digitale, e infatti la Crowther afferma poco dopo:
“… nell’illustrazione digitale è tutto così facile, veloce, non si dà il tempo al segno e alle cose di fluire. Qual è il tipo di impatto che intendete lasciare? State veramente mettendo voi stessi in quell’immagine? Vi state prendendo il tempo necessario per realizzare quell’illustrazione?”

(a proposito delle illustrazioni di Zhila Hodaee in cui, anche se la Crowther afferma di non sentirsi completamente affine al gusto personale dell’autrice – “d’altronde facciamo parte di culture diverse”- è comunque rapita dalla tecnica, e il risultato finale fa trasparire la cura e l’incredibile lasso di tempo che l’autrice ha deciso di dedicare).

Zhila Hodaee

Si nota, infatti, che quest’anno la mostra è in maggior parte costituita da opere realizzate con tecnica tradizionale e che il digitale è poco presente, ma non perché venga snobbato. Al contrario, il digitale, se usato come mezzo, è altrettanto efficace nell’espressione di un’immagine. Viene piuttosto discusso l’uso che ne viene fatto, quando se ne abusa e diventa una scorciatoia veloce per il bello. A questo proposito l’immagine successiva, suggerisce un’ulteriore riflessione (l’illustrazione della spiaggia di Sol Undurraga): la semplice immagine ben costruita (sia essa digitale o con tecnica tradizionale), eseguita con ottima composizione e tecnica, rischia facilmente di essere niente altro che una bella immagine. Non vi è nessun problema con la bellezza, ma la Crowther spiega che se si desidera raggiungere un livello superiore (come nel caso della selezione per la Mostra Illustratori), se si desidera creare un coinvolgimento da parte di chi vedrà quelle immagini, è necessario inserire un twist, un qualcosa in più. Un dettaglio che catturi l’occhio e dia un nuovo senso, ribaltando l’immagine e rendendola interessante, e non semplicemente bella agli occhi.

Sol Undurraga

Isabel Minhos e Errol van de Werdt proseguono parlando di come oggi sia difficile – con la quantità e la ricchezza di immagini, colori e suoni a cui siamo sottoposti ogni giorno – tornare a casa, sedersi, sgombrare la mente e riuscire a distanziarsi da quello che vediamo all’esterno per creare qualcosa di nuovo. Riscoprire il proprio silenzio interiore. Viene ribadita l’importanza di essere onesti con se stessi, di come il trovare una propria voce sia difficile ma necessario, se non si vuole finire trascinati nel flusso di qualcun altro. Qualcun altro che magari neanche ci rispecchia. E creare e mantenere la curiosità: quello che alla fine fa la differenza in alcuni casi, è la curiosità di girare il foglio e continuare a vedere come finisce la storia. Durante la selezione, se la prima illustrazione non comunicava questa sensazione, veniva messa da parte. Se si sentiva invece l’urgenza di sapere di più, si voltava immediatamente pagina.

Come nel caso di questa immagine presentata da Isabel Minhos (Katrin Coetzer, le lente d’ingrandimento che scruta le creature che vivono vicino ai cactus) che ha dichiarato di essere stata rapita e sedotta dalla tecnica, dalla sintesi e dalla composizione di questa immagine. Colpita dalla capacità di questo illustratore di creare un nuovo, affascinante mondo.

Katrin Coetzer

Ma quello che veramente l’aveva conquistata era stato il percepire la vita all’interno di quelle immagini, scrutare i dettagli e individuare una serie di particolari che la rendevano viva, raccontando una storia che andava dispiegandosi da sola.

Catarina Sobral riceve il premio SM

Si annuncia poco dopo la vincitrice del premio SM International Award for Illustration: Catarina Sobral,  che ha conquistato la giuria (costituita da Sophie van der Linden (Francia), Roger Mello (Brasile) e Pablo Nuñez (Spagna) ) per: “la grande maturità dell’opera vincitrice e la sintesi grafica della composizione, la capacità di trasmettere intime sensazioni attraverso colori primari, per l’efficacia narrativa punteggiata di umorismo, i riferimenti alla tradizione grafica degli anni 50’ interpretata in chiave contemporanea e la riuscita composizione dell’immagine basata su figure geometriche essenziali”.

Catarina Sobral

Di seguito ecco il trailer del libro realizzato da Catarina da cui sono tratte le illustrazioni vincenti ( “O meu avô” edizioni Orfeu Negro, 2014)

Si assegna anche il Grant Award-Ars in fabula, andato meritatissimo a Bruno Zocca.

Bruno Zocca

Applausi, foto e strette di mano.
La gente piano piano si alza, qualcuno rimane per la conferenza successiva, ma questa è finita e anche io mi faccio un altro giro alla Mostra: rivedo lì tutti gli amici, anche loro che se la godono con i loro occhi nuovi e un sorriso.


Alla Fiera del Libro di Bologna si va con gli occhiali da sole

Quest’anno ho chiesto a Gloria Pizzilli e Ilaria Falorsi, due amiche e bravissime colleghe illustratrici, di farmi due super reportage sulla Fiera. Ecco il primo.

Alla Fiera del Libro di Bologna si va con gli occhiali da sole
di Gloria Pizzilli

La Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna è un balletto con passi prestabiliti che si ripetono ogni anno uguali.
Si inizia sull’autobus 35, che porta dalla stazione Bologna Centrale alla fermata Bologna Fiere. Sul bus, carico di persone tutte dirette in Fiera, si incontrano tre tipi di persone: i veterani veri, i veterani falsi e le matricole.
I veterani veri sono principalmente gli espositori. Si riconoscono facilmente dall’abito impeccabile, l’allure internazionale e l’espressione da businessmen: loro stanno zitti – o parlano a bassa voce una lingua straniera incomprensibile.
I veterani falsi, invece, sono autori e illustratori non ancora famosissimi ma neppure troppo sconosciuti. Sono quelli che hanno già fatto qualche fiera: loro pure stanno zitti, sanno quale espressione “indossare” sull’autobus 35 per simulare scioltezza.
Poi ci sono le matricole : illustratori e autori ancora aspiranti tali, alle prese con la loro prima fiera. Le matricole parlano tantissimo. Si prodigano in racconti di vita vissuta nel mondo dell’albo illustrato.
Una volta scesi dall’autobus, la strada di veterani (veri e falsi) e matricole si divide.
I veterani hanno il pass: si lanceranno a passo deciso verso l’ingresso. Le matricole, loro, si fermeranno alla biglietteria.

C’è sempre un momento di spaesamento per i visitatori, qualche secondo prima di entrare nel flusso e inserirsi nel balletto. È enorme la Fiera. Quattro padiglioni infiniti di stand internazionali.

Cosa si vede alla fiera: ci sono giacche e tailleur, ventiquattr’ore e cartelline portfolio, passi svelti che attraversano i corridoi ad ampie falcate e passeggiatori rilassati con scarpe basse e borsetta, gruppetti affini ritrovati dopo tanto tempo, fermi in mezzo al corridoio ad ostruire il passaggio (intenti in saluti, abbracci e aggiornamenti annuali).

Ci sono i libri alla Fiera. Tanti libri. Alcuni facilmente accessibili, altri un po’ più difficili da raggiungere (almeno per i più timidi) allineati dentro il loro stand, nel numero di un solo esemplare per titolo, vicinissimi al loro padre editore che controlla dalla sedia

C’è un paese ospite, il Brasile quest’anno.

Ci sono le conferenze, tante, per tutti i gusti.

E poi c’è lei, c’è La Mostra. Anzi, le Mostre. Quest’anno insieme alla Mostra Illustratori, tre sezioni dedicate al duo svizzero Evelyne Laube & Nina Wehrle a Ugo Fontana e alla vincitrice del Premio Internazionale d’Illustrazione 2013 Satoe Tone.

Ad aprire la Mostra Illustratori c’è un’anticamera dedicata a Laube e Wehrle. L’introduzione è perfetta e il messaggio chiaro. Tutta grafite per le tavole delle due artiste. Gli enormi originali a quattro mani del vincente “Die grosse flut” riempiono la stanza. Si vede tutto dagli originali, si vede il segno, perfetto nella sua imperfezione, si vedono le cancellature marcate, le correzioni. Si sente la durezza della matita, la difficoltà della gomma a rimediare, il solco bianco che rimane testimone sulla carta. C’è l’errore nelle loro tavole. Non c’è il manierismo. È una matita da geometra, secca e appuntita, ad aver trasferito su carta un pensiero. C’è una teca centrale, piena di schizzi, maquette e leporelli handmade. È la riflessione genuina delle due illustratrici, mostrata a tutti.

Il cammino si trasforma, in maniera fluida, nella Mostra Illustratori. Dal lavoro delle due svizzere si passa con continuità alle tavole dei selezionati di quest’anno.

Com’era la mostra? Anche quest’anno la mostra era la Mostra.
(potete vedere sul sito della Fiera un’immagine per ogni illustratore selezionato: qui)

È sempre diversa e sempre uguale la Mostra. Cambia la giuria, cambiano i criteri di selezione, cambiano i selezionati, ma le sensazioni che si provano girando tra i corridoi si somigliano molto. Alla mostra colpisce il segno. Il segno vero, tracciato dalla mano. Di fronte ad un originale non si può non schiacciare il naso contro la plastica, per cercare di individuare l’impronta vera dell’artista. Ci si mette di sbieco, di sopra e di sotto per scovare la traccia, gli spessori, i solchi. Le tecniche utilizzate non sono scritte accanto ai nomi. Bisogna intuirle. Un po’ come indovinare gli ingredienti di una ricetta. Ci sono, tra le altre, grafite, acquerello, matite colorate, collage, acrilici, inchiostro, c’è il digitale (poco) quello pulito e quello pittorico.

Tutti perfetti i lavori in mostra? No. Come Anna Castagnoli (tra i giurati di quest’anno insieme a Kitty Crowther, Errol Van de Werdt e Isabel Minhos) ha spiegato qui , qui, qui e qui, non è l’assenza di difetti a determinare la vera bellezza.
E’ la bellezza la protagonista? Nemmeno. I lavori scelti non hanno seguito tutti la stessa via, quella della capacità di emozionare, stupire o raccontare qualcosa: ci sono i lavori d’impatto, di amore a prima vista, selezionati all’unanimità dai giurati (come Anastasia Strockova, Repubblica Ceca ),


Strockova

e la ultra-contemporanea Charline Collette, Francia),

Charline Collette

ci sono i lavori ragionati, scelti a testimonianza di qualcosa, di un bisogno, di una sensazione. Ci sono i lavori enigma, troppo potenti nel loro mistero per rimanere fuori.
È un’altalena la Mostra Illustratori 2014. Si passa da esempi di maestria tecnica e compositiva, in cui l’errore non è contemplato e la sbavatura non è ammessa (come Akihiro Misaki dal Giappone e la francese Leila Chaix)

Akihiro Misaki
Leila Chaix

a esempi di libertà e istinto, in cui la tavola non è una barriera, ma un campo aperto, in cui il gesto veloce dell’artista si esprime pienamente (come Trine Logstrup Sorensen, Danimarca e Arianna Vairo, Italia).

Trine Logstrup Sorensen
Arianna Vairo

Ci sono dubbi e questioni aperte (Marco Bassi, Italia).

Marco Bassi

Ci sono animali feroci (Matteo Berton e Valentina Piacenza – Italia)

Matteo Berton (dettaglio)
Valentina Piacenza

e piccoli gesti (Etsuko Yamane, Michio Watanabe, Giappone).

Etsuko Yamane
Michio Watanabe

C’è l’ironia (Sergio Ruzzier, Oscar Sabini –  Italia)

Sergio Ruzzier
Oscar Sabini

c’è il benessere fisico (Ilaria Falorsi – Italia),

Ilaria Falorsi

ci sono dinosauri e esplosioni (Chen Kuo Liu – Taiwan)


Chen Kuo Liu

e gelati di marmo (Studio Fludd: quartetto italiano Baratto – Maragotto – Gabelli – Sanguin),

Studio Fludd

c’è la lentezza (Kazuhisa Uragami, Giappone),

Kazuhisa Uragami

c’è l’equilibrio (Miguel Pang Ly, Spagna),

Miguel Pang Ly

c’è la notte (Fujita Mikiko, Giappone),

Fujita Mikiko

c’è la morte (Anna Forlati, Italia).

Anna Forlati

È un labirinto di stili, emozioni, interpretazioni. Istinto e tecnica si affiancano, in un alternarsi dinamico e vivo.
Finisce la mostra, sfociando in un mare azzurro che è la personale di Satoe Tone. Tante tavole, tutte della stessa dimensione, tutte orizzontali. Una tecnica spaventosa, fatta di sfondi infiniti, sfumature e colori gentili. Satoe è l’esatto opposto di Evelyne e Nina. L’errore è totalmente assente, il racconto passa innanzitutto dalla tecnica. Strumenti basici, velocità e segno per Evelyne e Nina. Lentezza, tecnica e colore per Satoe. Due opposti chiudono il cerchio, a rispondere a tutte le domande lasciate aperte dalla mostra.

Satoe Tone

Sono giovani, sono contemporanee, sono diversissime, ma la loro presenza in questo circuito calza alla perfezione. Per puro caso o per lampo di genio degli allestitori, queste due promesse dell’illustrazione contemporanea forniscono la chiave di lettura della mostra, da portare a casa e farne tesoro. Perché, nel loro essere opposte, il duo svizzero e la giovane asiatica rappresentano con straordinaria esattezza i due stati dello spirito: l’essere e il divenire. Satoe Tone è. Nina Wehrle e Evelyne Laube divengono. Ed è lo stesso alternarsi, tra essere e divenire, quello presente tra le opere esposte.

Per cui, se non siete stati selezionati, forse non “siete” del tutto o non “divenite” abbastanza. Se la vostra aspirazione è la tecnica, la staticità sublime che solo la vera maestria porta con sé, “siate”. Come Satoe. Aspirate al massimo vertice, perseguite con pazienza il vostro ideale di perfezione, diventate “maestri” con perseveranza e dedizione.

Se, invece, il vostro bisogno risiede nel concetto, nella comunicazione, nella mutazione interiore che deriva dal fare e andare oltre, “divenite”. Come Evelyne e Nina. Non ingabbiatevi in una tecnica, ma sperimentate e scoprite voi stessi attraverso l’esperienza, siate inventori e scopritori. Siate sinceri.

E gli occhiali da sole? Gli occhiali da sole sono lo strumento essenziale per non restare accecati. Perché nel balletto tra editori, illustratori e autori; tra vecchie conoscenze, nuove stelle e colossi, lo splendore con cui si viene a contatto è davvero molto. Perché alla Fiera del Libro di Bologna ci si va per “esserci”, incontrare vecchi amici e non essere dimenticati. Questo è quello che si pensa o che vogliamo far credere a noi stessi. In realtà, quello che alla Fiera accade è che si è lì per capire qualcosa. Degli altri e di sé stessi.

Evelyne Laube e Cristina Sitja Rubio

Alla Fiera si vedono in carne e ossa quelle persone che conosciamo per il loro lavoro. Alla Fiera sono tutte lì, fisicamente. Hanno un corpo e una voce. E brillano tutte. Non solo i grandi nomi, ma anche i talenti in erba, i disegnatori appena nati e conosciuti ai corsi. Alla fiera splendono, pieni di vita. E tu sei lì e vedi tutto. Vedi loro, vedi la mostra. Ti bruciano gli occhi. Volevi che non si dimenticassero di te e, invece, sei tu che neanche sai chi sei. Hai una percezione esatta di chi sono gli altri e del loro valore. Sei una pupilla che guarda all’esterno, ma non può vedere sé stessa. È questo che accade alla Fiera. È questo il bello.

Anzi, a ripensarci, gli occhiali da sole, l’anno prossimo, lasciateli a casa.


I miei libri preferiti alla Fiera del libro per ragazzi 2014

Map of days, Robert hunter, dettaglio

Non ho visto quasi nessun libro quest’anno alla Fiera del libro per ragazzi. Un po’ paradossale, ma vero. Non che non ce ne fossero a bizzeffe, è che di corsa tra un appuntamento e l’altro non ho avuto tempo di fermarmi a esplorare gli stand. Quando il giovedì, in tarda mattinata, ho potuto rallentare il ritmo, gli editori stavano già sbaraccando tutto. Le novità che vi presento, quindi, non sono una lista né esaustiva né precisa di questo Salone, in certi casi non sono neanche novità. Ma mi sembrano tutti sublimi e questo basta.

FERRIERA di Pia Valentinis, edizioni Coconino press 2014

Di passaggio al volo nello stand 24 ho chiesto a un collega: dimmi un libro imperdibile. Mi ha indicato Ferriera. Mi è sempre piaciuto il lavoro Pia Valentinis, e senza neanche aprilo, ho comprato il libro.
La domenica, di ritorno a casa, mi sono buttata sul divano e l’ho letto d’un fiato. L’ho chiuso con un groppo in gola e gli occhi umidi e ho sentito subito la necessità di telefonare a Pia Valentinis per dirle: grazie.
Le idee narrative, le luci, la storia, tutto è emozione colata in uno stampo di precisissimo tratteggio. Pia Valentinis ha raccontato la dura vita di suo padre, operaio di Udine. Detto così, sembra un ritratto sociale alla Ken Loach. Invece no: il cuore pulsante del libro è il percorso di una figlia che cerca, attraverso una doloroso lavoro di ricostruzione mnemonica e affettiva, di ritrovare suo padre.
E’ così bello che leggendolo mi è sembrato di veder schizzar fuori dalle pagine lapilli incandescenti di ferro

LA PICCOLA FUGGITIVA di Franco Matticchio, edizioni Nuages 2009

Sfogliato. Emesso un silenzioso gridolio interno. Comprato. Uno dei libri illustrati senza testo più belli che abbia mai visto. E anche una palestra per chi vuole carpire all’album illustrato il segreto della sua dinamica narrativa. Una ragazzina, fissa in posa di salto, attraversa diversi paesaggi. La posizione del personaggio sulla pagina, la sua distanza dall’osservatore, le situazioni in cui si trova pagina dopo pagina: tutto è ritmo, sorpresa, messaggio. Lo analizzerò presto più nel dettaglio in un post che voglio fare sul “tempo” all’interno dell’album.
En passant: Matticchio è un genio.

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LA FORA – Guia para descobrir a natureza, Maria Ana Peixe Dias – Inês Teixeira do Rosário – Bernardo Carvalho (Portogallo)

Là fora (La fuori) è l’ultimo capolavoro illustrato di Bernardo Carvalho. Era il libro di cui tutti parlavano alla Fiera; quello che passava di bocca in bocca con la formula: l’hai visto? Un libro di centinaia di pagine sulla flora, corretto dal punto di vista scientifico, originalissimo nel modo di porsi a cavallo tra scienza e poesia, precisione scientifica e meraviglia, osservazione e incanto, grazie al continuo cambio di registro delle immagini di Carvalho. Stupendo.

LA BOTANICA PARALLELA di Leo Lionni, Gallucci 2012

La botanica parallela è un libro per adulti, scritto da Leo Lionni negli ultimi anni della sua vita. Il primo a pubblicarlo in Italia fu Adelphi, nel 1976. Nel 2012 è stato ristampato da Gallucci (mi piace sempre poco la grafica delle copertine di Gallucci).
Me lo ha regalato Patrizia, un’amica che ascolta sempre con pazienza i miei incerti ragionamenti filosofici; cogitazioni che nell’ultimo anno tracciano un cammino preciso tra due poli: la realtà e l’immaginario. Questo libro su una botanica minuziosa e scientificamente fantastica chiude in modo sublime il cerchio delle mie letture su questo tema.
Riporto, a chi può interessare, le tappe del mio percorso: Ambienti umani, ambienti animali, una passeggiata per mondi sconosciuti, di Jakob von Uexküll, ben spiegato in L’aperto. L’uomo e l’animale di Agamben: le ricerche di inizio Novecento di Uexküll sulla percezione degli animali, in particolare insetti e molluschi (corredate dei disegni di un amico illustratore) sono state alla base di alcune riflessioni filosofiche di Heidegger e Rilke. A perfetto corredo di questo viaggio nella percezione sensoriale, segnalo il libro di Riccardo Falcinelli Guardare, pensare, progettare. Tutto in questi libri concorre a darci una misura del complessissimo rapporto tra percezione e immaginazione, percezione e realtà, immaginazione e realtà.
Da quando ho letto questi libri non vedo più la realtà come la vedevo prima: il mio lento spostamento del concetto di realtà ha trovato la sua apoteosi nelle piante parallele, che sto già coltivando sul terrazzo di casa mia.

“Che le piante parallele esistano nel contesto di una realtà che non è certo quella “di tutti i giorni” è ovvio al primo sguardo. Benché da lontano la loro appariscente botanicità possa trarci in inganno e farci credere di aver a che fare con uno dei tanti estri della nostra flora, ci accorgiamo ben presto che le piante che abbiamo dinanzi devono appartenere a un altro regno. Isolate in un vuoto immaginario, sembrano sfidare, ferme, indeperibili, il vortice ecologico che le circonda. Quello che infatti maggiormente ci colpisce in esse è l’assenza di una tangibile, familiare sostanza. Questa “amatericità” delle piante parallele è un fenomeno del tutto particolare; quello, forse, che più profondamente le distingue da quelle comuni che gli stanno attorno.” Leo Lionni, La botanica parallela

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MAP OF DAYS di Robert Hunter, Nobrow press 2013

Eleganza cromatica. Forza. Il misterioso fascino dalla composizione che si muove in armonia con quello dalla storia. Map of days racconta, quasi solo per immagini, il viaggio di un ragazzino dentro un orologio a pendolo, all’incontro degli enigmatici visi-creatori che dormono o vegliano in fondo al mondo fin dall’origine del tempo.
Affascinante. Comprato presso quel delizioso negozietto-galleria d’arte di graphic novel bolognese che si chiama Inuit, via Petroni 19.

IL BUCO, Oyvind Torseter, Orecchio acerbo 2013

Il buco, funziona con un meccanismo a La piccola fuggitiva di Matticchio. L’elemento protagonista sta fermo e la narrazione si costruisce intorno a questo punto fermo. In questo caso è un punto vero. Anzi, un buco (un buco vero, che attraversa tutto il libro, copertina inclusa). Il protagonista si installa in un nuovo appartamento, è pronto a iniziare la sua vita ma trova un buco. Il buco si sposta, si muove, lo fa inciampare, lo segue, lo inquieta. Finalmente il protagonista riesce a catturare il buco e decide di portarlo in un laboratorio di analisi. Gli scienziati dicono che lo terranno lì in attesa dei risultati. Il protagonista torna a casa ma il lettore si accorge che il buco è diventato luna. Il buco, a quanto pare, è un condizione metafisica dell’essere, impossibile liberarsene. Pochissimi dialoghi. Qualche suono. Qualche nota ironica. Bellissimo.

(Link per comprarlo online)

POESIA DELLA NOTTE, DEL GIORNO, DI OGNI COSA INTORNO, Silvia Vecchini e Marina Marcolin, Topipittori 2014


Un libro di poesie delicatissime e solide insieme, accompagnate dagli acquarelli sublimi di Marina Marcolin. E’ un libro che nella forma e nel tono generale della grafica resta un po’ sospeso, incerto: non è eclatante, non è seduttivo. E’ discreto, piccolo, un po’ sfocato, come se la verità complessa dell’amore e della bellezza fosse sempre sul punto di sbiadire, e non potesse essere trattenuta. Come un sorriso vero, come un dardo, il libro arriva dritto al cuore del lettore. Vi basti ad esempio questa poesia e lo sguardo della bambina nell’immagine qui sotto.

“Il mio gioco preferito prima
di dormire è fingermi
un sasso in mezzo al bosco. Essere coperta
di muschio, stare dentro l’oscurità
stare nella pancia del lupo
sapendo che nessuno mi mangerà”

LE VISITEUR, Iching Hung, HongFei Cultures, Francia 2013

Cinque delle immagini di questo libro le avevamo selezionate nella Mostra Illustratori. Sono stata felice di scoprire il libro a cui appartenevano. E’ un libro senza testo che parla del viaggio di una strana creatura che forse viene dallo spazio. Un colpo di scena finale di rara bellezza di cui voglio parlarvi in un post a parte.

Con l’autrice Iching Hung

 A TRUE FAIRY TALE, Mikoajoziski  e Marta Ignerska, Kultura Gniewu 2013 (Polonia)

Un album astratto polacco, premio Libro dell’anno Ibby  2013. Perfetto, surreale, ipnotico.
La storia me la sono fatta raccontare dalla gentile signorina seduta allo stand Polacco: se facevo il gesto di girare pagina, mi diceva: aspetta. Come a suggerire che il ritmo doveva essere lento come un vero viaggio. E’ una storia assurda, buffamente quotidiana rispetto all’astrattismo delle tavole: una coppia decide di fare un viaggio in macchina fuori dalla Polonia, attraversa paesaggi affascinanti, montagne innevate, spieggie, marine, gallerie dalle luci psichedeliche, autostrade… Sulla strada di ritorno i due viaggiatori scoprono che in macchina c’è un ragno, e lo adottano. Ma il ragno vive bene al caldo e man mano che si avvicinano alla Polonia ha sempre più freddo. A un tratto, scappa. In ogni tavola qualcosa di piccolissimo ricorda un ragno sulla grande tela del mondo, come se il ragno fosse un simbolo, un segno della piccolezza di noi nel vasto mondo.

E i vostri libri preferiti quali sono stati?


L’ultima fiera, un romanzo (di Geena Forrest alias Elilisa)

Questo post è per quelli come me, che non si sentono né carne né pesce, che da eoni bazzicano nel mondo dell’illustrazione e ancora non hanno capito che farne veramente di tutto questo.

Elilisa

Lunedì mattina la sveglia è alle 5. Finché guido la macchina per arrivare alla stazione dei treni più vicina, mi dico che questa sarà l’ultima fiera. Basta. Non ne posso più di essere tramortita così ogni anno, dei soldi spesi, delle sfacchinate. Una mia leggera forma di ipocondria, che mi porto dietro dalle medie, mi fa anche pensare che molto probabilmente l’anno prossimo sarò morta (ho nell’ordine mal di testa, mal di gola e mal di pancia), quindi definitivamente sì, sarà proprio l’ultima. Utilizzerò questi tre giorni a Bologna per salutare le persone meravigliose conosciute in tutto questo tempo.

Data la seguente formula da me creata:

persone conosciute nel mondo dell’albo illustrato = (ore/giorno passate su facebook + ore/giorno passate nella lettura di blog vari) elevato a (anni di fiera + n. corsi di illustrazione seguiti)

realizzo che di amici vari da salutare ne avrò tanti; ma è un numero importante, non impossibile.

Il muro del pianto

Negli anni, ho stabilito un metodo per affrontare queste giornate, giusto per evitare il pericolo di essere travolti dai troppi libri, da troppa bellezza, da troppa bravura (quella degli altri) e di ritrovarsi seduta sulla moquette rossa in un angolo improbabile di un qualsiasi padiglione a ripetersi “che ci faccio qui?”.

Funziona così: qualche decina di metri prima di arrivare ai tornelli, lì, con l’agognato badge ‘valido quattro giorni’ in mano, frutto di cinque illustrazioni senza speranza spedite in quel di settembre, si decidono I Capitoli, come se la fiera fosse un romanzo da scrivere. Una volta varcata la soglia, si andrà alla ricerca esclusivamente del materiale per questi capitoli.
Di fronte ad eventi che non rientrano nei capitoli stabiliti in partenza, è permesso aggiungerne in itinere, di capitoli, al massimo altri uno o due, e solo se si tratta di eventi eccezionali (tipo, che so? Inciampare tra le braccia di David Almond o perdere il quaderno con tre giorni di appunti e contatti). Tutto il resto non importa, non si guarda, non si ascolta.

Quindi. Non so come sia stato il vostro, ma questo è il mio romanzo:

“Fiera 2014. L’ultima”

 

Capitolo 1: i collant

Se non riservi almeno un capitolo all’abbigliamento che puoi vedere in Fiera, vuol dire che il tuo romanzo è destinato a diventare definitivamente un polpettone drammatico. Io invece decido di iniziare con leggerezza e quest’anno mi concentro sui collant.

Non so se ve l’ho detto ma, oltre all’ipocondria, ho questa piccola mania di contare ogni tanto le cose: la calza più indossata risulta essere (sì, le ho contate, e sì, erano tutte ragazze diverse) un tono che a casa riesco a riprodurre stratificando la Karisma Pumpkin Orange e il giallo 031 della Caran d’Ache. Congratulazioni!

Capitolo 2: le dediche

C’è qualcosa di più bello di avere un bel libro tra le mani ed è ‘avere un bel libro tra le mani con tanto di dedica personale e il ricordo di quattro chiacchiere con l’autore e/o l’illustratore’.

Dedica su Tuttodunpezzo, di Cristina Bellemo e André Da Loba, ed. Topipittori

Tuttodunpezzo è magnifico. Forse perché ho letto sul blog dei Topipittori della genesi di questo racconto, forse perché ho due bimbi a casa anch’io e mi immagino cosa voglia dire Cristina (Bellemo), mi commuovo già alla lettura della sua dedica alla figlia. Quando poi arriva quella per me, nella pagina seguente, mi viene proprio il groppo. Tuttodunpezzo è taumaturgico, non sai quanto, cara Cristina.

Dedica su Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno, di Silvia Vecchini e Marina Marcolin, ed. Topipittori

Lunedì sera sono a Les Libellules, sia per evitare uno dei funesti anatemi di Paolo (Canton), sia perché voglio vederle insieme, queste due forze della natura. Marina (Marcolin) e i suoi acquerelli mi hanno stregata da tempo. Di Silvia (Vecchini) conosco le parole fatte scrivere a Olivia su fogliettini accartocciati nel libro “Fiato sospeso”: mi pare una condizione sufficiente per andarci anche con una gamba sola.

Silvia Vecchini e Marina Marcolin a Les Libellulesfoto di Julia Racsko

Intorno a quel tavolo affollato capisco una cosa (attenzione, sviolinata in corso: astenersi deboli di cuore): un editore è bravo e ha successo anche perché le accoppiate le sa fare magnificamente.

Dedica su La signora Coniglio Bianco, di Gilles Bachelet, Rizzoli ed.

Al padiglione 33, dove il caos regna assoluto e una caterva di libri acquistabili mette a dura prova il mio metodo raziocinante, chiedo l’autografo a Gilles (Bachelet). Gli dico che la pagina con i “100 modi per cucinare la carota” de La signora Coniglio Bianco è la preferita dei miei figli. Lui si alza, si avvicina al mio orecchio e mi sussurra “Non lo dica a nessuno, ma è anche la mia”. Ehm, Gilles, magari a qualcuno mi scapperà di dirlo.

Dedica su Il Cataloghissimo, per i 10 anni dei Topi

 

Capitolo 3: personaggio dell’anno

Caff̬ degli Illustratori, premiazione degli illustratori selezionati per la Fiera 2014 Рfoto di Julia Racsko

Una cosa ha accomunato un sacco di persone alla Fiera 2014: una cosa che ha a che fare col vedere lì sul palco del Caffè degli Illustratori, in mezzo a Kitty (Crowther) e Isabel (Minhòs Martins), una bionda col sorriso stampato in faccia, sempre, una beneamina che per anni, instancabilmente, in un salotto caldo, composto ed accogliente chiamato Le Figure dei Libri, non ha fatto altro che dispensare in maniera gratuita riflessioni e approfondimenti sul mondo dell’illustrazione. Questa “cosa” la chiameremo ‘l’orgoglio grato dei seguaci’. Cara Anna (Castagnoli) eravamo felici per te.

Capitolo 4: i libri

E’ chiaro che qui bisogna fare dei sottocapitoli. Utilizzare il metodo nel metodo. Dopo i primi due tre stand visitati, si stilano un po’ di categorie di libri da scovare e ci si focalizza su quelli. Sogno l’anno in cui sarò coraggiosa sul serio e deciderò di sfogliare solamente libri con la copertina gialla (ma è l’ultima fiera, dicevamo, e quindi sarà in un’altra vita).

Libri con forme geometriche e matematica

…perché si può far di conto anche senza scrivere nemmeno un numero

J’additionne, di Anne Bertier, edition MeMo

 

 

Je soustrais, di Anne Bertier, editions MeMo

 

…con triangoli, cerchi e quadrati si può parlare di tante cose

Un cuadrado, un circulo y un triangulo e Dos circulos centrados, di Alejandro Magallanes, ediciones El Naranjo

del Natale

Triangle Santa, di Tupera Tupera, Ehonkan ed.

di mezzi di trasporto

Was Baust du?, di Yusuke Yonezu, Minedition

 

e di mucche

Lola, di Olivier Douzou, Rouergue ed.

o di una vera fiaba dall’inizio alla fine

 

A True Fairy-Tale, di Mikolaj Lozinski e Marta Ignerska, Kultura Gniewu

 

Libri strani

Lo scaffale de Editions Magnani, Francia

A dirla tutta l’intero catalogo dell’editore Magnani (Francia) potrebbe appartenere a questa categoria ma, dovendo scegliere un solo titolo, vi mostro la storia della pancia di Basile che, grazie ad un incantesimo, va alla ricerca di cosa possa veramente colmare il vuoto che c’è tra petto e gambe.

Le ventre de Basile, di Camille Louzon, Magnani ed.

La voce dell’autoparlante nell’ascensore di un ospedale che diventa regina di un paese fantastico

Le dame de l’ascenseur, di Olivier Sillig e Fanny Dreyer, La Joie de Lire

Cercare i guanti persi facendo una passeggiata dentro le budella dei cani che li hanno inghiottiti

Le Musee de la Moufle, di Noémie Marsily, Sarbacane ed.

 

Un giro nell’ufficio dei papà perduti, guardando tra gli scaffali la variegata mercanzia

 

Le bureau des papas perdus, di Eric Veillé e Pauline Martin, Actes Sud Junior

 

Inseguire con arco e frecce, a cavallo di una tigre, palloncini che non ne vogliono sapere di essere scoppiati

 

Ballong jegeren, di Anniken Bjornes e Mari Kanstad Johnsen, Magikon ed.

 

 Libri sul tempo

Combien de temps, di Chloé Perarnau, Actes Sud Junior

 

Au fil du temps, di Junko Nakamura, MeMo ed.

 

 

Com o tempo, di Isabel Minhos Martins e Madalena Matoso, Planeta Tangerina ed.

 

Bambini e animali

I pupazzi di Agathe che diventano uno zoo da mostrare perché tu e lei sapete che in realtà, con un filino di immaginazione, questi peluche sono animali veri.

La ménagerie d’Agathe, di Eric Chevillard e Frédéric Rèbéna, Helium ed.

Come si fa a mettere a dormire un intero branco di animali che non ne vuol sapere di andare a letto? Ci pensa una bambina: “Chiudete un occhio”. “Poi chiudete l’altro” “Et voilà: à la sieste!”

A la sieste!, di Iris De Mouy, L’Ecole des Loisirs ed.

Un piccolo manuale su cosa NON fare se si è in compagnia di un determinato animale: NON andare in macchina col ghepardo, va veloce e potreste uscire di strada, NON stare vicino ad un elefante col raffreddore, NON fare un pisolino con l’orso, ti toccherebbe svegliarti dopo un inverno, ma soprattutto non andare sul dondolo con l’ippopotamo, voleresti via come un missile.

Don’t, di Litsa Trochatos e Virginia Johnson, Grounwood Books

(era una maquette, non ho potuto fare le foto alle pagine interne, l’illustratrice fa queste cose qui, se volete immaginarvi il genere)

 

Nuove scoperte

Tutto lo stand israeliano, mai visitato fino a quest’anno

Uri Cadduri, di Ariel Navon e Rutu Modau, Sifriat Paalim ed.

 

Uri Cadduri, di Ariel Navon e Rutu Modau, Sifriat Paalim ed. – foto di Giulia Mirandola

 

See you at the South Pole, di Nurit Zarhi, Kinneret ed.

 

Christina (Rockl) nello stand tedesco mi spiega il suo albo appena pubblicato da una piccola casa editrice: ha passato un po’ di tempo con bambini della scuola primaria e dell’infanzia chiedendo loro ‘che cosa è l’anima?’. E poi ha cercato di dare un’immagine a quelle parole.

Und Dann Platzt der Kopf, di Christina Rockl, kunstanstifter Verlag ed.

Kim (Sun-Jin), nello stand della Corea, racconta con la sua maquette la storia della piccola casa dove ora vive. Casa che prima ha ospitato un meccanico e i suoi attrezzi, poi una modista e i suoi cappelli, poi una sarta e i suoi cartamodelli. Ogni doppia pagina è un elenco visivo degli oggetti che hanno abitato quelle quattro mura nel corso dei decenni.

 

Small House 5-130, di Kim Sunjin
Small House 5-130, di Kim Sunjin: non è adorabile?

 

Capitolo 5: la mostra

La mostra bisogna guardarla con calma, darsi tempo. La visito prima da sola, poi con Lisa (D’Andrea) cara amica con cui mi piace condividere opinioni a volte simili a volte discordanti. Poi con Anna (Castagnoli), insieme alla marea degli adepti de Le figure dei libri.

Visita alla Mostra degli Illustratori con una guida d’eccezione: uno dei giuratifoto di Nicky Petruzza

Decreto quale sia il mio vincitore personale.

Per la prima volta dopo tanti anni assisto alla premiazione della fondazione SM. Sono felice per Catarina Sobral, ma non è lei la mia preferita, quindi mi siedo e disegno una coppa per un premio di consolazione. Non è molto, non vale, ma magari un giorno verrà istituito il premio Geena e allora tu sarai la prima: questa è per te Arianna Vairo, le tue tavole sono meravigliose.

Coppa Geena Forrest 1^ Premio

 Capitolo 6: gli amici

Finché il loro numero si avvicina alle tre cifre (ma credo sia possibile anche dopo), salutateli tutti. Piuttosto saltate qualche stand, non ascoltate una conferenza, ma andate in cerca di loro, uno ad uno. Perché chiacchierare del più e del meno, confidarsi progetti futuri, farsi apprezzamenti a vicenda (a volte anche esagerati, ma vada per l’esagerazione: deve combattere insicurezze esagerate), spettegolare su albi brutti pubblicati o illustrazioni brutte esposte (non dite che non l’avete mai fatto, perché non ci credo),  diventa salvifico in mezzo a quella baraonda.

Gruppo segreto, amiche – foto di Antonella Capetti

Poi può capitare che Anna (Castagnoli) vi chieda di scrivere il vostro racconto della fiera, che voi abbiate fatto tre foto in croce in quei giorni, e che arrivino loro, gli amici, a fornirvi tutto il materiale iconografico per corredare le vostre parole. Grazie grazie grazie.

Capitolo aggiunto: perdere ai piedi di David Almond la Moleskine con tre giorni di appunti, titoli, case editrici straniere papabili

E’ successo.

Epilogo

Treno Bologna-Padova, ritorno. Mi piacerebbe svelarvi che è tutta una messa in scena, un escamotage cinematografico per rendere palpabile la malinconia di me con la testa appoggiata al finestrino che guardando fuori mi ripeto “Bon. E’ finita dunque”. E invece no: per davvero un tipo che sale a Rovigo mi si siede di fronte, sfodera la sua chitarra classica e per il resto del viaggio suona musiche tristissime (bene, per carità) guardandomi con occhi umidi. Mancano solo i titoli di coda. Mi dico che forse qui si sta esagerando.
A Padova il tipo scende accendendosi una sigaretta elettronica.

Mentre aspetto il secondo treno che mi porterà definitivamente a casa, chiedendomi che cosa volessero dirmi gli astri con quel falso finale patetico, incontro Cristina (Pieropan) e Elisabetta (Benfatto), anche loro sulla via del ritorno.

E d’improvviso è come se la fiera non fosse mai finita. Commentiamo gli eventi, i padiglioni, le pubblicazioni, disfiamo valigie pur di mostrarci l’un l’altra gli acquisti, i cataloghi, le dediche. Le convinco (perché vi ho convinte, vero Cristina ed Elisabetta?) su quale sarebbe stata la vincitrice perfetta.
E in mezzo a quel caos, capisco: tutto questo è una droga (e nella scala delle droghe da cui dipendere, direi che mi è andata bene), tutto questo mi rende felice.

Ore 23.03. Arrivo a casa e in 36 minuti netti faccio a mio marito un racconto dettagliato dei tre giorni bolognesi. Lui mi ascolta con l’infinita pazienza che solo i consorti delle persone impelagate con l’illustrazione possono avere. Mi fissa dritto negli occhi, spegne la pipa e poi mi dice: “Guarda che ti devi solo dare da fare. Di più, se necessario. E poi tanto ci andrai anche l’anno prossimo, lo sai anche tu..

Già…
Mi addormento contenta, pensando che l’anno prossimo potrò farla davvero quella cosa delle copertine gialle.

Alla fine l’ho ritrovato, happy end.

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