Illustrare significa?

Carissimi lettori, grazie per l’entusiasmo e la partecipazione. Scelgo alcune definizioni per lanciare il secondo gioco:
ognuno è invitato a scegliere la definizione-immagine che preferisce e commentarla.
Inizio io! :)
(Nota: Appena mi si sblocca il server vi carico il pdf con tutte le definizioni che mi sono arrivate: erano tutte carine, ma ho scelto quelle che mi sembravano prestarsi meglio a una riflessione).

Pierre Mornet

Illustrare è preservare intatto il mistero delle parole.
Alessia Napolitano

—.—

Simone Rea

Illustrare è arrivare vicino per portare lontano.
Roberta Bridda

—.—

Isabelle Arsenault

Illustrare è vedere oltre il lupo.
Lisa Massei

—.—

Joanna Concejo

Illustrare è dire quello che non è stato detto
Marianna Longo

—.—

Wolf Erlbruch

Illustrare è un contatto tra me e te.
Rebecca Giusti

—.—

Nicolas Delort, tavola realizzata in scratchboard

Illustrare è la capacità di meravigliare e incuriosire con luce e composizione.
Andrea Alemanno

—.—

 

Anne Herbauts

Illustrare è dire l’indicibile.
Laura Campadelli

—.—

 

Keiko Shibata

Illustrare è raccontare qualcosa, in qualunque modo, perché sì.
Laura Campadelli – bis

—.—

Emanuele Luzzati

Illustrare è accennare a dei movimenti che sono movimenti del corpo ma anche dell’anima,
saper cogliere le attese, i fremiti e i rapporti (…).
Marco Serpieri

—.—

Illustrare è dare senso al vuoto.
Ilaria Falorsi

—.—

Blexbolex

llustrare è abitare le parole.
Luisa Valenti

—.—

Pablo Picasso

Illustrare è nel contempo sintesi e approfondimento.
Francesca Fontanarosa Foscolo

—.—

Tomi Ungerer

Illustrare è raccontare una storia nella storia.
Geena Forrest

—.—

Shaun Tan

Illustrare è svelare un mondo.
Teresa Manferrari

—.—

Isol

Illustrare è avere un’opinione.
Isol (citata da Miguel Tanco)


“Illustrare è…”. Un gioco di definizioni. Partecipate!

Nota: Il gioco è terminato!

Pablo Picasso

Illustrare è…
saper creare con tre segni un personaggio che adotteremmo seduta stante.
A.C

CHE COSA SIGNIFICA ‘ILLUSTRARE’?

Carissimi, vi propongo un gioco divertente che mi è venuto in mente in questo preciso istante. Sono sicura che darà il via a interessanti dibattiti. Mi inviate via mail:
1) un’illustrazione
(se siete illustratori: non vostra, ma di altri grandi illustratori che stimate. Allegate nome illustratore)
2) una definizione sul senso dell’illustrazione. La definizione, di una sola frase, deve iniziare con ‘Illustrare è…’

ll premio è una succulenta, collettiva, infuocata discussione sul linguaggio dell’illustrazione. Cosa è, cosa lo definisce, caratterizza, differenzia da altri linguaggi.

Sceglierò una decina di definizione+immagine e le pubblicherò per aprire, poi, una discussione sul linguaggio dell’illustrazione.
Vi piace? Inviate la vostra definizione a lefiguredeilibri@gmail.com

Nota sulle immagini: Per chi sa farlo: le immagini tagliate a 470 pixel di larghezza e 72 dpi. Per chi non ha lo scanner, anche una foto va bene, ma che sia chiara.


‘Mano a mano’ N2. Beppe Giacobbe – Una riflessione sull’amore

La seconda puntata di Mano a Mano è firmata da Beppe Giacobbe, un grande illustratore, non solo per ragazzi.
Il suo stile è una sintesi perfetta tra geometria e sentimento. Precisione e libertà. Spesso, distratti dalla tecnica, ci dimentichiamo che fare un disegno significa riversare sulla pagina un’emozione; ma anche saperla controllare.
Abbiamo lasciato il tempo scorrere al ritmo del suo gesto metodico e concentrato. Ci vuole molta perseveranza perché l’inizio e la fine arrivino fino al fondo della loro impossibilità a congiungersi.


Beppe Giacobbe vive e lavora a Milano. È pubblicato in Italia da RCS, Corriere della Sera, Einaudi, Mondadori, Et al, Orecchio Acerbo. In Francia da Nathan, Edition du Rouegue, Bayard, La maison est en carton, Courrier International.
In USA da Simon & Shuster, Harper Collins, Los Angeles Book Review, Saveur, New York Times, United Airlines. In Gran Bretagna da Phaidon. In Korea da Book21 Publishing Group.

È uscito da pochi giorni il suo nuovo album per ragazzi: Petrouchka, edizioni Seuil Jeunesse.

Petrouchka, Claude Clément, Beppe Giacobbe, Seuil Jeunesse, Parigi 2014

Nobody’s nosier than a cat,  Susan Campbell Bartoletti, Beppe Giacobbe, Hyperion 2003
Libretto Postale animali in viaggio, Beppe Giacobbe, 2013
Beppe Giacobbe

Guarda anche: Mano a Mano N°1,Viola Niccolai, dell’ombra e della luce
Mano a Mano è un progetto di Anna Martinucci e Anna Castagnoli


Miss Hickory, la bambola di rami di melo. Stati Uniti 1946

Miss Hickory
Sherwin Bailey e Ruth Chrisman Gannett, Stati Uniti 1946

Miss Hickory è una bambola fatta con rami di melo; durante un lungo e freddo inverno viene abbandonata dalla famiglia (di umani) che abita la casa. È un po’ testarda e impara con fatica a lasciarsi aiutare dagli altri animali del bosco. Il libro ha vinto la Newbery Medal nel 1947.
Dell’illustratrice Ruth Chrisman Gannett (1896-1979) vi avevo già postato: Il drago di mio padre, del 1948, con testo della sua figliastra Ruth Stiles. Mi piace moltissimo.


1910-1920: un decennio di illustrazione per ragazzi. La grande guerra


Henri et Robert, fotografia di Paul Lancrenon, Francia 1913

Continuiamo il nostro viaggio nell’illustrazione per ragazzi del 1900. Siamo nel secondo decennio. La Belle Époque sta per concludersi per sempre: nel 1914 scoppia la Grande Guerra, il primo conflitto mondiale.

A causa della fortissima plasmabilità dei bambini e dell’ancora altissimo tasso di analfabetismo degli adulti, l’infanzia diventa, nei primi decenni del 1900, il “punto d’Archimede” su cui poggia l’enorme, colossale, dislocazione di forze e valori che permetterà alla società moderna di nascere.

Ecco alcuni mutamenti:
–  la scolarizzazione diventa obbligatoria ed è rivolta a tutti, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza;
– nasce il concetto di bambino come piccolo cittadino che appartiene allo Stato prima che alla famiglia (necessità di educarlo ai nuovi valori della società laica e repubblicana).
crescono i  fenomeni di urbanizzazione, i bambini abitano spazi e ambienti nuovi (la casa ‘moderna’, più igienica e funzionale – Bauhaus);


L’enseignement de la liberté
, Roubille, Le Rire n°60, Parigi 1904

Una classe francese nel 1912

con tempi diversi per ogni nazione, inizia un processo di laicizzazione degli Stati: battaglie tra Chiesa e Stato per accaparrarsi l’educazione scolastica. (In Francia, dopo la separazione tra Stato e Chiesa, avvenuta nel 1904, vengono ristampate intere edizioni per ragazzi per cancellare da frontespizi e copertine ogni riferimento religioso).
–  produzione di oggetti, utensili e abiti in serie:  fioritura dell’industria del giocattolo e della moda; il bambino consumatore.
–  progredire della medicina, soprattutto in campo microbiologico: la scoperta dell’igiene come miglior mezzo di prevenzione; la pastorizzazione del latte; i vaccini di massa; i primi Uffici pubblici di igiene, etc.
– lotte per i diritti: diritti dei bambini (educazione obbligatoria, proibizione del lavoro infantile); diritti delle donne (diritto al voto negli Stati Uniti nel 1920, abbigliamento più libero: i primi pantaloni); diritto al lavoro, diminuzione degli orari di lavoro; lotte per i diritti degli afroamericani;
studi scientifici di pedagogia e di psicologia infantile: l”Educazione Nuova’, i grandi pedagoghi (li vedremo nel prossimo post);  l’educazione dei bambini nelle famiglie, a poco a poco, smette di avere uno stampo autoritario.
(The Slant Book, di Peter Newell, un libro storto dove un bambino in carrozzella, in una corsa folle, scappa allegramente dalle mani di adulti e polizziotti, data 1910. Il libro è stato riedito da Orecchio Acerbo con il titolo Il libro sbilenco. Potete anche sfogliarlo interamente qui).


The Slant Book, Peter Newel 1910

I libri illustrati diventano un mezzo concreto per educare le nuove generazioni.
La borghesia nascente impara dalle immagini dei libri, dalle riviste illustrate, dalle affiche, dalle etichette dei prodotti a proteggere ed educare i suoi bambini. Impara come lavarli, come prevenire le malattie, come vestirli, dove portarli in vacanza. Tutti, anche le classi povere, possono ambire ad avere figli ‘sani e sereni’.


East of the Sun and West of the Moon, Key Nielsen, Danimarca 1914 (potete vedere tutte le tavole qui)

Sono gli anni dei viaggi sui grandi transatlantici, in prima classe o terza; sono gli anni del turismo d’élite, verso mete archeologiche o verso la Côte d’azur; sono gli anni delle prime colonie estive per bambini e del turismo a scopi salutistici: mare, montagna, bagni di sole.
(I boy scouts nascono in Inghilterra nel 1907, in  America nel 1910).
Gonne e maniche vengono accorciate per facilitare il movimento nei nuovi habitat e rispondere ai diktat della vita ‘moderna’.
Un bambino felice è un bambino che non lavora, ma gioca o prende il sole.

The Water Babies, Jessie Willcox Smith, Stati Uniti 1916

Francia, una colonia estiva per bambini, 1911
Everyday Fairy Book, Jessie Willcox Smith, Stati Uniti 1917

Little Songs of Long Ago, Henriëtte Willebeek le Mair, G. Schirmer, NY 1912

Un bambino gioca con la collezione Schoenhut di animali da circo, bambole Billiken, e altri giochi, 1910c

Allo scoppiare della Grande Guerra, nel 1914, l’infanzia diventa il principale bersaglio della propaganda bellica e patriottica. Nelle vetrine dei negozi occhieggiano non più bambole di bisquit, ma cannoncini giocattolo, soldatini, carri armati in miniatura, bambole vestite da infermiera.
Nell’immagine qui sotto un’intera collezione di soldatini delle nazioni alleate alla Francia, firmata André Hellé, 1917.

Soldati delle nazioni alleate, André Hellé 1917,  Coll. Musée du Jouet © Ville de Poissy

Alphabet de la Grande Guerre, Hellé, André, Parigi 1917
En guerre ! Charlotte Schaller, Parigi, 1915, collezione BNF

Cambiano le materie e i programmi scolastici: si studiano le ragioni della guerra, la geografia della guerra, la necessità della guerra (quale miglior strumento propagandistico, in una famiglia analfabeta, di un ragazzo colto?).
Si moltiplicano giornalini, libri e cartoline illustrate con sfondi gloriosi di guerra.
Ma i bambini non sono solo il bersaglio della propaganada bellica: essi diventano lo strumento preferenziale per far breccia nella motivazione patriottica degli adulti.
“Porre fine a tutte le guerre
è lo slogan imperante. L’idea diffusa è che andare a combattere sia l’ultimo sforzo, quello finale e risolutivo: si va a combattere per i propri figli, perché una civiltà nuova, libera per sempre dall’incubo della guerra, possa sorgere”. (Fonte: Les Enfants dans la Grande Guerre, Amiens 2003).
Per fomentare l’odio verso il nemico o accaparrarsi qualche nazione ancora neutra, sui giornali si moltiplicano illustrazioni di bambini uccisi dall’avversario.

Un enfant de sept ans fusillé, Louis Boucher, 1914

Bambini che giocano alla guerra, 1914

La Tradotta, Antonio Rubino, «Corriere dei Piccoli», 1918

Al di là della propaganda, i bambini sono, ovunque, sotto ogni bandiera, le prime vittime della guerra: milioni gli orfani, migliaia quelli uccisi o mutilati. Scuole e ospedali di tutta Europa sono affollati di bambini rimasti soli; nasce in Francia il concetto di “Pupillo dello Stato”.

Nel 1918 finisce la guerra. Una nuova ondata di ottimismo e fiducia nel futuro sfocerà in quel pentolone di allegria a ritmo di charleston che sono gli anni ’20.

Sergio Tofano, Il signor Bonaventura, Corrierino dei piccoli, 1917, Italia

Nel 1919 apre la ditta Lenci (acronimo di Ludus Est Nobis Constanter Industria), che lancia in Italia e nel mondo le bambole in feltro (panno lenci), oltre a una nuova serie di arredi e giocattoli economici. Tra pochi anni persino le star del cinema, adulte o bambine, scimmiotteranno la boccuccia a cuore delle famose bamboline.

La bambola Lenci, Italia 1920

Stati Uniti, 1914
A House of Pomegranates, Jessie M King, 1915

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Rrose Sélavy e ‘Il Quaderno quadrone’: intervista a un editore

Intervista di Anna Castagnoli a Massimo De Nardo, scrittore, editore di Rrose Sélavy

Perché editori e perché editori per bambini?
Cominciamo dal nome. Abbiamo scelto di chiamarci Rrose Sélavy in omaggio a Marcel Duchamp, geniale artista del ‘900 considerato – ma è riduttivo – il padre del dadaismo. Nel 1921 Duchamp si fece fotografare in abiti femminili da Man Ray (altro geniale protagonista). Rrose Sélavy è l’anagramma fonetico di Eros c’est la vie (la vita è eros, cioè passione, e questa è una “considerazione” che abbiamo fatto nostra).

Rrose Sélavy, Duchamp fotografato da Man Ray, 1921

Devono piacerti molte “cose”, e in un libro (qualsiasi genere di libro) puoi inserirle tutte, queste “cose”, che chiamiamo “cose” perché è pure difficile dar loro una precisa identità. Prima della collana “Il Quaderno quadrone”, che è rivolta a lettori dai 7 anni in su,  pubblicavamo un trimestrale, Rrose, sulla creatività
(NdR: potete sfogliare e leggere tutti e tre i numeri qui, qui e qui).

La rivista Rrose di Rrose Sélavy, numero sul tema de La messa in scena (potete sfogliarla qui)

Una rivista bellissima (dicevano), ma complicatissima da realizzare (diciamo noi). Restano un po’ di esperienza e voglia di fare. Rrose Sélavy ha iniziato con due miei racconti (che avevo pure inviato a qualche casa editrice, ma gli editor avevano altro per la testa, meglio così, in fondo), con disegni di Tullio Pericoli: servivano le sue magnifiche nuvole e i suoi straordinari personaggi costruiti con dei libri. Lui ha dato il via, in pratica. Essendo io fondatore di Rrose Sélavy posso dire che il primo titolo è stato un vero e proprio self-publishing. Ecco, il senso è anche questo: se non trovi spazio fuori meglio costruirtelo dentro. Non è facile, ma ormai stiamo andando.

Che mestieri fantastici! Massimo De Nardo, Tullio Pericoli, introduzione di Stefano Bartezzaghi, Rrose Sélavy 2013

Perché editori per bambini?
Perché un bambino con il corpo di legno può bruciarsi i piedi che tanto il babbo falegname glieli rifà, mentre se capita a un adulto questo si fa male davvero. Al di là della battuta, ci piace unire, mettere insieme, mescolare, parole e immagini. Il fantastico non è una realtà differente, ma una maniera per conoscere la realtà nei particolari meno scontati e, nel caso non dovesse piacerti questa realtà quotidiana (e a noi non sempre piace), occorre fare qualcosa per cambiarla. Forse è così.

Che mestieri fantastici! Massimo De Nardo, Tullio Pericoli, introduzione di Stefano Bartezzaghi, Rrose Sélavy 2013

Quanti titoli in un anno?
Alla fine del 2014 ne avremo sei, per motivi anagrafici (siamo nati meno di due anni fa). Con soli tre titoli abbiamo vinto il premio Andersen 2014 per il progetto editoriale. Speriamo di pubblicare da quattro a sei titoli l’anno. Ovviamente il numero dipende da molti fattori, però conviene avere un programma ben definito, sia pure flessibile. È difficilissimo, però siamo testardi e l’ottimismo della volontà ancora non ci ha abbandonato. A fine ottobre inaugureremo una nuova collana “Il Quaderno cartone”, per lettori (e non) dai 4 agli 8 anni, anche se poi vorremmo che fosse per tutti. Inizieremo con Re Micio, storia di mici amici, di Roberto Piumini (con illustrazioni di Gianluca Folì, introduzione di Beatrice Masini).
In programma, per gennaio 2015, un Quaderno quadrone: Piccola fiaba, un po’ per ridere, un po’ per piangere, di Antonio Moresco (con illustrazioni di Igort e introduzione di Sandra Petrignani). E poi, sempre nel 2015, progetti con Paolo Di Paolo, Chiara Carminati, Pia Valentinis (un po’ quadroni, un po’ cartoni).

Pupa, Loredana Lipperini e Paolo d’Altan, prefazione di Lidia Ravera, Rrose Sélavy 2013

Nella scelta dei libri che pubblicate potreste individuare un filo conduttore? È uno stile? Un messaggio? Un’idea? Un desiderio?
Tutto l’elenco. Anche se è il raccontare qualcosa a qualcuno a suscitare il nostro interesse. Una storia, quindi, che abbia un suo percorso, con piccole “violazioni” per incuriosire il lettore, meravigliarlo un po’. Se questo non c’è, o c’è in minima parte, allora la nostra attenzione è tutta sulla qualità della scrittura (che comunque consideriamo sempre, anche in un racconto improntato sulla “trama”, questo è ovvio). Per noi che ci occupiamo di libri per ragazzi il messaggio si traduce nell’ormai troppo dimenticata “morale della favola”. L’idea è pur sempre alla base della cosiddetta struttura narrativa, consapevoli del fatto che una nuova idea è il risultato di due vecchie idee. Il desiderio è ciò che fa muovere un racconto (esiste nella finzione come nella realtà), è la meta, il raggiungere un luogo, e portare a termine un progetto.

Il topo sognatore e altri animali di paese, Franco Arminio, Simone Massi, Rrose Sélavy 2013

Quali caratteristiche deve avere un testo o un’illustrazione per sedurvi? Cosa è che vi fa dire: “questo illustratore (autore) è per noi”?
La qualità della scrittura è certo indispensabile. Scrivere bene. Cioè comunicare con chiarezza suscitando possibilmente delle emozioni, saper raccontare. Per le illustrazioni, la prima impressione ha invece un ruolo principale, perché agisce sull’immediatezza. Poi andiamo comunque a cercare i particolari, le inquadrature, il tratto del disegno, l’uso del colore. Fondamentale per noi è che l’immagine non sia statica, ma suggerisca un movimento (non necessariamente fisico), quasi un accadimento anticipato. Per questo, come già accennato, diamo importanza al modo in cui un illustratore inquadra i personaggi, gli oggetti, gli spazi. Gli stili (grafico oppure pittorico) li valutiamo anche in base al racconto da illustrare.


Nella situazione culturale e politica del vostro paese vi sentite inseriti in una rete che vi sostiene? Come la definireste? Quali sono i suoi fili principali? (associazioni/biblioteche/riviste/fondi alla cultura…)
Purtroppo le “aziende” che si occupano di editoria per ragazzi (cioè le grandi case editrici) dominano la comunicazione (e di conseguenza il mercato), perché comprano spazi pubblicitari sui media, partecipano alle principali Fiere internazionali, sono ospitati nelle trasmissioni televisive. Essere inserzionisti può garantire, a volte, una recensione, diciamo la verità. Lo abbiamo sperimentato: un nostro libro ha dovuto dare la precedenza, per una recensione su un quotidiano tra i più importanti, ad una casa editrice (famosa) che pubblicava lo stesso nostro autore. Noi non possiamo, per il momento, comprare spazi pubblicitari per i nostri libri. E allora ci diamo da fare, nei limiti del possibile, con i social network, con i contatti personalizzati, con i rapporti diretti con le librerie, le biblioteche, proponendoci in alcuni Festival tra l’alternativo e l’istituzionale (dal Salone del libro di Torino a Libr’aria di Albinea, dai Dialoghi di Trani al Vedere oltre di Narni, agli incontri nelle librerie, e nelle scuole con nostri laboratori).

La definizione più azzeccata, perché con più significati, è “resistente”.

Le co-edizioni: che politica avete di vendita e acquisto dei titoli? Preferite creare i vostri libri, venderli e/o comprarli dall’estero? Perché? Rispetto ai titoli che comprate e/o vendete ci sono differenze di accoglienza nei diversi mercati internazionali?
Per adesso abbiamo pubblicato libri di autori e illustratori italiani: Pupa, di Loredana Lipperini (con illustrazioni di Paolo d’Altan, prefazione di Lidia Ravera), Il topo sognatore e altri animali di paese, di Franco Arminio (con illustrazioni di Simone Massi), il mio Che mestieri fantastici! (con disegni di Tullio Pericoli, introduzione di Stefano Bartezzaghi). E, prima della fine di quest’anno, Cosa c’è là dentro? Cosa c’è là fuori?, di Bruno Tognolini (con illustrazioni di Paolo d’Altan). Ma non ne facciamo certo una questione territoriale (dio ci salvi dai nazionalismi). Stiamo valutando di acquistare da editori stranieri e di allargarci, anche noi, oltre confine (non dovrebbero esistere, questi ultimi). In fondo, è un mestiere come tutti i mestieri, e quindi c’è sempre un commercialista che compila i tuoi registri.

Pupa, Loredana Lipperini e Paolo d’Altan, prefazione di Lidia Ravera, Rrose Sélavy 2013

Una cosa che vi piace del vostro lavoro e una che non vi piace.
Un’idea di libertà professionale (anche se poi è solo un’idea, però bella), un’idea di creatività, un’idea di utilità (vale per tutte le professioni “legali”). Non ci piace finalizzare un progetto esclusivamente alla vendita. “Il denaro non è tutto”, si dice, e qualcuno aggiunge: “in effetti ne manca sempre un po’”…
Grazie.

Che mestieri fantastici! Massimo De Nardo, Tullio Pericoli, introduzione di Stefano Bartezzaghi, Rrose Sélavy 2013

VIDEO PER APPROFONDIRE:
– in questo video Loredana Lipperini presenta Pupa e Massimo De Nardo parla della nasciata della casa editrice.
– in quest’altro Tullio Pericoli e Corrado Augias parlano di editoria per ragazzi e di Che mestieri fantastici insieme a Massimo De Nardo.


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