Intervista a Beatrice Alemagna

Beatrice Alemagna, una cosa che colpisce nel tuo lavoro è la libertà espressiva. I tuoi disegni ricordano la libertà dei disegni dei bambini, con le loro armonie così istintive. E’ una libertà conquistata o è una libertà che sei riuscita a conservare dall’infanzia?
Ho avuto la fortuna di avere un’infanzia bellissima, fatta di sogni, di case di biscotto, di viaggi e scoperte. Probabilmente questa libertà mi segue dall’infanzia…forse non l’ho mai persa del tutto. Questo spiega d’altronde il mio legame incessante con il passato, il bisogno di dialogare ancora con la mia parte più piccola, come per tenere in vita il sogno. A volte sembra che echeggi tutto ancora dentro. Quando disegno mi aggrappo a questa emozione e cerco semplicemente di restituirla.

Hai spesso raccontato nelle tue interviste che già da bambina sognavi di “fare libri”, ci racconti come gli album illustrati hanno influenzato questo sogno? C’erano libri che amavi di più? Ti piaceva disegnare già allora?
E’ così, ho sempre sognato di fare libri. I disegni pieni di dettagli, l’odore della carta, il rumore delle dita di mia madre che sfogliavano “le fiabe italiane” di Calvino, la sua voce che tremava sulle storie dei Fratelli Grimm, le rime di Rodari che suonavano come pifferi, le trecce rosse di Pippi, l’odore dei pennarelli usati, le copertine che brillavano, i fogli piegati con le graffette che diventavano pagine, la voglia di un mondo tutto mio…


Poi un giorno mio padre ha regalato a mia sorella e a me un libro scritto e disegnato da lui, Nicola-il coccodrillo bianco e lì l’idea di dare forma ai miei pensieri e ai miei disegni mi è sembrata possibile ed irresistibile. Tutto questo, gli album che ho letto, i quadri che ho osservato, hanno nutrito la mia voglia di fare dei libri. Una voglia che poi é diventata una necessità.
Al liceo illustravo quasi tutto quello che dovevo imparare, disegnavo a fianco dei testi perché solo così riuscivo ad imprimere le cose. Ho illustrato mezza Odissea, “a Silvia” di Leopardi e parte dei “Promessi sposi”. Tutti abbiamo bisogno di esprimerci, di trovarci: io tento di farlo così. Anche se me lo impedissero, farei libri comunque. Li chiuderei in un cassetto e li tirerei fuori ogni tanto.

Uno dei miei libri preferiti da piccola era Comment la souris reçoit une pierre sur la tête et part decouvrir le monde, illustrato da Etienne Delessert. Lo osservavo per ore. E’ un libro che mi piace ancora da morire.

Comment la souris reçoit une pierre sur la tête et découvre le monde, Etienne Delessert, Folio

Assomigliavi ai personaggi dei tuoi libri?
“Sei magra come uno spilapippe” mi diceva mia nonna, che nel suo personale dialetto napoletano voleva dire un nettapipe. Per il resto avevo gli occhi grandi e le mani lunghe. Chissà se allora assomigliavo ai personaggi che disegno oggi? In parte forse si, ma pare che gli illustratori si disegnino spesso.

Dei processi creativi di un grande illustratore il pubblico conosce solo il risultato finale e più riuscito. Immagino che questi processi non siano sempre così fluidi. Quali difficoltà incontri? Quali stratagemmi usi per superarle? Ci racconti brevemente una tua giornata tipo di lavoro?
Credo che anche il più grande illustratore debba scontrarsi con i propri “automatismi”, con le proprie debolezze o incapacità. Una delle mie difficoltà più grandi é il panico del foglio bianco. Mi sforzo di vedere qualcosa e non c’é niente che esce. Capita che se devo fare uno schizzo, la mia testa sembra vuota e la mia mano é immobile.

Uno schizzo preparatorio per Gisèle de verre, Seuil Jeunesse 2002

Ci sono volte in cui mi sembra di non saper più disegnare niente, allora, per esorcizzare il momento, mi dico: “eccolo la, mia cara Beatrice, quello di ieri era l’ultimo disegno della tua vita”. In realtà so che questo senso di vuoto viene dal mio stato d’animo e che é urgente che io mi nutra di qualcosa. L’errore, per quanto mi riguarda, é sforzarmi di disegnare. L’antidoto é non lasciarsi abbattere, andare al cinema o mettersi a leggere delle parole che “risuonano” dentro.

Una mia giornata tipo non esiste. Le ore, a volte, si dilatano. Le cose si accumulano vertiginosamente. A volte posso passare un pomeriggio intero a cercare un pezzetto di foglio da ritagliare. Poi viaggio spesso, per lavoro. Ho sempre una valigia aperta, in camera da letto, da svuotare o da riempire.

Beatrice Alemagna, Gisèle de verre, Seuil Jeunesse 2002

Per la Fiera del libro sarà pronto il tuo primo libro “tutto italiano”, “Che cos’è un bambino”, edito da Topipittori. Secondo te cosa ha ritardato la tua notorietà sulla scena italiana?
La “scena” italiana arriva tardi probabilmente per colpa mia. Mi sono sentita “editorialmente” nel posto giusto solo in Francia, per dieci anni e non ho mai avuto voglia di fare semplicemente la disegnatrice o di adattare il mio modo di lavorare ad un mercato. Credo da sempre nei libri che possono essere per tutti, nonostante la copertina di cartone e le illustrazioni.
Ora anche in Italia, con editori come i Topipittori o l’Orecchio Acerbo, nasce finalmente lo spazio per libri meno convenzionali, divulgatori di pensieri e di immagini che tentano di andare al di là degli stereotipi e delle banalità comuni. E questa é una cosa importantissima.


Un momento della produzione del nuovo libro di Beatrice Alemagna Che cos’è un bambino, edito da Topipittori.
Il libro sarà presentato alla Fiera del Libro di Bologna.

L’intervista a Beatrice Alemagna è stata realizzata per il blog lefiguredeilibri.com, l’utilizzo delle immagini mi è stato gentilmente concesso dall’illustratorice stessa. Ogni riproduzione, anche parziale, del testo o delle immagini, è vietata.

Leggi l’analisi del lavoro di Beatrice Alemagna…
Leggi l’analisi di “Un lion à Paris”…


“Un leone a Parigi” di Beatrice Alemagna, e il simbolo del leone nella storia

Beatrice Alemagna, Un lion à Paris, Autrement 2006

Nel 2006 Beatrice Alemagna pubblica Un lion à Paris (tradotto in Italia da Donizelli editore: Un leone a Parigi), come d’abitudine firma testo e immagini e ci regala quello che, a mio gusto, è il suo capolavoro. Sulla copertina del libro un giovane leone si specchia nell’acqua della Senna. Non è un gesto di vanità, è un gesto di consapevolezza.
Ma per capire fino in fondo tutta la modernità e la poesia di questo gesto e della storia che seguirà, dobbiamo fare un piccolo viaggio a ritroso. Perché proprio un leone? Che usi hanno fatto nel tempo la letteratura e l’arte di questo potente animale?

Albrecht Dürer, Leone, 1494

Il leone è per eccellenza simbolo di forza e regalità. Domina la fantasia dell’uomo da molte migliaia di anni. Nel mito greco era bestia invincibile, figlia di dèi. Era un’ibrida sfinge in Egitto. Simbolo d’oro e di luce in oriente. In Cina difendeva dagli spiriti malvagi.

Oggi si dice: “Essere coraggioso come un leone“, “Fare la parte del leone“… quando un archetipo è così ben installato sul trono del nostro immaginario da entrare come luogo comune nel linguaggio di tutti i giorni, la letteratura è legittimata a spodestarlo.

Hans Sebald Beham, Ercole uccide il leone di Nemea, 1548

Se il Leone di Nemea sconfitto da Ercole era fiera temibile e terribile, il leone del meraviglioso mondo di Oz, due millenni più tardi, manca del tutto di coraggio. Questo ribaltamento è un primo grado di spodestamento letterario: il buffo (il ridicolo) è la parodia di qualcosa che ancora ci incute timore.

William Wallace Denslow, Pubblicato da George M. Hill and Company, 1900
(Potete guardare l’intero libro su BibliOdyssey)

Nel novecento molti altri leoni hanno popolato l’immaginario della letteratura infantile, ma come protagonisti buoni. Il ribaltamento è completo.
Il leone pericoloso, aggressivo, in un capovolgimento caro ai meccanismi dell’inconscio (ergo della nostra cultura), si trasforma nel suo opposto: un animale mansueto. Il nemico diventa nostro aiutante. Il coraggio che dovremmo usare per combatterlo slitta tra le qualità stesse del leone. In un modo più primitivo è lo stesso spostamento rituale che fa indossare ad Ercole la pelle del leone: ciò che è domato, diventa un’energia spendibile. Per la stessa ragione l’uomo ha scelto i leoni come simboli araldici, o li ha posti in forma di statue-guardiani a proteggere città e piazze.

Antonio del Pollaiolo, Ercole e l’Idra, 1471c.

Cairo, leoni guardiani sul ponte Kasr-el-Nil

I bambini, più vicini di noi a queste leggi profonde, amano in modo particolare veder trasformare le cose pericolose in cose buone. Le loro fantasie aggressive, così spaventose, possono in questo modo essere proiettate al di fuori, e trovare una catarsi.

Negli anni ’50 compare in Giappone il manga Kimba il leone binaco di Osamu Tezuka, verrà trasformato in lungometraggio una decina d’anni più tardi. Nel 1994 la Walt Disney firma la regia de Il Re Leone (e si prende una bella accusa di plagio).

Osamu Tezuka, Kimba il leone bianco

Sempre nel 1950 esce il primo volume della saga Le cronache di Narnia di C.S Lewis: Il Leone, la Strega, e l’Armadio. Nel regno incantato di Narnia, il fiero leone Aslan, vittima della terribile strega bianca, che si è impossessata dei suoi poteri, aiuterà i bambini a far trionfare le forze del bene.

The Lion, the Witch and the Wardrobe, illustrato da Pauline Baynes

Un inciso: guardate come Pauline Baynes nell’illustrazione qui sopra ha saputo trattenere in bilico l’equilibrio leone-aggressivo/leone-buono. Il leone insegue i bambini per mangiarli o sta giocando con loro? (Quale è la sorte della mia aggressività? Potrebbe chiedersi un bambino).

Nel 1954 Roger Duvoisin illustra The happy lion, scritto dalla moglie Louise Fatio. Sarà il primo volume di una lunga serie di avventure con lo stesso protagonista.

Una riedizione francese di The happy Lion del 2005, Gallimard Jeunesse

The happy lion è la storia di un leone felice (gentile) che abita nello zoo di una graziosa città francese. Un giorno qualcuno lascia la porta della gabbia aperta e lui comincia la sua passeggiata per la città. Abituato quando era in gabbia ad essere salutato gentilmente dai visitatori, ora saluta gentilmente le persone che incontra, ma quelle, con sua grande sorpresa, scappano terrorizzate in tutte le direzioni.

The happy Lion, Roger Duvoisin

Un nuovo capovolgimento del capovolgimento, in cui per paradosso il leone si ritrova nella sua posizione originaria: quella di un animale temibile. Ma il leone è talmente addomestico nell’immaginario comune che questa sua posizione originaria ora risulta divertente.
E’ bene comunque non giocare troppo con questo leone gentile, infatti nel finale un bambino amico lo riporterà allo zoo, l’unico posto dove il Leone può essere felice (?).


Più di cinquant’anni dopo esce Un lion à Paris di Beatrice Alemagna. Con la sua storia commovente segna una rottura definitiva con tutta la letteratura “leonesca” precedente. Il leone è finalmente libero di non essere una funzione simbolica all’interno della dialettica paura/coraggio. Si annoia, sogna un avvenire, decide di partire per cercare un lavoro, un amore. Ma anche a lui accade lo stesso destino che ha avuto la figura dell’eroe nella letteratura novecentesca: bigie giornate dove niente accade, se non la solitudine e il male di vivere.

Beatrice Alemagna, Un lion à Paris, Autrement 2006

Una volta arrivato a Parigi il leone si aspetta che la gente abbia paura di lui, che lo insegua con fucili, che scappi terrorizzata. Ma nessuno sembra far caso a lui. Immaginate con che facilità un bambino può identificarsi in questo leone che nessuno guarda. (salto una tavola)

Ogni bambino deve rinunciare ad essere il centro del mondo per trovare un posto nella società. Ma quanto è più difficile oggi, nelle nostre città così convulse?
Notate come nella tavola il leone è contraddistinto da una zona di colore più calda rispetto ai grigi della città. E come le uniche altre zone dello stesso colore sembrano come punteggiare una risposta, un diniego.

Beatrice Alemagna, Un lion à Paris, Autrement 2006

Questo leone che ruggisce nell’indifferenza generale non è più divertente come il leone di Duvoisin, non è più buffo come il leone senza coraggio di Oz, non è eroico come Kimba, non diventerà Re. E’ tragico. Incarna tutto il pensiero contemporaneo, il nulla al quale continuiamo ad opporre una domanda di senso.

Beatrice Alemagna, Un lion à Paris, Autrement 2006

(Salto molte bellissime tavole, che sono anche un omaggio a Parigi: il leone visiterà il Louvre, salirà sulla Tour Eiffel, scenderà gli scalini di Montmartre insieme a un’amica trovata per un momento, vi lascio l’emozione di scoprirle sfogliando il libro).

Il libro non sarebbe così riuscito se come protagonista ci fosse stato un bambino o un altro animale. E’ quando quelli che credevamo più forti vengono sconfitti, che il mondo diventa triste.
Ma come scriveva Vittorini nell’introduzione ad Erica e i suoi fratelli (un’altra coraggiosa eroina dei giorni bigi), c’è alla fine sempre un “allegro della vita” che nonostante tutto, trionfa.

Finalmente la sera la città sembra sorridergli da tutte le sue finestre.

Beatrice Alemagna, Un lion à Paris, Autrement 2006

Beatrice Alemagna non disegna, compone con i colori sinfonie musicali. Nella tavola qui sopra esplodono i timpani, i campanelli, un flauto solitario attacca il suo canto sottile e dolce, e il giovane leone danza a questa musica, fa un piccolo passo d’inchino, ringrazia. Nonostante tutta la solitudine che ha attraversato, questo solo giorno di finestre che ridono gli basta per essere felice. La bellezza di questa tavola è commovente.

Il leone troverà infine il suo posto là dove è sempre stato. Al centro di una piazza, “immobile e felice” come guardiano del nostro caotico mondo.
Beatrice Alemagna ci racconta in una breve postfazione che l’idea del libro le è venuta proprio dalla statua di place Denfert-Rochereau a Parigi, e dalla sensazione che quel leone fosse molto felice là dov’era.

Beatrice Alemagna, Un lion à Paris, Autrement 2006

Il leone è dunque sceso dal suo trono di pietra per fare un giro nella nostra città moderna, ma non ha trovato niente per lui. Non la nostra paura, non la nostra fantasia, non la nostra tenerezza.
La sensazione dolce e malinconica che mi lascia alla fine il libro è che il leone sceglie, nonostante la nostra indifferenza, di ritornare sul suo seggio per continuare a proteggerci, o quanto meno (visto che nulla ci spaventa più) per ricordarci del nostro antico ardore, del nostro coraggio, della nostra paura, della nostra fantasia perdute. E questo, da parte di un leone che abbiamo per così lunghi secoli bistrattato, mi sembra un gesto di vero amore, quale solo gli animali sono capaci di dimostrarci.

Place Denfert-Rochereau, riproduzione del leone di Belfort di Frédéric Bartholdi

(L’uso delle immagini di Beatrice Alemagna mi è stato gentilmente concesso dall’autrice stessa. Ogni riproduzione è vietata).


Leggi l’intervista a Beatrice Alemagna…


Il mondo di Beatrice Alemagna

Beatrice Alemagna, Après Noël, Autrement Jeunesse, 2001

La prima volta che mi sono ritrovata davanti ad un libro di Beatrice Alemagna ho provato una sensazione simile a quella di un innamoramento. E’ stato alla Fiera di Bologna del 2004, con Après Noël, pagina dopo pagina il cuore mi volava via.
Era la mia prima Fiera del libro e niente di tutto quello che avevo visto assomigliava all’universo di quel libro, alla libertà delle forme e dei colori, alla poesia intraducibile del testo. Fu come se qualcuno mi avesse riportato da lontano tutta la mia infanzia, intera, con i suoi lunghi giorni di pioggia, i miei quaderni di scuola, i criceti spariti, le gomme per cancellare alla cannella, gli impermeabili, i temporali estivi, l’ora della merenda…

Per capire fino in fondo l’arte di Beatrice Alemagna abbiamo bisogno di inventare una nuova categoria di emozioni: le infra-emozioni. “Infra” perché si nascondo nelle nervature delle foglie, nei solai, nelle pieghe dei vestiti… ma anche perché possiamo capirle solo se capaci di sguardi infra-rossi, come i grandi occhi umidi dei cani o quelli del bambini.

Beatrice Alemagna, Le trésor de Clara, Autrement Jeunesse, 2000

I protagonisti dei suoi libri sono bambini, cani-bambini, leoni-bambini, forme-bambine, eppure nulla nei suoi libri è solo “per bambini”, bamboleggiante o sciocco. Tutto il sacro dell’essere bambini, dell’essere piccoli viene detto e raccontato con il rispetto di una carezza fatta a qualcuno che dorme e si ama.
Non lasciatevi ingannare dalla dolcezza bonaria delle forme, dall’allegria dei colori, tutto è tremendamente serio nei libri di Beatrice.

Questi piccoli protagonisti sembrano di volta in volta costretti ad un confronto. Confronto con l’altro (Mon amour, Le secret d’Ugolin, Un et sept), confronto con la brutalità o l’indifferenza del mondo (Gisèle de verre, Histoire courte d’une goutte, Un lion à Paris, Une maman trop pressée)…

Beatrice Alemagna, Gisèle de verre, Seuil Jeunesse 2002 (particolare)

Beatrice Alemagna, Gisèle de verre, Seuil Jeunesse 2002

…confronto con impalpabili emozioni date dal sentimento del tempo che passa (Après Noël), o dal passaggio delle nuvole (La promenade d’un distrait), confronto soprattutto con il crescere, evento necessario e problematico (Je voulais une tortue).
Gli esiti di questo confronto sono di volta in volta diversi ed unici, esattamente come unica è la soluzione che ogni bambino trova nella vita per sopravvivere al difficile compito di diventare grande.

Beatrice Alemagna, Je voulais une tortue, Panama 2005

“… I miei genitori avevano ragione: una tartaruga può diventare molto grande!”

Beatrice Alemagna, Je voulais une tortue, Panama 2005

Beatrice Alemagna riesce a raccontarci del difficile compito di crescere dalla prospettiva che può averne un bambino, senza alcun accento pedagogico o moraleggiante. La grammatica della fantasia che Gianni Rodari ci incoraggiava ad usare per raccontare storie ai bambini trova nei suoi libri le forme più belle e imprevedibili.

Beatrice Alemagna, Un lion à Paris, Autrement 2006

Il leone per le strade di Parigi che nessuno guarda perché in una grande città si è ormai abituati a tutto, finisce per trovare la sua felicità come statua di una piazza (Un lion à Paris). La trasparente bambina di vetro (Gisèle de verre) dentro cui si può vedere ogni pensiero, anche il più bizzarro, sarà costretta a viaggiare per sempre per fuggire la paura che gli adulti hanno di lei. La piccola goccia d’acqua che si perde nei cunicoli del mondo in Histoire courte d’une goutte finisce per seccare su un marciapiede.

“Combien sont-elles, toutes ces choses qui disparaissent sans qu’on ait eu le temps de les voir?”

Beatrice Alemagna, Histoire courte d’une goutte, Autrement 2004

Quante sono le cose che spariscono senza che abbiamo avuto il tempo di vederle ? Quanti impalpabili, inestimabili tesori verranno perduti crescendo, vivendo? E’ davanti a questa domanda che Beatrice Alemagna ci obbliga a stare. Siamo noi i testimoni di questo evaporare delle cose più preziose? E’ proprio davanti a noi, alla nostra indifferenza che soffrono le cose, gli animali, i bambini?

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Beatrice Alemagna, Histoire courte d’une goutte, Autrement 2004

Una domanda scomoda, ma i libri di Beatrice Alemagna non ci lasciano soli, ci prendono per mano (Non avevate capito? Siamo noi che ci siamo perduti!), ci guidano con dolcezza verso una risposta, verso un abbraccio, ci sussurrano come un segreto: non lasciare alla loro solitudine le cose-bambine, non averne paura, guarda come sono belle… Sta parlando delle cose-bambine che abitano in fondo al nostro cuore, là dove tutta la fragilità della nostra infanzia, quella che abbiamo dimenticato, quella che non vogliamo più riconoscere nell’altro, continua a esistere e chiamarci.

Beatrice Alemagna, La promenade d’un distrait, Seuil Jeunesse 2005

(L’uso delle immagini di Beatrice Alemagna mi è stato gentilmente concesso dall’autrice stessa. Ogni riproduzione è vietata).

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Cock Robin, Death and Burial of Cock Robin

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Death and Burial of Cock Robin, published by John Harris ,1819

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Death and Burial  of Cock Robin” è una delle più famose e misteriose filastrocche inglesi per bambini, data molti secoli. (V. O.). Era, nella libera traduzione di Nico Orengo, la mia filastrocca preferita quando ero bambina (ero una bambina macabra, degna di un racconto di Gorey).
Mi piaceva il girotondo di prospettive che si tesseva intorno all’evento della morte. Mi incantavano gli obblighi che stabiliva il linguaggio. L’azione dei personaggi, i loro sentimenti, non venivano definiti dalla loro natura, dalle loro qualità, venivano definiti dal gioco di parole che si intesseva nel verso. Questo potere della parola aveva per me un fascino perverso.

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(…)

Il Passero assassino, la Colomba innamorata, gli amici animali legati alla morte del Pettirosso dalle rime…
Chi leggerà la Messa?
Io, disse il Corvo,
per antica promessa
leggerò la Messa.

tutti avevano un compito. Era questa posizione meccanica nell’orologio della morte del Pettirosso ad essere importante, la sua precisione. Nessuna differenza morale distingueva i personaggi e le loro funzioni. Dentro di me, ricordo (avevo sei, sette anni), era già ben presente il senso della colpa e della pena. La filastrocca me ne affrancava. Creava un mondo nuovo, nuove leggi, sancite dai suoni, dalla forma delle s, dai nomi inusuali (Nibbio, Tarabuso, Fanello), dalle assonanze. Questo nuovo mondo era altrettanto rigido, altrettanto severo, ma la sua struttura morale non si organizzava più intorno alla colpa, in una struttura gerarchica, come nel mio mondo di bambina, ma intorno alla cura, in un universo bidimensionale, più semplice.

Non smetteva di turbarmi e affascinarmi la sensazione che anche il Passero (la morte), assassinando il Pettirosso, aveva avuto cura di lui.

John Anster Fitzgerald, Who Killed Cock Robin, 1860

Published by M. Morgan e A. Morgan, Stafford , ca. 1800

Vai al post: La vera morte di Cock Robin (simbologia del pettirosso).
Vai al post: The babes in the wood


Una lettera dai Topipittori in difesa dell’editoria per ragazzi

Per arricchire la nostra piccola discussione sull’editoria italiana (nei commenti), mi è sembrato giusto dare voce alla difesa (!). Giovanna Zoboli, editrice insieme a Paolo Canton della Topipittori, uno delle case editrici più interessanti del panorama italiano, ci racconta il suo impegno.

Joanna Concejo, Il signor Nessuno, Topipittori 2008

…………………….“Dopo la piccola discussione sorta intorno alla petizione promossa per sensibilizzare la stampa nei confronti della letteratura per ragazzi, Anna mi ha chiesto di mandare una cartolina al suo blog sul nostro lavoro editoriale. Non è la prima volta che sento strapazzare l’editoria italiana, e facendone parte, sono abbastanza contenta di poter dire qualcosa a sua difesa. Topipittori, la casa editrice fondata da me e da Paolo Canton, si avvia al suo quinto anno di vita.

Editiamo esclusivamente libri illustrati e picture books. In catalogo abbiamo 27 titoli. Di circa la metà abbiamo venduto i diritti all’estero. In particolare in Francia. E ad alcune fra le migliori case editrici del settore: Autrement, Editions du Rouergue, Naive, Joie de lire. Dunque, possiamo dire di non avere complessi di inferiorità. Pubblichiamo, con produzioni nostre, quindi non acquistate, autori di tutto il mondo, molti dei quali editano con noi la loro opera prima: Gwenola Carrère, Keisuke Shimura, Kiyoko Sakata, Julia Binfield, Francesca Bazzurro, Antonio Marinoni, Antonio Koch, Silvana D’Angelo, Joanna Concejo, Eleanor Marsto, etc…

Kiyoto Sakata, La bambina di neve, Topipittori 2007

Dunque svolgiamo un lavoro di ricerca e scoperta di talenti di livello internazionale. Quest’anno Chiara Carrer con il nostro La bambina e il lupo ha ricevuto una menzione alla Biennale di Barreiro.

Chiara Carrer, La bambina e il lupo, Topipittori 2005

Francesca Bazzurro e Orith Kolodny hanno ricevuto una menzione agli Award di Bologna 2008, non con un libro nostro. Ma sono un’illustratrice e una grafica che in questo settore hanno cominciato a lavorare con noi. Lasciando da parte il nostro caso, vi chiedo: avete mai pensato che la qualità della produzione libraria è determinata dal mercato a cui si rivolge? Il mercato francese ha numeri decisamente migliori dei nostri. Vanta una quantità decisamente maggiore di lettori, può contare su una stampa e su istituzioni sensibili e attente. Pensate che questo non abbia ripercussioni sulla fisionomia di una casa editrice?

Maja Celija, Filastrocca acqua e sapone, Topipittori 2004

La possibilità di sperimentare nuovi linguaggi si fonda anche sul livello diffuso di cultura su cui si può contare e sulla considerazione sociale di cui gode il lavoro culturale e intellettuale. Come vi sembra che stiamo in Italia noi editori, quanto a cultura diffusa e considerazione sociale? Ha senso pubblicare delle meraviglie che impiegano oltre cinque anni per vendere una tiratura di duemila copie? Il mercato non è Marte, naturalmente. Il mercato siamo noi. Varrebbe la pena di cominciare a riflettere sul modo in cui parliamo di cultura, in questo paese.”

Giovanna Zoboli, editrice


Jan Å vankmajer: Alice

Jan Å vankmajer non è esattamente un illustratore di libri per bambini. Ma, per i suoi cortometraggi (spesso ispirati al mondo dell’infanzia), le sue marionette, le sue scenografie, le sue prospettive altezza-bambino, per l’influenza che ha avuto su universi come quelli di Tim Burton, Terry Gilliam, dei fratelli Quay… non credo si possa parlare di storia dell’illustrazione senza conoscere la sua opera.

Jan Švankmajer è nato a Praga nel 1934. Nella stessa Praga brumosa di Kafka.
La pittura di Max Ernst e Arcimboldo, tutta la letteratura mitteleuropea, la riscoperta degli scritti del marchese De Sade e, d’oltre oceano, i colori modernissimi e scuri dell’opera di Edgar Allan Poe, influenzano il suo immaginario. Sarà uno dei più importanti artisti surrealisti del ‘900. Nel 1972 il regime comunista gli proibisce di continuare la sua opera, mettendo al bando molti suoi films. La sua fama resterà sconosciuta all’occidente fino agli anni ’80.

Qui sotto un frammento del film d’animazione considerato il capolavoro di Å vankmajer: Alice. Del 1988.
Abbiamo spesso parlato in questo blog del rapporto tra testo e immagine. Per come io sento la storia di Alice, Å vankmajer è stato in assoluto l’artista che ha meglio interpretato, attraverso delle immagini, il testo di Lewis Carroll. Ecco un brano del film…

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