La misteriosa storia di una filigrana

7 novembre, 2016

Segue da questo post.

Ho il timore che sia poco condivisibile l’emozione di un intero giorno di ricerca per la scoperta della marca di carta su cui è stato stampato il mio album di Walter Bergmann (questo libro) nel 1926.
Se e quando diventassi una collezionista ossessiva e soporifera me lo direste, vero?

Il vostro aiuto è stato indispensabile a risolvere il giallo. Una lettrice della pagina FB del blog mi ha indicato un sito con tante informazioni sulle filigrane: questo. Ho scoperto, così, che la filigrana non è solo il disegno che si vede in trasparenza sui soldi di carta e su alcuni fogli nel mio studio, ma un intero mondo di immagini misteriose di cui non sospettavo l’esistenza.

Filigrane francesi del 1500 © Collection Archives de la Ville de Nyon, Le blog de l’archiviste

Dal latino filum (filo) + granum (grano), la filigrana, originariamente, era un grano o filo che veniva messo tra due placche di oro o di argento: una volta saldate insieme, lo spessore dell’inserto creava un rilievo grazioso che veniva usato per decorare l’oggetto. Già gli etruschi usavano questo sistema.
Quando gli arabi portarono i segreti della produzione della carta in occidente (Andalusia, Spagna: nell’anno 1056 la prima cartiera), a qualcuno deve essere venuto in mente che quello della filigrana era un buon metodo per marchiare la carta dall’interno. Così la cartiera poteva garantire la paternità e la qualità del suo prodotto, senza farsi rubare il mercato.

1282

E sapete chi inventò questo sistema che ebbe tanto successo? Gli italiani, per precisione, gli abitanti di Fabriano, nel 1282. La prima filigrana della storia, l’impronta di due fili in croce con 5 grani, si presentava così:

Filigrana nella carta Fabriano, 1282

Prima semplici croci, grani, cerchietti, poi disegni sempre più complessi – per non venir felsificati o copiati – le filigrane sono oggi il “filo” che si deve seguire se si vuole scoprire la storia del commercio della carta e, per conseguenza, la storia dei libri.


Un tipo che si spaccò la testa su questo argomento, finendo per classificare praticamente tutte le filigrane d’Occidente, fu il filantropo svizzero Charles-Moïse Briquet (1839 – 1918).
Io ho passato un solo pomeriggio ipnotizzata dalle filigrane, lui una vita, sempre chino su qualche libro per notare cambi di un’ala o di una coda di leone.  Con l’immancabile carta da lucido sottobraccio, che gli serviva a copiare le filigrane in qualche polverosa biblioteca (sistema che si usa ancor oggi), Carlo Mosé Bricchetto ha censito più di 60.0000 filigrane, datandole e collegandole a una zona geografica di produzione.
Nel 1907 ha pubblicato Les filigranes: dictionnaire historique des marques du papier dès leur apparition vers 1282 jusqu’en 1600. Quattro volumi diventati presto la bibbia di tanti studiosi. Meraviglie di internet: il dizionario è stato digitalizzato, leone dopo leone, aquila dopo aquila. Trovate i disegni qui e il libro qui.

1585

Inizio a cercare un disegno simile al mio nelle pagine del gruppo dei “leoni”, come mi ha suggerito un’altra lettrice del blog. Con corona, senza corona, dentro un cerchio, ci sono leoni di tutti i tipi. Alla fine arrivo a questo leone di Briquet, che somiglia molto al mio. Non sembra anche a voi?


Le prime filigrane con leone semplice appaiono a Palermo intorno al 1328. I leoni con corona sono un po’ più tardivi, alcuni gruppi italiani, altri francesi. Il leone con corona e pelliccia molto folta è di provenienza tedesca: inizia a essere usato come filigrana intorno al 1500.

Ma la data del leone coronato – 1585 – non coincide con la data di pubblicazione del mio libro – 1926.
Il mio giovane illustratore tedesco non può aver stampato su una carta  del 1500. Guardo con sospetto il libro. A volte la mia fantasia scappa dalla realtà. Forse è un libro del 1500 mascherato da libro del 1900?
Il disegno di copertina mi riporta a galla. È bello come uno stile ci riconduce a un’epoca. Un disegno così, nel 1500, non sarebbe stato possibile.

Cerco approfondimenti sul dizionario Briquet. Accanto alla referenza del mio leone numero 10.598 c’è una nota: stadtrechnungen. Google Translate la traduce con: bollette della città.

Significa che quando è presente questo leone coronato è presente anche una filigrana con il nome della città?
Mi metto a cercare. Ai raggi X della mia lampada da tavolo analizzo ogni pagina. Intanto, scopro che sotto il leone, quando il taglio della pagina non gli elimina i piedi, ci sono due iniziali (non le ho ancora decifrate).

dav
Ma il vero sussulto l’ho avuto (come se fosse apparso un fantasma) quando ho trovato questa enorme scritta in filigrana accanto ai piedi dello schiaccianoci…
(La cosa meravigliosa delle filigrane è che, quando il foglio non è in controluce, non le vedi, per questo gli inglesi le chiamano watermark: segni di acqua).

Metto subito ERGI SCH LADBACH in Google Translate. Niente. Il nome è incompleto. Un libro è l’insieme di grandi fogli che sono stati tagliati, alcune lettere sono saltate.
Inizio forsennatamente a fare prove con diverse iniziali e scopro che ladbach è, in realtà: GLADBACH (la G era rimasta fuori da foglio). Cerco su Google Maps. Eureka! Gladbach è una città tedesca vicino a Marburgo. Un tassello del puzzle in più sulla provenienza della carta.
Ma cosa vuole dire ergi sch? Continuando a giocare al detective, scopro mancava la V.
Google Translate mi dice che Vergi sch significa Regime fiscale. Sotto il mio leone c’è scritto:

Regime fiscale della città di Gladbach

Il leone palatino della città di Colonia

Il leone palatino, con corona e lingua fuori, è l’araldo di una antica casata di quelle vallate. Il loro dominio si estendeva fino alla Baviera. Oggi è ancora il simbolo della città di Colonia. Ho la provenienza della carta.
Ma come trovare un vecchio mulino a carta in quelle vallate? Metto queste parole su Google: “papier + Gladbach” e cosa scopro?

Gladbach c’è una delle più antiche e rinomate cartiere di tutta la Germania! Bingo! La cartiera Zanders è attiva ancora oggi. Ha persino un museo.

Una cartiera lavora per molti secoli. Probabilmente il disegno di questa filigrana è sopravvissuto come marchio della carta fino ai primi decenni del 1900, con poche variazioni. Anche se è più probabile che la stamperia avesse  dei fogli stoccati dal 1800. Il mistero si infittisce.

La cartiera Zanders, in fondo alla vallata di Gladbach

E ora, per cullarvi ancora un po’, se già non vi siete addormentati, vi racconto la storia della cartiera Zanders. Cercate di immaginare un antico mulino nella boscosa e fredda vallata di Gladbach, che vedete qui sopra. Il rumore incessante del fiume Strunde. La gente di quei posti, dignitosa, veste gli scuri abiti dei protestanti. Il mulino produce pane.
Un giorno d’estate del 1571, passa di lì a cavallo un certo Phillip von Fürth, un uomo con il senso degli affari. Sa che la richiesta di carta è sempre più alta in Germania e il produttivo mulino gli dà qualche ideuccia…

La stampa a caratteri mobili era stata inventata proprio in Germania intorno al 1450, con un aumento esponenziale dei libri in commercio. Ma nei primi decenni del 1500 accade qualcosa che fece crescere ulteriormente la domanda di carta. Il teologo Martin Lutero portò in Germania una vera e propria rivoluzione copernicana: quella della lettura. Disse che i fedeli potevano leggere la Bibbia da soli.

Lutero insegna ai bambini in un’incisione del 1700

A quei tempi, la Bibbia era il solo libro interessante a disposizione del popolo, ma nessuno aveva mai pensato che poteva leggerselo da solo. Imparare a leggere era cosa da eruditi, strati alti del clero e principi.
Inoltre, la Chiesa aveva sempre detto che era peccato interpretare da soli le scritture. Solo i preti, durante la messa in latino, potevano leggere ad alta voce e spiegare le scritture.
Se, dalle ultime file in fondo alla navata, i contadini capivano poco di tutte quelle chiacchiere erudite, venivano loro in soccorso le figure dei begli affreschi sulle pareti.
Lutero cambiò rotta. Disse che le parole sacre meritavano di essere lette e meditate, e che tutti potevano farlo. Bastava imparare. E basta con tutte queste immagini, statuette votive, madonne addolorate! Mica era uno spettacolo di cabaret, era una messa! Le pareti delle chiese dovevano essere sobrie e spoglie: le parole scritte bastavano e avanzavano. (L’iconoclastia protestante fu una battaglia contro le immagini piuttosto feroce).

beeldenstormIconoclasti al lavoro, Frans Hogenberg (1566)
1500, Germania, un affresco sfigurato. Iconoclastia protestante

Proprio nel castello di Marburgo, poco lontano dal nostro mulino a carta, avvennero nel 1529 i famosi colloqui di Marburgo, durante i quali Lutero passò molte serate a discutere animatamente con un altro protestante, certo Ulrico Zwingli (Huldrych Zwingli), svizzero. Il fine era quello di riunire sotto una sola confessione tutte le varie fazioni protestanti e farne un’unica grande religione.
Ma era ottobre, faceva un freddo cane nel castello, e nessuno dei due aveva voglia di dar ragione all’altro davanti a tutto il pubblico. Si misero d’accordo su quattrodici punti, ma per l’ultimo, il quindicesimo, quello che riguardava la presenza reale o simbolica del corpo di Cristo nella eucaristia, niente.

Colloqui di Marburgo, Xilografia a colori, 1557

Così, i protestanti svizzeri finirono per separarsi dai tedeschi. Ma questo ci allontana dal mulino e qui non ci interessa.
Quello che ci interessa è che in tutte le città e i paesini della Germania iniziarono ad aprirsi corsi e scuole. Poi nel Paesi Bassi e poi nel nord Europa. Sempre più corsi. Ogni luogo era buono.
Imparare a leggere, per quanto difficile, piaceva un sacco. E poi nelle sale dove si studiava un maestro metteva po’ di legna nel camino e i bambini potevano riscaldarsi gratis.
Fu la prima grande ondata di alfabetizzazione di massa della storia.
Venivano stampate un sacco di bibbie protestanti, e i mulini nelle vallate producevano carta, carta carta. Carta sempre più sottile per fare stare in meno spazio possibile tutte le parole della Bibbia, così che ogni famiglia potesse averne una in casa.
A Roma, intanto, Papa Leone X si faceva prescrivere litri di tisane calmanti, perché non gli andava proprio giù che il popolo leggesse da solo e si facesse una cultura senza il suo controllo. Non gli era venuto in mente che, adesso che la gente sapeva leggere, poteva usare i libri per educare i bambini alla morale cristiana, ma da lì a pochi decenni questa idea sorse e accompagnò la storia dei libri per bambini fino ad oggi, legando in un sodalizio longevo morale e letteratura.

Ma dove eravamo rimasti? A Phillip von Fürth che acquista il mulino di Gladbach nel 1571. Il suo fiuto per gli affari ebbe ragione. Prima chiamato Gohrsmühle, poi Schnabel, quel mulino si trasformò in una delle cartiere più produttive di tutta la Germania.

 

Un’antica cartiera in un’incisione del 1500 (C) Paper project

1820


La cartiera passò di mano in mano a diverse generazioni di imprenditori (sempre imparentati), ma nel 1820, durante una recessione economica, fece fallimento. L’ultimo erede della produttiva famiglia di cartai era Gottfried Fauth, che rimase spiantato.
Intanto, il giovane Johann Wilhelm Zanders (J. W: saranno i due monogrammi del mio leone?), di fede protestante, collezionista di libri, figlio di una famiglia di imprenditori di Colonia, sposa la figlia del proprietario di un mulino-cartiera della zona, Julie Müller. Si appassiona alla produzione della carta e comincia a comprare a buon prezzo mulini da macina abbandonati, tutti nella vallata di Gladbach e dintorni. Conosce Gottfredo, fanno amicizia, e insieme decidono di comprare l’intero lotto delle fallite cartiere Schnabel (nome del nonno di Gottfredo), messo all’asta. Battezzano la cartiera Fauth & Zanders . È il 1829. Pochissimi anni dopo Gottfredo muore.

Johann Wilhelm Zanders

Johann Wilhelm Zanders rimane l’unico proprietario e dà il nome alla cartiera, che intanto cresce con nuovi edifici e nuovi mulini. Ha soli 27 anni. Julie gli ha da poco dato un figlio e il loro futuro si prospetta roseo.

La cartiera Zanders nel 1850
La cartiera di Zanders nel 1880

1831

Ma il destino, si sa, fa quello che vuole e dopo solo due anni, nel 1831, anche Zanders muore, lasciando una vedova e un orfano.
Sua moglie Julie, anche se donna, vedova, madre di un bambino piccolo, prende in mano tutta la cartiera.
Ci voleva un bel carattere per mandare avanti un’industria nascente, e lei ce lo aveva. Basta ammirare la sua mandibola volitiva in questo ritratto per capire che le bastava passare nei corridoi della grande cartiera di Gladbach per far abbassare la voce agli operai e generare un rispettoso silenzio.
Fu la prima di una generazione di donne che per 150 anni fecero rigare dritto l’azienda Zanders.

Julie Zanders

 

Qui sopra la cartiera Zanders alla fine dell’800

E poi la carta le piaceva proprio. La sera, leggendo un libro della collezione del caro defunto marito, stagliava verso il candelabro una delle pagine e contemplava la sottile filigrana leonesca, pensando ai casi della vita e al futuro di suo figlio, al quale cedette la direzione della cartiera quando compì 18 anni.

1926


Quando, quarant’anni dopo, il nostro giovane illustatore Waklter Bergmann, (a Berlino?), fa stampare Die Geschichte vom kleinen Wackel, perché la stamperia usa proprio una delle carte Zanders? Inusuale stampare un libro su una carta vergata così fine da essere quasi trasparente (leggendo il recto di una pagina emergono in controluce le lettere del suo verso).

Ho passato un intero pomeriggio a seguire il filo  invisibile di una filigrana e sono allo stesso punto di partenza. Però, che viaggio affascinante.

Anna Castagnoli


10065666Una cartolina degli anni 20 delle cartiere Zanders

 

18 Risposte per “La misteriosa storia di una filigrana”

  1. 1 Alma Cattleya
    7 novembre, 2016 at 20:26

    Stai pur sicura che non mi sono addormentata. Anzi, mi sentivo partecipe e mi sono sentita esultante quando ho letto alla fine della cartiera e di tutta la storia dietro. Davvero affascinante!

  2. 2 Caterina
    8 novembre, 2016 at 11:34

    Semplicemente emozionante! Giuro, ho gli occhi a cuore. Tienici aggiornati sugli sviluppi delle tue scoperte. Grazie di cuore per aver condiviso questa avventura.

  3. 3 Anna
    8 novembre, 2016 at 16:08

    Altro che soporifera, è interessante ed affascinante seguire queste indagini!

  4. 4 Lollo
    8 novembre, 2016 at 18:37

    “Non c’è niente di più bello di scoprire la verità da soli” disse qualcuno

  5. 5 Anna Castagnoli
    9 novembre, 2016 at 17:56

    Anna: grazie del commento!

  6. 6 Marta
    9 novembre, 2016 at 18:59

    Che bello, sembra un capitolo di un libro di Bianca Pitzorno con tutti questi intrecci e richiami!
    Ipotesi:
    E se…il giovane illustratore fosse stato un po’ squattrinato e la stamperia gli avesse proposto una carta rimasta nello stock, e anche troppo fine allo scopo, ma proprio per questo economica?? Oggi invece aumenta il valore del libro, questione di punti di vista! ;)

  7. 7 Anna Castagnoli
    9 novembre, 2016 at 20:07

    @Caterina: anche io avevo gli occhi a cuore mentre facevo la ricerca! Che non è finita.

    Marta: cercando le poche copie in rete che sono state vendute pare (ma i librai non citano la fonte della notizia) che ne avesse stampate solo 26 copie.
    La carta secondo me era pregiata anche all’epoca. La cosa curiosa che le altre copie non hanno gli stessi colori, come se avesse fatto esperimenti sul colore dopo la stampa litografica in BN.

  8. 8 Davide Bisi
    14 novembre, 2016 at 18:52

    Ossessiva SIIIIIIIIIIII
    Soporifera MAAAAAAIIIII

    Grazie Anna
    Davide

  9. 9 Franco Mariani
    20 novembre, 2016 at 22:04

    Girovagando sul web ho letto la sua avventura con questa filigrana della cartiera di Bergisch Gladbach.
    Mi occupo di cartiere antiche e di filigrane e quindi la metto in guardia: la ricerca di filigrane è virale, d’ora in poi non potrà più ignorare la loro esistenza e sarà sempre tentata di risolvere il giallo.
    Le faccio i miei complimenti e le auguro buon lavoro.

    Un cordiale saluto,
    Franco Mariani

  10. 10 Anna Castagnoli
    21 novembre, 2016 at 14:38

    Franco che piacere leggere il suo commento e che interessante il suo lavoro.
    Mi avverte tardi. Ho già preso il virus della passione ossessiva da filigrana :)

  11. 11 silvia
    22 novembre, 2016 at 9:26

    bellissimo Anna, una storia affascinante!!
    la Winckelmann dell’illustrazione!!!

    grazie

  12. 12 Anna Castagnoli
    25 novembre, 2016 at 18:56

    Magari, Silvia!
    Grazie per il commento :)

  13. 13 Michele Uolve
    16 dicembre, 2016 at 18:28

    Salve,
    sarò a Colonia verso Capodanno, se posso dare una mano…
    [:

  14. 14 Anna Castagnoli
    20 dicembre, 2016 at 13:35

    Michele, grazie!Se riuscisse a trovare qualche informazione su quando hanno smesso di produrre la carta Zanders con questa filigrana sarebbe utile, ma non so dove consigliarle di chiedere. Credo che ci sia un museo delle cartiere, ma forse è più veloce scrivere alla cartiera attuale, nei musei i guardiani magari non saprebbero cosa rispondere. :)

  15. 15 Franco Mariani
    20 dicembre, 2016 at 17:49

    Salve!
    Non la consiglio di scrivere alla cartiera attuale (la Zanders); si rivolga piuttosto alla dr.ssa Sabine Schachtner del Museo della carta di Bergisch Gladbach (indirizzo mail <Sabine.Schachtner@lvr.de). Penso che se le scriverà, in inglese, allegando l'immagine della filigrana e del libro, potrà darle delle indicazioni. Oppure per lettera a

    Dr. Sabine Schachtner
    LVR-Industriemuseum?Papiermühle Alte Dombach ?Alte Dombach / Kürtener Straße?51465 Bergisch Gladbach (Germany)

    Se poi il suo amico potrà andarci di persona, meglio ancora.

    Un caro saluto!

    Franco Mariani

  16. 16 Anna Castagnoli
    20 dicembre, 2016 at 19:23

    Grazie infinite Franco Mariani, questa sì che è una buona pista.

  17. 17 Franco Mariani
    20 dicembre, 2016 at 23:10

    Dimenticavo, per quanto riguarda la carta. Non credo si tratti di una rimanenza, come ipotizza Marta; nel 1926 carte simili, vergate, erano ancora prodotte, non più a mano ma a macchina, “imitando” con la vergatura le antiche. Ancora oggi alcune cartiere la producono, anche in Italia, soprattutto se destinate all’editoria (per es. la Grifo della cartiera Fderigoni, o la Conqueror di Pordenone). La scelta, allora, di una vergata (che mediamente è più costosa delle normali) potrebbe essere stata dettata dalla necessità di colorare le immagini, essendo la vergata più adatta a ricevere colore.
    E ancora, credo che il 1585 si riferisca all’anno in cui la città di Berg vide insediarsi i Conti di Berg, appunto, che avevano nel loro blasone il leone rampante e il cervo.

    Fine (per ora!).

    Franco

  18. 18 Anna Castagnoli
    3 gennaio, 2017 at 11:03

    Franco, grazie. Guardando il libro non sembrano vergature a macchina. Sono troppe e ognuna è un po’ diversa dall’altra…
    Appena ho un attimo scrivo alla cartiera.