Il nome misterioso delle cose. Tre ‘imagier’

21 ottobre, 2015

Nei corsi di illustrazione si consiglia sempre di non dire, con le immagini, la stessa cosa che dice il testo con le parole, per non essere banali.
Fanno eccezione a questo suggerimento gli imagier, quei libri, spesso destinati ai bambini piccoli, in cui si insegna, semplicemente, il nome delle cose.
Ma proprio quando il nome è accanto alla cosa, il linguaggio svela tutta la sua enigmatica imprecisione. Il nome non arriva mai a ricoprire tutta la superficie dell’oggetto, avanza sempre qualcosa che il linguaggio non riesce a nominare. D’altro canto, sentiamo che il nome rimanda a molto altro che non vediamo nell’oggetto rappresentato (categorie, concetti, gradi e somiglianze).
In questa crepa tra nome e immagine si apre lo spazio della poesia.
La poesia è ciò che non trova posto nella logica binaria che lega il linguaggio al mondo.
Oggi vi parlo di tre ‘quasi’ imagier che investigano, ognuno a suo modo, la crepa tra linguaggio e mondo: Toutes choses avec lesquelles… di Gaia Stella (Hélium), Quando il sole si sveglia, di Giovanna Zoboli e Philip Giordano (Topipittori) e El arbol de las cosas di María José Ferrada e Miguel Pang Ly, tutti e tre bellissimi.

TOUTES CHOSES AVEC LESQUELLES…
di Gaia Stella

Gaia Stella, Toutes choses avec lesquelles…, Hélium 2015

In ogni doppia pagina di Toutes choses avec lesquelles… (Tutte le cose con cui…) le cose sono raggruppate sotto un titolo che ne determina la categoria di appartenenza.
Che le cose possano essere raggruppate in funzione di alcuni criteri – uso, somiglianza, funzione –  è ciò che facilita la funzione allegorica e metaforica del  linguaggio. In Le parole e le cose Michel Foucault ci ricorda che l’alternativa a questo sistema sarebbe quella di avere un nome per ogni singola cosa del mondo, indipendentemente dalla sua forma, dimensione, colore, funzione, etc: una biblioteca di nomi infinita, alla Borges.

Gaia Stella, Toutes choses avec lesquelles…, Hélium 2015

Nel libro di Gaia Stella, le categorie sono scelte da un gatto, che è testimone e voce narrante di tutte le cose presentate. La sua selezione è ‘miciosa’: Tutte le cose che scaldano; Tutte le cose che si trovano in cucina; Tutte le cose che fanno luce; Tutte le cose sulle quali mi arrampico; Tutte le cose che mi fanno restare fuori casa... Ad esempio, nel cilindro di ‘Tutte le cose con cui non vedo il tempo passare, cadono: il fuoco di un caminetto, una televisione, un fratello, una sorella, delle riviste, un biliardo, una chitarra… Nella categoria Cose che scaldano, troviamo un caminetto e una mamma.

Gaia Stella, Toutes choses avec lesquelles…, Hélium 2015

A ricordarci che il mondo, per essere ordinato, necessita un punto di vista; ma perché quest’ordine sia anche abitabile e piacevole, bisogna che il punto di vista sia quello di uno sguardo affettuoso, simpatico e creativo. Semplici, fresche e per niente scontate le illustrazioni di Gaia Stella. In ogni imagier che si rispetti, il piacere della vista deve essere pari a quello dell’udito.

QUANDO IL SOLE SI SVEGLIA
di Giovanna Zoboli e Philip Giordano

Giovanna Zoboli e Philip Giordano, Quando il sole si sveglia, Topipittori 2015

In Quando il sole si sveglia il filo conduttore è il tempo. Le cose che si svegliano e agiscono durante il giorno – nella prima parte del libro, riposano e si addormentano durante la notte, nella seconda parte. Al ritmo degli astri che sorgono e tramontano in modo figurato e animista (il sole e la luna aprono e chiudono gli occhi, la casa dorme…), un gallo prima canta, poi tace, una mosca ronza, poi si ferma, un fiore si apre, poi si chiude. In questa semplicità binaria e apparente si aprono piccole crepe misteriose: un gatto, invece di dormire, sale sui tetti a contemplare la notte; un pesce si nasconde; un bambino sorride.

Giovanna Zoboli e Philip Giordano, Quando il sole si sveglia, Topipittori 2015

Giovanna Zoboli e Philip Giordano, Quando il sole si sveglia, Topipittori 2015

Le stesse illustrazioni di Philip Giordano hanno qualcosa di enigmatico: la tensione tra spazio vuoto e forma degli oggetti dà una sensazione leggermente inquietante, e rimanda a qualcosa di sorgivo, essenziale. Un imagier, se ci pensiamo, è l’alba del mondo umano.
Nell’ultima doppia pagina, le due pagine sono riempite da un unico grande cielo notturno dove vediamo un bambino, costellazioni e giocattoli. Astri e oggetti terrestri si sono mescolati in un mondo terzo e parallelo: quello del bambino che sogna. È un Big Bang? È la fine del libro o l’inizio?

EL ARBOL DE LAS COSAS
di María José Ferrada e Miguel Pang Ly

El arbol de las cosas (L’albero delle cose) non è esattamente un imagier, è una storia che racconta di un albero che invece di produrre fiori e frutti, fa fiorire ‘cose’.
Sublime, in questo libro poetico e delicatissimo, il rapporto tra testo e immagine. Le illustrazioni di Pang, per la loro forma ambigua, sono come ideogrammi. Perfette per stare a galla tra linguaggio e figura.


 María José Ferrada e Miguel Pang Ly, El arbol de las cosas, A buen paso 2015

Maria, la protagonista del libro, entra in un giardino quando è bambina e lo ama. Ama soprattutto un albero diverso dagli altri, l’albero delle cose.
Nel giardino, infatti, ci sono alberi normali che fanno fiori e frutti normali, e c’è un albero che produce ‘cose’: nuvole, pesci, stelle…
È tutto molto bello ma c’è un problema. A primavera i fiori degli altri alberi si trasformano in frutti; sull’albero delle cose, le cose spariscono nel nulla.

“Dónde van esos peces, esas estrellas, y esas nubes pequeñas y esponjosas como corazó de naranja? Hay un camino desde el  árbol  de las cosas hasta el cielo? Hay un camino secreto desde su ramas al mar?”
(Dove vanno questi pesci, queste stelle e queste piccole nubi spugnose come cuori di arancia? C’è un cammino dall’albero delle cose che porta fino al cielo? C’è un cammino segreto dai suoi rami al mare?)

María José Ferrada e Miguel Pang Ly, El arbol de las cosas, A buen paso 2015

Maria invecchia, sempre chiedendosi dove vanno le cose dell’albero delle cose, cercandole; si addormenta su un’amaca legata all’albero. Il testo non dice mai che lei invecchia, sono le immagini che la mostrano crescere e invecchiare – cosa inusuale in un album. Capiamo che anche lei è sparita perché alla fine del libro non la vediamo più, vediamo entrare nel giardino nuovi bambini.

María José Ferrada e Miguel Pang Ly, El arbol de las cosas, A buen paso 2015

Maria finisce per accettare serenamente di non sapere dove vanno le cose dell’albero delle cose, forse è per questo non-sapere che a primavera, prima che le cose scompaiano, è così bello guardare l’albero?
L’albero delle cose è un albero, recita la frase finale del libro, ma è anche un mistero. Una metafora delicata come note di Satie.

Difficile terminare questo post senza citare questo verso delle Elegie Duinesi di R.M. Rilke:

…Forse noi siamo qui per dire: casa,
ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutti, finestra,
al più: colonna, torre… Ma per dire, comprendilo bene
oh, per dirle le cose così, che a quel modo, esse stesse, nell’intimo,
mai intendevano d’essere…


Gaia Stella, Toutes choses avec lesquelles…, Hélium 2015

 

Toutes les choses avec lesquelles…
Gaia Stella
Un Imagier di oggetti domestici e affettuosi
14,90
Quando il sole si sveglia
Giovanna Zoboli e Philip Giordano
Un Imagier al ritmo del sole
13,60
El arbol de las cosas
Maria Jose Ferrada e Miguel Pang Ly
Una poetica metafora della vita umana
22,81

4 Risposte per “Il nome misterioso delle cose. Tre ‘imagier’”

  1. 1 Sofia
    22 ottobre, 2015 at 10:30

    BRAVISSIMI.

  2. 2 Enrica
    22 ottobre, 2015 at 14:41

    Mi ha molto emozionata l’analisi de “l’albero delle cose”. Trovo le illustrazioni bellissime nella loro linea semplice e delicata, con dei colori che mi portano davvero in un’altra dimensione! A Maria ti affezioni subito perché entri proprio nel suo mondo intimo salendo con lei su quell’albero sempre più vicino, tra le sue foglie e i suoi strani frutti… Il tema di fondo, ad astrarlo, mi sembra quello del passaggio: un passaggio attraverso l’albero ad una dimensione altra e indicibile che si avverte, ma che non si può definire. Così abbiamo un albero di “cose” definibili come trampolino per una realtà non definita, un albero di “cose” nominabili come scala verso una dimensione innominata. Insomma un albero garante del mistero e dello stupore. Geniale!

  3. 3 Anna Castagnoli
    23 ottobre, 2015 at 10:52

    Grazie Enrica per la tua bellissima analisi. Anche io, leggendo il libro, avevo avuto questa immagine chiara di un paesaggio intravisto attraverso le foglie. È bello che ‘le cose’ che produce l’albero siano così poco concrete e palpabili (nuvole, stelle, pesci…).

  4. 4 Enrica
    23 ottobre, 2015 at 14:13

    Sì, forse quelle “cose” stanno al limite tra due mondi, tra la terra e il cielo. Forse portano già in sé una doppia anima, una duplice appartenenza, il germe della trasformazione, la trascendenza, se non è troppo. Che poesia, devo proprio comprarmi questo libro!!
    Grazie Anna!