Dove sono tutti? di Remy Charlip. Le cose che scompaiono

25 maggio, 2015

Premessa: Durante la conferenza sull’Indicibile, organizzata da Ada Treves alla Fiera di Bologna 2015, Nadia Terranova, Ada Treves, Paolo Cesari, Luisa Valenti ed io, abbiamo cercato di capire come si può parlare della morte, o di temi molto drammatici, ai bambini.
Non ho presente nessun’altro libro che parli della morte con tanta lievità di questo capolavoro di Remy Charlip: Where is Everybody?, del 1957. Anche se in modo non diretto. (Riedito nel 2012 da MeMo, in Francia, con il titolo Où est qui?).
Così oggi ho deciso di raccontarvelo.

Où est qui? Remy Charlip, éditions MeMo 2012

Noi esseri umani sappiamo cosa è il vuoto. Ognuno di noi, dal bambino che ha perso un uccellino, all’adulto che ha perso i suoi cari, sa cosa è il vuoto. Ma riuscire a vederlo, è impossibile. Il mondo che ci circonda è sempre pieno di cose. Il buio, dietro le nostre palpebre, sempre affollato di immagini. Il vuoto che a volte sentiamo nel cuore, non coincide con l’abbondanza che è fuori di noi. Strana dissonanza.

La logica visuale narrativa del picture book, normalmente, è teatrale o cinematografica. Ciò che accade nelle scene potrebbe accadere su un palcoscenico, o sullo schermo di un cinema.
Ogni fotogramma è una pagina. Tra i fotogrammi ci può essere continuità temporale, oppure, montaggio.
Più rari picture book, invece, vivono di una narrazione visuale che non potrebbe avere altro teatro, altro luogo, delle pagine del libro.

Où est qui? si apre sul vuoto numinoso, abbagliante, di due pagine vuote. Un vuoto carico di tensione come sempre è carico di tensione ogni inizio.
In basso, passa un volo di piccoli segni neri. È un testo. Un testo che dice:
“Ecco un cielo vuoto”.
Bene, ora sappiamo che la logica di questo libro appartiene al mondo dei segni e della carta. Nessun film potrebbe iniziare così. E a teatro, anche mettendo una voce fuori campo, avremmo bisogno di molto buio per creare l’illusione di un cielo vuoto.

Giro la pagina. È quasi vuota. Cerco istintivamente il testo, perché ho imparato, nella prima pagina, che in questo libro il testo mi dice cosa devo vedere.
Il testo dice: “Un uccello prende il volo nel cielo”. Lo vedo: è vicino al testo, sintetico, eppure vivo.
Forse, una di quelle parole nere, troppo leggera sul foglio bianco, si è staccata dalle altre e si è trasformata in uccello? Forse, proprio la parola ‘uccello’. All’inizio fu il verbo.
La semplicità grafica del disegno in bianco e nero gioca il gioco.

Nella pagina successiva è passato un solo istante. Lo capisco dalla posizione dell’uccellino, che è salito di qualche centimetro (o metro). Vengo sorpresa da un sole giallo. Il testo si è spostato su di lui, dice:
“Il sole brilla nel cielo”
.
Forse, è il sole, questa volta, che ha dato origine al testo. All’inizio fu la luce.

Giro ancora una pagina. Ora la mia mano è delicata, emozionata: so che ogni volta che giro la pagina, qualcosa spunta, nasce, inizia (ma non è sempre così, quando giriamo le pagine di un libro?).

“Ecco delle colline stagliate contro il cielo”.
“Ecco un fiume ai piedi delle colline”.
“Un pesce nuota nel fiume”.
” Un albero spunta vicino al fiume”.
“Molti alberi fanno una foresta”.
“Una strada va dalla foresta al fiume”.

Adesso che molte cose esistono, due logiche visuali narrative si sovrappongono nel libro. Una è quella usata fino ad ora, puramente grafica (o metafisica): ad ogni pagina, qualcosa di nuovo appare e si somma agli altri elementi già presenti.
Astri, animali, alberi, colline, fiumi: tutte cose che, nella realtà, avrebbero bisogno di decenni o ere geologiche per nascere, nascono con il semplice gesto di girare la pagina.
L’altra, è quella data dal movimento di questi elementi sulla pagina. Il sole, pagina dopo pagina, si sposta da sinistra, dove è sorto, verso destra: batte le ore.
L’uccellino vola, si posa su un albero, riparte. Il pesce, più lento, nuota nel fiume.
Questo secondo movimento è più classico, è cinematografico.

Abbiamo, dunque, due tempi che si sovrappongono. Uno geologico, l’altro, quotidiano. Ma non è così anche nelle nostre giornate? Non vi capita mai di alzare gli occhi verso il sole, le stelle, il cielo e sentire che un altro tempo – geologico, immenso, – sovrasta le nostre fuggevoli, piccole vite?

Compaiono un cervo, poi una casa, poi un uomo, che esce dalla casa per dare da bere al cervo. Poi un bambino. Il bambino accarezza il cervo.
Ora il testo non nomina più le cose nuove che spuntano ad ogni pagina, ma i loro gesti. Qualcosa di meno elementare, di più maturo, è accaduto alla relazione tra testo e immagine. È come se il testo ora si fidasse delle immagini (e del lettore): non ha più bisogno di nominarle, perché esistano e inizino a muoversi. Lo sanno fare da sole. Sono più grandi e più fitte: sono fiumi e cicli di stagioni, giardini, case e azioni.  Sono immagini che hanno preso vita e ora sono mute, ma autonome.
Ora la parola può limitarsi a descrivere: fa un passo indietro rispetto al visibile, si fa umile.
“Un bambino accarezza il cervo”, dice il testo.

In un libro con una logica ‘accumulativa’ deve esserci, a un certo punto, una catarsi o un’inversione. È la logica della fiaba. Il povero deve diventare ricco. Il ricco, poverissimo. Quello che si riempie, deve svuotarsi. Ciò che è vuoto, riempirsi.

A un tratto, in Où est qui (il titolo ci aveva avvertito), una nuvola entra in scena. Entra in scena da destra. La nuvola nera è il solo elemento, oltre al sole, che entra in scena da quel misterioso al di là del libro che è il margine della pagina. Tutta la doppia pagina si è oscurata.
Il sole, avanzando da sinistra verso destra (nel senso dell’azione narrativa), si è infilato nella nuvola.
“La nuvola ha nascosto il sole”.
Mentre la nuvola avanza in senso contrario e penetra la pagina, inizia a piovere.
Il testo, in alto, occupato a descrivere il tempo metereologico, sembra essersi completamente dimenticato di nominare tutto quello che sta avvenendo in scena.
La scena è ricca di azioni. Il padre ‘dice’ (indica) al bambino di prendere la ciotola, che era servita per abbeverare il cervo, per riporla in casa. (Non è sublime questo gesto? Il tempo del gesto quotidiano che vuole e deve continuare, nonostante l’oscurità che avanza).
C’è un pullulare di vita, come quando, in una via, le voci si chiamano e i passi si affrettano perché sta arrivando un temporale.

Il testo, nella pagina successiva, si è accorto di qualcosa, chiede:
“Dove è l’uccello?”.
Ricordate? Era il primo animale che aveva fatto esistere.
Poi, “Dove è la barca?”. (Perché il testo-dio, che sa tutto, domanda a me?).
Oh! ma io lo vedo l’uccellino! Eccolo, mette fuori la testolina dalla chioma dell’albero.
E vedo anche un pezzetto di barca. Io, lettore, vedo cose che il testo-padre-dio non vede più. Questa discrepanza crea una complicità intima e segreta tra i personaggi in scena e il lettore. È la ‘parola’ che, imprigionata nella sua nuvola nera, non ci vede più bene. La parola che ha avuto la forza di far nascere il mondo, di dargli inizio, non arriva più a descrivere, a dire, la ricchezza della vita.
Parola che costeggia l’indicibile.


“Dove è il cervo?”, chiede ancora il testo. Nascosto tra gli alberi, nascosto tra le gocce di pioggia, – che il bambino ha tirato come fossero cordini di un sipario -, io lo vedo, il cervo. E voi?

Il filosofo chassidico Martin Buber, ne Il cammino dell’uomo, ipotizza che Dio abbia chiesto a Caino: «Dove è tuo fratello?», non perché non sapesse che Caino lo aveva appena assassinato, ma perché quella domanda rimane aperta e rivolta, per sempre, a chiunque l’ascolti.

Vedo il bambino e l’uomo, mentre il testo chiede dove sono. Sorridono rassicuranti dentro la loro casetta. Il bambino saluta proprio me, lettore. Anche lui mi vede?
Anche io sono sotto la stessa pioggia?

“Dove è il pesce?” La penultima pagina è davvero nerissima. Eppure con un po’ di attenzione, continuo a vedere il pesce e il cervo. Ma l’uccello? Dove è l’uccello? Ora neppure io lo vedo più. Come non vedo più la barca. È una preparazione?
Sono pronta.
Nella pagina che segue, l’ultima, non si vede più nulla. Persino il testo è scomparso. La nuvola nera è diventata il cielo. Non è restato niente. Solo silenzio.
Eppure, lo so, lo sento. Sono tutti nascosti lì, da qualche parte.

Anna Castagnoli


Où est qui?
Remy Charlip
Dove va ciò che scompare?
15,20

9 Risposte per “Dove sono tutti? di Remy Charlip. Le cose che scompaiono”

  1. 1 Sofia
    25 maggio, 2015 at 16:39

    Sublime.

  2. 2 giulia
    26 maggio, 2015 at 8:44

    Grazie Anna e complimenti sinceri per questa analisi splendida. Mi sono commossa leggendo l’ultima riga.

  3. 3 alice
    26 maggio, 2015 at 11:34

    si grazie per l’analisi serena che hai fatto di questo racconto. Anche a me ha colpito l’ultima frase..
    In effetti non ho in mente neanch’io altri libri che trattino in questo modo l’argomento. (ad esempio “L’anatra, la morte e il tulipano” è molto più inquietante e non riuscirei a proporlo a mio figlio)

    In proposito ti vorrei proprio chiedere un consiglio.. (scusa se mi dilungherò!)
    Secondo te, non è prematuro affrontare l’argomento con un bambino di 3anni? Se non ci sono casi di lutti in famiglia..non sarebbe meglio evitare? La settimana scorsa ha visto il film “l’Apetta Giulia e la Signora Vita” e gli è piaciuto tantissimo. Poi però fa certe domande a cui io non riesco a rispondere con chiarezza. Non dico esattamente come stanno le cose.. non so, non mi sembra ancora il momento. Temo potrebbe inquietarsi.. mi sembra come togliergli la felicità, quella spensierata senza ombre attorno.

  4. 4 Valeria
    26 maggio, 2015 at 18:44

    Grazie, bellissima spiegazione e albo meraviglioso. Sono commossa.

  5. 5 Anna Castagnoli
    26 maggio, 2015 at 19:20

    Alice cara, non so aiutarti.
    Io credo che da quando iniziano a chiedere abbiano diritto di avere delle risposte sincere, ma è la mia opinione e non sono né mamma né psicologa.
    La morte esiste e fa parte dell’avventura della vita, accettarlo e parlarne serenamente ai bambini da quando iniziano a interessarsene (di solito verso i 4 anni) è importante.

    Durante la conferenza ho detto che quello che non dobbiamo fare è far finta, davanti ai bambini, di avere delle risposte che non abbiamo. Credo sia bello condividere con loro il fatto che nessuno sa perché c’è la morte, o se c’è qualcosa oltre.
    Invogliarli a interrogarsi, portarli verso il pensiero filosofico.

  6. 6 Anna Castagnoli
    26 maggio, 2015 at 19:22

    Grazie a tutti dei bei commenti!
    È un album sublime, e parlarne a voi mi ha aiutata a vedere cose che non avevo notato.
    Come il testo che si sposta sugli oggetti nominati e poi resta imprigionato nella nuvola nera.
    Ci sarebbe da parlarne per ore.

  7. 7 alice
    27 maggio, 2015 at 11:59

    Invece mi hai aiutato, grazie.
    Ciò che mi creava disagio (e pensavo fosse sbagliato fare), era trasmettergli le mie incertezze, i miei dubbi. Invece tu mi confermi che condividere “il non sapere, il non capire” sia la strada giusta.

  8. 8 Chiara
    7 giugno, 2015 at 11:18

    Grazie Anna, sei sempre poetica…

  9. 9 MIRIAM
    26 gennaio, 2016 at 15:51

    condivisione per Alice

    leggo ora, come sempre incantata e mossa dalla magia di Anna Castagnoli e da ciò che muove il suo scrivere.

    Una preziosa maestra della materna di mia figlia mi aveva suggerito una posizione davanti alle domande dei piccoli che è stata illuminante:
    alla loro domanda rispondere con: “secondo te come è?”

    per scoprire, come la maestra aveva indicato, che i bimbi hanno già una loro versione della cosa, e domandano ‘solo’ per vedere confermato quanto già presente in loro.

    Mi sono stupita nello scoprire che era sempre proprio così, e che le ‘risposte’ che mia figlia si era ‘già data’ erano ben più funzionali e pertinenti di qualsiasi acrobatica risposta ‘adeguata’ avrei cercato di darle,
    oltre che incredibilemente creative, o semplici e per nulla ‘drammatiche’.

    buone scoperte!