Alla Fiera del Libro di Bologna si va con gli occhiali da sole

7 Aprile, 2014

Quest’anno ho chiesto a Gloria Pizzilli e Ilaria Falorsi, due amiche e bravissime colleghe illustratrici, di farmi due super reportage sulla Fiera. Ecco il primo.

Alla Fiera del Libro di Bologna si va con gli occhiali da sole
di Gloria Pizzilli

La Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna è un balletto con passi prestabiliti che si ripetono ogni anno uguali.
Si inizia sull’autobus 35, che porta dalla stazione Bologna Centrale alla fermata Bologna Fiere. Sul bus, carico di persone tutte dirette in Fiera, si incontrano tre tipi di persone: i veterani veri, i veterani falsi e le matricole.
I veterani veri sono principalmente gli espositori. Si riconoscono facilmente dall’abito impeccabile, l’allure internazionale e l’espressione da businessmen: loro stanno zitti – o parlano a bassa voce una lingua straniera incomprensibile.
I veterani falsi, invece, sono autori e illustratori non ancora famosissimi ma neppure troppo sconosciuti. Sono quelli che hanno già fatto qualche fiera: loro pure stanno zitti, sanno quale espressione “indossare” sull’autobus 35 per simulare scioltezza.
Poi ci sono le matricole : illustratori e autori ancora aspiranti tali, alle prese con la loro prima fiera. Le matricole parlano tantissimo. Si prodigano in racconti di vita vissuta nel mondo dell’albo illustrato.
Una volta scesi dall’autobus, la strada di veterani (veri e falsi) e matricole si divide.
I veterani hanno il pass: si lanceranno a passo deciso verso l’ingresso. Le matricole, loro, si fermeranno alla biglietteria.

C’è sempre un momento di spaesamento per i visitatori, qualche secondo prima di entrare nel flusso e inserirsi nel balletto. È enorme la Fiera. Quattro padiglioni infiniti di stand internazionali.

Cosa si vede alla fiera: ci sono giacche e tailleur, ventiquattr’ore e cartelline portfolio, passi svelti che attraversano i corridoi ad ampie falcate e passeggiatori rilassati con scarpe basse e borsetta, gruppetti affini ritrovati dopo tanto tempo, fermi in mezzo al corridoio ad ostruire il passaggio (intenti in saluti, abbracci e aggiornamenti annuali).

Ci sono i libri alla Fiera. Tanti libri. Alcuni facilmente accessibili, altri un po’ più difficili da raggiungere (almeno per i più timidi) allineati dentro il loro stand, nel numero di un solo esemplare per titolo, vicinissimi al loro padre editore che controlla dalla sedia

C’è un paese ospite, il Brasile quest’anno.

Ci sono le conferenze, tante, per tutti i gusti.

E poi c’è lei, c’è La Mostra. Anzi, le Mostre. Quest’anno insieme alla Mostra Illustratori, tre sezioni dedicate al duo svizzero Evelyne Laube & Nina Wehrle a Ugo Fontana e alla vincitrice del Premio Internazionale d’Illustrazione 2013 Satoe Tone.

Ad aprire la Mostra Illustratori c’è un’anticamera dedicata a Laube e Wehrle. L’introduzione è perfetta e il messaggio chiaro. Tutta grafite per le tavole delle due artiste. Gli enormi originali a quattro mani del vincente “Die grosse flut” riempiono la stanza. Si vede tutto dagli originali, si vede il segno, perfetto nella sua imperfezione, si vedono le cancellature marcate, le correzioni. Si sente la durezza della matita, la difficoltà della gomma a rimediare, il solco bianco che rimane testimone sulla carta. C’è l’errore nelle loro tavole. Non c’è il manierismo. È una matita da geometra, secca e appuntita, ad aver trasferito su carta un pensiero. C’è una teca centrale, piena di schizzi, maquette e leporelli handmade. È la riflessione genuina delle due illustratrici, mostrata a tutti.

Il cammino si trasforma, in maniera fluida, nella Mostra Illustratori. Dal lavoro delle due svizzere si passa con continuità alle tavole dei selezionati di quest’anno.

Com’era la mostra? Anche quest’anno la mostra era la Mostra.
(potete vedere sul sito della Fiera un’immagine per ogni illustratore selezionato: qui)

È sempre diversa e sempre uguale la Mostra. Cambia la giuria, cambiano i criteri di selezione, cambiano i selezionati, ma le sensazioni che si provano girando tra i corridoi si somigliano molto. Alla mostra colpisce il segno. Il segno vero, tracciato dalla mano. Di fronte ad un originale non si può non schiacciare il naso contro la plastica, per cercare di individuare l’impronta vera dell’artista. Ci si mette di sbieco, di sopra e di sotto per scovare la traccia, gli spessori, i solchi. Le tecniche utilizzate non sono scritte accanto ai nomi. Bisogna intuirle. Un po’ come indovinare gli ingredienti di una ricetta. Ci sono, tra le altre, grafite, acquerello, matite colorate, collage, acrilici, inchiostro, c’è il digitale (poco) quello pulito e quello pittorico.

Tutti perfetti i lavori in mostra? No. Come Anna Castagnoli (tra i giurati di quest’anno insieme a Kitty Crowther, Errol Van de Werdt e Isabel Minhos) ha spiegato qui , qui, qui e qui, non è l’assenza di difetti a determinare la vera bellezza.
E’ la bellezza la protagonista? Nemmeno. I lavori scelti non hanno seguito tutti la stessa via, quella della capacità di emozionare, stupire o raccontare qualcosa: ci sono i lavori d’impatto, di amore a prima vista, selezionati all’unanimità dai giurati (come Anastasia Strockova, Repubblica Ceca ),


Strockova

e la ultra-contemporanea Charline Collette, Francia),

Charline Collette

ci sono i lavori ragionati, scelti a testimonianza di qualcosa, di un bisogno, di una sensazione. Ci sono i lavori enigma, troppo potenti nel loro mistero per rimanere fuori.
È un’altalena la Mostra Illustratori 2014. Si passa da esempi di maestria tecnica e compositiva, in cui l’errore non è contemplato e la sbavatura non è ammessa (come Akihiro Misaki dal Giappone e la francese Leila Chaix)

Akihiro Misaki
Leila Chaix

a esempi di libertà e istinto, in cui la tavola non è una barriera, ma un campo aperto, in cui il gesto veloce dell’artista si esprime pienamente (come Trine Logstrup Sorensen, Danimarca e Arianna Vairo, Italia).

Trine Logstrup Sorensen
Arianna Vairo

Ci sono dubbi e questioni aperte (Marco Bassi, Italia).

Marco Bassi

Ci sono animali feroci (Matteo Berton e Valentina Piacenza – Italia)

Matteo Berton (dettaglio)
Valentina Piacenza

e piccoli gesti (Etsuko Yamane, Michio Watanabe, Giappone).

Etsuko Yamane
Michio Watanabe

C’è l’ironia (Sergio Ruzzier, Oscar Sabini –  Italia)

Sergio Ruzzier
Oscar Sabini

c’è il benessere fisico (Ilaria Falorsi – Italia),

Ilaria Falorsi

ci sono dinosauri e esplosioni (Chen Kuo Liu – Taiwan)


Chen Kuo Liu

e gelati di marmo (Studio Fludd: quartetto italiano Baratto – Maragotto – Gabelli – Sanguin),

Studio Fludd

c’è la lentezza (Kazuhisa Uragami, Giappone),

Kazuhisa Uragami

c’è l’equilibrio (Miguel Pang Ly, Spagna),

Miguel Pang Ly

c’è la notte (Fujita Mikiko, Giappone),

Fujita Mikiko

c’è la morte (Anna Forlati, Italia).

Anna Forlati

È un labirinto di stili, emozioni, interpretazioni. Istinto e tecnica si affiancano, in un alternarsi dinamico e vivo.
Finisce la mostra, sfociando in un mare azzurro che è la personale di Satoe Tone. Tante tavole, tutte della stessa dimensione, tutte orizzontali. Una tecnica spaventosa, fatta di sfondi infiniti, sfumature e colori gentili. Satoe è l’esatto opposto di Evelyne e Nina. L’errore è totalmente assente, il racconto passa innanzitutto dalla tecnica. Strumenti basici, velocità e segno per Evelyne e Nina. Lentezza, tecnica e colore per Satoe. Due opposti chiudono il cerchio, a rispondere a tutte le domande lasciate aperte dalla mostra.

Satoe Tone

Sono giovani, sono contemporanee, sono diversissime, ma la loro presenza in questo circuito calza alla perfezione. Per puro caso o per lampo di genio degli allestitori, queste due promesse dell’illustrazione contemporanea forniscono la chiave di lettura della mostra, da portare a casa e farne tesoro. Perché, nel loro essere opposte, il duo svizzero e la giovane asiatica rappresentano con straordinaria esattezza i due stati dello spirito: l’essere e il divenire. Satoe Tone è. Nina Wehrle e Evelyne Laube divengono. Ed è lo stesso alternarsi, tra essere e divenire, quello presente tra le opere esposte.

Per cui, se non siete stati selezionati, forse non “siete” del tutto o non “divenite” abbastanza. Se la vostra aspirazione è la tecnica, la staticità sublime che solo la vera maestria porta con sé, “siate”. Come Satoe. Aspirate al massimo vertice, perseguite con pazienza il vostro ideale di perfezione, diventate “maestri” con perseveranza e dedizione.

Se, invece, il vostro bisogno risiede nel concetto, nella comunicazione, nella mutazione interiore che deriva dal fare e andare oltre, “divenite”. Come Evelyne e Nina. Non ingabbiatevi in una tecnica, ma sperimentate e scoprite voi stessi attraverso l’esperienza, siate inventori e scopritori. Siate sinceri.

E gli occhiali da sole? Gli occhiali da sole sono lo strumento essenziale per non restare accecati. Perché nel balletto tra editori, illustratori e autori; tra vecchie conoscenze, nuove stelle e colossi, lo splendore con cui si viene a contatto è davvero molto. Perché alla Fiera del Libro di Bologna ci si va per “esserci”, incontrare vecchi amici e non essere dimenticati. Questo è quello che si pensa o che vogliamo far credere a noi stessi. In realtà, quello che alla Fiera accade è che si è lì per capire qualcosa. Degli altri e di sé stessi.

Evelyne Laube e Cristina Sitja Rubio

Alla Fiera si vedono in carne e ossa quelle persone che conosciamo per il loro lavoro. Alla Fiera sono tutte lì, fisicamente. Hanno un corpo e una voce. E brillano tutte. Non solo i grandi nomi, ma anche i talenti in erba, i disegnatori appena nati e conosciuti ai corsi. Alla fiera splendono, pieni di vita. E tu sei lì e vedi tutto. Vedi loro, vedi la mostra. Ti bruciano gli occhi. Volevi che non si dimenticassero di te e, invece, sei tu che neanche sai chi sei. Hai una percezione esatta di chi sono gli altri e del loro valore. Sei una pupilla che guarda all’esterno, ma non può vedere sé stessa. È questo che accade alla Fiera. È questo il bello.

Anzi, a ripensarci, gli occhiali da sole, l’anno prossimo, lasciateli a casa.

6 Risposte per “Alla Fiera del Libro di Bologna si va con gli occhiali da sole”

  1. 1 Anna Castagnoli
    7 Aprile, 2014 at 11:26

    Grazie Gloria! Molto interessante collegare Satoe e la coppia Laube-Weherle come due poli di una tensione tra stasi e movimento.

  2. 2 laura38
    7 Aprile, 2014 at 13:36

    “Se, invece, il vostro bisogno risiede nel concetto, nella comunicazione, nella mutazione interiore che deriva dal fare e andare oltre, “divenite”. Come Evelyne e Nina. Non ingabbiatevi in una tecnica, ma sperimentate e scoprite voi stessi attraverso l’esperienza, siate inventori e scopritori. Siate sinceri.”

    Mi colpisce tanto questo consiglio. Anche perché Evelyne e Nina lo fanno pur mantenendo una grande coerenza di fondo con il loro stile, indice immagino di grande consapevolezza (e maturità).

    Eh, quanta strada da fare.

  3. 3 Elisa
    7 Aprile, 2014 at 16:56

    Grazie per queste riflessioni. Anch’io trovo interessantissimo questo dualismo dell’essere e del divenire declinato nel mondo dell’illustrazione.
    Mi permette di guardare con occhi diversi illustratori che sento lontani dalle mie corde, che definisco troppo perfetti. In realtà è un’invidia pazzesca per la loro tecnica.
    E mi permette di abbassare i toni quando pretendo di rientrare nella categoria degli illustratori in divenire. Come dice Laura38, dietro ci sono montagne di consapevolezza e maturità.
    Grazie!

  4. 4 Donatella Ciani
    9 Aprile, 2014 at 17:31

    Che bei ricordi…e che belle immagini! Complimenti

  5. […] Ed ecco il secondo reportage, di Ilaria Falorsi. Con focus sul nuovo Padiglione 33 destinato ai ragazzi, le mostre presenti e la conferenza della Giuria della Mostra Illustratori. (Qui il reportage di Gloria Pizzilli) […]

  6. 6 roberta L.
    11 Aprile, 2014 at 10:39

    Grazie per il reportage! Quest’anno non sono riuscita ad andare alla Fiera e vedere queste immagini mi fa molto piacere.
    Ma è vero che quest’anno non c’era la biglietteria? Dal post leggo che c’era, ma via mail mi hanno scritto che i biglietti con la riduzione (che acquistavo sempre in Fiera) si potevano acquistare solo online.
    Grazie per il bellissimo post!