Avere un corpo, avere un sesso, averne due: il caso politico di Tous à poil! (Tutti nudi)

24 febbraio, 2014

IL FATTO

Jean-François Copé, politico francese in cerca di consenso da parte dell’elettorato di destra, il 9 febbraio scorso, durante una diretta (qui), è inorridito davanti a un libro illustrato per bambini intitolato “Tous à poil!” (Tutti nudi!), e ha chiesto che venisse tolto dagli scaffali delle scuole. Il libro faceva parte di una lista di libri consigliati alle scuole elementari da un’associazione che lavora per l’educazione alla parità di genere.
La miccia, già accesa dai dibattiti sul valore del programma ABCD  de l’égalité (ABCD dell’uguaglianza), è esplosa.


Claire Franek e Marc Daniau, Tous à poil! Edizioni Le Rouergue, Francia

ABCD de l’égalité è un programma sperimentale, sostenuto dallo Stato francese, che mira a combattere gli stereotipi di genere nelle scuole; programma che dagli inizi del 2013 ha preso il via in 600 classi pilota. Cito l’incipit del programma:

“Trasmettere dei valori di uguaglianza e rispetto tra ragazze e ragazzi, uomini e donne, è una delle missioni essenziali della scuola, alla base della possibile riuscita di tutti gli allievi, delle ragazze come dei ragazzi”.

Tommy Hammarsten

Il progetto è stato preso di mira in modo così virulento e confuso che, per qualche giorno, alcuni genitori non hanno mandato a scuola i figli, convinti che si volesse proporre loro un “cambio di sesso” (!).
In Italia, di recente, sono accaduti episodi simili:

Leggere senza pregiudizi”, progetto promosso nelle scuole venete da Camilla Seibezzi, delegata ai Diritti Civili del Comune di Venezia, che ha proposto alle scuole materne una lista di libri per educare al rispetto della diversità, progetto poi ferocemente attaccato dalla Udc (vedere video). Per un riassunto della vicenda, leggere  Sulle 49 cosiddette fiabe gay di Marnie Campagnaro. Oppure, gli opuscoli dell’Istituto Beck per gli asili e le scuole elementari, promossi dall’UNAR, che, in Umbria, hanno portato alcuni genitori a minacciare di togliere i figli da scuola (qui un articolo, e qui il PDF di uno degli opuscoli).

I temi sollevati da questi episodi sono diversi e complessi: vanno dalla necessaria educazione al rispetto per tutti gli essere umani, a prescindere dal loro orientamento politico, religioso, sessuale (“ABCD” e “Leggere senza stereotipi” mi sembrano andare in questa direzione), al desiderio di mostrare un corpo meno stereotipato (“Tous à poil!”), fino al tentativo di educare all’accetazione di diversi orientamenti sessuali, e alle differenze tra identità biologica e identità di genere (leggere gli opuscoli dell’Istituto Beck).

Claire Franek e Marc Daniau, Tous à poil! Edizioni Le Rouergue, Francia

Ma concentriamoci ora sul caso Tous à poil!, che mi sembra sintomatico.
Jean François Copé ha accusato il libro di diseducare al rispetto dell’autorità e, persino, di istigare alla pedofilia (?). Edito tre anni fa da Le Rouergue, il libro mostra molte persone di sesso, età e mestieri diversi (anche la maestra, il poliziotto, la baby-sitter…) mentre si liberano dai vestiti con allegria, svelando senza inibizione come è fatto il corpo.

I due autori del libro hanno spiegato a LeFigaro l’intenzione del loro progetto:
Abbiamo quattro bambini e ci siamo interrogati sulla questione (del corpo. N.d.r.). I bambini sono circondati da immagini di corpi più o meno svestiti: nella pubblicità, sugli autobus, sulle copertine delle riviste. Queste immagini sono spesso truccate, ritoccate, modificate dalla chirurgia estetica o da photoshop. Abbiamo voluto proporre uno sguardo più onesto sul corpo. Mostrando delle persone che fanno parte dell’ambiente e dell’immaginario dei bambini. E, soprattutto, lo abbiamo fatto con humor”.
Potete vedere i due autori in una foto provocatoria rivolta a Copé, qui sotto.


Gli autori di Tous à poil! Claire Franek e Marc DaniauCrediti, foto Rémy Artiges, Libération

Per difendere il libro e la libertà di espressione, tutto il mondo dell’edizione per ragazzi francese è insorto contro Jean-François Copé (insieme a loro, il Ministro dell’Istruzione + vari ministri e politici): lanciando messaggi, manifesti e campagne di diverso tipo e sapore. Come quella nella foto qui sotto, dove 14 professionisti (editori e librai) si sono spogliati usando i libri illustrati a mo di foglie di fico. Questo, meno ironico, è invece il manifesto della Charte des auteurs et des illustrateurs : La litterature jeunesse attaquée.

14 professionisti della regione francese Nord-Pas-de-Calais, in una campagna per appoggiare la libertà di espressione nei libri illustrati

Moltissimi illustratori, per protesta, hanno re-illustrato i classici della letteratura per ragazzi, però nudi. Potete seguire questa e altre proteste a sostegno di Tous à poil! sulla pagina facebook dedicata.


Claude Ponti, Tous à poil!

Un altro gruppo di genitori-illustratori, in controtendenza, ha dato il via a un progetto paradossale: tutto il governo nudo!
Questa la provocazione: i ministri e i politici che accusano JF Copé di essersi ridicolizzato a voler censurare un libro per bambini, sono così sicuri che si possano togliere i vestiti proprio a tutti? E se fossero loro a venir spogliati in un libro, lo troverebbero ancora divertente? Così, parodiando il libro, questi genitori-illustratori hanno spogliato anche i ministri. Insomma, c’è tutta la Francia in mutande (o senza) :-)
La domanda che questi genitori-illustratori volevano sollevare è: non ci sono proprio limiti? Si può davvero giocare con qualsiasi cosa, istituzione, valore, sotto il pretesto che un libro illustrato è divertente e innocente? Qui sotto potete vedere il ministro francese delle Funzioni Pubbliche… biotta.
(In realtà, c’è un errore di fondo in questa provocazione: spogliare un’istituzione: -la maestra, il poliziotto-,  non è un gesto che può essere messo sullo stesso piano dello spogliare una persona con nome e cognome).

Una parodia del libro Tous à poil con un ministro francese

Non mi interessa, qui, discutere dei risvolti politici della querelle, né di teoria di genere. Vorrei provare a fare un passo indietro e ragionare sul perché proprio dei libri per bambini si trovano al centro di questa ed altre battaglie. Per farlo, penso che Tous à poil!  sia una scelta (forse all’insaputa di Copé) perfetta.

IL SENSO DELLA NUDITA’

Vi dico perché è intrigante, secondo me, il libro accusato da Copé. Perché dice chiaramente che ci sono due corpi: uno pubblico e uno privato. Il corpo pubblico è un corpo vestito. Vestito di stereotipi, mode, stili, comportamenti, regole, che fanno i conti con una data società in un dato momento storico (oltre che con una classe sociale, un gruppo religioso, il sotto-gruppo di una famiglia, etc). Il corpo privato, invece, è un corpo spogliato, intimo come il rapporto che ognuno stabilisce col proprio io,  ed è sentito come peculiare, irripetibile, personale e diverso da tutti gli altri. Sarebbe interessante ritracciare una storia dell’umanità attraverso il rapporto che questi due corpi hanno intrattenuto.
In molti paesi il divario è sottilissimo, si pensi, ad esempio, al Giappone.

Edgar Degas, Cretesi contro spartani

La Francia è, per tradizione, una nazione dove la separazione tra corpo pubblico e corpo privato è molto rigida. Tutto un protocollo di regole ed etichette sociali sancisce, più rigidamente che altrove, come ci si deve comportare in pubblico.
In Spagna, come in altri paesi mediterranei, la separazione è meno rigida. Per fare un esempio, fino a poco tempo fa, in Catalogna, era legale andare in giro nudi per le strade di una città. Il signore qui sotto, con le mutande tatuate, lo si vedeva spesso per le strade di Barcellona. In inverno, si metteva i calzini. :)

Simbolicamente, un essere umano nudo è un essere spogliato di tutto quello che di più umano abbiamo: cioè, la cultura. Nudi sono gli animali. Nudi sono gli angeli quando cadono sulla terra perché Dio li ha spediti a vedere un po’ cosa significa essere uomini (Cosa fa vivere gli uomini, Tolstoj). Nudi sono i primitivi e la loro nudità, nella prospettiva dei colonizzatori, è segno di barbarie e inciviltà. Nudi sono i fedeli e i santi quando si liberano dell’inutile peso di una data cultura e tradizione (vesti, ornamenti, gioielli, simboli). Nudi erano, per eccellenza, Adamo ed Eva, prima che il frutto della conoscenza portasse loro il sentimento della vergogna.

Colonizzatori spagnoli in America
Giotto, San Francesco d’Assisi si spoglia davanti al papa

La nudità è anche simbolo di verità. E’ un bambino che grida Il re è nudo! nella bella favola di Andersen. Essere messi a nudo, significa, metaforicamente, essere ridotti alla propria verità ultima. Venir smascherati.
Il corpo pubblico e quello privato coincidono volentieri quando si è all’interno di una raffigurazione artistica. (Tutta l’arte è un grande, potente, oggetto transizionale winnicottiano, che si pone a metà strada tra la società e lo sguardo di un dato individuo). Ma anche nell’arte la nudità è concessa (e non in tutte le culture!) a determinate condizioni, sancite dalla legge o dalla tradizione. L’origine del mondo di Courbet aveva destato scandalo per quel primo piano così inusuale.

Giorgione
Gustave Courbet, L’origine du monde, 1866

I bambini, nelle raffigurazioni pittoriche, sono spesso nudi, anche quando hanno intorno adulti vestiti. Lo sono anche i putti e le fanciulle pubescenti. L’equazione innocenza-nudità è un tòpos della storia dell’arte.

Caravaggio

E’ lunghissimo l’elenco di simboli e significati che la nudità ha indossato nel tempo. Ma per riassumere, potremmo dire che nudi, in società, non si può stare. I due corpi, pubblico e privato, stanno insieme a fatica. Quando spogliarsi è concesso, lo è dentro confini ben precisi (una legge o un uso che lo consente in un luogo e tempo dati: un rito, un bagno pubblico, una spiaggia, una pubblicità, un quadro, il cerchio ristretto della famiglia o di una coppia).
Fuori da questo recinto, la nudità è sempre una provocazione.
Per riprendere l’immagine inziale dei due corpi, è come se, fuori dai margini in cui la nudità è legittimata, il corpo privato provocasse quello pubblico con il solo fatto di esserci. Il soggetto si mette, lui solo, con la sua forma precisa e irripetibile, di fronte all’insieme di norme che regolano e sanciscono il corpo pubblico, e ne sottolinea il divario (più o meno grande). Per prendere ad esempio il nostro Tous à poil!, il mago nudo non è così provocatorio come lo è un ministro nudo. Perché il corpo pubblico del ministro è molto pubblico, quindi il divario col suo corpo privato, più grande.

La nudità del corpo privato, con la sua forma irripetibile, basta da sola a mettere in discussione un sistema. La rivoluzione del 68, in questo senso, è stata esemplare. Insieme agli abiti ci si liberava degli abiti di un’intera società.

Un’attivista del movimento Femen

Non credo c’entri molto, con la provocazione del corpo nudo, la sua componente sensuale o sessuale (a meno di non dire che l’unicità dell’individuo è esattamente la cifra della sensualità e quindi della seduzione). Le fotografie degli ebrei nudi nei Lager nazisti non sono oscene perché quei corpi sono nudi: sessuati, o sensuali; ma perché in quella nudità possiamo leggere l’unicità e la fragilità di una singola persona, la sua irripetibilità nella storia. Non c’è equivoco, nonostante la magrezza dei corpi: ognuna di quelle persone non è intercambiabile con un’altra. Ognuno di quei corpi è il segno di un’unicità assoluta. Ed è proprio contro quell’unicità che si abbatte il peso schiacciante dei totalitarismi.

Forte come un orso, di Katrin Stangl, Topipittori: uno dei libri che l’Udc vorrebbe bandire dalle scuole veneziane

Ora, i bambini  sono, per la loro nudità, la loro inesperienza, la loro giovinezza, quanto di più provocatorio può esserci per il corpo pubblico. Un neonato ha la massima distanza possibile tra corpo privato e corpo pubblico. Il poco che ha di suo, è solo suo. Da quel momento in avanti la sua peculiarità si misurerà, mescolerà, confronterà con il corpo pubblico: un percorso necessario che darà forma alla sua specificità di persona e cittadino.

Journée de Roger, di M. Vanasek 1925

Secoli fa, quando tutto un popolo era da educare ai nuovi dettami della classe borghese, i bambini, i loro modi, la loro inciviltà, venivano  spesso paragonati al popolo, oppure, dopo le espansioni coloniali, ai selvaggi (leggete, a questo proposito, l’illuminante: Il bambino estraneo, la nascita dell’immagine di infanzia nel mondo borghese).
I fratelli Grimm hanno riscritto le loro fiabe cinque volte, adattandole ogni volta all’evoluzione lenta e radicale che ha visto mutare, nell’arco di pochi decenni, il rapporto tra adulti e bambini in Europa.
L’infanzia non è qualcosa di scontato o assodato: ha bisogno di essere inventata. Detto altrimenti, il corpo del bambino, essendo il più nudo dei corpi, è anche quello che ha maggiormente bisogno di essere vestito.


In the night of kitchen, Maurice Sendak

Il bambino nudo di In the night  kitchen di Sendak, del 1970, (che resta nudo per tutta la durata del libro) è un bambino che si ribella al destino culturale di diventare in fretta un buon borghese educato: rivendica una nudità che è simbolo di fantasia, originalità, irriducibile specificità. Ma non crediate che non sia, anche quell’infanzia libera e spregiudicata, un’invenzione adulta. Non se ne esce. “I bambini”, al plurale, non esistono. Ogni volta che sentite parlare di bambini al plurale, state sentendo parlare di corpo pubblico. Il corpo privato è sempre uno, unico, irriducibile a un sistema di pensiero. E’ un’esperienza e la conosce, nella sua verità, solo il soggetto che l’ha esperita.

Cartello contro la censura, in una libreria americana

Le società e i sistemi di pensiero, più o meno lentamente, cambiano. L’infanzia, da quando si è costituita come categoria sociale, è il terreno più fertile dove seminare nuove idee, o confermare le vecchie.
I libri illustrati veicolano questi cambiamenti. Non sono mai innocenti. Questo non significa che debbano venir censurati. La cultura è l’unico campo, oltre a quello del gioco, dove il corpo privato e quello pubblico possono incontrarsi, scontrarsi, parlarsi, modellarsi a vicenda senza farsi male sul serio (in Gioco e realtà,  Donald Winnicott scriveva che l’oggetto transizionale, il gioco e la cultura svolgono, in un certo senso, la stessa funzione). La mancanza (o l’interdizione) di questo esercizio di confronto genera solitudine e povertà di pensiero nel corpo privato, modelli totalitari nel corpo pubblico. Le due cose vanno sovente insieme.

Questo è quello che penso. E sul tema del genere, che oggi compendia dibattiti molto complessi, come quelli sull’identità sessuale, sull’educazione civica nelle scuole, sul matrimonio e la genitorialità omosessuale, penso questo: al di là di mode e costumi di un’epoca, la vera cartina tornasole di una società è il modo in cui viene rispettato, ascoltato, non deriso, il corpo privato.

Dal film Tomboy

26 Risposte per “Avere un corpo, avere un sesso, averne due: il caso politico di Tous à poil! (Tutti nudi)”

  1. 1 andrea
    24 febbraio, 2014 at 11:36

    Anna, scrivi:
    “I temi che portano in campo queste querelle sono diversi e complessi: vanno dalla necessaria educazione al rispetto per tutti gli essere umani, a prescindere dal loro orientamento politico, religioso, sessuale [...]fino al tentativo di imporre l’ideologia di una teoria di genere, cioè l’idea che l’orientamento sessuale sia culturale e abbia poco a che vedere con l’identità biologica della persona (vedere gli opuscoli dell’Istituto Beck).”

    E’ doverosa una precisazione. C’è una mossa che nella retorica classica era chiamata “l’uomo di paglia”. Consiste nell’attribuire all’interlocutore un’opinione particolarmente ingenua (e in tutti i casi non sua) per poterlo attaccare con facilità. Insomma non si parla con l’interlocutore, ma con un suo fantoccio fabbricato ad arte.
    Questa mossa è usata dai fanatici religiosi che hanno costruito un discorso delirante chiamato “l’ideologia del gender” secondo cui filosofe come Judith Butler sosterrebbero che l’individuo non ha una propria identità di genere, ma questa sarebbe costruita/imposta dalla società. Questa è disonestà intellettuale bella e buona, basterebbe pensare che la gender theory nasce proprio dall’osservazione della transessualità, cioè il caso in cui l’individuo, sotto la spinta di una innata identità di genere, rivendica socialmente una verità sulla propria identità sessuale.
    E’ davvero stupefacente come le persone, anche colte, prendano tranquillamente per vero il fantoccio concettuale dei fanatici religiosi, senza riuscire a distinguerlo da un discorso di assoluto buon senso in cui si ragiona sulla dinamica tra natura e cultura nella costruzione di ciò che viene chiamato sistema di sesso-genere – qualcuno ricorda il vecchio motto della Beauvoir “donna non si nasce, lo si diventa”? Così si finisce per pensare che davvero l’istituto Beck abbia prodotto dei libretti cretini. Invece per una volta si era visto qualcosa di buono in Italia (subito stroncato, ovviamente). Forse dobbiamo aspetteremo altri giovani che si lanciano dalla finestra o si impiccano?

    Detto questo, vedendo il tizio dalle mutande tatuate ho fatto un balzo sulla sedia. Lo incontrati una sera anni fa mentre andavo a cenare alla Barcelloneta con la fidanzata (che a pensarci adesso sembrava Arisa). Stessa dinamica del sacchetto davanti. Avevamo fatto una faccia tutti e due…

  2. 2 Benedetta Marasco
    24 febbraio, 2014 at 11:42

    Sono d’accordo con te, e il tuo articolo mi è piaciuto molto. La questione è il rispetto della persona, del corpo privato. Apprezzo il punto di vista che proponi, lo trovo molto intelligente e accogliente, oserei dire rassicurante. Trovo che se si riuscisse a porre l’attenzione sulla persona, non ci sarebbe bisogno nemmeno di parlare di genere, o di minoranze. Il libro in questione peraltro, da quello che ho visto è veramente ironico e delicato. I bambini non hanno l’idea del corpo come di qualcosa di pruriginoso, per loro toccarsi un orecchio o i genitali è equivalente nel significato.C’è bisogno di più cultura, attenzione, rispetto, e anche ironia. grazie Anna.

  3. 3 Anna Castagnoli
    24 febbraio, 2014 at 12:05

    Grazie Benedetta. Mi è costato una settimana di pensieri e riflessioni decidere come portare l’argomento su questo blog. Volevo che tutti si sentissero accolti. Si può anche avere paura dell’omosessualità, senza venir subito attaccati e etichettati come omofobi. La cultura del rispetto è un lavoro che ognuno di noi deve fare per primo e verso chiunque.

    Andrea:
    grazie dell’informazione, per carità! ho corretto subito la frase. Non sono colta in questa materia, sono ignorante. Ti chiedo se così pensi che possa tradurre meglio le intenzioni dell’Istituto Beck:
    “fino al tentativo di educare all’accetazione di diversi orientamenti sessuali, e alle differenze tra identità biologica e identità di genere”
    Ti dico questo: Quando ho iniziato questo post ero convinta di essere molto aperta:
    per me l’omosessualità è qualcosa di pacifico. (In generale, mi interessa poco. Se penso ai miei amici gay, li ho scelti per affinità e qualità che non c’entrano nulla con il loro orientamento sessuale).
    Sono favorevole al matrimonio gay e alla genitorialità gay (vivere in Spagna da 6 anni, dove entrambe le cose sono legali, mi ha aiutato in questo).
    Penso anche che sia NECESSARIO educare al rispetto e all’accoglienza della diversità nelle scuole, soprattutto in Italia (oltre che educare a pensare!).
    Chiarita la mia posizione, devo dire che quando ho letto gli opuscoli dell’Istituto Beck, mi sono sembrati ideologicamente molto forti e perentori. Ho traballato persino io.
    Mi sono confusa e ho fatto fatica a capire quello che pensavo davvero, che è poi quello che ho scritto nel post.

  4. 4 AlmaCattleya
    24 febbraio, 2014 at 13:18

    Ho sempre trovato il corpo nudo come una splendida opera d’arte, potente e simbolica, corpi non perfetti, con le loro pieghe, le loro cicatrici. Sono splendidi questi corpi. Trovo splendidi i corpi delle bagnanti di Renoir: quelle donne sono così confidenti con se stesse. Quando c’è stato quel casino della madre nuda che si è fotografata con i suoi due bambini, anch’essi nudi, io ho scritto: “Se davvero volete vedere della pornografia, guardate le foto di Irina Ionesco a sua figlia Eva poi fate il confronto.”
    Per quanto riguarda l’omogenitorialità, è davvero incredibile vedere che quelli che sono contrari dicono che si devono difendere i bambini mentre i bambini interpellati non ci vedono nulla di male e riportano quello che hanno detto i loro genitori

  5. 5 giovanna
    24 febbraio, 2014 at 13:29

    Sono d’accordo con quel che scrivi, Anna.

    Per quel che mi riguarda il discorso è tragicamente complicato dall’immagine del corpo nella comunicazione pubblicitaria e commerciale. Per qualche ragione questo terreno è considerato di pertinenza non della collettività, della socità e della cultura, ma dei soli consumatori, per i quali, si pensa, tutto è lecito. Vale a dire, donne, uomini e bambini nudi, se lo scopo è vendere biancheria intima o biberon, ci vanno benissimo. Su qualsiasi altro medium appaiano, in merito a qualsiasi ambito della vita, invece ecco che accade il finimondo. Come se la comunicazione commerciale fosse una “riserva privata di caccia” dove tutto è lecito. In questo c’è una ipocrisia minacciosa, inquietante.

    Per quanto riguarda gli opuscoli dell’Istituto Beck per gli asili e le scuole elementari, promossi dall’UNAR, secondo me sono una buona iniziativa. Trovo tuttavia che nell’additare al loro interno le fiabe classiche come letture da evitare in quanto portatrici di stereotipi di genere, per quanto sia un punto di vista comprensibile lo trovo alquanto limitato. Sappiamo tutti che le fiabe sono un genere letterario antichissimo, che nascono e si evolvono per ragioni complesse, che toccano nuclei del profondo che tutto sono meno che stereotipi: appiattirle per farne un argomento facile da impugnare mi sembra una caduta di stile che fra l’altro per chi è tanto attento alla verità delle argomentazioni poteva essere evitata. Sarebbe un po’ come dire che si sconsiglia ai ragazzi la lettura di “Zanna Bianca” in quanto lettura che incentiva il fenomeno del randagismo. Sono posizioni rigide e ideologiche che andrebbero evitate.

  6. 6 Andrea Alemanno
    24 febbraio, 2014 at 13:32

    Bell’articolo che fa pensare.
    Mi diverte l’idea dello scandalo sulla nudità.
    In fondo paperino va in giro solo con una camicetta eppure quando esce dalla doccia mette l’asciugamano intorno alla vita. La sua nudità è decisamente pubblica…
    Credo che di fondo per quanto riduttivo, la malizia nel nudo è in chi guarda.
    Esiste un mini quiz di Nssmag.com (credo si chiami “moda o porno?”)che prende un particolare di una foto e bisogna capire da quello se si tratta di una scena porno o di moda. Garantisco che il limite è veramente nebbioso.
    La nudità viene abusata per fini decisamente bassi (anche più bassi rispetto a dove si trovano queste nudità) e credo che educare al corpo, al sapere come si è e quali differenze esistano sia fondamentale per una crescita di un individuo consapevole (le patunie mentali credo che ci saranno sempre ma derivano anche da altre cose..)
    Andare in mutande in metro una mattina diverte, ma far vedere un nudo in un libro no? Eppure ci si gira a vedere l’uomo con la cassa di cocacola in spalla che esce dall’ascensore così come la modella coi tacchi che passa per strada, e sono vestiti ed è peggio quel gesto.

  7. 7 marta farina
    24 febbraio, 2014 at 13:33

    ANNA, COME SEMPRE UN POST SPLENDIDO RICCHISSIMO DI SPUNTI DI RIFLESSIONE. GRAZIE PER IL PREZIOSISSIMO LAVORO CHE FAI.

  8. 8 andrea
    24 febbraio, 2014 at 13:46

    Anna, c’è ormai un generale consenso scientifico su omosessualità e transessualità (che sono due cose molto diverse, nonostante questo la seconda è spesso ridotta alla prima). O meglio ci sono associazioni autorevoli che riescono ad esprimere questo consenso. Intendo American Psychological Association, American Psychiatric Association, World Professional Association for Transgender Health, eccetera. E’ un consenso formato sulla base di anni di ricerche empiriche e esperienza clinica che riguardano omosessualità, omogenitorialità, disforia di genere.
    Quello che è scritto in quell’opuscolo è semplicemente lo stato dell’arte della ricerca. L’umano, sotto l’aspetto dell’identità sessuale, è ciò che descrivono.
    Però come sai anche tu bisogna fare i conti con un problema che è riassunto brillantemente da una frase di Milton Diamond “Nature loves variety. Unfortunately, society hates it”.

    Scusami, ma ho un atteggiamento imbarazzato. Ho l’impressione di dare l’impressione di giudicare e mettere sotto accusa. In realtà si fa una gran fatica a dire queste cose, che sono molto complesse, si scontrano con l’educazione che inevitabilmente abbiamo ricevuto, insomma ci toccano molto profondamente. Lo scrivo perché ho avuto l’impressione (tutte impressioni) che tu ti volessi scusare, ma non penso proprio che tu abbia fatto qualcosa di male, tantomeno penso di attribuirti delle etichette di chissà quale fobia (non mi passa per la testa). Spero che queste parole siano utili per darti l’impressione che non ho cattive impressioni.

    Comunque sì sì, mi sembra scritto benissimo.

  9. 9 rosaria
    24 febbraio, 2014 at 13:53

    Grazie, aspettavo questo post, e io che ti seguo silenziosamente da tempo mi interrogavo spesso sul tuo punto di vista, “educare al rispetto e all’accoglienza della diversità nelle scuole, soprattutto in Italia” è questo che serve.

  10. 10 Davide Bisi
    24 febbraio, 2014 at 19:15

    Molto bello questo dibattito,mi faccio piccolo piccolo però e non mi addentro troppo con le mie opinioni in merito perché farei forse fatica ad esprimerle in modo sintetico comunque sono moooolto d’acordo con quanto scritto, da Anna, da Andrea e da altri. Sopratutto sono d’accordo che il corpo nudo sia un’opera d’arte che oggi è spesso disumanizzata dalla pubblicità, da internet ecc.
    Cesusare il libro “Tutti nudi” penso sia un peccato, io lo trovo molto bello e molto utile anzi. Un modo per parlare del proprio corpo senza implicazioni sensuali o eroticizzanti: cosa del tutto estranea dai bambini. Un modo per far vedere ai piccoli che il corpo nudo è naturale non sbagliato e non tabù, ma che si deve saper usare bene, un modo per introdurre argomenti come pudore, vergogna, pubblico privato … poi le illustrazioni le trovo di un’ironia incredibile (e l’ironia si sà è solo per le persona intelliggenti) sopratutto confrontandole con la visione assolutamente distorta che la società propone del corpo e del suo uso.
    Grazie come sempre Anna e complimenti per i commenti maturi e illuminanti di tutti.

    Davide

  11. 11 Anna Castagnoli
    25 febbraio, 2014 at 12:08

    @Giovanna:

    Sulla pubblicità hai ragione. Questa sdoganatura non è solo inquietante, è la cifra dell’opacità con cui una società percepisce se stessa. Si dà per scontato che la pubblicità abbia poco a che fare con quell’apparato di produzione di valori che è la cultura, la scuola e l’educazione. C’entra con la merce. E’ altro. L’attenzione è spostata sul prodotto e tutto il resto passa con impunita baldanza tutti i filtri di attenzione, e arriva dritto all’inconscio imponendosi come modello corretto. Ma questo già lo denunciava negli anni’60 Vance Packard nei Persuasori occulti.

  12. 12 Anna Castagnoli
    25 febbraio, 2014 at 12:16

    Sugli opuscoli dell’UNAR:
    La sensazione che ho è che ci sia un paradosso. Alcuni (anche in Francia la diatriba verte su questo punto) sostengono che il bambino non sia una “pasta da modellare”: ha una sua identità che, senza modelli culturali, andrebbe spontaneamente verso una identità di genere o un’altra (non vedo bene come, ma supponiamo che sia così).
    Per far sì che si senta più libero di trovare la sua strada, bisogna che si accantonino i modelli di femminilità e mascolinità in uso (veicolati dalle fiabe classiche, ad esempio. Basta principesse. O dalla pubblicità), perché sono quei modelli che hanno portato all’ineguaglianza di genere. Allora, ne vengono sostituiti (o affiancati) altri. Quello che mi sembra un errore epistemologico è che questi nuovi modelli sono di nuovo dei modelli! E forse tra 60 anni verranno additati e accusati di essere coercitivi di chissà quale nuova forma di libertà dell’essere.
    Facebook, negli Stati Uniti (presto anche in Europa) ha esteso a 50 le categorie di identità di genere da scegliere nel profilo personale.
    Le trovate elencate qui: http://www.ilpost.it/2014/02/14/facebook-identita-genere/
    Si potrebbe lanciare un sasso e chiedere perché ci sia così bisogno di dare nomi a un’identità di genere. Come dice Andrea, come confermano le ricerche, e come già aveva dimostrato quel pioniere che è stato Alfred Kinsey, la natura ama la varietà.
    Forse Facebook poteva togliere le categorie di genere per essere politicamente più corretto. Paradossalmente, io potrei non riconoscermi in nessuna di quelle 50. Anzi, ne vorrei una a mio nome personale. Identità di genere: “Annesca” :)
    Non si può prescindere dai modelli culturali.
    E’ questo che forse mi ha un po’ infastidito degli opuscoli dell’UNAR. Fanno il punto di una posizione scientifica ed etica, ma senza un po’ di prospettiva, senza aprire la possibilità a una riflessione più ampia sui modelli che poi determinano la nostra identità, sulla loro necessità, sulla loro relatività storica, o funzionalità sociale).
    Questo errore di fondo, secondo me, dà la stura al fanatismo e alle ideologie, con tutta la perdita di ricchezza e sfumature che invece vive tra le maglie di questi assunti.
    E’ quello che ho voluto dire nel post. Ma non so se riesco a spiegarmi bene.

    @ tutti gli altri: grazie per i commenti!

  13. 13 andrea
    26 febbraio, 2014 at 14:54

    Anna, quelle di facebook non sono cinquanta identità di genere, sono invece cinquanta lemmi che appartengono a tradizioni diverse direi dell’area nordamericana. Per esempio “two spirit” è un termine della tradizione indiana e indica una persona transgender per come si può essere transgender nella tradizione degli indiani d’america (ma è anche un termine ripreso al di fuori di quella cultura).
    Alcune di quelle voci riguardano anche te: cis, cisgender, cisgender female (cisgender significa avere corrispondenza tra identità di genere e corpo sessuato).

    Ora, tu chiedi perché non dovrebbe esserci anche una identità specifica per te che chiami “Annesca”?
    La risposta è semplice: perché tu non ne hai alcun bisogno, i sessi sociali sono già concepiti a tua immagine e somiglianza, tecnicamente tu hai già una “soggettivazione” che garantisce i tuoi diritti umani e una vita degna di essere vissuta.
    Per altre persone non è così. Per esempio le persone “intersex” proprio perché non riconosciute (dalla società ‘normale’, dai suoi medici, psichiatri e giuristi) pienamente come soggetti, subiscono mutilazioni genitali da neonati.
    Le persone transessuali non possedendo come te una soggettività piena, in Italia sono costrette – quando va bene – alla sterilizzazione per avere un nome corrispondente alla loro identità di genere sui documenti.
    Le persone gender variant/gender nonconforming sono per esempio bambine e bambini che non aderendo agli stereotipi di genere come si aspettano i genitori vengono portati in cliniche dove applicheranno loro terapie “riparative”.
    Sono solo alcuni esempi, potrei andare avanti per ore sui guasti che provoca la mancanza di soggettivazione.

    Come vedi l’argomento della dimostrazione per assurdo (che in sostanza riduce il continuum dell’identità di genere a un’ubbia del tutto soggettiva) è facilmente superabile riportando le parole a situazioni reali – di cui la maggior parte delle persone non ha la minima conoscenza vivendo vite segregate tra i loro uguali.

    Per il resto non riesco a capire la tua critica agli opuscoli dell’istituto Beck:

    “fanno il punto di una posizione scientifica ed etica, ma senza un po’ di prospettiva, senza aprire la possibilità a una riflessione più ampia sui modelli che poi determinano la nostra identità, sulla loro necessità, sulla loro relatività storica, o funzionalità sociale”.

    A parte che non mi pare si faccia dell’etica, sono semplicemente informazioni e proposte di attività in classe. Poi bisogna pensare alla funzione che hanno quei libretti: dare informazioni agli educatori per evitare violenze e macroscopici difetti di soggettivazione (che sono comunque violenze verbali per omissione, reticenza, invisibilizzazione). Non sono insomma uno studio di genere su una qualche cultura, per la quale ci sono libri specifici.

  14. 14 Anna Castagnoli
    26 febbraio, 2014 at 16:21

    Andrea, grazie mille per la spiegazione.
    Mi fa piacere discutere di questi temi: penso che, come me, ci siano molte persone poco educate a riflettere su questi temi ed è importante farlo.
    Penso un po’ e poi ti rispondo.

  15. 15 fran
    28 febbraio, 2014 at 8:50

    lavoro in una biblioteca scolastica di una scuola primaria. secondo voi dovrei acquistare il libro “tous a poil” e metterlo sullo scaffale?

  16. 16 Anna Castagnoli
    28 febbraio, 2014 at 10:15

    Fran, sarebbe molto più interessante se ci dicesse cosa farebbe lei.

    Personalmente, trovo Tous à Poil un libro bruttino. In generale, non mi piacciono gli album nati da un’esigenza pedagogica. Preferisco quelli nati da un’esigenza creativa meno chiara, più interna e viscerale. Ma è gusto mio.
    Il realismo anatomico-descrittivo mi sembra che inscriva il libro nella serie “libri del fare quotidiano” (quelli dove c’è un bambino che si lava i denti, poi si mette le babbucce, poi va a dormire, etc). Un genere di libro nato nell’ottocento con scopi pedagogici (l’immagine di La Journée de Roger non l’ho scelta a caso).
    Se trovassi Tous à poil sullo scaffale di una biblioteca per bambini non mi darebbe fastidio, penserei solo che è un libro pedagogico.
    Se fossi la bibliotecaria di quella biblioteca, forse lo consiglierei in concomitanza con un libro anatomico che insegna come è fatto il corpo e lavorerei coi bambini su come è fatto il corpo.

    Mio nonno e mio padre, da piccola, quando avevo paura di qualche figura adulta per il ruolo che rivestiva (maestra, vigile, dottore) mi ripetevamo una filastrocca in dialetto piemontese che vedeva re, principi, professori, tutti a far la cacca. Più o meno finiva con “Ricordati che lor pur fan la cacchina”. Era divertente e quella filastrocca mi aiutò da piccola, ma anche da adulta. Durante gli esami all’università fu un’arma potentissima per vincere la paura.

  17. 17 andrea
    28 febbraio, 2014 at 15:46

    Fran, a esibirlo sullo scaffale di una scuola primaria italiana, secondo me rischi sanzioni disciplinari o perlomeno polemiche e gogna mediatica.
    Tieni presente che pochi giorni fa i carabinieri a Riccione hanno arrestato alcune persone, facendo irruzione in un locale, soltanto perché stavano ripetendo una celeberrima performance di Marina Abramovi? con corpi nudi. Se non passa il nudo in ciò che è straconsacrato come arte, figurati dei disegni realistici di nudo pensati per i bambini.

  18. 18 andrea
    28 febbraio, 2014 at 15:47

    Fran, a esibirlo sullo scaffale di una scuola primaria italiana, secondo me rischi sanzioni disciplinari o perlomeno polemiche e gogna mediatica.
    Tieni presente che pochi giorni fa i carabinieri a Riccione hanno arrestato alcune persone, facendo irruzione in un locale, soltanto perché stavano ripetendo una celeberrima performance di Marina Abramovi? con corpi nudi. Se non passa il nudo in ciò che è straconsacrato come arte, figuriamoci dei disegni realistici di nudo pensati per i bambini.

  19. 19 andrea
    28 febbraio, 2014 at 15:50

    Ups, ho postato per sbaglio due volte.

  20. 20 sara
    28 febbraio, 2014 at 18:57

    Cara Anna, mi sono, con enorme piacere, sentita involontariamente citata in questo articolo bello e, da parte mia, necessario. “Leggere senza stereotipi” http://www.scosse.org/leggere-senza-stereotipi/, infatti è la bibliografia di albi illustrati per 0-6 anni che da un paio di anni curo con delle colleghe dell’associazione SCOSSE che pubblichiamo sul nostro sito, aggiornandola costantemente e che nell’ultimo anno è stata adottata da un numero sempre maggiore di biblioteche, librerie, associazioni che si occupano di lettura ad alta voce, insegnanti … mentre il progetto tanto avversato in Veneto all’inizio di quest’anno è Leggere senza pregiudizi proposto da Camilla Seibezzi.
    Comunque è evidente che se in Italia qualcosa si muove, e lo dico con gioia ed entusiasmo, qui come in Francia (e a scriverlo appare già eufemistico, qui il Vicariato ci sta regalando contromosse forse migliori)si sono abbattuti gli strali su progetti volti prima di tutto, come nel caso di quello che stiamo svolgendo noi a Roma, a riconoscere la centralità della scuola, della qualità delle relazioni con gli adulti e tra pari e delle narrazioni che vengono proposte nella primissima infanzia, per tutelare la scoperta e la costruzione di identità (di genere, ma l’identità è poi difficile scorporarla …)che siano libere da stereotipi e pregiudizi, il cui destino sia quindi in qualche modo segnato.
    Da gennaio è infatti iniziato il corso che, come SCOSSE, abbiamo proposto al comune di Roma Capitale come formazione obbligatoria, rivolto al momento a 200 tra educatrici di nido e maestre di scuola dell’infanzia. La soddisfazione è davvero grande, l’entusiasmo con cui ci ripagano le corsiste e lo scambio con un numero così elevato di insegnanti che lavorano in luoghi tanto diversi di una città grande ed eterogenea come Roma, fanno di questa esperienza una sperimentazione davvero preziosissima. Eppure si sono subito alzate nubi minacciose sul lavoro che stiamo svolgendo. Qui potete trovare una panoramica a campione sugli attacchi che finora ci sono stati rivolti http://www.scosse.org/il-vicariato-attacca-la-scuola-fa-differenza/.

    Eppure l’inattesa risposta positiva, coinvolta e coinvolgente delle insegnati (di 200 non abbiamo neanche un uomo)mi riconsegna una convinzione maggiore di prima riguardo la necessità di portare queste tematiche nelle scuole, e non più, come è stato finora, nella forma di piccoli progetti pilota isolati tra di loro, ma su larga scala.
    Da questo punto di vista riconosco tutta la lungimiranza del comune che, come detto, lo ha inserito nell’offerta formativa obbligatoria.

  21. 21 sara
    28 febbraio, 2014 at 23:35

    … aggiungo che proprio perché condivido molto profondamente il tuo approccio a queste tematiche(o condivido molto profondamente il tuo approccio perché…? ) , uno dei focus dei nostri corsi riguarda proprio l’ingresso del corpo a scuola (in primo luogo al nido), vale a dire in quel luogo deputato, in questa fase storica , di famiglie mononucleari e con uno o pochi figli più che mai ,alle esperienze collettive e alla condivisione tra pari. Il corpo con tutto il suo carico di individualità, di sensualità, con i segni che il tempo vi lascia, con la sua mutevolezza, le sue analogie e le sue unicità, con le pudicizie e gli esibizionismi che determina, soprattutto a quest’età. E anche questo lavoro, le collaborazioni che ha portato con sé e le reazioni e contaminazioni delle insegnanti sono un’esperienza che varrebbe la pena estendere e divulgare.

  22. 22 laura
    5 marzo, 2014 at 1:48

    complimenti per il bellissimo sito!
    sono di passaggio e ho dato una letta sommaria sia al post che ai commenti.
    quindi non entro nel merito, tanto più che il libretto in questione non l’ho letto.

    però quando ho letto nel post di sara “l’ingresso del corpo a scuola (in primo luogo al nido)” ho subito ricordato che mio figlio vedeva la gente “colorata” (vedeva i colori dell’aura…??) prima che al nido lo mettessero davanti a un poster e gli insegnassero a “essere un corpo” e “percepire il corpo” come unico aspetto della sua visione.
    da quel giorno, per lui, le persone non furono più “gialle”, “rosa”, “verdi”, ma con i capelli biondi, con il maglione bianco.

    attenzione.

    impariamo a percepire della realtà ciò che gli altri ci dicono sia “vero”, attraverso la descrizione che ne fanno.

    attenzione al “corpo nel nido”.

    saluti

  23. 23 Anna Castagnoli
    5 marzo, 2014 at 11:16

    @Sara: Grazie mille Sara per la tua preziosa testimonianza.
    Correggo il titolo del progetto veneto lasciando la correzione, così resta coerente col tuo commento.
    Trovo fondamentale che la scuola insegni valori civici, la sola cosa che ancora non mi è chiara (ed è anche la ragione per cui ancora non ho risposto ad Andrea) è come si possa educare senza trasmettere stereotipi.
    Trovo pertinente il commento di Laura: qualsiasi visione della realtà che proponiamo è per forza di cose viziata da stereotipi attraverso i quali leggiamo, filtriamo e interpretiamo il mondo.

  24. 24 Chiara
    12 marzo, 2014 at 18:46

    E’ il terzo post che pubblico sul blog. Su questa discussione qualcosa di fondamentale e irrinunciabile per la messa a fuoco del tema mi sfuggiva e mi sono risolta comodamente per tacere. Ma a chi interessano i blog dove tutto torna e i consensi si sprecano? E allora eccoci al dunque: 1) sull’albo illustrato “Tous à poil!”. La rappresentazione del nudo, anche quando passi da un’intenzionalità realista resta comunque, in quanto rappresentazione, un arte-fatto. C’è tutta la soggettività della “visione”. Ma qual’è, in sostanza, il centro di questa visione? di cosa parla davvero il libro? E’ stato illuminante per me ricordare la magistrale ricerca di Giorgio Agamben (filosofo più volte citato su LFDL) contenuta nel saggio Homo sacher (il potere sovrano e la nuda vita). Anna, questo libro non è semplicemente “bruttino”, è mortificante. E non perché si tratti tout-court di un libro pedagogico ma perché al suo centro è messa la nuda vita. La nuda vita di agambeniana definizione. La premessa è stata: “Non mi interessa, qui, discutere dei risvolti politici della querelle, né di teoria di genere. Vorrei provare a fare un passo indietro e ragionare sul perché proprio dei libri per bambini si trovano al centro di questa ed altre battaglie”. Qui, invece, mi sembra proprio stia il punto, sul risvolto “politico” delle battaglie che riconfermano, con forza, l’orizzonte biopolitico della modernità. Tutto, in questo tristo libro per bambini e nei suoi alleati (le pappe, le nanne, le cacche, fratellino e sorellina e via di seguito), fa della nuda vita il suo soggetto privilegiato e ciò è quanto basta al potere per tradurlo ancora nel corpo bio-politico vero protagonista della scena politica attuale. 2) Sugli opuscoli dell’UNAR. Temo un po’ la deriva ideologica; ma qui è un sentore emerso con chiarezza anche da alcuni interventi che hanno, molto opportunamente, colto un intento pretestuoso nella critica al presunto contenuto normalizzante delle fiabe classiche. Possono essere confusi “archetipo” e “stereotipo”? E quale altro fine avrebbe la discussione sul sesso degli angeli se non quello di farli precipitare a terra?

  25. 25 Anna Castagnoli
    13 marzo, 2014 at 10:17

    Chiara, grazie, mi piace molto la tua lettura e la condivido.
    Credo che la bruttezza del libro Tous à poil, però, non stia nell’oggetto che riproduce (la nudità) ma nello stile realista col quale la nudità è trattata. E questo è molto interessante, perché apre un discorso sullo stile e sulle forme della rappresentazione della realtà (o delle forme della rappresentazione della realtà così come sono state codificate dal rinascimento in poi).
    Se lo stile fosse stato diverso (immaginalo illustrato da Quentin Blake, ad esempio) avresti avuto questa sensazione di “nuda vita”?
    Quello che io volevo dire nel post, è che i libri di questo stampo pedagogico, che più di altri veicolano un’idea politica di realtà, non sono meno falsificatori e falsati, rispetto a una supposta verità del mondo, di quelli in cui la rielaborazione della realtà è più fantasiosa.
    Per capirci, Nel paese dei mostri selvaggi di Sendak è un libro morale (anche se superbamente più bello e complesso), e veicola stereotipi sull’infanzia con altrattanta sicumera.
    La mia conclusione, dopo averci pensato a lungo, è che l’unica verità è quella che appartiene al soggetto, ed è in qualche modo intraducibile, mai codificabile in modo esaustivo.
    Tutto il resto è in misura maggiore o minore, nuda vita (o, come l’ho chiamata io, corpo pubblico).
    Ma non sono sicurissima dell’esattezza del mio pensiero.
    Ora vado a rileggermi il libro di Agamben che citi, che credo di aver già letto (se è quello sulla nudità), e penso ancora un po’.
    Ci dai i link del tuo post?

  26. 26 Chiara
    13 marzo, 2014 at 17:26

    http://www.einaudi.it/libri/libro/giorgio-agamben/homo-sacer/978880617026

    La nuda vita è una vita spogliata (ma non dai vestiti)…
    Sarebbe da capire se c’è un collegamento tra la comparsa storica di un certo tipo di libro pedagogico e l’affermazione, tutta moderna, di una politica che è ormai bio-politica. E forse ancora, stando alla tua attenzione sullo stile, capire come, e se, tutto ciò sta anche in rapporto con la rappresentazione visiva che in quei libri si trova.