Il reale si fa astratto. Parte 5. Il linguaggio delle forme

21 Ottobre, 2013

“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è.” Paul Klee

Paul Cox, sculture alfabetiche

So che non è un bel gioco (anche se da bambina lo facevo spesso), ma immaginate per gioco di diventare ciechi. Avrete da disimparare come vedevate il mondo prima, dovrete imparare a guardare in un modo nuovo: principalmente, con le mani. Scoprirete che un tavolo di legno è caldo, un piatto di ceramica freddo, scoprirete rugosità nel muro del corridoio che vi diverranno a poco a poco familiari, e imparerete a voler bene a quelle rugosità, a considerarle come un discorso che il muro vi fa per dirvi: ora gira, ora rallenta, ora fermati, ora guardami.

Beatrice Alemagna, Storia di una goccia, Donzelli

Beatrice Alemagna, Storia corta di una goccia, Donzelli

Imparare a guardare l’arte astratta, imparare a guardare e capire la composizione di un quadro, quelle forze e resistenze che animano la superficie piatta al di là dei contenuti rappresentati e riconoscibili (una natura morta, un tavolo, una sedia) comporta lo stesso difficile, abissale, cambio di punto di vista.

Nessuno può dire con esattezza cosa prova un bambino quando guarda un’immagine, anche se la scienza, ormai, sa quantificare la sua attenzione. Ma sono sicura che il suo guardare è “tattile”, perché mi ricordo in prima persona di come le superfici delle immagini davano un piacere che potrei paragonare solo a quello del tatto.
Nell’adulto si cristallizzano delle modalità di visione affatto diverse, rispetto al bambino. Paul Valéry scriveva che noi (adulti) guardiamo più attraverso i concetti che attraverso gli occhi. Se guardassimo attraverso gli occhi, passando vicino a una casa, vedremmo un concerto di linee che si spostano, danzano e si muovono: invece vediamo solo “la casa”. Vediamo solo il concetto di casa. Cioè, non vediamo.

Per darvi un esempio di quanto sia affatto diversa la visione dell’adulto da quella del bambino, Riccardo Falcinelli, nel suo prezioso libro Guardare, pensare, progettare, neuroscienze per il design, scrive che da alcuni test  è emerso che un bambino molto piccolo non sembra ancora associare il rimpicciolirsi di una persona che si allontana a un effetto prospettico: pensa che la persona si rimpicciolisca davvero!

Illustrazione di Alice, di Sir John Tenniel

Liberarsi dalle strutture abituali di percezione, per molti adulti, è un’operazione difficilissima.
Amare e capire l’arte astratta presuppone questo cambio radicale di modalità di visione. Bisogna fidarsi: lasciarsi andare al piacere di esplorare una linea come fosse un sentiero sconosciuto, o a quello di perdersi come astronauti in uno spazio vuoto, senza aggrapparsi subito al bisogno di orientarsi. Bisogna imparare a tastare l’immagine come ciechi, sentendo coi polpastrelli degli occhi che un triangolo è più freddo di un cerchio, un puntino punge, un azzurro è liscio come seta. Chi cerca forme (quella macchia lì assomiglia a…!) guardando un quadro astratto, o realizzandolo, è ancora ancorato alla modalità “concettuale” del vedere, dove le forme stanno per.
Nell’arte astratta, le forme sono esse stesse gli attori protagonisti, non rimandano ad altro (eppure, rimandano anche ad altro, toccando in noi significati molto profondi).

Aoi Huber Kono, Era inverno, edizioni Corraini

Katsumi Komagata, che insieme a Munari è stato uno dei più grandi designer capaci di portare l’eleganza delle forme astratte ai più piccoli, racconta di aver iniziato la sua carriera di illustratore per la prima infanzia proprio per riuscire a comunicare con sua figlia neonata. Le reazioni della bambina lo hanno guidato nella costruzione dei suoi libri.

Non solo le linee e le forme possono avere qualità e significati che non sono quelli più familiari, ma tutto il foglio bianco, proprio come il muro che scorrete con la mano, ha un suo linguaggio, una sua geografia (anche quando è intonso).
Nel libro Little Red Riding Hood (Cappuccetto Rosso) di Warja Lavater (1965), ogni personaggio della storia viene sostituito da una forma. I puristi dell’astratto (io inclusa) sostengono che forse non c’era neppure bisogno di dire chi era chi, per seguire, in astratto, il filo della storia di Cappuccetto Rosso.

Little Red Riding Hood, Warja Lavater (1965)

Nel libro Piccola Macchia, che porto sempre ai miei corsi come uno degli esempi più chiari di come lo spazio della doppia pagina abbia aree “sensibili”, capaci di esaltare emozioni diverse, tutta la storia è recitata da delle macchie: le loro emozioni e le loro azioni sono espressive solo grazie al punto in cui l’illustratore ha posizionato le macchie all’interno della pagina. Ad esempio, nella tavola qui sotto, Piccola Macchia è intimidita ma incuriosita allo stesso tempo dalle forme che ha incontrato sul suo cammino (molto più spavalde e sicure dei lei). Se Piccola Macchia fosse stata messa a bordo pagina sinistro, in basso, sarebbe stata intimidita e basta. In alto, è timida e, insieme, curiosa.

Piccola Macchia, Lionel de Neouanic, edizioni Giannino Stoppani

UN’APPLICAZIONE PRATICA

Ora, a chi voglia imparare ad illustrare, questi discorsi sull’astratto potrebbero sembrare un po’ troppo astratti, ma guardate cosa succede se vengono applicati a un semplice esercizio. Il lavoro è di una mia allieva di Sarmede: Elena P.
L’esercizio numero 1 chiedeva di disegnare dal vero una natura morta che lo studente poteva comporre sul tavolo davanti a lui.

L’esercizio numero 2 chiedeva di interpretare il disegno narrativamente: trasformarlo, cioè, in un’immagine capace di raccontare qualcosa (per la mia categorizzazione degli stili, andate qui). L’allieva disegnò questo:

Era grazioso, ma a tutt’e due metteva un po’ di malinconia: la tavola era forse troppo simbolica ed evocativa, più che narrativa. Le chiesi di disegnare in astratto la sensazione (non la forma, ma la sensazione) che aveva provato componendo la sua natura morta. Lei disegnò il gioco di cerchi che vedete qui sotto a destra. Era interessante, perché proponeva una dialettica tra il dentro del vaso e il fuori molto più ricca di quella del disegno dal vero: i fiori tendevano verso qualcosa di ricco.

Alla fine la sua tavola (non è finita) fu questa qui sotto, era molto soddisfatta del percorso fatto. Il fiore continuava ad essere malinconico, ma ora vedeva fuori dalla finestra altri fiori, forse più allegri. C’era una tensione. Una storia poteva cominciare…
La sintesi astratta di un’emozione ci permette talvolta di andare al sodo di quello che vogliamo dire.

 

23 Risposte per “Il reale si fa astratto. Parte 5. Il linguaggio delle forme”

  1. 1 Gaetano Baratta
    21 Ottobre, 2013 at 9:50

    L’astratto mi affascina da sempre,ora questi tuoi post rispondono ad alcune domande che mi frullavano per la testa.
    Grazie Anna

  2. 2 Alessandra
    21 Ottobre, 2013 at 10:59

    Che bel cammino

  3. 3 AlmaCattleya
    21 Ottobre, 2013 at 14:13

    Quasi un mese fa ho comprato Il giro del cielo di Daniel Pennac. Parla del sogno di una bambina che lo racconta a suo padre, un sogno che va indietro, e le immagini del sogno sono rappresentate da alcuni quadri di Joan Mirò. Vedere come questi quadri astratti, chi più chi meno altri più realisti, diventano chiari per me è stata un’esperienza entusiasmante che mi ha fatto ritornare bambina dove un segno aveva un linguaggio preciso, dove si capiva se c’era tensione o no.

  4. 4 Nicky
    21 Ottobre, 2013 at 16:24

    Anna, quanto è stata bella questa full immersion nell’arte astratta.. Dopo lunga riflessione e dopo aver rifatto gli esercizi ho finalmente capito qual era l’ errore..come hai detto bene oggi, mi ostinavo a voler vedere e “riconoscere” qualcosa. Poi però ci sono arrivata..ed è stato davvero emozionante capire che l’arte astratta “non si vede”..ma si SENTE.

  5. 5 Cristina Berardi
    21 Ottobre, 2013 at 18:09

    Grazie Anna di questo bellissimo percorso…una tua spiegazione vale cento libri :=)

  6. 6 Anna Castagnoli
    21 Ottobre, 2013 at 23:22

    Grazie a tutti per i commenti.
    Devo ancora guardare i nuovi lavori che mi avete inviato.
    Nicky: felicissima di questa tua nuova visione! (Ti devo una risposta per mail, sono giorni trafelati).

  7. 7 Sylvie
    22 Ottobre, 2013 at 0:41

    @Anna, per me é molto difficile capire l’astrazione motivo per cui mi interessano molto questi tuoi post, voglio capire e mi voglio esercitare… Ma questo post non l’ho capito affatto :-) aiutoooooo

  8. 8 Nicky
    22 Ottobre, 2013 at 8:25

    @Sylvie, prova a fare gli esercizi che ci ha proposto Anna la scorsa settimana… Nemmeno io prima avevo idea di cosa potesse significare “realmente” fare qualcosa di astratto. Leggere di arte astratta è un conto..ma provare a farla, ti apre un mondo :) e diventa tutto molto più chiaro.

    @Anna, tranquilla!! :)

  9. 9 laura38
    22 Ottobre, 2013 at 11:30

    Grazie per il post! Non resta che armarsi di pazienza e cominciare a provare a vedere…

  10. 10 Anna Castagnoli
    22 Ottobre, 2013 at 11:38

    Sylvie, che ridere! Grazie per l’onestà :-)
    Prova a dirmi esattamente cosa non hai capito, che provo a riformularlo.
    Il concetto principale è che bisogna imparare a leggere l’opera astratta senza cercare di “vedere” e riconoscere cose conosciute come oggetti, facce, via dicendo. E’ un altro tipo di lettura.
    Quando si inzia a impararlo (si può), si apre un universo. E’ come imparare la musica. Costa sforzo leggere le partiture le prime volte, poi col tempo basta un colo d’occhio alla partitura e si capisce e si sente direttamente la musica.

  11. 11 fran
    22 Ottobre, 2013 at 11:41

    però a volte mi chiedo, se non sapessi che quel quadro è di Pollock o di Klee o cmq di un pittore riconosciuto, mi piacerebbe? voglio dire riuscirei a cogliere l’arte di un grande nel quadro di uno sconosciuto?

  12. 12 fran
    22 Ottobre, 2013 at 11:43

    ps
    l’operazione de Il giro del cielo di Pennac , mi sembra faccia l’opposto di quello che dici anna, cioè tende a voler far riconoscere figure nell’astratto

  13. 13 Anna Castagnoli
    22 Ottobre, 2013 at 11:47

    Fran, credo di sì, si possa leggere e capire da soli se un quadro astratto ci piace o no, al di là della firma. Poi c’è il discorso del gusto da una parte, e dell’educazione estetica, dall’altra. Ci sono dei Pollock che mi hanno sconvolta, altri Pollock che mi hanno lasciato semi indifferente.
    Sylvie, prova a rileggere questo post che scrissi su Pollock:
    http://www.lefiguredeilibri.com/2012/01/30/le-immagini-tantriche-di-rajahstan-e-una-riflessione-sullarte-astratta/

  14. 14 elillisa
    22 Ottobre, 2013 at 15:13

    Grazie Anna, davvero.
    Oggi ero da una mia amica che in cucina aveva un poster di un quadro di Kandinskij.
    Mi sono messa in ascolto.
    Da una parte “vedevo” fermezza, austerità, un diamante. Dall’altra leggerezza, viaggio, vele soffici gonfiate dal vento.
    Probabilmente sono ancora legata ad un approccio didascalico, non so nemmeno se fosse un quadro realmente appartenente alla corrente dell’Astrattismo, ma il dipinto si intitolava “Molle durezza” (e mi dicono sia famoso, beata ignoranza…).
    Chissà se sarei arrivata alle stesse conclusioni due settimane fa. Io dico di no.

  15. 15 Anna Castagnoli
    22 Ottobre, 2013 at 16:22

    Che bello Elilisa!

  16. 16 laurasoreglia
    23 Ottobre, 2013 at 0:10

    Buona sera Anna…
    Bellissimo blog… istruttivo, affascinante questo modo che ha di illustrare l’arte astratta..
    Gran lavoro…
    Desidererei iscrivermi per ricevere gli aggiornamenti del blog, e poterlo avere tra i miei preferiti…. è possibile?
    Cordialità…

  17. 17 Sylvie
    23 Ottobre, 2013 at 1:46

    @Niky, si i primi esercizi li avevo fatti e fin li andava tutto bene ma @Anna é proprio l’argomento di questo post che non capisco, non capisco in che modo il secondo disegno interpreti il primo, il quarto OK é la rappresentazione astratta del terzo e qui ci arrivo ma la tavola finale? forse non ne seguo il filo.
    Però facciamo tutti un altro esercizio :-) che questi si che sono stimoli a disegnare…
    Io vorrei sempre fare.. fare … fare… E poi… Non so mai cosa fare :-(

  18. 18 Sylvie
    23 Ottobre, 2013 at 1:52

    @fran io credo di si che anche in soluzioni estreme come una tela dipinta di un colore e un taglio nel mezzo si riesca a percepire la differenza tra un grande ed uno sconosciuto (più che sconosciuto direi un amatoriale in quanto anche uno sconosciuto potrebbe essere un potenziale grande).
    Anche semplicemente tra gli esercizi scorsi io ho percepito una sensazione molto forte rispetto agli sci di Anna Martinucci ho pensato fosse geniale pur essendo formati poche righe come gli altri no?

  19. 19 fran
    23 Ottobre, 2013 at 9:49

    @SYLVIE forse… e ora che lo dici anch’io ero rimasta colpita da quegli sci… però…insomma è complesso e lungo da spiegare qui…facciamo gli esercizi che piacciono un sacco anche a me :-))!

  20. 20 Anna Castagnoli
    23 Ottobre, 2013 at 12:10

    Sylvie, sì, mi sono spiegata male io.
    Nel caso dell’esercizio in questione, la ragazza doveva interpretare in astratto non il primo disegno, ma la sensazione che le dava. Ma nel post ho omesso, per non svelare troppo gli esercizi del corso, che quando hanno scelto la natura morta da disegnare dovevano costruire una natura morta auto-ritratto: cioè scegliere degli elementi e comporli in modo che esprimessero qualcosa di sé. Spiegato così forse si capisce meglio che io le abbia chiesto di interpretare in astratto l’emozione che c’era dietro la natura morta.

  21. 21 Sylvie
    23 Ottobre, 2013 at 22:40

    Grazie mille @Anna per le tue spiegazioni e sono d’accordo con @fran viva gli eserciziiiiii

  22. 22 Beatrice
    4 Giugno, 2019 at 19:05

    Ciao,
    sapresti per caso dirmi la citazione precisa di Paul Valéry o dopo posso trovarla?

  23. 23 Anna Castagnoli
    5 Giugno, 2019 at 22:41

    Beatrice cara, se non erro era nei Quaderni, ma in quale dei quaderni non ricordo!
    Quando torno a Barcellona, a luglio, posso provare a cercarla.
    Un saluto caro