Appunti di lezioni di Pablo Auladell: come si illustra un libro. Parte 2/2

16 ottobre, 2012

Nota: questo appunti sono stati presi da Laura Campadelli, in diretta, durante un corso di illustrazione tenutosi a Macerata nell’agosto 2012. Pablo Auladell ne ha gentilmente concesso la pubblicazione. Ricordiamo che per la natura stessa degli “appunti in diretta”, i contenuti di questo articolo non sono che parziali frammenti del pensiero  di Pablo Auladell sull’illustrazione.

ILLUSTRARE UN ALBUM: Lezioni teoriche e pratiche di PABLO AULADELL,
appunti di Laura Campadelli, Macerata, estate 2012

18/07/2012

Repertori

Disegnare è un lavoro di scelta e restrizione, anche se si disegna in stile realistico. Quando un’immagine non funziona non serve aggiungere qualcosa, rischiando di perdere la prima intenzione, di solito è sempre meglio ripartire da capo. Studenti e principianti sbagliano spesso in questo senso e si vede nel loro portfolio. Il loro portfolio sembra un catalogo di innumerevoli possibilità visive, dalle prospettive alle inquadrature ai soggetti, mentre il vero repertorio dell’illustratore professionista è chiuso, proprio, composto solo da alcune mimiche e punti di vista.

Tutti i professionisti hanno un repertorio chiuso e lo rispettano.

In L’anatra la morte e il tulipano di Wolf Erlbruch i personaggi hanno una mimica da film muto, sono teatrali, ma collocati in un contesto pacato, filosofico. Il paesaggio è minimale, ridotto agli “arredi di scena” essenziali, quasi come in un palcoscenico di un teatro d’avanguardia.

Hansel e Gretel, Susanne Janssen, Être editiones

In Hansel e Gretel Susanne Janssen azzera le espressioni, il bosco viene sempre proposto come frontale, il viso dei personaggi non cambia.

Anche i pittori hanno tutti un loro repertorio, che è l’alfabeto di un linguaggio che li distingue in modo peculiare. Proprio come per le parole che sono tante ma fatte sempre delle stesse poche lettere, ogni pittore usa gestualità, arredi, temi che sono tipici, veri e propri schemi che si ripetono. Persino Picasso, così poliedrico, aveva per ognuno dei suoi periodi delle vere e proprie ossessioni che creavano un repertorio tipico per quel periodo. Quindi ecco gli arlecchini nel periodo rosa, i minotauri e le ninfe quando faceva le incisioni, la mimica classica durante il periodo blu e così via. Hopper aveva come repertorio tipico la luce del mattino che entra dalla finestra nella stanza, il faro, l’edificio isolato. Balthus aveva la ragazza.

Costruendo il nostro linguaggio dobbiamo insomma precisare l’alfabeto che serve a parlarlo, e questo alfabeto è appunto il repertorio. E’ quindi perfettamente lecito per noi sperimentare, ma sempre all’interno del repertorio, sempre con pochi elementi.
Pablo Auladell per esempio ha applicato la restrizione agli strumenti di lavoro, specificando quelli da usare per i lavori a matita, quelli per l’inchiostro, e così via, e alle dimensioni delle immagini che adesso non fa mai più grandi del libro finito bensì in scala 1:1. Inoltre ha iniziato a pensare al libro come a un tutto unico, non come a un insieme di tante tavole separate.

Detto questo, è anche vero che l’opera è qualcosa di vivo, e deve diventarlo sempre più man mano che ci si lavora sopra, quindi può accadere che essa chieda qualcosa di preciso (certi tratti, certi colori) mentre si è al lavoro. Nel corso degli anni va affinata la sensibilità di ascolto in questo senso, e ovviamente va assecondata.

19/07/2012

Lo stile

Lo stile è fondamentale, è un linguaggio. Dona sicurezza averne uno, ci rende riconoscibili proprio come accade per Lorenzo Mattotti o Saul Steinberg.
Cela
, premio nobel spagnolo, ha detto che quando entri in una stanza dove tutto il mondo ha lo stesso profumo, non devi profumare più forte, ma diverso. Quindi non serve “fare rumore” (inteso nel senso di disegnare meglio, cercando di superare qualcuno), bisogna solo essere diversi, avere un proprio stile.
In questo ci può essere molto utile andare a precisare qual è il nostro obiettivo. Alcuni esempi:

Paul Cézanne

Paul Cezanne aveva come obiettivo quello di fare opere di eterna bellezza, e quindi dipingeva quadri che rielaboravano lo stile classico, equilibrati come colori e come forme, che venivano rese più pure che nel mondo reale dal punto di vista geometrico. Il risultato è che i suoi quadri saranno sempre belli anche tra 1000 anni. Il suo obiettivo ne ha influenzato completamente il risultato: dato che il suo obiettivo per lui era più importante della realtà, per creare il suo mondo andava a distorcere la prospettiva, l’anatomia, e semplificare la forma.
Van Gogh voleva trasmettere emozioni, esprimerle, ed ecco che la sua pennellata e la scelta dei colori che usava si è modificata in questo senso.
Gauguin era alla ricerca dell’espressione della purezza, dell’innocenza, ed ecco che ha scelto di ritrarre soggetti di società primitive.

Pablo Amargo è un illustratore concettuale, per la stampa: alla narrazione di storie, preferisce la trasmissione di un concetto in modo chiaro e diretto, e per fare questo non lascia mai nulla al caso (lavora anche le macchie di inchiostro che gli altri di solito fanno a caso spruzzando della china).

Javier Zabala è tutto l’opposto, invece di trasmettere concetti, preferisce una narratività gestuale, che fa del caso un elemento importante durante la creazione delle immagini.

E noi?

Seguendo questi esempi illustri ci dobbiamo chiedere cosa ci interessa, e qual è il nostro obiettivo, tenendo sempre presente che il nostro limite in realtà è la nostra ricchezza. E dobbiamo imparare a rubare, senza plagiare ovviamente, ma operando furti più sottili, “alla Picasso”, che se c’era da rubare non si faceva scappare l’occasione. Ha infatti rubato a Cezanne per gli arlecchini, a Goya per Guernica (il grido di dolore della nazione spagnola decadente e in preda alla guerra civile è identico in Goya e Guernica).

Balthus ha rubato a Piero della Francesca la texture da affresco e la luce delicata, oltre alla mimica solenne dipinta nei suoi “angeli morbosi”.
Antonio Lopez ha rubato da Velasquez la luce tipica di Madrid.

Dave McKean ha rubato a Dalì modernizzandolo.

I furti possono quindi essere di luci, di sentimenti, di mimica. Quando li si compie va tenuto presente il consiglio di Bob Dylan: se ti piace qualcuno non ti fissare su di lui ma cerca chi è stato il suo maestro. Quindi se per esempio ti piace Moebius, vatti a vedere le incisioni di Gustave Doré.

C’è un solo pericolo quando si è raggiunto il proprio stile, ed è quello di confidare troppo nel proprio segno, nel proprio linguaggio, dimenticando che ogni lavoro ha le sue esigenze e la sua particolarità.

Fine.

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Imperdibile è anche il video della  conferenza tenuta a Macerata da Pablo Auladell: potete vederlo qui.

 

11 Risposte per “Appunti di lezioni di Pablo Auladell: come si illustra un libro. Parte 2/2”

  1. 1 maria cristina
    16 ottobre, 2012 at 8:34

    Pablo Auladell è come Guido Ceronetti: troppo intelligente per fare poesia.

  2. 2 lorenzo
    16 ottobre, 2012 at 13:28

    qui però manca una citazione a Picasso.. “I bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano” :)

  3. 3 massimo
    16 ottobre, 2012 at 14:44

    grandissimo

  4. 4 annafranca
    16 ottobre, 2012 at 16:21

    Grazie!

  5. 5 Enrica S.
    16 ottobre, 2012 at 19:20

    Grazie Laura per aver condiviso i tuoi appunti con tutti noi e un grazie ad Auladell per averne concesso la pubblicazione.

  6. 6 emanuela
    18 ottobre, 2012 at 12:45

    Però a me viene in mente un’altra frase celebre di Picasso “Dio in realtà non è che un altro artista. Egli ha inventato la giraffa, l’elefante e il gatto. Non ha un vero stile: non fa altro che provare cose diverse.” E questo mi fa pensare che a volte lo stile può diventare una gabbia che impedisce di sperimentare nuovi territori. Il rischio è di bloccare e soffocare la creatività….

  7. 7 Piero
    20 ottobre, 2012 at 22:29

    Grazie Laura per la generosa divulgazione dei tuoi appunti!

    Penso che il proprio stile si possa trovare cercando sé stessi, cioé le espressioni più profonde e libere di noi, non un particolare modo di disegnare. Così trovato, uno stile non può che essere originale, perché ciascuno di noi è unico. E a pensarci bene, nonostante le mille esperienze fatte e le mille cose viste, pochi sono gli elementi che ci caratterizzano davvero e che in fondo ci mantengono identici a quando eravamo bambini!
    Per questo capisco Pablo Auladell quando insiste su scelta e restrizione.

  8. 8 Francesca D
    21 ottobre, 2012 at 11:23

    Grazie mille, è stata una lettura molto utile.

  9. 9 Alfonso
    23 ottobre, 2012 at 23:25

    Grazie Anna per questo fantastico articolo, non si poteva essere più chiari, soprattutto nello spiegare il concetto di stile, che secondo me è l’obiettivo più difficile da raggiungere, per qualsiasi tipo di artista.
    Lo stile è una delle caratteristiche principali della maturazione di un’artista e, in un certo senso, rende più “veloce” la realizzazione di un’opera, perchè si sa già parlare bene la propria lingua, senza sforzi di sorta.

  10. 10 ambra
    4 dicembre, 2012 at 17:00

    Illuminante.
    grazie

  11. 11 Paola
    30 gennaio, 2013 at 21:19

    Per favore ho bisogno di un chiarimento. Tu dici
    Cosa significa? diverse tecniche e diversi stili non vanno bene? E cosa significa chiuso? Il mio piccolo, modesto portfolio di cui hai il link lo definirei variegato, ma “aperto”?
    Grazie a chi mi aiuta a capire meglio.