IL “GRAPHIC-NOVELIST” ACCIDENTALE di Shaun Tan – Parte 3 (ultima)

8 marzo, 2012

 IL GRAPHIC-NOVELIST ACCIDENTALE
di
Shaun Tan

Articolo pubblicato sul numero 49 della rivista Bookbird (Ibby) nell’ottobre 2011
(TERZA PARTE)

Traduzione di Federica Viti

Shaun Tan at the Subiaco Library (photo: Frances Andrijich).
Crediti: The University of Western Australia in Second Life

(Rileggi la prima parte di questo saggio).
(rileggi la seconda parte di questo saggio).

Un’identità sconosciuta

La nozione di viaggio non scritto/inedito è stata a volte una preoccupazione nelle storie dei miei libri illustrati, storie caratterizzate da personaggi e luoghi senza nome, temi di disorientamento e alienazione. Naturalmente mi sono chiesto spesso se questo fosse il mio personale vissuto: la risposta è sì, ma non in un modo semplice e ovvio. Sono cresciuto nella periferia urbana di una lontana città: Perth, nell’Australia dell’Ovest, uno dei due figli di una famiglia mista: mio padre cinese malesiano, mia madre anglo australiana. In quel tempo e quello spazio, essere mezzo cinese era insolito e mi faceva sentire abbastanza outsider, anche se è facile esagerare gli effetti del razzismo, è ancora più facile farlo con la benevolenza della medio bassa borghesia. Più criticamente, per quanto riguarda la mia immaginazione artistica, c’è qualcosa di interessante nel vivere in un posto isolato, con genitori dai passati tanto diversi, in un paese con una storia culturale di rimozione breve ma intensa. Tutto ciò tende a marcare questioni filosofiche sull’identità e l’appartenenza. Queste domande appaiono anche in scala minore, tipo come quando sono al parco a fare i miei disegni, o guido nella città, o visito un supermarket di periferia, o ricordo la costa della mia prima infanzia, correndo parallelamente alla linea dell’oceano indiano. Cosa significa appartenere ad un luogo, capire un particolare mondo, sentire che molti aspetti di questo mondo vanno oltre la tua comprensione e c’è qualcosa che non riesce ad esprimersi pienamente? Penso che questa sia una domanda che ognuno si fa nella propria vita, al di là dell’età, provenienza o educazione. È una domanda esistenziale fondamentale.

Shaun Tan, Oggetti smarriti

The Lost Thing è la storia di un ragazzo (che ricorda me stesso adolescente) e il suo incontro con una strana creatura abbandonata, che non è neanche possibile identificare. Così come noi seguiamo degli strani viaggi, in posti e popoli veramente strani, così il lettore può gradualmente diventare consapevole che la Lost Thing è più di un singolo personaggio, oggetto o idea. Rappresenta qualcosa che sta dietro alla portata della comprensione convenzionale, qualcosa che non può essere nominata o collocata, che just don’t belong (semplicemente, non gli appartengo). È un concetto che ho sentito di poter esprimere soltanto con immagini dettagliate ma inspiegabili, dove un soggetto è chiaro e ovvio, ma non può essere spiegato direttamente.

Bizzarra, senza nome e incapace di comunicare, la creatura rossa viene accompagnata nella città grigia, un luogo ossessionato da codici e misure, e può essere capita solo in silenzio attraverso qualche tipo di metafora sui problemi sociali, politici o personali. Anche quando pensiamo di aver capito bene, lì resta una costante necessità di reinterpretare l’immaginario. Questo desiderio continuo di meditare (to keep speculating) è in sé un necessario atto di comprensione creativa: come una idea immaginaria, la cosa perduta è liberata dall’attenzione e dall’immaginazione del lettore. Sono queste le cose che alla fine danno senso alla storia e ci ricordano quanto sia importante accettare positivamente le ambiguità quotidiane con mente aperta. Facendo così liberiamo/salviamo noi stessi dall’oblio dei significati chiusi: un fallimento letterario.

Verità senza nome

Dai libri illustrati ai graphic novel, l’impulso dello scrittore e dell’illustratore è lo stesso, trovare una forma per qualcosa che solitamente è elusiva o difficile da rappresentare direttamente. Ironicamente una buona illustrazione narrativa non è per niente “illustrazione”, nel senso della chiarezza visiva, della definizione o osservazione empirica. È qualcosa di incerto, dal finale aperto, sfuggente e vago. C’è un tacito accordo in molta graphic fiction per cui alcune cose non possono essere adeguatamente espresse attraverso le parole: un’idea può essere davvero sconosciuta, un’emozione così ambivalente, un concetto così innominabile che è meglio rappresentarlo non a parole, non con immagini che invertono parole, neppure usando una contrasto che allarga il significato. Le graphic stories sono spesso interessanti consapevolmente di per sé a livello comunicativo, si sa bene che ciò interessa lo spazio che c’è tra suono e parola, e tra la vista e le immagini. Spesso c’è dell’incompletezza tra queste due espressioni, qualcosa rimasto senza risposta, che invita, o anche costringe ogni lettore a dare forma ai propri ricordi e fare collegamenti in modo da trovare il proprio significato. Alla fine, questo è tutto sulla lettura. Sopra e dietro ogni singola storia o Medium penso che questa riflessione personale del lettore sia molto più importante dello stile o della categorizzazione del proprio lavoro.

Shaun Tan, Oggetti smarriti

La mia pratica come artista, autore, illustratore, graphic novelist – qualsiasi nome può essere dato all’impulso di disegnare storie per renderle poi disponibili pubblicamente –  mi coinvolge davvero nel creare uno spazio in cui i pensieri di un’altra persona possono fiorire, precisamente nei modi impossibili da concepire fino a quando non si inizia a leggere, scrivere o disegnare. Perché leggere o creare una graphic novel? Perché c’è sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno ha mai visto: un mai detto alla ricerca di una forma, una texture, un colore, una voce.

Shaun Tan

Oggetti smarriti
Shaun Tan
L’amicizia con una cosa dimenticata e spersa
14,03 euro

7 Risposte per “IL “GRAPHIC-NOVELIST” ACCIDENTALE di Shaun Tan – Parte 3 (ultima)”

  1. 1 giovanna
    9 marzo, 2012 at 8:24

    Mostruosamente intelligente.

  2. 2 Anna Castagnoli
    9 marzo, 2012 at 9:30

    Bello eh?
    A me è piaciuto tanto il discorso sul libro che non deve chiudere i significati ma aprirli. Un difetto di tanti, troppi libri per bambini è proprio quello di voler dare una risposta, invece di fare una domanda. Di dire: è così.Invece non è così, è come spiega Shaun Tan: c’è sempre un margine di inspiegabile che resta, e quel margine deve entrare nel libro perché il libro sia vero.

  3. 3 giovanna
    9 marzo, 2012 at 20:49

    Sì, da scrivere bello grande e appenderlo di fronte alla scrivania: “c’è sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno ha mai visto: un mai detto alla ricerca di una forma, una texture, un colore, una voce.”

  4. 4 Isabella
    10 marzo, 2012 at 14:09

    Un post straordinario, grazie Anna!

  5. 5 felicita
    11 marzo, 2012 at 23:27

    quel murale, dal vivo, lascia senza parole. il suo libro piu’ bello, scritto da john marsden e davvero commovente, è secondo me ‘the rabbits’.
    bellissimo saggio, grazie!

  6. 6 MatteoS
    14 marzo, 2012 at 12:15

    davvero bello e stimolante.
    Grazie per averlo tradotto.
    ciao, ms

  7. 7 federica
    17 marzo, 2012 at 13:12

    grazie anna per lo spazio! è bello condividere dei tesori, il vostro piacere è anche il mio!
    fede