IL “GRAPHIC-NOVELIST” ACCIDENTALE di Shaun Tan – Parte 1

5 marzo, 2012

 IL GRAPHIC-NOVELIST ACCIDENTALE
di
Shaun Tan

Articolo pubblicato sul numero 49 della rivista Bookbird (Ibby) nell’ottobre 2011
(PRIMA PARTE)

Traduzione di Federica Viti, (che ringrazio di cuore)

Alcuni anni fa, trovai un pacco sulla mia porta alla periferia di Melbourne, un piccolo ma pesante pacco quadrato con una nota di consegna scritta in francese, che io non so leggere. Naturalmente, ero incuriosito! Lo scartai e infilai la mano nelle piccole palle di polistirolo, tirando fuori uno strano gatto d’oro. Una buona premessa per una storia, effettivamente: il gatto dorato potrebbe iniziare ad aggirarsi per la casa come un piccola divinità realizzando una serie di misteriosi atti… ma era proprio un oggetto reale e più di tutto strano: una brillante scultura-fumetto con una grande e adorabile testa a forma di pompelmo, orecchie dal taglio triangolare e chiari occhi bucati. Alla fine ho riconosciuto di che si trattava: un trofeo dal prestigioso comic festival di Angoulême. Qualche mese prima il libro The Arrival aveva vinto il primo premio – notizia di cui sono venuto a conoscenza da lontano– seguito dalla traduzione francese Là Où Vont Nos Pères.

L’approdo, Shaun Tan

Uso la parola “traduzione” apposta, dato che il mio libro è interamente senza parole (quindi la traduzione è solo del titolo). The Arrival è la storia di un immigrato raccontata attraverso una serie di silenziosi disegni a matita, un libro che non sono mai stato capace di classificare. E certamente mai avrei immaginato di poter ricevere un tale strano premio dalla comunità di comics internazionale. In Australia, avevo inizialmente proposto il mio libro a un editore come picture book, perché era una forma molto familiare per me, come illustratore. Cinque anni dopo è stato ampliato a 128 pagine, ha perso il suo testo e cambiato il formato.

I diritti francesi sono stati venduti a un editore specializzato in BD,- cioè comics o graphic novels –così il mio lavoro è stato accolto in una diversa impaginazione, e da un più ampio pubblico adulto. Da qualche parte, in mezzoa tutto questo, The Arrival è stato venduto negli States come graphic novel per adulti con l’approvazione di questo tipo di genere di luminari come Jeff Smith (Bone), Marjane Satrapi (Persepolis), e Art Spiegelman (Mause) – cosa che mi lasciò un po’ stupefatto. Ero, abbastanza inconsapevolmente, diventato graphic novelist, solo perché un’autorità più grande di me l’aveva detto! Dopo tutto, il piccolo idolo-gatto d’oro francese era lì a dimostrare qualcosa!

Si sarà notato che ho usato il termine “comics” e “graphic novels” intercambiabilmente, perché non vedo molte differenze tra loro, entrambi questi termini descrivono un arrangiamento di parole e/o immagini come tavole che si conseguono su una pagina stampata (e può essere estesa includendo anche i picture books). Il termine graphic novel sembra essere diventato corrente in anni recenti, in parte per incoraggiare una considerazione maggiore per una forma che si è affermata da tempo, ma spesso popolare. Questo titolo riconosce che l’uomo-comics attualmente ha a che fare con temi seri, più vicini forse all’arte ricercata che non la pulp fiction, erodendo largamente i confini tra le due categorie. Questo problema di nomenclatura è argomento popolare presso conferenze e festival – ed è parte di una più ampia discussione semantica che tratta le espressioni come quella della letteratura visuale come multi letteratura, arte sequenziale, narrazione per immagini, e così via. Queste idee sono affascinanti e di sicuro aiutano la nostra consapevolezza su cosa succede dalla prospettiva generale della letteratura, dove così tanti libri illustrati sono saliti sugli scaffali e ora si godono il serio dibattito e focus critici. (The Arrival ha causato piccole controversie in Australia al momento del ricevimento dei premi di letteratura tradizionale, con proteste tipo: “come può un libro senza parole essere chiamato letteratura?”. Naturalmente non c’è molto interesse nei modi in cui questi libri possono essere categorizzati e definiti – forse dipendentemente dalle sue qualità estetiche, pubblico di destinazione, criteri di pubblicazione e marketing, grandezza delle pagine, formato fisico, ecc.- il graphic novel alternativamente descrive una forma d’arte o un movimento contemporaneo.

L’approdo, Shaun Tan

Cercare una storia

Da un punto di vista più personale, quello di qualcuno che scrive e illustra storie, io sono meno interessato da queste accademiche questioni. Semplicemente vorrei sapere cosa si chiedono anche tanti insegnanti, librai, e lettori generici quando entrano in una classe, libreria, o si siedono su una poltrona: perché leggere un graphic novel? È certamente la stessa cosa che chiedere: perché creare un graphic novel?

Risposta breve: a volte è il modo migliore per raccontare una storia.

Risposta lunga: Da quando ero piccolo, ogni volta che tenevo in mano una matita, ascoltavo una storia, vedevo un film, ero affascinato sia dalla scrittura che dalle immagini. Questa attrazione mi ha segnato nella vita adulta, nel lavoro, anche se seguii percorsi più contorti nella scelta di altre professioni (bioecnologo, tra le altre cose!). Fortunatamente sono ritornato alla mia ossessione infantile e ho scelto di vivere come illustratore e scrittore a tempo pieno. Tanto che i miei dilemmi erano meno finanziari e più estetici. In particolare, una domanda che mi chiedo molto spesso come artista: come posso unire narrazione scritta e l’arte visiva con efficacia, in un modo unico (unique)? Come può una storia illustrata fare quel che altre storie non possono fare, e come può aprire un mondo altrimenti inaccessibile? Luoghi dell’immaginazione, sì, ma anche esperienze sentite profondamente ogni giorno, ma spesso difficili da descrivere attraverso le sole parole.

I miei esperimenti con i picture books e graphic novels possono essere letti come tentativi di rispondere a questa domanda – alcuni dei miei più ripetuti tentativi, almeno –, domanda che emerge come una lotta proteiforme tra parola e immagine, e che prende posto nei miei taccuini tormentati/sciupati. 

The Arrival è un caso interessante se torniamo all’arrivo del gatto d’oro sul mio uscio di casa. Non mi sono preparato per creare un graphic novel come esercizio consapevole, è qualcosa che ho incontrato accidentalmente, una forma che funziona perfettamente per certe storie. Ho dato la caccia ai finanziamenti del governo per le arti per molto tempo, sembrava una buona idea. La mia richiesta ebbe successo ed ovviamente questo significava fare qualcosa di meritevole.

Iniziai a sviluppare le mie idee prima di tutto, testare differenti stili e formati. Nessuno di questi riuscirono a catturare l’essenza o la densità del mio soggetto, non quanto la mia delusione. Storie di vita di immigrati che ho ricercato, piene di difficoltà, vulnerabilità, complessità umane, rendevano le mie immagini semplicistiche e goffe ed emozionalmente insignificanti al confronto. Semplicemente, nei miei schizzi di picture book, non c’erano abbastanza continuità narrativa o dettagli per tradurre un viaggio da una vita a un’altra di un immigrato in modo significativo.
Ho iniziato ad aggiungere più pagine ai miei sketches e suddividerle per impaginazioni, giustapporre divisioni e tagli e sostituire singole illustrazioni con piccole sequenze di un uomo che apre la porta, prepara una valigia o cammina per la strada usando una serie di disegni invece di una singola immagine (che preferisco normalmente in un picture book artistico). Mi piaceva la strana sensazione del tempo e dello spazio che questo provocava da qualche parte tra libro e film – come un immaginario album fotografico. Suonava strano e interessante, qualcosa di un universo inesplorato.

Mi mancava ancora la confidenza per una tale radicale deviazione dalla mia idea originale. Soprattutto i miei disegni sembravano ancora troppo pomposi e io arrivai a mettere via il progetto del tutto, cadendo in una depressione artistica come spesso tendo a fare. In quel periodo inciampai in The Snowman di Raymond Briggs in una libreria locale (e il suo adattamento a film);

per qualche ragione era sfuggito al mio radar nell’infanzia, il che era probabilmente una coincidenza fortunata. Significava che potevo pienamente apprezzarlo come artista adulto, guardandolo per la prima volta. Aveva una semplice e magica premessa – un bambino costruisce un pupazzo di neve che prende vita – eppure è proprio il modo in cui il pupazzo di neve esplora ogni parte del mondo ad essere davvero accattivante, come fosse un ordinario interno domestico, o come un panorama invernale che improvvisamente si trasforma in un posto di scoperte miracolose per i due innocenti intrusi. Ogni silenzioso passaggio da un posto all’altro è altrettanto complesso che leggere un saggio sulla nostalgia, perché non ci sono parole, in gran parte. È un sogno? Un ricordo? Una desiderio o una realtà letteraria? Mi piace pensare che mai nessuno lo saprà.

The Snowman di Raymond Briggs

I paralleli con la mia incerta storia di migrante erano molto forti, un concetto scombinato di soglie incrociate, azioni che trascendono dal linguaggio e hanno una costante ambiguità. Briggs era arrivato indipendentemente alla soluzione simile di impostare la pagina, usando la semplice fatica di immagini multiple senza parole. Scoprivo che The Snowman mi dava la spinta che cercavo per perseverare con la mia immaginazione sventolante. Da allora ho rivisto molto del lavoro di Briggs, da When the Wind Blows a Ethel & Ernst, sospetto che anche lui possa essere considerato un accidentale graphic novelist. Le sue storie accadono solo per trovare la perfetta espressione in una data combinazione di immagini e didascalie (captions) e fumetti, fissate con dettagli visivi e semplici disegni dei personaggi. Uno stile tradizionalmente associato ai comic strips per bambini del “Sunday funnies”. Spesso usa queste associazioni in modo ironico, come quando una coppia anziana intrattiene il lettore, mentre siamo attenti a una minaccia non detta, un attacco nucleare imminente. L’innocenza della forma, la semplice presentazione delle parole e immagini, la sua intimità dei piccoli disegni di azioni fisiche: tutto questo è l’effetto brillante di una complessa suggestione emozionale nascosta sotto l’apparenza – e raggiunge ancora meglio la disturbante dissonanza (che può essere riprodotta anche in altri medium).

L’approdo, Shaun Tan

Un mio amico fumettista ha condiviso con me una riflessione, di recente, riguardo al famoso giovane avventuriero Tintin di Herge. “Tutti quelli che amano Tintin sanno che, a un qualche livello, non è solo rappresentazione, non è solo un ritratto di personaggio. Tintin è il disegno, lui esiste solo quando, e se, loro lo riconoscono sulla pagina. Non si trasporta su un altro medium.”

Le immagini non sono diverse dalle parole in questo aspetto, possono essere loro stesse oggetti, posseduti dall’unica impressione o voce, una realtà autonoma nella mente di ogni lettore. All’opposto, certe idee chiedono di essere espresse in altri modi: una conclusione cui sono arrivato di nuovo come lettore, critico, scrittore, e artista e senza dubbio un principio che guida così tanti artisti e scrittori alla constante sperimentazione, cercando di dare un nome tangibile e formare idee che possono altrimenti sembrare vaghe o nebulose. Qualcosa di unico spesso emerge da questa lotta.

Se esaminiamo un lavoro come Maus di Spiegelman, Jimmy Corrigan, The Smartest Kid on The Earth di Chris Ware, o Epileptic di David B., o ogni volume delle graphic novels premiate di recente che fanno parte dell’ultima generazione, ciò che hanno in comune è un’assoluta confluenza di forme e contenuti. Ecco: queste storie possono essere raccontate solo con una serie di disegni e parole fatte a mano, per invitare il lettore ad una interpretazione riflessiva e complessa, spesso fuori da linguaggi convenzionali.

Jimmy Corrigan, The Smartest Kid on The Earth

C’è qualcosa di indimenticabile nel modo in cui è disegnata la maschera animale dei personaggi di Maus o come una stanza distrutta è premurosamente organizzata in una pagina di Jimmy Corrigan, o come il mostro senza nome afferra il ragazzo sofferente in Epilectic, con la sua mano serpentina. Ogni linguaggio visuale è specifico per quelle storie.

Quando guardo il lavoro di altri autori, vedo sempre oltre la superficie della pagina e li immagino lottare come faccio io: pescare in mezzo a tanti diversi abbozzi di disegni e parole e scoprire che alcune composizioni funzionano, sembrano precise, verosimili ed evocative, mentre altre appaiono false, inarticolate o disgiunte. Dopo un po’ ogni artista arriva a capire che non sta soltanto realizzando un’idea, ma seguendo quell’idea sta progettando e confezionando un linguaggio personale. Per un illustratore, è un linguaggio che diventa immagine, testo, impaginazione, tipografia, formato fisico: un medium. Tutte cose che funzionano insieme in una loro complessa grammatica e disponibile a una costante reinvenzione. E questo è qualcosa che quasi definisce la graphic novel: un esperimento vivace (playfulness), anche irriverente quando giunge a un equilibrio di forme e stile.

Continua…

Articolo pubblicato sul numero 49 della rivista Bookbird (Ibby) il 4 October 2011. Traduzione di Federica La Zucca

L’approdo
Shaun Tan
Un lungo emozionante graphic novel sul tema dell’emigrazione
18,70 euro
Maus
Art Spiegelman
Il capolavoro di Spiegelman sulla Shoah
17 euro
Snowman
Raymond Briggs
DVD. Il viaggio di un bambino e un pupazzo di neve
11,23 euro
Jimmy Corrigan: Or, the Smartest Kid on Earth
Chris Ware
Il difficile rapporto di un uomo solitario con suo padre
21,95 euro
Epileptic
David B
L’autobiografia di un ragazzo malato di epilessia
9,74 sterline

3 Risposte per “IL “GRAPHIC-NOVELIST” ACCIDENTALE di Shaun Tan – Parte 1”

  1. 1 laura38
    5 marzo, 2012 at 9:42

    Grazie mille per la traduzione e grazie Anna per il post.

    Segnalo che sul sito di Shaun Tan ci sono una serie di faq e di note che possono interessare tutti gli estimatori di questo autore. Parlano del processo creativo, della sua personale filosofia, ma contengono anche consigli ai giovani autori. Anche il suo ultimo libro “Il re degli uccelli e altre creature” che raccoglie schizzi preparatori, dipinti, e altro materiale è molto interessante se si è un po’ curiosi come me.

  2. 2 marcella
    5 marzo, 2012 at 15:35

    Grazie Anna, per la segnalazione e la traduzione di Federica Zucca! Superinteressante, tra l’altro stiamo facendo una ricerca internazionale sul campo con i bambini immigrati, e quindi è materiale prezioso!

  3. 3 PAVE
    5 marzo, 2012 at 21:37

    Grazie di cuore. Ho apprezzato moltissmo questo post. Tan é artista da me molto stimato e questo scritto mi riprova ulteriormente che dietro ad un capolavoro c’è una mente che riflette ed un cuore che batte.