Il picturebook non è una galleria d’arte. Critica all’articolo di Angela Dal Gobbo

20 Dicembre, 2008

In merito all’articolo di Angela Dal Gobbo: Il picturebook è una galleria d’arte? uscito sul n°80 di Liber, (a proposito del quale Diletta Colombo ha già scritto una importante lettera) mossa dal sentimento che le conclusioni a cui giunge l’autrice sono non solo arbitrarie, ma pericolose per la diffusione di una riflessione errata a proposito delle competenze del picturebook, mi permetto di analizzare e criticare le sue argomentazioni. Invito Angela Dal Gobbo a indicare eventuali incomprensioni e malintesi nella mia interpretazione al suo articolo.

Who am I? Kveta Packovska

Partendo dalla citazione di Kveta Packovska: “L’albo illustrato è la prima galleria d’arte che un bambino visita” e nell’intento di dimostrare che quando si parla di picturebooks non si può parlare di “arte” in senso stretto, Angela Dal Gobbo spiega che cosa è un pictutrebook: il picturebook è un prodotto sequenziale in cui l’immagine non è autonoma ma vive solo in funzione del testo narrativo, insieme, testo e figure formano un prodotto di tipo superiore (una gestalt).

Dunque le immagini non hanno, per questa ragione, valore di oggetti d’arte in sé. Se le immagini possono svincolarsi dal testo è perché allora parliamo di album illustrati in generale e non più di picturebooks in particolare, è il caso di storie che si possono reggere da sole, come le fiabe classiche, ad esempio, che di volta in volta si possono interpretare con illustrazioni di stili diversi.

Nella sequenza logica dell’articolo la differenza tra album e picturebook interviene a ribadire l’unicità del picturebook come prodotto “sequenziale narrativo”. Meno chiaro è il perché questa unicità lo allontani dalla possibilità di essere oggetto artistico (o di contenere forme dell’arte).
Angela Dal Gobbo cita Maria Nicolajeva:

“Diversamente dall’arte, i picturebooks sono sequenziali, acquistano significato esclusivamente tramite una sequenza di immagini. E’ perciò inutile studiare separatamente le immagini, esse devono essere sempre considerate come un tutto nell’interazione con le parole”.

Io forse dovrei sapere chi è Maria Nikolajeva, e chiedo venia per l’ignoranza (soprattutto perché, scopro ora, ha pubblicato studi sui picturebooks), dovrei conoscere altresì il contesto in cui era inserita questa frase. Nonostante le mie lacune in merito mi sento di dire che la frase, isolata tra virgolette, non ha molto senso. Mi potrebbe spiegare Maria Nicolajeva nella frase: “Diversamente dall’arte, i picturebooks sono sequenziali” cosa significa “diversamente dall’arte”?
Analizziamola:

Dal momento che le immagini dei picturebooks sono sequenziali non ha senso studiarle separatamente. Sarebbe come dire, visto che la Cappella degli Scrovegni di Giotto o la Leggenda della Vera Croce di Piero, sono tutt’uno con la storia sacra che le illumina, non vale al pena prendersi il tempo di studiare ad una ad una le scene? Angela Dal Gobbo scrive:

“ Si può asserire che le illustrazioni del picturebook formano un tutto unitario con le parole e non ha senso analizzarle separatamente. Si può anche aggiungere che non è scopo di tale genere di libri avvicinare i bambini all’arte, o predisporli a una fruizione estetica; il suo fine vero sta nel raccontare una storia con l’impiego di due diversi codici comunicativi.”

Se c’è stato un passaggio logico, l’ho perso, anche leggendo per intero l’articolo, non è chiaro.
Siccome il picturebook è narrazione sequenziale, il suo fine è narrare e non educare all’arte. (?)

Un manifesto simile è stato impugnato dalle egemonie religiose (cattoliche e non), nel medioevo: scopo dell’artista era quello di illustrare le storie dei Libri Sacri, e non di “fare arte”. Manifesto che ha influenzato in maniera decisiva l’arte (appunto) bizantina, araba, cristiana per molti secoli, limitando l’espressione pittorica a “codici” narrativi precisi: quali l’assenza di chiaro scuro, la sobrietà delle linee, etc. Come Gombrich descrive così bene nella sua bellissima STORIA DELL’ARTE: la libertà di espressione dell’arte è stata una conquista strappata alla paura della potenza delle immagini, così viva in ogni epoca storica (odierna inclusa).

Però mi conceda l’autrice dell’articolo: possiamo parlare di arte guardando un Cristo bizantino o dobbiamo solo inginocchiarci? I manoscritti arabi ed ebraici, dove alla figura vietata veniva sostituito un “disegno di lettere”, non sono catalogabili nella storia dell’arte? Guardando una tomba egizia, dove la vita del defunto era ILLUSTRATA passo passo, dove i disegni si tessevano in una trama complessa con i geroglifici, possiamo parlare di arte o dobbiamo solo sperare che qualche egittologo ci traduca quante volte Ramses II si è unito in amoroso abbraccio a Nefertari? Possiamo parlare di arte nelle immagini illuminate dei testi medioevali? Nel magnifico libro d’ore del conte Berry? Davanti alla narrazione della vita di Gesù attraversata dal sole nelle stupefacenti vetrate di Chartres?

Anche se dovessimo -per ragione del fatto che la diatriba su cosa è o non è arte non era ancora ben delineata in quell’epoca,- limitarci a dire che le vetrate di Chartres narravano agli analfabeti le storie dell’antico e nuovo testamento e non avevano nessuna pretesa artistica, possiamo negarne il valore di opere d’arte? Possiamo risolutamente asserire che chi le guardava non veniva contagiato dalla loro bellezza? Possiamo dubitare che contadini e bambini non ne afferrassero la grazia? Non sarebbe più corretto, al di là di ogni filosofia dell’arte, dire che era proprio la bellezza e la grazia di quelle vetrate a inculcare nel fedele l’ammirazione per la storia sacra e la sua narrazione? Lo stesso discorso vale per le miniature dei manoscritti latini.

E il cinema? Che unisce codici quali il linguaggio e l’immagine, è arte? E la letteratura romanza, che è narrazione pura, è arte? E il teatro, l’opera e il balletto, che mescolano diverse arti, sono arte? Dobbiamo pensare che una villa del Palladio non sia arte perché è stata costruita per il meschino scopo di essere abitata?
Mi sembra azzardato togliere stelline Michelin all’arte nella misura in cui i suoi codici si affastellano uno sull’altro creando un linguaggio più complesso. L’opera lirica è meno arte del teatro perché alla parola è stata aggiunta la musica?

E, perdonatemi la domanda ingenua: MA CHE COSA E’ L’ARTE?

Valigia Komagata

Angela Dal Gobbo prosegue nella sua riflessione e mette in guardia riviste come la francese Hors Cadres, o libri come “Lire l’album” di Sophie Van Der Linden, che studiano approfonditamente i codici della narrazione grafica degli album. Il rischio, secondo l’autrice, è quello di perdere il contesto narrativo dei picturebooks. Non è invece proprio l’ermeneutica del linguaggio visivo del picturebook che può aprire la strada alla comprensione dei suoi codici narrativi e semantici? Perché il suo linguaggio è VISIVO? Non si parla infatti di LETTRATURE GRAFICHE? (In ogni caso a nessuna delle riviste citate mi sembra faccia lacuna una visione di insieme dell’album, al contrario).

Altro rischio nel prendersi troppa cura delle immagini (di pensarle troppo? Di farle troppo belle?) è quello del proliferare di album in cui le immagini prendono un posto prioritario, autonomo rispetto al testo, in una pericolosa sequenza priva di fondamenti narrativi “sensati”, o alla proliferazione di album “artistici” che non hanno coerenza narrativa interna, o che non si rifanno al mondo conosciuto dal bambino.
(Mi chiedo se qui l’autrice si riferisce anche agli Imagiers, album che propongono -i primi esemplari datano secoli- una raccolta casuale di immagini, al solo scopo di elencare la meraviglia, album a cui si è spesso ispirata una casa editrice come Le Rouergue, che è tra quelle messe all’indice dall’articolo. E mi chiedo quali pericoli si possano mai insinuare per il bambino nelle pagine di un Imagier).

Angela Dal Gobbo asserisce che scopo di questi album “diversi” non è quello di educare all’arte, ma educare a vedere e percepire, a cogliere con meraviglia e stupore l’aspetto fisico del mondo. (…) Alimentare la curiosità, suscitare lo stupore (…).”

Se, malgrado noi, dovessimo trovare una definizione degli scopi dell’Arte, non se ne potrebbe trovare una più bella di questa descritta da Angela Dal Gobbo: educare allo stupore, alla meraviglia. Alimentare la curiosità. Purtroppo i libri in questione non possono vantare questo scopo alto dell’arte, sia perché non possono essere arte (per la dimostrazione fatta all’inizio dell’articolo: essi sono sequenziali -?-) sia per via, lo vedremo più avanti, di alcuni invalidanti handicap del bambino.
Questi album “scomodi” si limitano a SENSIBILIZZARE AL VISIVO, premessa auspicabile e necessaria per arrivare in un secondo tempo all’interesse verso il mondo dell’arte. Perché? Perché:

“in un primo momento, tuttavia, i bambini non sembrano dimostrare un interesse specifico per il “bello” inteso in senso autonomo, svincolato cioè dall’esperienza, dall’esplorazione concreta dell’intorno, separato dalla narrazione- strumento principale, quest’ultima, per rielaborare in senso cognitivo e affettivo l’esperienza stessa”.

Mi piacerebbe invitare Angela Dal Gobbo a spiegarci meglio su che basi scientifiche, o in mancanza di queste attraverso quali vissuti è arrivata ad affermare con tanta risolutezza che il bambino non ha un interesse specifico per il “bello” svincolato dalla narrazione. Sorvoliamo sulla difficoltà etimologica e semantica di “bello” e andiamo al sodo: stiamo dicendo che un bambino sotto i 5 anni non può capire l’equilibrio, la grazia, l’armonia presenti nel mondo di un’immagine con un sentimento estetico simile a quello di un adulto?
Si dice che egli non abbia, sotto i cinque anni, le competenze iconografiche necessarie a interpretare certi difficili album.

Sarebbe carino pubblicare il racconto (commovente) di come Komagata abbia costruito i suoi album spinto unicamente dal bisogno di comunicare con sua figlia neonata, e come abbia pensato immagini e ritmo proprio sulla base di questa relazione silenziosa fatta di attenzione e sguardi che si andava tessendo.

Nel gruppo dei libri “non adatti ai bambini” ci sono quelli di case editrici come Orecchio Acerbo, Editions du Rouergue, Être… passano invece la dogana (a pelo) quelli riconosciuti dalla critica universale, si cita Munari, Komagata, l’ABC della Bataille, etc…:

ABC3D, di Marion Bataille Albin Michel Jeunesse, 2008

Ma Angela Dal Gobbo dichiara che se il bambino piccolo prova interesse per questo tipo di libri è solo perché essi fanno leva sulle modalità attraverso le quali, spontaneamente, il bambino esperisce il mondo.

Se diamo un apparecchio acustico ad un sordastro, e gli facciamo ascoltare una fuga di Bach, il valore della sua esperienza estetica sarà svalutato? Il paragone è fuorviante: qui non parliamo di un lieve difetto dell’udito. Parliamo di un deficit congenito all’infanzia: quello di poter capire “il bello” come esperienza estetica fine a se stessa. Forse continuando nella metafora, si potrebbe dire che i bambini capiscono Munari e Komagata come un cieco potrebbe capire la Nike di Samotracia, palpandone le superfici.
E anche se così fosse, non è sempre alla bellezza che accede? Secondo l’autrice, nel caso del bambino sotto i cinque anni questa palpazione della bellezza è esclusivamente finalizzata all’atto del conoscere, dell’esplorare, del meravigliarsi.
Bene, ma non è esattamente questo quello che tutti gli adulti fanno davanti all’Arte? Esplorare il senso soggiacente all’opera, palparne i significati profondi, meravigliarsi? Non è nell’atto di esplorare la vita e i suoi significati molteplici, come il bambino esplora il suo mondo in miniatura, che inciampiamo nella necessità dell’Arte? Cosa è se non esplorazione profonda del senso l’emozione che ci coglie davanti alla luce di una candela di Georges de la Tour? E non è forse, come il bambino, attraverso i sensi e la nostra limitatezza che accediamo a queste ESPERIENZE emotive così preziose? E non è grazie ad un’educazione estetica, alla mediazione di adulti più preparati di noi, che possiamo più o meno goderne?

Katsumi Komagata, Little tree, One Stroke 2008

Salto alcuni passaggi del testo per giungere alle sue strane conclusioni: Il bello in un album deve essere accessorio. Fondamentale è invece la sua coerenza narrativa profonda, la sua capacità di adattarsi ai limitati strumenti estetici del bambino:

“A nostro avviso è perciò inutile, più che controproducente, proporre libri che presentino una ricerca formale troppo lontana dal concreto, dal vissuto del bambino. Si tratterebbe di una operazione che si fonda più sul compiacimento visivo che non sulla considerazione delle capacità e delle attitudini di un pubblico infantile. Ci sentiamo di sostenere che almeno fino ai 5 anni di età non sia opportuno che i libri non contengano riferimenti visivi troppo complessi, difficili da decodificare, inutilmente sofisticati, che presuppongono un forte bagaglio di elementi iconici.”

Forse se all’autrice fossero state concesse più pagine si sarebbe potuto capire meglio su che basi abbia avanzato asserzioni personali così severe, poco adatte, mi sembra, alla ricchezza intrinseca dell’infanzia e alla sua varietà, col rischio di impoverire le biblioteche di adulti e bambini. Spero che possa in questa occasione o altre spiegarci con maggiore chiarezza la sua posizione.

Io penso che un picturebook -o album che sia (è indifferente), quando nasce dalla creatività, dalla cultura e dall’intelligenza dei suoi creatori, sia semplicemente un prodotto artistico che risponde ai bisogni e ai codici dell’arte. Se sia o no adatto a un bambino dipende da cosa rispondiamo alla domanda: i bambini possono fruire dell’arte e dell’esperienza estetica? Per rispondere mi limito a ricordare un bambino di 4 anni in un museo di arte moderna, in braccio alla mamma contemplava con la stessa curiosa attenzione quadri di Picasso e Matisse, rideva, allungava le manine verso la pioggia di colori di Calder, lasciato libero sgambettava in direzione di una scultura di Giacometti e si fermava a contemplarla in attento e composto sentire, poi, alzate le braccia al cielo, la imitava divertito. Di rado ho visto adulti capire con più profondità e istinto che cosa è l’Arte.

Anna Castagnoli

illeggibilemunariLibro illeggibile 66, Galleria dell’Obelisco, Roma, 1966 Bruno Munari

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