Intervista a Natali Fortier

20 ottobre, 2008

Natali Fortier, Sur la point des pieds, Editions du Poisson Soluble 2008

Qualche giorno fa abbiamo analizzato un bellissimo album di Natali Fortier: Sur la pointe des pieds (Leggi l’analisi del libro). Ora lasciamoci trasportare dall’autrice dietro le quinte del libro, in un affascinante e intelligentissimo viaggio dentro la creatività.

Cara Natali, il tuo album Sur la pointe des pieds, uscito quest’anno per l’Atelier du Poisson soluble, racconta la storia di una bambina che perde tutta la sua famiglia in un incendio. Restata sola è obbligata ad andare a vivere con gli zii, una coppia per nulla gentile con lei. Un album potente e difficile, senza compromessi. Puoi raccontarci come è nato?
La storia mi è arrivata di colpo, in piena faccia, senza essere autobiografica e senza pensare a chi l’avrei indirizzata. Avevo qualcosa da raccontare e ho cercato di farlo nel modo più semplice possibile. Sperando fortemente che qualcuno ascoltasse, dandomi un’eco, un possibile ritorno.

Natali Fortier, Sur la point des pieds, Editions du Poisson Soluble 2008

Nel libro, le persone che cercano di aiutare la bambina non sono capaci di mettersi alla sua altezza (di chinarsi verso di lei) per poter stabilire una relazione. La bambina è dunque costretta a trovare delle posizioni strane (arrampicata sui muri, a testa in giù, in fuga sulla cima di un albero…) per trovare il suo posto. Gli adulti, dal canto loro, hanno delle dimensioni sproporzionate. Hai voluto dire che è impossibile trovare la propria misura fuori da una mutua relazione di empatia?
Ho la sensazione che se al momento di uno choc, non c’è nessuno a riconfortare il bambino, il bambino smette di avere radici, non ha più modo di attaccarsi al suolo. L’esplosione dell’incoscienza. Non c’è niente di più rassicurante del fuoco di un caminetto, eppure in un istante la stessa fiammella si può trasformare in un incendio. Anche l’uomo può essere a volte come un fuoco.

So che molte persone hanno vissuto questa trasformazione e credo che la forza di questa bambina sia di non restare nell’immobilità. Cerca, anche se ha le vertigini, un angolo, un punto di vista capace di dare senso alla sua storia.

Natali Fortier, Sur la point des pieds, Editions du Poisson Soluble 2008 (ingrandisci l’immagine)

Penso all’immagine finale del libro, la più emblematica. In questa immagine per la prima volta c’è una relazione tra adulto e bambino, ma è una relazione che ha bisogno di una metamorfosi (fiore-uccello) per poter esistere. Non c’è ancora l’interezza. Il testo anche ha subito una trasformazione, è diventato un sottile filo di ricamo. E’ un finale sorprendente e magnifico. Dà una sensazione delicata, come di chi esce appena da una malattia, e nello stesso tempo potentissima. Come ci sei arrivata?
L’ultima frase del testo mi è arrivata molto più tardi. Me la sono spesso ripetuta prima di scriverla. Stéphane Queriaux ( l’editore dell’Atelier du poisson soluble) mi disse che il disegno dell’ultima tavola non funzionava con questa frase. All’epoca la tavola mostrava la zia sempre altrettanto cattiva e lo zio con la sua brutta faccia e la bambina-uccello sul bordo di una finestra. Ero d’accordo con Stéphane. Ho cancellato lo zio, inciso la zia per trasformarla in vaso di fiori e la bambina-uccello ha sorriso. Ci sono voluti tutti questi 5 anni perché i fiori crescessero intorno a questa bambina.
Il bambino ha la volontà di vivere. Non è così fragile, è una decisione. E’ per questo che ho ricamato le parole sulla pagina, perché non si possano cancellare mai più.

Natali Fortier, Sur la point des pieds, Editions du Poisson Soluble 2008

C’è una grande libertà di espressione nei tuoi disegni. Ci puoi dire qualcosa sulla tua tecnica? Sulle tue fasi creative? Fai uno storyboard prima di cominciare a disegnare?
C’è stato, naturalmente, uno storyboard, ma a parte l’ultimo disegno, tutto è uscito d’un solo getto, senza prove. Lavoro su della carta nera, che mi permette di far apparire, di accendere, la luce. Le mie immagini dicono quello che non potevo scrivere. Mi sono lasciata portare, all’inizio, dalla violenza e dalla collera, ho inciso i pastelli con un coltello. Avevo veramente voglia di rendere grotteschi gli adulti, ma di colpo li ho trovati belli e vulnerabili. Gli adulti sono bambini segnati dal tempo.
Parlo della morte, ma è la forza della vita che mi ispira, che mi affascina. Le persone che incroci, che attraverso un sorriso da nulla ci svelano un frammento del loro destino e tutto quello che hanno attraversato… Trovo che spesso la gente sia da ammirare.

Puoi raccontarci qualcosa della reazione degli editori quando hai presentato questo progetto di libro? Non sono sicura che molti editori, soprattutto in questo momento, avrebbero il coraggio di pubblicare un libro così forte.
Sei anni fa Olivier Douzou et Christian Dupuis Santini ( della casa editrice l’Ampoule), mi avevano chiesto di scrivere su di un dramma dell’infanzia. Mi hanno fatto fiducia, senza questa fiducia non avrei mai avuto il coraggio di scrivere. Poi il libro non è stato pubblicato da L’Ampoule per delle ragioni esterne. Ho pubblicato altri libri ma nessuno voleva saperne nulla di questo! Ho incontrato Olivier Belhomme e Stéphane Queriaux su un salone del libro, e si sono presi cura del mio lavoro. Sono felice dalla A alla Z del mio scambio con l’Atelier du poisson soluble.
Credo sia molto importane ogni tanto lavorare senza seguire la corrente. Non sempre scegliamo le cose che ci capitano e non sempre il mondo è di porcellana. Preferisco mille volte la gioia al dramma, ma non possiamo negarne l’esistenza.
Gli editori dicono sempre di essere pronti a tutto, e credo sia vero. Incesto, violenza, guerra, morte, etc… Ma è il modo di scrivere le cose… Bisogna dirle in un certo modo, travestirle di un gusto zuccherato o salato, fino a che non se ne perde il sapore.


Un’ultima domanda. Qualche parola sul tuo mestiere di illustratrice. Come sei arrivata a questo mestiere? Che cosa ti piace di più del tuo lavoro ora che hai raggiunto la notorietà? Cosa ti frustra?

Sono più di vent’anni che vivo di arte, o con la pittura, o con la scultura o con la stampa, affiches, libri….Spero che questo continui a lungo.
Mi mancano spesso molte cose… vorrei fare molto di più, vorrei che fosse un po’ più facile, vorrei il tempo per fare esperienze e ricerche… in questo momento sto terminando uno zoo, delle sculture di animali e mi piace tantissimo. E’ questo che amo, passare da una cosa all’altra.

Piccola storia vera che mi è appena successa. Avevo interrotto di scrivere queste risposte perché dovevo fare la spesa. Ma i temi continuavano a ronzarmi nella testa. La cassiera era carina, sul suo cartellino c’era scritto il suo nome. Si leggeva
xxxxxxx
Speranza
Al vostro servizio.

L’intervista a Natali Fortier è stata realizzata per il blog lefiguredeilibri.com, l’utilizzo delle immagini mi è stato gentilmente concesso dall’illustratrice stessa. Ogni riproduzione, anche parziale, del testo o delle immagini, è vietata.

12 Risposte per “Intervista a Natali Fortier”

  1. 1 elena et
    21 ottobre, 2008 at 11:11

    semplicemente,

    grazie per il libro
    e per l’intervista.

    elena

    P.S. per curiosità tecnica – e un po’ di pedanteria- mi chiedevo di che dimensioni sono le tavole originali. Mi sembra strano, o eccezionale, che tale forza sia contenuta nelle dimensioni piccole che spesso vengono richieste agli illustratori. Non so, forse è una curiosità inutile. Sarebbe comunque bellissimo vedere gli originali, verranno esposti da qualche parte?

  2. 2 Anna Castagnoli
    21 ottobre, 2008 at 11:45

    Proverò a chiederlo a Natali Fortier. Comunque se stai dentro le proporzioni della stampa puoi disegnare grande quanto vuoi. Di solito io disegno su formati due volte più grandi del definitivo.

  3. 3 pHi
    21 ottobre, 2008 at 11:53

    davvero interessante questa intervista, grazie.

  4. 4 paolo
    21 ottobre, 2008 at 14:47

    in realtà, se stai nelle proporzioni della stampa, resta il problema di non superare il formato A3 (42 x 29,7), visto che scanner più grandi non ne fanno.
    se il formato è maggiore, si devono fotografare gli originali, con una inevitabile perdita di qualità.

  5. 5 Anna Castagnoli
    21 ottobre, 2008 at 18:20

    Paolo, ma io so di case editrici che fotografano gli originali in ogni caso, e sostengono che la qualità sia migliore (OQO docet).

  6. 6 Andrea
    21 ottobre, 2008 at 20:32

    Oltre agli scanner piani che, come già detto, non vanno oltre al formato A3, si può evitare di ricorrere alla fotografia, ricorrendo allo scanner a tamburo. Questa tipologia di scanner permette di “scansionare” anche immagini del formato 50x70cm, purché siano su supporto flessibile.

  7. 7 elena et
    21 ottobre, 2008 at 22:25

    ok, comincio a farmi un’idea..
    altri commenti/esperienze sul tema verranno molto apprezzati…a volte mi sento strabordare quando devo lavorare nei limiti del<A3

    Grazie,
    elena

  8. 8 paolo
    22 ottobre, 2008 at 9:33

    Andrea ha ragione sugli scanner a tamburo. ma il supporto deve essere molto flessibile (per arrotolarlo intorno a un cilindro di 16 o 22 cm di diametro), e il colore non si deve screpolare o staccare nell’arrotolamento. (quindi, per esempio, meglio non usare il collage o colori che perdono elasticità nell’asciugatura).

    Non voglio discutere le scelte di altri editori, che possono avere mille motivazioni, ma anche solo per intuizione, oltre che per scienza, affermare che la qualità della riproduzione migliori attraverso il passaggio alla fotografia è privo di fondamento.
    La fotografia genera per definizione distorsioni cromatiche. Infatti si usa mettere le scale cromatiche nell’inquadratura, per poter correggere i “punti colore” e restituire neutralità. Ogni tipo di pellicola o modalità digitale di cattura delle immagini ha le sue dominanti (tendenza ad amplificare un colore o un tono) e l’illuminazione non è mai cromaticamente neutra.
    In generale, si usa la fotografia solo se non se ne può fare a meno, cioè se l’originale è troppo grande o troppo delicato e prezioso per essere manipolato.
    Inoltre, la fotografia aggiunge un elemento di costo, senza diminuire i costi di fotolito.
    A meno di fare fotografie digitali degli originali e usare i file relativi direttamente per la stampa (cosa possibile, ma che mi lascia qualche perplessità)

    Vorrei anche segnalare un altro problema legato alla scelta del formato dell’originale: se si lavora su un formato molto più grande o molto più piccolo del formato di riproduzione, si corrono dei rischi in termini di resa sia cromatica sia di dettaglio: in forte riduzione, per esempio, i dettagli gli tendono a impastarsi e i toni medi a chiudersi; in forte ingrandimento si perde potenza cromatica e si amplificano le grane.
    Il mio suggerimento, dal punto di vista della riproducibilità, è mantenersi il più vicino possibile alle dimensioni finali della riproduzione. l’ideale è un formato dell’originale del 10/15% al massimo più grande del libro.
    In ogni caso, meglio parlarne prima con l’editore.

  9. 9 Andrea
    22 ottobre, 2008 at 10:29

    Paolo, sottoscrivo in pieno la tua analisi. La fotografia può determinare delle distorsioni sia a livello cromatico che a livello formale che impongono correzioni con conseguenti perdite di tempo e di denaro.
    La fedele riproducibilità delle illustrazioni all’interno dei libri è stato e rimane un problema di difficile risoluzione all’interno delle case editrici. Può considerarsi a pieno titolo la “bestia nera”, a livello tecnico, di ogni editore-tipografo-illustratore.

  10. 10 Simone Rea
    23 ottobre, 2008 at 9:27

    Usando tecniche diverse e servendomi di carta vetrata, bulini e punte da incisione i miei supporti o almeno il supporto che sto usando in questo momento (a furia di cercare e cercare qualcosa di scansionabile senza creare troppi problemi)è un cartoncino da 600g.
    Pensate possa andare?

    Comunque non credo che le dimensioni piccole lascino poco spazio alla creatività…Anzi sono un buon esercizio.. Chi di noi disegna sempre su formati enormi e non ha mai disegnato piccole chicche o viceversa?

    Purtroppo (perchè è difficile trovarne)o per fortuna la storia, il testo devono regalarci qualcosa…

  11. 11 Andrea
    24 ottobre, 2008 at 10:09

    Ciao Simone, bisognerebbe controllare il livello di flessibilità del cartoncino. Personalmente credo che un supporto di 600g non sia molto adatto per uno scanner a tamburo… ci sono alcune carte che si flettono pochissimo e lasciano i segni della piegatura alla minima flessione. Un piccolo particolare non affatto trascurabile: le scansioni con questo tipo di strumento sono abbastanza costose.
    Andrea

  12. 12 simone
    24 ottobre, 2008 at 14:02

    Grazie Andrea,
    spero sia abbastanza flessibile allora perchè supporti più fini non li posso usare se carteggio l’acrilico (si sfalda la carta, si buca e si imbarca)..e io lo carteggio alla grande:)