Lo storyboard: gli schizzi

29 aprile, 2008

Anna Castagnoli, storyboard per La caja de los recuerdos, OQO Editora

Anna Castagnoli, La caja de los recuerdos, OQO Editora (in corso di pubblicazione, ogni riproduzione è vietata)

Il disegno per lo storyboard non deve essere “bello” o preciso. Deve dare un’idea all’editore della composizione della pagina che sarà definitiva. Basta. Poi se come me soffrite di ansiadadisegnodefinitivo, vi accadrà il deplorevole karma di collezionare meravigliosi schizzi, vivi come lucertole danzanti, che perderanno ogni leggerezza una volta trasformati in disegni finiti. Che farci.

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27 Risposte per “Lo storyboard: gli schizzi”

  1. 1 Simone
    30 aprile, 2008 at 13:48

    Anche io ho la mania del definitivo e per lasciare all’originale la freschezza dello schizzo per un pò di tempo non ho più abbozzato niente.I disegni di Alice nel paese delle meraviglie ad esempio non hanno schizzi e sono nati così, mettendo e togliendo, coprendo e ricolorando fino al momento in cui ho sentito la vocetta del bianconiglio che mi diveva: ora fermati, siamo soddisfatti, hai finito, corri, lava i pennelli e spedisci queste illustrazioni.

    Per Bologna non è stato così, volevo entrare in mostra, mi sono irrigidito, ho avuto paura, ho disegnato uno, due, tre schizzi veloci, non mi soddisfacevano, ho continuato con gli schizzi ma più passava il tempo più non erano schizzi ma veri e propri disegni a matita da colorare che di fresco non avevano niente. Ho cercato di lasciarmi andare almeno nei colori recuperando quel poco di casualità e di naturalezza che quegli animaletti si meritavano ma che la mia tensione non ha potuto regalargli.

  2. 2 Andrea
    2 maggio, 2008 at 9:01

    Io personalmente ho un’altra opinione riguardo gli schizzi.
    L’eterogeneità degli stili si rispecchia su tutto il lavoro creativo, dagli schizzi all’opera finita.
    Non è possibile considerare lo schizzo come una fase standard della progettazione/ideazione di un’opera. A mio parere sono “schizzi” sia i disegni costituiti da una manciata di linee e scarabocchi, sia i disegni curati nei minimi dettagli. Ognuno possiede un proprio metodo col quale affrontare questa importante fase in cui l’idea si concretizza e assume consistenza. Basti pensare che nel panorama dell’illustrazione e non solo (infatti queste considerazioni si riscontrano in ogni tipo di processo creativo) esistono illustratori che “saltano” lo schizzo, disegnando direttamente il definitivo, e altri che all’opposto dedicano gran parte delle loro fatiche a realizzare innumerevoli schizzi progressivamente sempre più definiti e accurati nei particolari.
    A mio avviso lo schizzo può essere equiparato a una vera e propria “magia” in cui dall’invisibile si passa al visibile, dal vuoto della pagina bianca prendono vita forme e colori. Ogni momento generativo affascina in quanto sa di “miracoloso”. L’effetto “sprezzante” del segno tipico di una certa categoria di schizzi inoltre accentua ulteriormente il suo fascino in quanto lì è possibile cogliere il passaggio
    della mano “creatrice”. La sprezzatura può essere mantenuta anche nell’opera definitiva percorrendo però altre vie (attraverso per esempio l’uso del colore o della tecnica, le due immagini della titolare caricate nel post sono esaustive in ciò).
    Non approvo chi cerca di ricreare artificiosamente l’effetto sprezzante dello schizzo o chi accorcia i tempi dello schizzo sperando di mantenere un po’ di spontaneità nell’illustrazione definitiva. Il processo creativo degli schizzi ha tempi diversi per ogni illustratore; è sbagliato intervenire in questa fase così delicata apportando cesure o modificando il suo sviluppo naturale. Ripeto, a mio avviso esistono altri modi col quale mantenere vibrante e viva un’illustrazione senza dover recuperare o riesumare aspetti formali propri dello schizzo.

  3. 3 Anna Castagnoli
    2 maggio, 2008 at 9:15

    Andrea è molto bello quello che scrivi. E’ un processo magico, è vero. Io per conservarne la magia ho adottato una tecnica pittorica che mi permette di modificare e rifare continuamente parti dell’originale, cosa che mi permette una maggiore libertà (e rischi annessi). Di modo che il misterioso passaggio dal niente alla realtà conservi le sue tracce più vive. Però tant’è, quando so che sono sull’originale e non su carta che resterà nei cassetti, come descrive bene Simone, mi irrigidisco di più e altero il flusso magico. Ogni volta lotto contro questo. Credo che la libertà d’esprimersi (la non-paura del giudizio) sia la conquista più alta per un artista. Chi ha visto il video di Piacssso fatto da Clouzot (in cui Picasso disegna su un vetro trasparente posto tra lui e la cinepresa) può capire cosa è la libertà. Lui se ne infischiava allegramente di sbagliare, andava avanti e poi diceva no questo è bruttissimo con un sorriso sulle labbra, cancellava e ricominciava. Era Pablo Picasso. I bambini, prima che la scuola e l’odioso nostro SAPERE di grandi, li influenzi, fanno capolavori coi colori e con le forme. Picasso una volta ha detto: ho lottato tutta la vita per liberarmi da quello che ho imparato.

  4. 4 Anonimo
    3 maggio, 2008 at 21:49

    “Ripeto, a mio avviso esistono altri modi col quale mantenere vibrante e viva un’illustrazione senza dover recuperare o riesumare aspetti formali propri dello schizzo.”

    Puoi farci qualche esempio?

    “ho adottato una tecnica pittorica che mi permette di modificare e rifare continuamente parti dell’originale”

    Anna tu che tecnica usi di solito?

  5. 5 Anna Castagnoli
    4 maggio, 2008 at 11:55

    Io di solito lavoro con strati di pastello a cera secco, sovrapposti e mischiati via via a sottili strati di acrilico. Il tutto su un foglio molto liscio. Se sbaglio qualcosa copro con l’acrilico e poi ricomincio da capo strato su strato. A volte il pastello crea una superficie instabile che utilizzo per grattar via cose o dare effetti raschiati.

  6. 6 Andrea
    4 maggio, 2008 at 12:44

    Partendo dal presupposto che la sprezzatura, tipica dello schizzo, sia uno degli aspetti più legati a una certa maniera di disegnare molto naturale e spontanea, chi cerca di ricrearla forzatamente, rinnega in fondo la sua natura; è un controsenso.
    Lo schizzo in fondo a cosa serve? Non certo lo si realizza per l’editore in primis…o meglio non si pensa all’editore o a un eventuale osservatore quando si “schizza”.
    L’idea deve diventare segno, forma, colore e lo schizzo rappresenta questo passaggio, utile soprattutto per chi lo compie. E’ un’operazione introspettiva molto personale e intima.
    Quando si ritiene di aver raggiunto l’obbiettivo, a cui è preposto lo schizzo, e che non occorra aggiungere altro in quanto l’essenza dell’opera è stata conquistata, si può passare alla realizzazione del definitivo.
    La tecnica e la scelta dei materiali che si utilizzeranno diventeranno i protagonisti di questa nuova fase. Tutto ciò che non è stato “calcolato” nello schizzo godrà di una certa casualità e imprevedibilità che regaleranno all’illustrazione vitalità e vibrazione.
    Un esempio?
    Le illustrazioni di Chiara Carrer e Anna Laura Cantone.
    Entrambe riescono quasi a far coincidere lo schizzo con l’illustrazione definitiva, infatti l’aspetto affascinante dei loro lavori risulta dalla freschezza del segno e della composizione. In questi ultimi anni molti giovani illustratori hanno iniziato a imitare il loro stile senza considerare che certi aspetti stilistici e tecnici sono strettamente legati alla personalità dell’illustratore e per questo difficili da emulare. L’esito di queste emulazioni è sotto gli occhi di tutti: immagini goffe, innaturali tutt’altro che sprezzanti e vive.

  7. 7 Simone
    5 maggio, 2008 at 15:07

    Caro Andrea,
    Anche per lo schizzo, essendo come dici tu così personale, non credo esista una vera e propria regola e non puoi non approvare chi accorcia il tempo di uno schizzo per ricreare la freschezza artificiosa… Se un illustratore decide di lasciare lo schizzo a metà è perché magari disegnando si è chiarito le idee, perché semplicemente si è stancato e ha voglia di realizzare il definitivo oppure sta sperimentando se stesso in qualche senso o magari non trovando gli stimoli si auto stimola mettendosi in gioco. Lo schizzo può prendere colore, forma e definizione ma può anche non esistere e va bene ugualmente.
    La sincerità verso se stessi è l’arma vincente.
    Questa è magia secondo me.

    Infatti credo che per alcuni sia una forma di innamoramento verso illustratori più importanti non tanto una forma di manierismo e non ci trovo niente di male, penso siano fasi che ognuno di noi può avere, momenti di crescita, insicurezza, di immaturità che però nel tempo con molto impegno si trasformeranno in qualcosa di esemplare.

    Per me lo schizzo
    Nel mio caso la tensione gioca molto nella realizzazione di una tavola specialmente quando non ho le idee molto chiare e ho dei tempi da rispettare, in questi casi il disegno mi aiuta e lascio la casualità al colore. Quando invece, ho ben chiara l’idea di cosa voglio lo schizzo non mi serve proprio. In questo ultimo caso se dovessi realizzare degli schizzi ti assicuro che non noterai nulla di magico, forse una spolveratina misera di passata di stelle e non ne sono certo, in questo caso per me gli schizzi diventano spiegazione,il più possibile chiara e esaustiva che però troveranno la giusta freschezza solo negli “schizzi-definitivi”.
    Per me lo schizzo è più un modo per fissare un momento, il colpo di fulmine che ti arriva in metropolitana o a passeggio, nel sonno o magari nel bagno, in posti dove non avendo la possibilità di far vibrare i pennelli, utilizzo la matita per appuntarmi qualcosa, che il più delle subisce una metamorfosi o semplicemente rimane li con tutta la sua importanza, un segno cancellabile che non cancellerei mai, un segno che rileggendolo a distanza di tempo mi ricorderà delle mie origini, mi farà sorridere ma anche vergognare.

  8. 8 Anonimo
    5 maggio, 2008 at 16:38

    Penso che spesso ci dimentichiamo o ci neghiamo il senso di libertà e di spensieratezza quando disegniamo.

    A volte siamo troppo rigidi e attenti a seguire determinate regole e schemi; preoccupati a soddisfare l ‘ editore o a fare bella figura (adottando ad esempio lo stile del momento).

    Penso sia giusto creare e seguire delle regole.
    Il rischio pero e di diventarne schiavi e bloccarsi.

    Come dice Simone, anche la scelta di fare o non fare uno schizzo è soggettiva.

    I bambini quando disegnano sembrano divertirsi davvero, non hanno paure
    è bellissimo e i loro disegni sono freschi.
    Se si affronta il disegno “con la massima sincerità verso se stessi” si ottengono le cose più interessanti e forse durature.
    Penso cmq che sia un discorso molto complesso e non privo di ambiguità.

  9. 9 Anna Castagnoli
    5 maggio, 2008 at 17:23

    Concordo con Simone.
    Però è anche vero che molte case editrici esigono uno storyboard ben preciso prima di darti il via libero per il libro. E se non si ha il talento di una Susanne Janssen o di una Beatrice Alemagna (che so che non amano fare lo storyboard) si è obbligati a farlo..Magia o non magia.

  10. 10 Andrea
    5 maggio, 2008 at 17:35

    Sottoscrivo in pieno le analisi che avete aggiunto alla mia.
    Come dicevo poco sopra, nel momento in cui attraverso lo schizzo si riesce a cogliere l’essenza di un’immagine che si ha nella mente non occorre necessariamente proseguire nel suo completamento. Non è possibile definire delle regole rigide per questo processo. Solo la nostra coscienza (o incoscienza) ha la totale sovranità!

  11. 11 Simone
    5 maggio, 2008 at 20:31

    Si Anna è prorpio vero,le considerazioni che ho fatto non prendono in cosiderazione l’editore riguardano più che altro emozioni personali che poi cambiano da momento a momento,da progetto a progetto, da foglio a foglio
    Naturalmente per un libro lo storyboard é indispensabile mentre per un concorso a cinque tavole si può pure chiudere un occhio. Comunque la professionalità è necessaria, daltronde è giusto creare uno storyboard comprensibile che permetta all’editore di visionare il prodotto nell’insieme
    Solitamente le cose che reputiamo in alcuni momenti noiose o trascurabili ci regalano sempre qualcosa di prezioso.

  12. 12 giovanna
    6 maggio, 2008 at 18:00

    In quanto editore posso chiarire un dettaglio. Ci sono autori che impostano il libro con uno storyboard. Ma ce ne sono altri che odiano gli storyboard e partono già con le tavole definitive che magari poi rifanno settanta volte: comunque lo preferiscono. Sembra pazzesco, ma è così. Certo, se gli chiedi uno storyboard, magari lo fanno. Poi però cambiano tutto e non c’è verso di riconoscere il risultato finale nel progetto iniziale. In questi pochi anni di esperienza, mi sono resa conto che la creatività è legata a processi molto individuali e delicatissimi. Un editore deve imparare a parlare a ogni illustratore sulla base di quello che intuisce essere la modalità del suo processo creativo. La cosa non è affatto facile. Bisogna capire cosa dire e cosa non dire, quando e come dirlo: è proprio un fatto di linguaggio, perché il lavoro dia i migliori risultati e non venga intralciato da blocchi, problemi, incomprensioni, eccetera. Anche perché non è per niente facile entrare nel merito del lavoro di qualcuno: si rischia a ogni istante di ferire, offendere, equivocare ecc. anche se si prendono tutte le cautele. Fondamentale è l’onestà, da entrambe le parti. Consiglio, e parlo agli illustratori, di non accettare MAI di illustrare un testo di cui non si è convinti. Anche se è un’occasione storica, anche se è il primo lavoro. Potrebbe rivelarsi una sciagura. Mai dire a un editore “mi piace il progetto” e agli amici intimi “non mi piace affatto…”, pur di lavorare. Io sono dell’idea che la professionalità paghi sempre, anche a partire da scelte di base di correttezza reciproca. Ricordo benissimo le persone che mi hanno detto “No”, davanti a un progetto non adatto a loro, e le ricordo con gratitudine e rispetto perché spesso si è trattato di ragazzi davanti alla possibilità del primo libro, eppure non si sono fatti tentare. Non si tratta naturalmente di accettare solo i lavori che rispettano la “purezza” della propria “ispirazione”, in una visione romantica e fuori luogo dell”artista. Ma si tratta di sapere, sulla base di una buona conoscenza dei propri strumenti professionali, cosa si è in grado di fare e cosa no. Accettate le sfide solo quando vi sentite pronti. Se sentite dentro una vocina che vi dice: “Stai facendo una cazzata” ascoltatela!

  13. 13 Anonimo
    6 maggio, 2008 at 23:25

    Ciao Anna perche dici che “sbagliare” libro potrebbe rivelarsi una sciagura?!

  14. 14 Anonimo
    6 maggio, 2008 at 23:33

    scusa volevo dire giovanna!

  15. 15 giovanna
    7 maggio, 2008 at 9:45

    Perché nel 99% dei casi sbagliare la scelta del libro significa sbagliarne la realizzazione, nel senso che in corso d’opera è quasi inevitabile che fragilità, debolezze, problemi emergano: insomma, i nodi vengono al pettine. Questo fa sì che l’esperienza si riveli negativa per tutti oltre che una gran perdita di tempo. Il risultato, poi, sarà mediocre e insoddisfacente, ammesso che si arrivi davvero a concludere il libro! E’ per questo che l’editore chiede sempre agli autori di valutare attentamente il progetto prima di accettare di realizzarlo.

  16. 16 Andrea
    7 maggio, 2008 at 16:06

    Credo comunque che rientri nella professionalità di un illustratore riuscire a cimentarsi con testi che di primo acchito non producono il cosiddetto “colpo di fulmine”. Spesso se il feeling col testo è immediato significa che la sua lettura ha pizzicato corde della nostra sensibilità e del nostro sapere a noi più vicine e familiari.
    Personalmente trovo molto avvincente e stimolante cimentarmi con testi che non si lasciano “scoprire” immediatamente e che comportano all’inizio un percorso mentale faticoso e accidentato.
    L’appagamento che deriva alla fine di questi viaggi misteriosi e incerti è immenso perché è proprio attraverso queste “avventure” che si conquistano nuove chiavi di lettura col quale capire e tradurre (attraverso le immagini) il mondo.
    E’ l’illustratore che deve avvicinarsi al testo, non il contrario…
    Chi rifiuta di cimentarsi con una storia perché la trova semplicemente distante o difficile pecca di pigrizia…diventa come l’archeologo che pretende di trovare preziosi cimeli in superficie.
    Illustrare un testo è una sfida che vale sempre la pena di affrontare, anche a costo di perdere tempo o di non raccogliere i frutti sperati! Preferisco sempre la coraggiosa incoscienza alla vile saggezza in un illustratore.

  17. 17 giovanna
    7 maggio, 2008 at 18:30

    Anch’io sono dell’idea che l’illustratore debba essere al servizio del testo. Questo però non significa che tutti siano in grado di fare tutto (con risultati significativi). Infatti, per l’editore è sempre un momento importante la scelta dell’illustratore a cui assegnare un dato testo. Quello che do da illustrare a Guido Scarabottolo è diverso da quello che do a Simona Mulazzani. Non è intercambiabile.
    Tuttavia non è detto che la scelta dell’editore sia giusta. E’ infatti l’illustratore che ha l’ultima parola, cioè deve dire se si sente in grado, oppure è interessato a lavorare su quel dato testo. Io ho scritto: accettate la sfida solo se vi sentite pronti (o nel caso di illustratori già affermati, aggiungo, se siete interessati e pensate di poter fare un buon lavoro). Noi abbiamo avuto non molti casi, ma alcuni sì, in cui la persona scelta ha accettato il lavoro e poi si è rivelata totalmente inadatta e incapace di svolgere il lavoro affidatole. Secondo me un professionista dovrebbe sapere, sempre, in linea di massima che tipo di risultati può attendersi da se stesso, quando qualcuno gli chiede una prestazione. Faccio un esempio, preso da un ambito diverso: se fai arrampicata sai che tipo di parete puoi affrontare. Sai che alcune situazioni le affronti meglio e altre peggio. Sai anche che per affrontare meglio quelle in cui riesci peggio, devi affinare la tecnica: non puoi pensare di risolvere il problema imponendoti forzatamente di affrontare una situazione che sai già non essere in grado di risolvere.
    Si migliora certamente solo superando pigrizie e difficoltà, ma non buttandosi in imprese al di sopra delle proprie forze: per una persona che svolge un lavoro creativo, conoscere i propri limiti è forse anche più importante che conoscere le proprie possibilità. Perché è su questi che puoi lavorare davvero. Buzzati riteneva di essere arrivato a maturare il proprio linguaggio pittorico, proprio grazie ai limiti tecnici che sapeva benissimo di avere (non aveva mai frequentato accademie e appreso le tecniche di pittura).
    Moltissimi illustratori, quando ricevono da me una risposta negativa (tipo, “le illustrazioni che mi ha inviato non rientrano nella nostra attuale linea editoriale”) mi scrivono: “mi assegni un tema e mi faccia fare una prova: io padroneggio tecniche e stili diversi e sono in grado di fare tutto.” Quando leggo queste parole mi chiedo: ma come è possibile? E allora perché mai mi ha spedito proprio quelle tavole lì, ritenendole le più significative?
    Che cosa vuol dire “stile”, allora? Dobbiamo ritenerla una categoria priva di significato?

    Inoltre, Andrea, tieni presente una cosa: per un illustratore il tempo può anche essere un dato privo di importanza, ma un editore deve per forza considerarlo. Per esempio è giusto che l’autore del testo debba aspettare tre anni, per esempio, per dare modo all’illustratore di trovare il modo giusto di illustrare il suo testo, ritardandone la pubblicazione? Noi lasciamo moltissimo tempo per lavorare, lo sanno bene i nostri illustratori, specialmente i più lenti. Ma l’illustratore deve saper dare al tempo il valore giusto, che non è solo il proprio ma anche quello richiesto dall’intero processo editoriale.

  18. 18 Anna Castagnoli
    7 maggio, 2008 at 21:00

    Che bello poter entrare nella prospettiva dell’editore.
    Ci fai davvero un grande regalo Giovanna con queste parole.Grazie.

    Io ho cambiato tante case nella mia vita. E ultimamente prima a Parigi poi a Barcellona ne ho visitate moltissime prima di scegliere questa dove sono. Ecco io credo che accettare di illustrare un testo sia un po’ come scegliere una casa vuota di arredi. Ha delle strutture, una pianta, una storia, delle vedute dalle finestre, ma c’è un qualcosa di misterioso che ti porta a dire: questa sì. Non è perché immagini che nel tal angolo andrà il tal divano, è perché ha qualcosa che senti che è anche tuo.
    Un testo che si sceglie deve avere questo: un qualcosa che senti che ti appartiene. Un qualcosa che non necessariamente è contenuto nella storia. Non sono d’accordo con Andrea, è vero ed importante spingersi un po’ in là (come dice Giovanna non essere pigri), ma deve essere un “in la’” dentro se stessi, a recuperare un’emozione che il testo ti ha risvegliato, ma che era già in fondo a te, da sempre.

  19. 19 giovanna
    8 maggio, 2008 at 13:07

    Perfetto, cara Anna.

  20. 20 licamispocrips
    9 maggio, 2008 at 5:21

    nice work, guy

  21. 21 Andrea
    10 maggio, 2008 at 19:34

    Mi permetto di dissentire da alcuni passaggi.
    Nel momento in cui un testo ci sembra familiare o più vicino di altri alla nostra sensibilità è ovvio che sarà più agevole per noi illustrarlo.
    Questa presunta “familiarità” recondita che incosciamente ci avvicina ad esso non è un dono della Provvidenza. Se così fosse, il destino dell’illustratore sarebbe legato alla casualità. Bisognerebbe allora sperare di incontrare ogni volta un editore che ti sottoponga il testo giusto, quello insomma che sappia risvegliare ricordi e sentimenti latenti.
    Lo sforzo maggiore di un illustratore non è quello di andare alla ricerca del testo giusto da illustrare, ma di riuscire a interpretare col proprio gusto, con la propria sensibilità e capacità la storia sottopostagli dall’editore.
    Se in tema di “case” vogliamo rimanere, l’arredatore non arreda soltanto le case di suo gradimento, semmai cerca con le proprie capacità di rendere “suoi” quegli spazi, anche quando questi sembrano lontanissimi dai suoi gusti. Torno a ripetermi, è compito dell’illustratore cercare il punto di vista, il metodo con cui risvegliare il suo interesse e alimentare così soluzioni nuove. Dirò di più, secondo me è proprio attraverso questi incontri con testi “scomodi” che un illustratore può crescere professionalmente, arricchendosi a livello culturale e stilistico.
    Se l’editore sceglie un illustratore per lavorare su un testo, evidentemente lo fa perché lo ritiene adatto a interpretare i suoi contenuti, ma questa rimane a tutti gli effetti, una decisione soggettiva e quindi opinabile. Se l’editore assegna a Guido Scarabottolo un testo, lo fa perché ritiene che egli possa realizzare un lavoro coerente con la sua linea editoriale. Ciò non significa affatto che Simona Mulazzani non sappia illustrarlo con risultati altrettanto buoni. E’ molto più probabile che l’editore preferisca per quel determinato tema, uno stile e una poetica “scarabottoliana”. In quel caso eviterà di commissionare il lavoro ad altri che non possano garantirgli quel tipo di prodotto.
    Rimaniamo quindi nell’ambito della soggettività.
    L’immaturità, l’ignoranza, l’assenza di metodo e le lacune tecniche sono i limiti imputabili all’illustratore, ma in questo caso non si può parlare di illustratori professionisti, semmai di aspiranti illustratori o di illustratori in erba.
    Chi compie arrampicate sa che per arrivare alla cima possono esistere diverse soluzioni, così di fronte a pareti ardue, lo scalatore ragionerà e studierà il percorso più adatto alle sue capacità. Questo studio comporterà un dispendio di tempo e di energie senza però precludergli il raggiungimento dell’obiettivo.
    Con queste affermazioni non voglio assolutamente sostenere che l’illustratore sia infallibile e immune da errori, piuttosto sono convinto che sia innaturale, per quanto possa sembrare cortese, chiedergli se il testo assegnato sia alla sua portata. I limiti di un illustratore sono proporzionali alla sua pigrizia e ai vincoli posti dall’editore. L’illustratore lavora di fantasia e la fantasia non ha limiti.
    Se un testo dopo la prima o la seconda lettura non riesce a coinvolgerti o non senti quel “qualcosa che ti appartiene”, sarebbe opportuno chiedersi perché quel qualcosa non c’è e quindi indagare in se stessi e siccome “non si nasce imparati”, studiare approfonditamente la forma e il contenuto del testo, documentandosi a più non posso senza ritegno e pudore, con morbosa curiosità. Tutto ciò che ci è familiare si lega a ricordi, immagini, odori, sensazioni registrate dalla nostra mente più o meno inconsciamente. Se un testo non ti è familiare, rendilo tale!
    O quantomeno provaci.

  22. 22 paolo
    12 maggio, 2008 at 14:05

    Visto che tanto si parla di alpinismo e arrampicata, mi sento chiamato in causa.
    Ma la prima cosa che mi è necessario affermare, con tutta la forza che lo spazio generosamente messo a disposizione da Anna consente, è che, diversamente da quanto Andrea scrive sopra e Giovanna ribadisce, non sono affatto convinto che l’illustratore sia al servizio del testo, né che, d’altra parte, il testo sia al servizio dell’illustratore.
    Tutte le professionalità impegnate in un progetto editoriale sono al servizio del libro che, come noto, non è pari alla semplice somma di testo e illustrazione.
    Tornando all’arrampicata:
    Se un arrampicatore da 6c (difficile), desiderando arrivare al 7c (difficilissimo) decidesse di affrontare subito la Via del Pesce in Marmolada o la Barmasse al Cervino , sarebbe un pazzo e metterebbe a repentaglio la sicurezza propria, di chi arrampica con lui, ed eventualmente dei volontari del soccorso alpino.
    Lo spazio per gli esperimenti, nell’arrampicata, è la palestra o la falesia, dove ci si può cimentare con la difficoltà in tutta sicurezza senza far correre a sé e ad altri rischi inutili.
    Anche l’illustratore deve trovare un proprio spazio per mettere alla prova le proprie capacità in ambiti tecnici o creativi che gli sono ostici, al fine di acquisire nuove competenze tecniche e capacità interpretative. Ma se partecipa a un progetto editoriale, tutte la altre professionalità coinvolte si aspettano da lui, legittimamente, serietà e preparazione all’altezza della prova.
    Quindi, la professionalità dell’illustratore sta anche nel saper rinunciare a un progetto editoriale per il quale non è ancora maturo. Questo non significa che non ne possa affrontare altri con soddisfazione di tutti. O che non possa, dopo il necessario “allenamento”, affrontare quello che fino a ieri immaginava di non saper fare.
    La sperimentazione di modi e tecniche nuove è senza dubbio fondamentale per la crescita dell’illustratore. Ma nessun illustratore si dovrebbe permettere esperimenti in un progetto complesso, come un libro, se non con l’espressa autorizzazione di chi altri vi è coinvolto. È semplicemente una questione di onestà e di chiarezza.
    Quindi, per chiosare Andrea: “Se un testo non ti è familiare, rendilo tale! O quantomeno provaci”, ma possibilmente senza far pagare ad altri il prezzo dei tuoi esperimenti.
    D’altra parte, immaginate il caso contrario (assai meno remoto di sembri, almeno nella mia esperienza): andate da un editore e gli proponete una bellissima serie di illustrazioni alla quale mancano le parole. Sareste d’accordo se l’editore decidesse di assegnare la creazione del relativo testo a un autore, magari anche bravissimo, ma al quale quelle illustrazioni non dicono proprio niente?
    Anche l’autore lavora di fantasia. E anche la sua fantasia non ha limiti.
    Ma io, come lo scrivano Bartleby, “preferirei di no”.

  23. 23 Andrea
    13 maggio, 2008 at 19:02

    Apprezzo molto la replica e concordo con le tue riflessioni; l’aspetto curioso che constato in questa piccola querelle è che nonostante la tua analisi possa sembrare per certi aspetti antitetica alla mia, in realtà la ritengo in linea con ciò che penso. L’una non contraddice l’altra in quanto trattano questioni diverse. Io parlo dell’atteggiamento che dovrebbe avere l’illustratore nel momento in cui gli viene sottoposto un testo, tu, invece della sua deontologia professionale con particolare attenzione alle drammatiche conseguenze che uno sperimentalismo irresponsabile può generare. Non ho mai parlato infatti di sperimentalismo in fase d’opera (e me ne guardo dal farlo); sperimentare nuove tecniche o nuove soluzioni stilistiche nella realizzazione degli esecutivi, rischiando di mandare all’aria tempi e investimenti preziosi, è da persone imprudenti e immature.
    “Rendere familiare un testo” per me significa approfondire la sua lettura, studiando la forma e il contenuto, documentarsi sul contesto e i concetti espressi cercando ovunque, con famelica avidità. Da questa ricerca possono nascere nuove chiavi interpretative che prima non si possedevano. E’ in fondo l’aspetto imprevedibile e affascinante di chi fa un mestiere creativo. Il mio metodo non si basa sullo “sperimentalismo” ma sull'”investigazione”.
    Per questo motivo dissento da chi illustra testi soltanto se questi risvegliano “qualcosa” dentro o risultano familiari di primo acchito.
    Non dimentichiamoci che protagonista di questo post è lo “schizzo” e infatti, è proprio lo schizzo che riveste un ruolo importantissimo nella genesi dell’illustrazione. Attraverso il bozzetto l’illustratore materializzerà l’idea che si è generata da tutti quegli stimoli che il testo e la sua “investigazione” hanno prodotto nella mente, e allo stesso tempo paleserà le sue intenzioni. Da ciò, l’editore potrà appurare se l’interpretazione dell’illustratore è in linea con le sue aspettative o meno. Il libro illustrato nasce da un lavoro di squadra e il rapporto tra coloro che concorrono alla sua realizzazione dovrebbe essere interattivo. Se così fosse, il dialogo instaurato tra le parti eviterebbe sorprese indesiderate o fraintendimenti. Lo schizzo salvaguarda sia l’illustratore che l’editore da eventuali incomprensioni evitando perdite di tempo inutili a entrambi.

  24. 24 stelladilaura
    2 luglio, 2010 at 16:12

    anch’io come Paolo, ho pensato subito a una inversione dei ruoli tra scrittore e illustratore. Forse anche perchè non sono una illustratrice!
    E mi dispiacerebbe molto se l’illustratore che (ipoteticamente)è stato scelto per un mio testo in realtà pensi che non sia nulla di che e accetta di illustrarlo solo per sbarcare il lunario… preferirei dicesse no dando la possibilità a qualcun altro in grado di regalarmi poesia. Perchè deve esserci armonia e una sorta di feeling tra testo e immagini (due voci e magari due punti di vista per la stessa storia) e allora un buon editore ne farà un libro. L’editore professionalmente è in grado di scegliere certe storie piuttosto che altre, è giusto che altrettanto professionalmente gli autori facciano la loro parte. Credo che Andrea si sia un pò incastrato nel suo discorso, che a mio modesto parere è molto più teorico che pratico. Pubblicare, sopratutto per un esordiente non è certo facile. Però da esordiente credo di poter affermare in tutta sincerità che pubblicare qualcosa di mal riuscito non sia altro che una figuraccia. Ci sono alcuni editori che pubblicano “gratis” (forse questo avviene di più nel mondo del fumetto) un sacco di robaccia, ma se dal mio sacco non è uscito un lavoro di cui posso ritenermi fiera, che ho pubblicato a fare???
    Per raggiungere la meta ci vuole molto lavoro, tanta umiltà e fatica. Perchè dovrei anche sbattere la testa su qualcosa che non mi si addice? Non è forse un ostacolo alla mia poesia interiore?

  25. 25 Anna Castagnoli
    2 luglio, 2010 at 19:21

    Stelladilaura non mi ricordo più il filo di questa discussione, ma per rispondere al tuo commento:
    bisogna sempre aver la consapevolezza di aver dato il massimo, ma questo non significa che già due mesi dopo, con il libro finito tra le mani, non si pensi del proprio lavoro: potevo fare meglio.
    Il punto è che si cresce e non si può pensare di iniziare “già cresciuti”.
    Avere l’occasione di pubblicare un libro, anche inciampando in una casa editrice scalercia che fa male le cose e magari ti frega anche (come è successo a me agli inizi) è comunque un’esperienza interessante e arricchente.

  26. 26 stelladilaura
    4 luglio, 2010 at 15:52

    Cara Anna, grazie per avermi risposto!
    probabilmente non mi sono espressa in maniera chiara, ci riprovo:
    da esordiente, il primo scoglio riguarda i propri punti deboli e lacune da rinforzare e riempire, ne segue che il primo traguardo ovviamente è pubblicare un proprio lavoro, per essere fiera di quel lavoro non intendo considerarlo un “capolavoro” ma il frutto di tanto impegno ripagato dalla fiducia di un editore, la mia risposta era in merito a un concetto di un altro utente che sosteneva fosse importante lavorare a progetti spigolosi di cui non sentiamo l’empatia per migliorarsi come “artisti”. io invece lo ritengo un errore, almeno agli inizi, (quando fai fatica già a delimitare il tuo stile o ad avere piena padronanza di linguaggio), sondando i propri limiti, è meglio ricercare il giusto inizio alla propria portata, tutto qui. l’esempio che facevo di piccole case editrici non paganti, non era in senso di pagato poco, la gavetta è esperienza, come dici tu torna utile. intendevo “case editrici” che pubblicano quello che capita e che quindi hanno davvero dei prodotti spazzatura. Quindi se la mia meta è di pubblicare, lo sarà quando sarò all’altezza di una casa editrice piccola ma seria che fa del suo meglio con pochi mezzi, mi vergognerei a pubblicare qualcosa che fosse spazzatura, non a pubblicare qualcosa che col senno di poi potrebbe migliorare ancora. Degli insegnanti di un master a cui ho partecipato, hanno cercato di insegnarci la differenza tra libri spazzatura e libri per ragazzi che tengono alto il nome della categoria. Purtroppo, forse colpa che volevo dire tutto velocemente, non mi sono spiegata affatto! : P
    per me un GRANDE traguardo sarebbe poter pubblicare per una delle mie case editrici preferite(orecchio acerbo, kite edizioni, topi pittori, giannino stoppani…)ma sicuramente la mia strada è ancora tanto lunga e a zig zag!
    <3

  27. 27 Anna Castagnoli
    4 luglio, 2010 at 16:14

    Capito! E sono d’accordo con te.