Susanne Janssen, Hansel e Gretel. Parte 11

12 febbraio, 2008

(ritorna all’inizio…)

Hänsel gli salì sul dorso e disse alla sorellina di sederglisi accanto. “No” rispose Gretel, “sarebbe troppo pesante per l’anitra; ci trasporterà l’uno dopo l’altro”.

Susanne Janssen “Hänsel e Gretel” Éditions Être 2007 (diritti riservati)

Questa che vedete sopra è la tavola che chiude il libro. I due bambini devono affrontare l’ultima prova “attraversare la grande acqua” e saranno fuori dalla foresta.
Il libro si era aperto con un cervo ferito che vi entrava…

Susanne Janssen “Hänsel e Gretel” Éditions Être 2007 (diritti riservati)

Ricordate (potete rileggerla qui ) l’analisi della semiluna in basso? Ora la semiluna che reggeva il cervo trova la sua metà superiore nell’ultima tavola e chiude l’avventura di Hänsel e Gretel in una sfera perfetta. Il cerchio magico intorno alla fiaba si è chiuso. Il bambino (in alto a destra dell’ultima tavola) ne è fuori: ha conquistato la realtà.

Come in un sogno o incubo da cui ci si sveglia l’anitra che porta i due bambini fuori dalla foresta (perimetro simbolico dell’inconscio) è di nuovo un animale reale, come il cervo all’inizio. Mentre gli animali che la popolavano erano di stoffa, di metallo, colorati in modo bizzarro, proprio come nei sogni: assurdi e allucinati.

Il bambino che sfoglia il libro saprà dalla storia che i due protagonisti sono entrati nella foresta e poi ne sono usciti, ma è grazie alle immagini che potrà farsi delle idee sulle diverse qualità dei due mondi.

Bettelheim ne Il mondo incantato analizza perché gli uccelli (nella tradizione della fiaba figure amiche o salvatrici) hanno mangiato tutte le briciole di pane e perché è proprio un “uccello bianco come la neve“, simbolo di innocenza e speranza, a condurre i bambini fino alla casa della strega. La spiegazione è semplice. Perdersi nella foresta, lottare con la strega, vincere il desiderio di tornare a casa (di regredire ) era l’unica strada possibile per curare la ferita del cervo (la ferita ontologica dell’Esserci ).
Non ci potrà mai essere completezza, unità, interezza, se non ci si è confrontati con le forze rosso-strega che ci abitano dentro.

E’ questo messaggio che testo e immagini portano al lettore.

Abbiamo incontrato Hänsel e Gretel nel nodo difficile dell’indifferenziato. Uniti in una simbiosi faticosa, originaria.

Susanne Janssen “Hänsel e Gretel” Éditions Être 2007 (diritti riservati)

Ma grazie al grande coraggio di Hänsel e alla forza di Gretel (alla sua saggezza), grazie alla crudeltà necessaria dei genitori, degli uccelli, e grazie alle tensioni risolte dell’Es, magistralmente interpretato dalla strega, i due bambini si sono separati. Ognuno dei due può ora dire: Io.

Guardate che sintesi perfetta fa la Janssen del livello più profondo del testo: i due bambini sono diventati UNO. L’io unitario nella figura malinconica di Gretel (o Hänsel?) domina dall’alto il suo mondo infine pacificato. Le potenze inconsce (le pinne della carpa sono brandelli del vestito della strega) sono presenti ma innocue come lenti pesci di lago. Ogni cosa ha trovato il suo posto. Cielo, acqua, terra. Ciò che è interno e ciò che è esterno. Quello che sta sotto la superficie e quello che sta sopra.

M.C. Escher, Three Worlds, 1955

Il libro di Susanne Janssen si chiude così. Non c ‘è bisogno di mostrare il ritorno a casa, la ricchezza che verrà.
Era a questa “struttura pacificata” che tutta la tensione della fiaba tendeva.
Eppure Hänsel (o Gretel?) ha ancora gli occhi chiusi. Come in un ultimo difficile compianto, prima di incamminarsi definitivamente nel mondo della luce e della realtà.

Ritorna all’inizio dell’analisi…
Leggi l’intervista a Susanne Janssen

(Ringrazio Giovanna, Alba, Julien e Paolo per il contributo in pensieri e immagini. Tra qualche giorno ospiteremo l’intervista a Susanne Janssen. Se avete domande da farle, apprezzamenti, critiche, riflessioni, potete pubblicarle ora, di modo che io possa integrarle nelle domande che le farò. Vi è piaciuto il suo lavoro? Che sensazioni vi danno le sue tavole? E se foste bambini?).

14 Risposte per “Susanne Janssen, Hansel e Gretel. Parte 11”

  1. 1 Giovanna
    12 febbraio, 2008 at 22:10

    Spesso, quando guardo gli albi illustrati, mi sembra di notare che il rapporto fra testo e immagine sia poco approfondito, superficiale, come se l’illustratore valutasse il testo in base ai vantaggi che può dare, piuttosto che mettersi al servizio del testo. Non è il caso della Janssen, rigorosissima nel rapporto col testo. Vorrei chiederle a questo proposito: se ha proposto lei questa storia all’editore o se è stato l’editore a sceliere lei in base alla fiaba. Poi vorrei sapere quale momento del testo considera fondamentale per la comprensione della storia, e perché.

  2. 2 oscar sabini
    12 febbraio, 2008 at 23:46

    Le chiederei quando, e se si ricorda, ha incontrato questa fiaba per la prima volta e se nel suo libro illustrato c’è qualcosa che ha riportato di quel suo primo incontro con la storia di Hansel e Gretel. Quanto è stato presente, nel suo modo di reinterpretare questa fiaba, il suo vissuto personale di questa storia triste ma consolidante?

  3. 3 Andrea
    13 febbraio, 2008 at 12:26

    L’opera della Janssen è magistrale; probabilmente ogni illustratore sognerebbe di poter affrontare una fiaba in modo cosi personale e profondo creando un equilibrio tra tradizione e innovazione.
    Nel panorama editoriale italiano constato a malincuore che gli illustratori sono quasi sempre pagati troppo poco e costretti a realizzare le tavole in tempi estremamente ristretti: questi due aspetti rendono difficile la produzione di un lavoro di qualità e declassificano la professione dell’illustratore (che molto spesso è costretto a coniugare la sua attività con altre di diversa natura per poter sopravvivere). Tempo addietro in una conferenza sentì Faeti rammaricarsi del fatto che in Italia non ci fossero degni eredi dei grandi maestri dell’illustrazione. A tal proposito, prese ad esempio la figura di Roberto Innocenti, affermando che nessuno ha adottato la sua filosofia e metodologia di lavoro. Lo credo bene! Un illustratore d’oggi, se volesse documentarsi come il grande Innocenti e illustrare con la stessa minuzia, rischierebbe come minimo di morir di fame ancor prima di aver concluso il primo ciclo di illustrazioni.
    Detto questo, passo alle domande: che tipo di rapporto ha instaurato con l’editore durante la realizzazione delle tavole? C’è stata una pacifica comunione di intenti finalizzata a produrre un lavoro di qualità a prescindere dai tempi necessari per ottenerlo?
    Si sente pienamente emancipata come illustratrice?

  4. 4 anna
    13 febbraio, 2008 at 13:35

    Andrea, è vero quello che dici.
    Io sono italiana ma vivo all’estero e pubblico con case editrici estere. Normalmente chiedono a te di quanto tempo hai bisogno per fare un libro. Non so come sia in Italia. Ad esempio so che la Janssen ha tempi lunghi perché ha tre figli. Carll Cneut e Beatrice Alemagna so che impiegano circa 6 mesi per fare un libro. Se arrivi a quei livelli puoi permetterti questi tempi….Il punto è che è meglio metterci tre anni a fare un libro nei ritagli di tempo ma puntare ad arrivare a quei livelli (come maturità espressiva) oppure lasciare perdere del tutto. Perché con l’altro sistema (lavorando molto ma male) non si può crescere artisticamente e non si potrà trasformare l’illustrazione in una professione.
    Comunque il mercato è internazionale. Perché restare in balia di case editirci che pagano male e non rispettano i tuoi tempi? Rispetto a quello che riporti di Faeti non sono d’accordo. Beatrice Alemagna, Sara Fanelli…sono italiane e sono altresì illustratrici immense…

  5. 5 Andrea
    14 febbraio, 2008 at 9:18

    La curiosità di illustratore mi impone di fare una domanda di tipo tecnico…
    Mi piacerebbe chiederle se nella realizzazione delle sue tavole ha fatto uso della tecnica digitale oppure l’inserimento degli elementi fotografici è stato compiuto col tradizionale collage (e successivamente modificato col pennello…)

  6. 6 oscar sabini
    14 febbraio, 2008 at 19:36

    …ho una domanda tecnica anche io: che rapporto c’è stato tra story board e layout definitivo? intendo dire: la composizione geometrica, che caratterizza un pò tutta la sua opera, è stata rispettata fin dall’inizio o in itinere ci sono state delle modifiche o dei ripensamenti? e rispetto a questo che approccio ha in generale con il suo lavoro?

  7. 7 Anna
    14 febbraio, 2008 at 19:58

    Cercherò di condensare tutte le domande in una:
    come si fa ad essere un genio?!!
    Abbiate fede…ora sono alle prese con la traduzione in francese dei posts. Quasi finito!

  8. 8 Anonimo
    24 febbraio, 2008 at 13:17

    Ci sono illustratori che hanno la fortuna di potersi dedicare totalmente al proprio lavoro.
    Dedicare, come in una bolla temporale, 6 mesi anima e corpo per un solo libro
    è un lusso che non tutti possono permettersi.
    Creare un libro come quelli di Beatrice Alemagna ( che stimo e considero una delle migliori illustratrici contemporanee )suppongo necessita di un totale coinvolgimento e libertà.
    Libertà di poter lavorare senza troppi vincoli di consegna e interferenze da parte dell’ editore.
    Io ad esempio spesso ho l ‘ angoscia di mille bollette e affitto da pagare e lo stress di dover portare avanti altri lavori per sopravvivere.

    Il tempo è qualcosa di prezioso ma non tutti possono usufruirne.
    Questo per riallacciarmi e approfondire il discorso di Andrea sul fatto che non tutti possono permettersi di curare alla perfezione, ad arte,la propria creaturalibro.

  9. 9 Luisa
    11 marzo, 2008 at 12:15

    :) grazie per la tua analisi sul testo della janssen. L’ho letta tutte con molto interesse!
    E il lavoro dell’autrice per i suoi significati la composizione e il resto è davvero fenomenale!

    Però volevo provare a chiedere una cosa. Forse sembrerà un commento superficiale rispetto agli altri interventi…

    Nonostante i messaggi che i bambini al di là di tutto riescono a percepire dalla storia e dalle immagini, nonostante tutto, queste illustrazioni così forti (certe volte pure angoscianti a parer mio)non rischiano di “spaventare” il bambino che le legge?

    Lo chiedo perchè da bambina mi è capitato di non leggere libri perchè c’erano illustrazioni “spaventose” :)

    Che ne pensi?

  10. 10 Anna
    11 marzo, 2008 at 13:35

    Cara Luisa, innanzitutto grazie per il tuo interesse.
    Secondo me ci sono bambini e bambini, ci sono bambini con un’attrazione irresistibile per tutto quello che fa paura ed è terribilmente truculento e altri più sensibili che preferiscono cose più rassicuranti. E’ per questo che bisognerebbe lascirali liberi di scegliere i libri in libreria. (Mi viene sempre un nervoso quando vedo nelle librerie per bambini che la maggior parte dei libri è inaccessibile a loro…). Io ero una bambina con la passione per le cose forti, per cui sono “di parte”. Però in generale credo che i bambini quotidianamente si vivano emozioni ben più potenti di quelle che esprime la Janssen e che sia bene che le possano ritrovare all’esterno (in un libro) se lo vogliono.

  11. 11 marco
    22 marzo, 2008 at 23:03

    Questo libro della Janssen è una vera opera d’arte, in quanto tale dotata di un carattere di necessità. Una di quelle opere che va talmente in profondità da scuoterti e lasciarti diverso da come ti ha trovato. Chiaramente non si può chiedere questa caratteristica a tutti i libri in commercio. Ne esistono di ottimi, profondi, divertenti che però nonostante le qualità non creano questa alchimia, questa esplosione di senso. E quando si ha la fortuna di incontrare un lavoro del genere è un evento che va salutato con un brindisi degno delle migliori occasioni.
    Dopo la lettura della tua analisi approfondita e appassionante vorrei chiedere all’autrice quanto di questo percorso le fosse chiaro e consapevole, al momento di progettare e realizzare le tavole, e quanto invece abbia agito a un livello inconscio, per poi magari chiarirsi in sede d’opera o a lavoro ultimato.

  12. 12 Anna
    24 marzo, 2008 at 14:56

    Caro Marco, sono d’accordo con te su tutto quello che dici. Proprio domani mattina ho l’appuntamento telefonico con Susanne per l’intervista, e la tua domanda era già tra quelle che mi interessava farle…

  13. 13 francesca
    28 marzo, 2008 at 14:53

    luisa scrive: “Nonostante i messaggi che i bambini al di là di tutto riescono a percepire dalla storia e dalle immagini, nonostante tutto, queste illustrazioni così forti (certe volte pure angoscianti a parer mio)non rischiano di “spaventare” il bambino che le legge?”

    sono un aspirante illustrice e questa è una domanda che mi pongo spesso ed è uno dei dibattitti che sento essere più frequente nell’ambiente in cui mi accingo ad entrare.
    il mio parere è questo:
    probabilmente sono di parte perchè quest’immaginario lo sento molto mio, però guardando in modo oggettivo alle immagini della Janssen si noterà che nulla è forzatamente macabro, anzi! con una storie come quella di Hansel e Gretel si potrebbe ricavarne un immaginario ben più inquietante.
    quello stato di angoscia che si può leggere da quelle immagini è per lo più suggerito dall’uso dei colori , dall’impaginazione, dai i tagli e dalla deformazione dei corpi.
    questo approccio non è naturalistico, immediatamente comprensibile, la janssen parla con un linguaggio simbolico.
    ciò che disturba potrebbe essere legato al fatto che la storia iniziale (quella dei grimm) non è più riconoscibile,
    non si tratta piu di illustrazioni della storia, esse diventano una storia parallela, una riscrittura personale dell’autrice.
    immagini come quelle della Janssen agiscono su un livello diverso di comprensione, alludono ad altro.
    a differenza di molti libri dove l’illustrazione accompagna seguendo fedelmente la storia qua l’illustrazione parte dalla fiaba ma per portarci da un altra parte, dentro quel nostro lato che non sente la necessità delle parole, del raziocinio: è istintualità pura.
    quando un libro ci mette di fronte a ciò può far paura perchè ci si ritrova in una dimensione senza coordinate: non si tratta più di intrattenimento, ci si deve mettere in gioco un po di più.
    per ritornare ai bambini è giusto o non è giusto proporre immagini di questo tipo?
    ovviamente anna dice il vero quando asserisce che è bene che anche il bambino possa scegliere cosa guardare perchè , è vero, il più delle volte sceglierà l’immagine facile, allegra, simpatica.
    però può capitare, di tanto in tanto, che il bambino abbia delle domande un po meno infantili di quello che ci si aspetta, in questo caso potrebbero trovare nelle misteriose immagini della janssen quello stesso mistero inquietante che permea la realtà in cui viviamo.
    i bambini (e spesso molti adulti) capiscono prima con la “pancia” e poi con la testa.
    queste illustrazioni possono essere uno strumento molto utile per iniziare un dialogo un po più profondo del semplice “come è andata a scuola” e ci riportano all’istanza che vede il genitore non solo come colui che provvede al cibo ma è anche una guida.
    noi adulti abbiamo il dovere di aiutarli a capire sia queto intricato non sense che è la vita che le emozioni e perchè no, anche delle illustrazioni.

    tutto cio che non capiamo ci fa paura.
    pensa al buio: non è la cosa che fa più paura ad un bambino? forse è perchè non si sa che cosa c’è dentro.
    spero che il mio parere non risulti troppo pomposo o altezzoso, perchè in pratica riguarda una cosa molto semplice cioè il dialogare.

    ringrazio tanto gli illustratori come la Janssen (e fortunatamente ce ne sono tanti) e gli editori coraggiosi (non ce ne sono mai abbastanza!) e coloro che investono del tempo per parlare di sentimenti(sia di quelli belli che di quelli brutti)
    un saluto

  14. 14 Anna Castagnoli
    4 aprile, 2008 at 22:13

    Grazie Francesca per la tua lunga e interessante analisi.Credo sia sempre importante se le illustrazioni indicano leggermente a lato del testo, là dove stanno nascoste le emozioni, tra riga e riga…